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  • La speranza e la coalizione: un esempio da Boscorelae- “Centro Giornalistico e Culturale Impastato-Siani”

    La speranza e la coalizione: un esempio da Boscorelae- “Centro Giornalistico e Culturale Impastato-Siani”

    Di Antonio Vitiello

    I territori vesuviani e boschesi in passato erano sempre al centro della cronaca, per la presenza della cultura egemone della criminalità organizzata a fare da scudo sociale e antistatale.

    Finalmente grazie alla presenza dal 2008 del volontariato, l’associazione La Stazione, un faro che continua a resistere, funzionale al territorio, gestisce da diciassette anni il bene pubblico in comodato d’uso gratuito delle Ferrovie Dello Stato i locali, il capannone dello scalo merci un grande polo culturale d’attività sociale, artistico e presidio della legalità.

    Oggi inizia il futuro, un vecchio bene confiscato, grazie al lavoro dell’antimafia è stato predisposto nel Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159, l’individuazione d’uso per fini istituzionali o sociali a favore dei Comuni.

    Il Comune di Boscoreale ha aggiornato l’elenco, approvando la delibera in C.C n°155/2019: “I beni confiscati alla criminalità organizzata sono un patrimonio di enorme valore non solo per l’oggettivo prestigio patrimoniale di tali immobili, ma principalmente per il loro grande significato simbolico. Sono, di fatti, il segno tangibile dell’azione dello Stato contro le mafie.”

    Con decreto regionale n°12 del 2020 la Regione Campania finanzia il progetto denominato “Biblioteca – Centro educativo per ragazzi”, è stato ammesso a finanziamento per € 59.890,65; in data 29/05/2020 è stata sottoscritta dalla Dirigente della UOD 06 “Legalità e Sicurezza” e dal legale rappresentante del Comune di Boscoreale (NA) la suddetta convenzione.

    Finalmente dopo cinque anni tra burocrazia e lavori di riqualificazione, con grande soddisfazione in paese, ieri mattina c’è stato il taglio del nastro d’inaugurazione.

    L’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Pasquale Di Lauro del centro sinistra dichiara ” E’ una bella giornata per Boscoreale. Lo Stato ha vinto e vince, attraverso la cultura. La camorra si sconfigge grazie alle forze dell’ordine, alla magistratura e con le azioni repressive, ma anche educando alla legalità le nuove generazioni.

    Da oggi Boscoreale, in un bene confiscato alla camorra, ospita il “Centro Giornalistico e Culturale Impastato-Siani”, un luogo dedicato al sapere e aperto alla comunità nel segno della memoria e della legalità. Qui insieme istituzioni e associazioni facendo squadra potranno mettere in campo tantissime iniziative sociali, culturali e di crescita.”

    Sicuramente potremmo sviluppare in forma coordinata e partecipata tra l’associazione La Stazione e il “Centro Giornalistico e Culturale Impastato-Siani”, aperto anche alla collaborazione con altre associazioni del territorio con ricerche storiche culturali, inchieste sulla crisi ambientale, nonché dei corsi di formazione per giovani con letture di gruppo di storia del nostro territorio e infine sviluppare l’arte popolare, recuperando ed aggiornando ciò che la nostra antica tradizione ha fatto per tantissimi anni, che se non la valorizziamo rischia di essere fortemente marginalizzata.

    Leonardo De Angelis

    13 Aprile 2026
    Ecosocialismo
  • Antifascismo, la sinistra non può essere orba di un occhio

    Antifascismo, la sinistra non può essere orba di un occhio

    Di Daniel Tanuro

    “La Russia di Putin rappresenta oggi la forma più compiuta del processo (di neofascismo), a differenza dell’America di Trump, la cui transizione rimane pericolosa e imprevedibile.”
    Ilya Budraitsky
    (in un articolo notevole che ho recentemente consigliato di leggere).

    Questa è la realtà odierna: il progetto neofascista di Trump – una minaccia seria, ovviamente – rimane, tuttavia, solo un progetto. Si scontra con una forte resistenza sociale e istituzionale. Il suo successo dipende non solo dalle lotte negli Stati Uniti (e dalla Guerra del Golfo), ma anche dalla sopravvivenza del regime neofascista di Putin (saldamente consolidato da almeno 10 anni). Pertanto, dipende dal terreno che Putin riuscirà a guadagnare – o a non guadagnare – in Europa. Più specificamente, in Ucraina, la cui popolazione si trova in prima linea.

    Lo dico francamente, a rischio di mettere in imbarazzo alcuni compagni: la sinistra che vuole costruire una campagna anti(neo)fascista globale senza integrare la realtà del neofascismo russo (e per di più ignorando il formidabile “modello” di dittatura nell’officina cinese del mondo capitalista, di cui si parla fin troppo poco!) è una sinistra miope.

    Al di là dell’iniziale attrattiva che un simile approccio può esercitare, esso flirta pericolosamente con il campismo. E il campismo è l’antitesi dell’internazionalismo. Dell’internazionalismo e della rivoluzione (perché il campismo è sempre, in ultima analisi, una logica del male minore).

    In quanto marxisti, abbiamo una sola parte: quella dei lavoratori. E un solo motto: popoli sfruttati e oppressi di tutto il mondo, unitevi! I nemici dei nostri nemici non sono automaticamente nostri amici.

    Articolo pubblicato sul sito: Refrattario e controcorrente

    Leonardo De Angelis

    30 Marzo 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Il fascismo: “Perchè esiste solo un campo in cui stare..quello dei popoli”

    Il fascismo: “Perchè esiste solo un campo in cui stare..quello dei popoli”

    Di Sergio Bellavita

    Ringraziamo chi ha pensato, costruito e organizzato questa importante prima conferenza internazionale su un tema così rilevante.
    La nostra conferenza cade nella fase più complessa e difficile della storia dell’umanità, non solo perché il mondo del caos, ovvero la fine del vecchio ordine mondiale produce mostri e potrebbe produrre una catastrofe, ma anche perché l’umanità non è mai stata tanto lontana dal socialismo, ovvero dall’unico sistema politico e sociale che può salvarla dal baratro in cui è precipitata.
    Il genocidio del popolo Palestinese di Gaza rappresenta bene il baratro in cui è precipitata l’umanità, non solo l’Occidente, che pure porta le maggiori responsabilità nella sua
    complicità di fatto con lo stato terrorista di Israele, ma tutte le principali potenze a livello globale, e i paesi amici, hanno taciuto, fatto proteste solo formali o peggio continuato a fare affari con il governo Netanyhau e a triangolare interessi diversi.
    E’ questa la stagione dei nuovi e vecchi autoritarismi che hanno ridotto e in alcuni casi cancellato spazi di democrazia e partecipazione, le libertà sindacali, il diritto stesso al
    dissenso e all’opposizione sociale e parlamentare.
    La torsione autoritaria che nasce dalla cosiddetta crisi della democrazia andrebbe indagata a fondo, senza reticenze e con rigore analitico.
    Come è potuto accadere in pochi decenni di passare dalla certezza di una espansione progressiva di diritti e tutele, di redistribuzione di ricchezza e spazi democratici, dalla
    certezza che nei passaggi generazionali da padre in figlio le condizioni di vita sarebbero migliorate a una crisi drammatica della democrazia (pur parziale e borghese), alla
    incredibile concentrazione di ricchezza in poche mani, alla espansione virale del fascismo nelle sue nuove forme e con il pieno sostegno popolare?
    E al ritorno su larga scala della guerra, perché in realtà non è mai venuta meno, di una nuova forma di colonialismo, dei diversi imperialismi che si scontrano, si abbracciano, si
    spartiscono aree di influenza e dominio sulle spalle dei popoli?
    Domande che necessitano di una risposta perché solo affrontando la realtà possiamo pensare di individuare la strada giusta per combattere il fascismo che avanza.
    A differenza di quanto accaduto nel dopoguerra del primo conflitto mondiale il fascismo non appare come la risposta dei grandi proprietari terrieri e degli industriali, del capitale, al rischio di un rivolgimento sociale delle classi popolari, alla spettro del comunismo dopo la rivoluzione d’ottobre.
    Rischio oggi più che mai lontano.
    Oggi il fascismo ha un largo sostegno popolare nella sua finta lotta contro le elites, nella rottura delle liturgie burocratiche, nella crisi delle forme di rappresentanza,
    nell’individualismo che cancella la solidarietà, nel razzismo come forma di preservazione della propria condizione sociale, nella rabbia diffusa alimentata dal crescente
    impoverimento delle classi lavoratrici, nella disumanizzazione dell’avversario.
    Le cause di questo smottamento popolare verso l’estrema destra e i governi autoritari sono molteplici e possiamo solo sinteticamente elencarle:

    • Il capitalismo ha persino smesso di promettere l’impossibile progressiva estensione del benessere economico e sociale. Non risponde più neanche in parte ai bisogni
      sociali. Oggi chiede perennemente sacrifici e riduzione delle tutele sociali, compressione dei salari, taglio delle pensioni. La crisi del capitalismo non produce la
      sua fine ma il suo sistematico imbarbarimento progressivo e produce la guerra su larga scala. Non esistono più margini di riformismo;
    • La velocità dei processi economici e tecnologici, caratterizzata da digitalizzazione, automazione e intelligenza artificiale, comporta continue trasformazioni profonde sul
      piano sociale generando una crescente riduzione della centralità umana e delle sue capacità aprendo così a scenari inquietanti sul lavoro, sui livelli salariali e di impiego.
      Tali processi per ragioni oggettive rendono oggettivamente più complessa la costruzione dell’opposizione politica e sociale alle politiche liberiste e agli autoritarismi;
    • Il movimento operaio nell’accezione marxista come blocco sociale quale rappresentanza di una coscienza collettiva e una forma di contropotere nei confronti
      del capitale e dell’impresa non esiste più. La classe operaia è frammentata, non ha coscienza di sé, è più povera e precaria del passato quanto meno nel vecchio
      occidente mentre in altri paesi del mondo la situazione è certo diversa tuttavia il movimento operaio ovunque non appare più in grado di dettare l’agenda politica e
      sociale ai governi;
    • La sconfitta storica determinata dal crollo del socialismo reale continua a produrre effetti pesanti dal punto di vista della scomparsa di una alternativa al pensiero unico
      dominante che è il mercato;
    • La progressiva sussunzione della rappresentanza politica e sociale della sinistra nelle compatibilità date ha alimentato rassegnazione, passività e disillusione nella classe operaia. La sinistra politica e sociale ha senso e valore solo se risponde ai bisogni sociali, solo se è in grado di portare effettive conquiste a coloro che vuole
      rappresentare. Parliamo della nostra crisi, ovvero della difficoltà estrema a coniugare parole d’ordine come solidarietà, aumento dei salari, miglioramento della condizione lavorativa e lotta alla precarietà a pratiche che ne consentano l’effettiva conquista.
      Quando ho iniziato a fare sindacato mi hanno insegnato che il sindacato ha un ruolo e un senso solo se è in grado di impedire lo strapotere dell’impresa. Se il padrone
      decide gli orari, i salari, chi ha il lavoro e chi lo perde, se il padrone decide tutto il sindacato diventa inutile. Ed è la stessa inutilità o peggio il danno che procura la
      sinistra politica che governa senza realizzare l’alternativa alle politiche delle destre.
      Ed è in questa crisi che si annida il germe del fascismo, del tentativo di giocare la carta dell’uomo forte, del corporativismo, della riduzione della complessità della
      democrazia anche se fortemente imperfetta ( borghese).
      L’insieme di questi processi e di altri fattori, non ultimo la trasformazione culturale e l’impatto del web e dei social, determina la cosiddetta crisi della democrazia e la contestuale avanzata della estrema destra in tutto il mondo, sia che essa sia esplicitamente di destra, sia che utilizzi una retorica diversa ma pratichi la stessa politica dell’estrema destra.
      La democrazia, quella che chiamiamo democrazia per distinguerla dall’autocrazia e dal totalitarismo, impone processi decisionali lunghi e complessi, il rapporto con le
      rappresentanze sociali, si sottopone al voto e quindi governa sotto perenne minaccia del voto popolare.
      I totalitarismi, le autocrazie non hanno bisogno di tempi lunghi per decidere, ne di mediazioni e compromessi e si approcciano al voto popolare con la tranquillità di una
      riconferma garantita e per queste ragioni appaiono vincenti sullo scenario mondiale.
      Per queste ragioni se vogliamo costruire l’antifascismo dobbiamo avere solide fondamenta.
      Una nuova casa del popolo si costruisce solo se si affrontano i nostri limiti, i nostri errori.
      Di una nuova casa abbiamo bisogno, come metafora di un nuovo cammino che prenda il meglio degli slanci rivoluzionari, dell’antifascismo militante e insieme preda le distanze dagli errori e dagli orrori che purtroppo hanno anche costellato la nostra storia. Il novecento, il secolo breve, ha rappresentato un’esperienza straordinaria ed insieme tragica. Il secolo delle due grandi guerre mondiali, della shoah ma anche il secolo della rivoluzione d’ottobre, del tentativo del più grande salto nella storia dell’umanità degli ultimi per liberarsi da oppressione, diseguaglianze, dittature.
      Antifascisti si è se si pratica l’antifascismo, se si pratica l’indipendenza dai governi, se si difende il diritto di critica, se si combatte cioè contro le ingiustizie, l’autoritarismo, solo se si è portatori della cultura del rispetto del dissenso, della piena cittadinanza delle minoranze, della libera sessualità, della centralità dell’uomo e della donna, dell’antisessismo. Si è antifascisti se si combatte contro le aggressioni militari, contro la logica del predominio e dello sfruttamento del pianeta. Solo se si riconoscono e si combattono tutti gli imperialismi, da quello USA e quello della Russia di Putin. Solo se si è capaci di solidarizzare con i popoli che lottano per la loro libertà e contro l’occupazione, dall’Ucraina all’Iran, dalla Palestina sino ai movimenti sociali che ovunque contrastano il potere costituito arrivando al fiero popolo Curdo.
      Siamo al fianco del popolo cubano erede di una straordinaria rivoluzione che lo ha liberato dal giogo statunitense, di quello venezuelano a cui viene impedita in maniera criminale l’indipendenza.
      Io vengo da un continente, il cosiddetto vecchio continente, che più di altri conosce la durezza della decrescita economica, del capitalismo che alimenta la concentrazione di ricchezze spaventose e insieme aumenta precarietà, povertà, del progressivo smantellamento delle tutele sociali e dei diritti del lavoro. Più di altri continenti e paesi per la semplice ragione che proprio il vecchio continente ha vissuto una stagione di conquiste enormi grazie alla spinta dei movimenti sociali e sindacali che ha portato l’Europa ad avere un modello di distribuzione del reddito e dei diritti senza pari nel mondo.
      Eppure è proprio il vecchio continente che porta la maggior responsabilità storica della brutale stagione del colonialismo, delle guerre di conquista, dei genocidi, e lo dico qui proprio in questa straordinaria terra del sud america.
      Una terra che ha subito e continua a subire, la depredazione delle sue risorse naturali, lo sfruttamento del territorio da parte soprattutto del ricco occidente.
      Non esiste solo il tema delle diseguaglianze tra le classi sociali in un paese, esiste il tema della sperequazione delle risorse del pianeta tra diversi paesi.
      Un cittadino statunitense consuma come 50 cittadini di Haiti, oggi sappiamo bene cosa vuol dire: quello stile di vita non potrà mai diffondersi perché il pianeta non lo consentirebbe.
      Esiste un limite invalicabile per qualsiasi governo o formazione politica, il limite delle risorse, il rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi. Questo modello di sviluppo, il capitalismo sta portando il pianeta all’implosione e va fermato.
      Non possiamo accettare che l’emancipazione umana sia finita per sempre, non possiamo accettare che le lancette della storia ci riportino indietro nel tempo, seppure in forma diversa.
      Ricostruire la solidarietà internazionale, sostenere tutte le forme di resistenza anche armata contro l’oppressione e il fascismo. Rafforzare i movimenti sociali e politici in ogni singolo paese e coniugarli tra loro. Stabilire solidi legami internazionali tra le organizzazioni sindacali di classe per impedire il ricatto delle multinazionali, rivendicare e praticare la solidarietà, il mutualismo, le esperienze di occupazioni delle fabbriche.
      Occorre tornare a costruire l’opposizione sociale e politica in rappresentanza del nostro popolo non governare il possibile, perché dentro le compatibilità date muore ogni ipotesi di trasformazione sociale. Un altro mondo è possibile è stato lo slogan che anche da Porto Alegre ha segnato la storia del primo decennio di questo secolo. Oggi pretendono di dirci che la storia è finita che dobbiamo rassegnarci alla barbarie, alla guerra, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Noi sappiamo che ancora non è così. Il mondo non è pacificato. Ci sono lotte significative ovunque, una miriade di forme di resistenza attraversano il pianeta.
      Non verrà mai meno la pratica della sovversione perché il capitale produce anche i suoi più temibili nemici. Si tratta di parlare nuovamente alla condizione umana, di consegnare un’utopia realizzabile con la radicalità delle pratiche e la gentilezza di un amore smisurato per il nostro pianeta.
      Non abbiamo molto tempo, oggi sappiamo che i cambiamenti climatici incombono e che i piccoli, spesso insufficienti passi verso una riduzione delle emissioni nocive sono saltati completamente dopo l’elezione di Trump. Al termine di questa conferenza andremo nella regione dello Xixuau, nel cuore della foresta amazzonica a sostegno di un progetto di solidarietà. Avremo solo da imparare, nulla da insegnare a coloro che stanno difendendo la foresta amazzonica e insieme a essa il delicato equilibrio che consente la vita umana sul pianeta terra.

    Leonardo De Angelis

    27 Marzo 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • MEMORIAL E VERITA’ MARIO PACIOLLA VIVE

    MEMORIAL E VERITA’ MARIO PACIOLLA VIVE

    Di Famiglia Paciolla & Associazione Giustizia Per Mario Paciolla, Antonio
    Vitiello

    La città di Napoli non è demorde, sabato 28 Marzo dalle 9:30 alle 13:30 presso il Complesso Polisportivo Universitario. Si terrà il primo trofeo di basket “Mario
    Paciolla” il primo quadrangolare in memoria al cooperante giornalista, attivista e volontario, assassinato nel 2020 in Colombia, dove operava come osservatore ONU
    tra l’accordo del Governo colombiano e FARC.

    Lo vogliono ricordare sul campo, CUS Napoli, Neapolis Basket, Quakes e Stella Rossa. Oggi Mario avrebbe compiuto 39 anni.

    1)Mario era un ragazzo profondamente passionale, innamorato della vita in tutte le sue sfumature. Aveva uno sguardo curioso sul mondo, una sete inesauribile di
    conoscenza e un’attenzione autentica verso gli altri. Era empatico nel senso più vero del termine: capace di mettersi nei panni delle persone, di ascoltare senza giudicare,
    di comprendere anche le realtà più lontane dalla sua.
    Viveva con intensità, con entusiasmo, con quella sensibilità rara che lo portava a non restare indifferente davanti alle ingiustizie. Era una persona preparata, certo, ma
    soprattutto profondamente umana: uno di quelli che non si limitano a osservare il mondo, ma sentono il bisogno di entrarci dentro, di fare la propria parte.
    Questo suo modo di essere si rifletteva anche nel suo percorso di studi. Si laureò nel 2010 in Studi delle Lingue Comparate, e nel 2014 conseguì la laurea magistrale in
    Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, entrambe con il massimo dei voti e la lode, presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
    Fin da giovane scelse di affiancare allo studio anche la scrittura e l’informazione: dal 2010 era giornalista pubblicista, perché sentiva il bisogno di raccontare, di testimoniare, di dare voce a ciò che spesso resta invisibile. E accanto a questo, coltivava una grande passione per i viaggi, non come semplice scoperta, ma come
    incontro autentico con le persone e le culture.
    Durante il suo percorso universitario visse anche un’esperienza Erasmus a Parigi, che contribuì ad aprire ulteriormente il suo sguardo.
    2)Nel gennaio 2015 intraprese un percorso con le Peace Brigades International, preparandosi per un anno a quella che sarebbe stata una delle esperienze più significative della sua vita. Nel marzo 2016 arrivò in Colombia, a Bogotá, con un contratto di due anni. Furono anni intensi, vissuti sul campo, a contatto con una realtà difficile ma anche ricca di umanità. Proprio grazie al suo impegno e alla sua dedizione venne contattato dalle Nazioni Unite. E, concluso il contratto con PBI nell’agosto 2018, fu destinato a San Vicente del Caguán, dove iniziò a lavorare nella missione di verifica degli accordi di pace: un compito delicato, fondamentale, che richiedeva
    coraggio, equilibrio e una profonda convinzione nei valori della pace e della giustizia.
    3) Nei cinque giorni che precedono la sua morte, Mario non è sereno. Lo vediamo preoccupato. Ci parla, ci scrive: si sente in pericolo. Non è una sensazione vaga. È una paura concreta, che cresce giorno dopo giorno. Siamo nel pieno della pandemia. Tornare in Italia è difficilissimo. E proprio per questo, Mario sta cercando di rientrare con un volo umanitario. Il suo rientro è già programmato: dovrebbe partire da Bogotá il 20 luglio. Ma per arrivarci, deve prima lasciare San Vicente. Vuole tornare a casa. Vuole mettersi in salvo. Per questo, il 14 luglio 2020 acquista un biglietto per partire il 15 luglio da San Vicente, per raggiungere Bogotá e poi rientrare in Italia.
    È un percorso chiaro, organizzato.
    È il gesto di chi sta andando verso la vita, non verso la morte.
    E qui c’è un dato che non possiamo ignorare.
    Tra l’acquisto di quel biglietto e l’ora presunta della sua morte passano circa due ore e mezza.
    Due ore e mezza.
    Il tempo di prepararsi a partire… non di decidere di morire.
    E invece, il 15 luglio, Mario viene trovato morto, nella sua abitazione, in una scena che presenta da subito elementi profondamente contraddittori: con i polsi tagliati e
    sospeso a delle lenzuola, con i piedi che toccano a terra.
    Eppure, ancora prima di conoscere la verità, ancora prima di un esame autoptico, la sua morte viene immediatamente classificata come suicidio.
    Poi arriva l’autopsia del professor Vittorio Fineschi, che afferma qualcosa di molto diverso: che quella morte con il corpo che ha parlato é più compatibile con un omicidio che con un suicidio.
    E mentre si dovrebbe cercare la verità, accade qualcosa di ancora più grave.
    Dopo 48 ore, con un’indagine aperta per omicidio, l’appartamento privato di Mario viene completamente ripulito con la candeggina.
    Tutto viene cancellato.

    Tutto ciò che avrebbe potuto aiutare a capire cosa è successo viene eliminato e gettato via, su iniziativa di Cristian Thompson, rappresentante alla sicurezza dell’ONU; Allora la domanda è inevitabile: com’è possibile parlare di suicidio davanti a tutto questo?

    Davanti alla paura che Mario ha vissuto e alla sua vita spezzata, non possiamo restare in silenzio.
    Non possiamo accettare che la verità venga cancellata, che la giustizia venga rimandata, che il dolore di una famiglia venga ignorato. Mario non è solo una vittima:
    è il simbolo di ciò che accade quando chi dovrebbe proteggere fallisce.
    Noi non chiediamo compassione.
    Noi chiediamo verità e giustizia.
    E continueremo a farlo finché non sarà riconosciuto quello che sappiamo: non un suicidio, ma un omicidio.
    Perché la memoria di Mario non può essere cancellata.
    Perché il silenzio sarebbe complice.
    E noi non ci fermeremo.

    Leonardo De Angelis

    26 Marzo 2026
    Ecosocialismo, Uncategorized
  • Le giovani generazioni e le grandi città sconfiggono il governo Meloni. Grande vittoria del NO al Referendum!

    Le giovani generazioni e le grandi città sconfiggono il governo Meloni. Grande vittoria del NO al Referendum!

    Di Nando Simeone

    La partecipazione al voto è stata di massa, vicina al 59%, e la vittoria travolgente mette in chiaro che non si è vinto solo per la difesa della Costituzione, ma è stato espresso anche un giudizio politico contro il governo Meloni.

    Si è parlato di rottura generazionale: tra i 18 e i 34 anni il 61% ha votato per il NO, mentre il SÌ ha vinto di misura tra gli over 55.

    L’incomprensione, se non la sottovalutazione, del protagonismo giovanile si è espressa negli ultimi anni a partire da un movimento globale, con mobilitazioni mondiali e di massa. Un’intera generazione è scesa in piazza nei cortei del Global Climate Strike in tutto il mondo e, in Italia, ha visto la partecipazione di massa di tantissimi studenti e studentesse, in particolare dei giovanissimi delle scuole superiori.

    Gli studenti e le studentesse hanno assunto posizioni molto radicali:
    “Per noi la giustizia climatica significa che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica debba essere chi, fino ad oggi, ha speculato sull’inquinamento della Terra e sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i migranti e con tutti i popoli indigeni.

    Siamo giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della Terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico, che non sta facendo nulla in proposito.

    La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale: la transizione ecologica deve quindi essere accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze. Vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema, non il clima, non è per noi uno slogan.

    Il cambiamento del sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico. Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come una questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione, e metterle in relazione tra loro.”

    Le giovani generazioni, con il protagonismo degli studenti, hanno inoltre lanciato a livello globale un movimento di solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo palestinese.

    Ancora una volta, come già accaduto con il movimento del ’68, sono stati gli studenti degli Stati Uniti a dare impulso alle mobilitazioni, con le occupazioni di numerose università, a partire dalla Columbia University di New York e dall’Università della California (UCLA). Il movimento si è poi diffuso in tutto il mondo, assumendo una portata senza precedenti.

    In questa ampia e straordinaria mobilitazione internazionale degli studenti, ciò che è mancato è stata la sincronizzazione con il movimento operaio e sindacale, oltre alla drammatica crisi — se non totale assenza — della sinistra radicale, che ha fortemente ridimensionato la prospettiva di un’alternativa alla società capitalista. L’assenza di una generalizzazione delle lotte rischia di spingere verso una marginalizzazione della causa palestinese, pur mantenendo un larghissimo consenso popolare.

    La pratica del boicottaggio affonda le sue radici nei movimenti dei popoli indigeni di tutto il mondo, con l’obiettivo di decolonizzare le università degli Stati colonizzatori. Dal 2004, la Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) invita la comunità internazionale al boicottaggio di queste istituzioni, dato il loro ruolo nel sistema di oppressione, colonialismo e apartheid contro la popolazione palestinese. In queste mobilitazioni, protagonisti sono stati anche gli studenti universitari italiani, con battaglie significative nelle università di Palermo, Roma La Sapienza e Torino.

    Il governo Meloni ha portato avanti disegni involutivi e reazionari sul piano democratico e sociale, approvando una legge di bilancio antipopolare, penalizzante per le classi lavoratrici, le donne, i pensionati e le giovani generazioni. La sanità viene sempre più privatizzata, rendendo difficile l’accesso alle cure per la maggioranza dei cittadini, mentre si propone una scuola orientata anche alla preparazione militare, con l’ipotesi di reintrodurre la leva obbligatoria.

    Di fronte alle lotte per la difesa dei diritti e del lavoro, vengono introdotte misure repressive contro le mobilitazioni sociali e sindacali e contro i settori più deboli, nel tentativo di dividere lavoratrici e lavoratori. Senza dimenticare la dura repressione subita da studenti giovanissimi che manifestavano per la Palestina, picchiati — secondo diverse testimonianze — anche mentre avevano le mani alzate.

    L’esplosione delle contraddizioni interimperialistiche ha portato a un’intensificazione dei conflitti economici e militari: dalla guerra tra Russia e Ucraina al Medio Oriente, con il coinvolgimento di USA e Israele in operazioni contro Iran e Libano. Questo scenario ha comportato un aumento delle spese militari, a scapito dello stato sociale, e un incremento del costo della vita, soprattutto per energia e beni essenziali.

    Nel voto al referendum è stato molto presente anche il rifiuto della guerra: i giovani e gli studenti lo hanno espresso sia nelle mobilitazioni sia con il voto al NO, mostrando un evidente protagonismo politico.

    La manifestazione nazionale del 28 marzo può rappresentare un’importante occasione per convogliare l’opposizione al governo Meloni contro le guerre e contro le sue scelte di politica internazionale.

    Le grandi mobilitazioni dei movimenti studenteschi e giovanili hanno contribuito a sedimentare una coscienza politica che troppo spesso i partiti del centrosinistra non hanno saputo cogliere, tra incomprensione e timore. Si tende a sostituire il conflitto sociale con dinamiche interne alla politica istituzionale, senza rispondere ai bisogni delle classi sociali e senza rompere con le politiche di austerità.

    Si cerca così di incanalare il protagonismo sociale dei giovani e delle grandi città verso una dimensione esclusivamente elettorale.

    Rimane evidente l’assenza di un soggetto politico alternativo capace di organizzare questo tessuto sociale e di trasformarlo in forza politica, mettendo al centro nuove conquiste sociali.

    Le alternative, tuttavia, esistono.

    La vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento significativo.

    In Irlanda, la vittoria di Catherine Connolly, candidata indipendente di sinistra, segna un altro esempio importante.

    In Francia, infine, la crescita di La France Insoumise conferma una tendenza al rafforzamento della sinistra alternativa.

    Leonardo De Angelis

    24 Marzo 2026
    Ecosocialismo
  • La vittoria del NO rafforza ancora di più l’importanza della manifestazione di sabato 28

    La vittoria del NO rafforza ancora di più l’importanza della manifestazione di sabato 28

    Di Fabrizio Burattini

    Scriviamo a fronte di risultati quasi definitivi e registriamo, finalmente, una buona notizia sul fronte politico. Nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, svoltosi tra ieri ed oggi, 22 e 23 marzo, il No alla riforma Nordio ha trionfato sul Sì con circa 2 milioni di voti di distacco (in percentuale, 53,8 contro 46,2). A salvare in extremis la loro riforma (e dunque quel tassello importante della loro controriforma costituzionale) non è bastata neanche la preoccupata discesa in campo della premier. 

    Non torniamo sul merito della riforma che questi risultati affossano. Ne abbiamo detto in precedenza.

    Vogliamo qui tentare di analizzare questo risultato e cercare di interpretarne le implicazioni.

    Naturalmente la maggioranza di destra guidata da Fratelli d’Italia perde e paga il prezzo della crisi in cui cerca di vivacchiare. Paga il prezzo di un’economia che, nonostante il doping del PNRR e del “superbonus”, non è decollata, di prezzi sempre più alti e di salari e pensioni sempre più inconsistenti, di una precarietà non solo lavorativa ma persino abitativa sempre più devastante, di servizi sociali (in particolare la sanità) al collasso, di una insicurezza geopolitica crescente, del senso di crisi incombente, della guerra esplicitamente praticata proprio dagli “amici” politici americani e israeliani di Giorgia Meloni. 

    Ma, come abbiamo più volte affermato, la forza residua della destra italiana affonda le sue radici nella estrema debolezza della sinistra, nella frantumazione e nella concorrenzialità autoreferenziale dell’opposizione parlamentare, nell’atteggiamento conciliante che, seppure in ordine sparso, è stato praticato da tutti i sindacati confederali. La Cgil critica la Cisl per il suo collateralismo con il governo Meloni, ma non dimentichiamo che Landini sembra aver scoperto solo negli ultimi tempi la pericolosità della politica della destra, e, due anni fa, ha offerto alla presidente del consiglio e alla sua demagogia il palco del 19° congresso della confederazione di Corso d’Italia.

    Quanto all’opposizione, stendiamo un velo pietoso su quella parte di “campo largo” (non solo Italia Viva e Azione, ma anche parte della destra del PD) che ha deciso “sul merito della riforma” di votare Sì, rivelando in tal modo la loro totale inconsistenza qualitativa e politica.

    Ma rispetto al “centrosinistra” o come lo si voglia chiamare, cioè alla somma di PD, M5S e AVS, salta agli occhi che gli oltre 14 milioni di elettrici ed elettori che si sono espressi per il No nel referendum superano di gran lunga (anche senza considerare le defezioni di Renzi, di Calenda, e dei “dem per il Sì”) gli 11 milioni e 700.000 che in ordine sparso li hanno sostenuti con il loro voto nelle elezioni politiche del settembre 2022.

    Questo semplice raffronto, che stasera viene sbandierato dagli esponenti del PD e dei 5 Stelle, in realtà è l’espressione plastica della inadeguatezza politica di questa opposizione nella sua incapacità di raccogliere la spinta popolare democratica e di farla valere nella costruzione di un efficace contrasto nei confronti della politica dell’estrema destra e dei suoi progetti antisociali e autoritari.

    Lo si era visto già nell’autunno scorso, quando milioni di persone erano scese in piazza, anche in Italia, per condannare la sanguinaria politica genocida di Netanyahu, di Trump e dei loro complici europei a Gaza e in Medio Oriente e per solidarizzare con la Global Sumud Flotilla, sulla base di una convocazione improvvisata e convergente dei sindacati di base, della Cgil e di varie altre associazioni, nella totale inerzia di iniziativa delle forze politiche. Una grandiosa mobilitazione che nessuno riuscì a organizzare, a canalizzare e a rendere permanente, perché nessuno era percepito come politicamente abilitato a darle rappresentanza. 

    Oggi siamo alla vigilia di un nuovo appuntamento di piazza, la manifestazione nazionale di Roma Together No Kings, “contro i re e le loro guerre”, con la parola d’ordine dello stop alle politiche belliciste in Italia e in Europa, contro la svolta autoritaria del governo Meloni (vedi il recente ed ennesimo “decreto sicurezza”), contro le destre globali, per costruire una società più giusta, un’economia di pace, di tutela dei diritti, dell’ambiente e dei beni comuni.

    La guerra esterna, che i “nuovi re” (le grandi élite finanziarie e capitalistiche e i loro rappresentanti politici) praticano, si coniuga con una “guerra interna”, con la repressione delle proteste e del dissenso e con la torsione in senso autoritario degli stati e delle istituzioni pubbliche. Per loro si tratta di riaffermare il dominio del più forte sul più debole, la predominanza degli interessi finanziari sulla vita delle persone, sulla natura e sui beni comuni.

    Oggi, quella manifestazione, già indetta da settimane, dopo il successo del No nel referendum, assume un’altra e ancor più importante valenza. Il risultato del No non va regalato ad un’opposizione istituzionale che non lo merita. Quel risultato è in diretta sequenza con le mobilitazioni sociali importanti di questi ultimi tempi, quelle contro il “decreto sicurezza”, contro il riarmo e la guerra, e quelle oceaniche dell’autunno scorso contro il genocidio a Gaza, senza dimenticare la miriade di lotte territoriali, di vertenze locali, spesso senza voce a livello nazionale.

    La manifestazione sarà nazionale, ma anche internazionale, perché contemporaneamente scenderanno in piazza tutte le grandi città degli Stati Uniti, Londra, Parigi e diverse altre capitali europee.

    Era comunque una manifestazione importante per tutte e tutti, ma il risultato del voto la rende ancora più cruciale, per impedire di disperdere la grande spinta democratica che il referendum ha rivelato e confermato.

    Articolo pubblicato sul sito: Refrattario e controcorrente

    Leonardo De Angelis

    24 Marzo 2026
    Ecosocialismo
  • La prima discussione impertinente e semiseria

    La prima discussione impertinente e semiseria

    Di A jatta nera

    Se “a jatta nera” è una interpretazione, alla negatività o sfortuna come volete voi.

    Per noi della Casa Editrice Karl & Rosa Edizioni non è così scaramantico, grazie ad Antonio Vitiello nuovo referente della casa editrice, curioso, ha partecipato al primo incontro seminario confronto popolare del neofito movimento. Una svolta, un vero ” tiè tiè” dove donne e uomini si mettono a confronto, attraverso lo sguardo, racconti, esperienze, per riscrivere la cattiva sorte. Per capovolgere le narrazioni di ruoli, le tossicità del patriarcato, usi e costumi maschili e femminili tra realtà e misandria e non solo.

    Allora buona fortuna jatta nera, continua a costruire incontri, discussione e amore, sei la gatta giusta per il cambiamento.

    ___________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

    Di jatta nera

    Sabato 21 Febbraio si è tenuta la prima “Chiacchierata impertinente e semiseria” organizzata dal collettivo trans femminista ‘a jatta nera. Nel Lazzarelle Bistrot della Galleria Principe di Napoli si sono riunite davanti a caffè, torte e succhi di frutta una decina di persone, che hanno conversato e riflettuto insieme sui femminismi, ovvero sulle diverse declinazioni, correnti storiche, politiche e culturali che hanno caratterizzato il pensiero e le pratiche femministe.

    Dopo un rapido giro di presentazioni, sia delle persone che partecipavano, sia del progetto ‘a jatta nera, come punto di partenza per la discussione è stato proposto un piccolo test semiserio che mirava non tanto a valutare il grado di conoscenze e atteggiamenti femministi delle* partecipanti, ma a lanciare la riflessione su alcuni aspetti della questione femminile o del rapporto tra i generi. Lo scambio è stato orizzontale, molto rispettoso e partecipato ed estremamente fruttifero per stimolare il pensiero critico grazie all’ascolto di differenti opinioni e punti di vista.

    Nella seconda parte della chiacchierata invece ci si è confrontati* sui vari femminismi, ognuno scritto su un bigliettino estratto alla cieca da una scatola di cartone. Sono stati discussi e analizzati in base alle conoscenze e alle esperienze che ognuno aveva di ogni corrente e anche in questo caso il dibattito che ne è seguito è stato vario e pieno di curiosità, domande, momenti più seri e momenti più leggeri e divertenti.

    Si è esaminato il femminismo dell’uguaglianza e quello della differenza, il trans femminismo, l’eco femminismo, il femminismo radicale e quello intersezionale…

    Molto stimolanti le esperienze personali delle* partecipanti, poiché erano presenti uomini, donne, persone non binarie, persone migranti, persone con vissuti legati alla diversità funzionale, attiviste*, ecc. Questa diversità ha reso la conversazione molto ricca e sentita, stimolando l’empatia e portando la riflessione teorica sui femminismi in ambito quotidiano.

    Lo spazio che ha ospitato l’evento, il Lazzarelle Bistrot, nasce dalla cooperativa sociale Lazzarelle, un’impresa femminile che promuove processi di inclusione e riabilitazione per donne detenute attraverso un lavoro che valorizzi le capacità e le potenzialità delle persone provenienti da contesti di marginalità economica e vulnerabilità sociale. La gentilezza, l’accoglienza e la professionalità di tutto il personale del bistrot hanno contribuito a rendere questo incontro ancora più rilassato e simpatico.

    Sono rimasti* tutti* contenti* e con la voglia di rivedersi, per poter continuare a chiacchierare di femminismi, diritti, genere, ambiente e di tanti altri aspetti che interessano, preoccupano, e su cui sembra importante pensare in comunità.

    Per chi volesse ricevere informazioni sulle attività di ‘a jatta nera, è possibile seguire il suo profilo facebook e instagram o scrivere a ajattanera17@gmail.com per essere inseriti nella loro mailing list.

    Leonardo De Angelis

    25 Febbraio 2026
    Ecosocialismo
  • NIENTE PAURA !!!

    NIENTE PAURA !!!

    Di Nando Simeone e Antonio Vitiello

    La pioggia

    Un baffo, niente paura.

    La mobilitazione regionale “L’Amore Che Resiste” contro sgomberi, repressioni, guerre e pericoli autoritari, portato avanti dal governo Meloni, promossa da Movimenti Di Lotta Campani è stato un successo.

    In 5000 hanno risposto alla chiamata in un clima glorioso e pacifico, partito da Piazza Garibaldi, la testa del corteo è stata caratterizzata dalla presenza brillante del palco mobile, un camion da 16 metri, dove ha raggiunto Piazza Municipio, ha ospitato i contributi artistici gli interventi musicali di 99 Posse, E’Zezi Gruppo Operaio, Jovine, MC2C, Dj Ascensore, Mario Dread Cool Runnings, Oyoshe & Lowdato, Catene Movement, Nadir Collective, Brulica, 55 Sound System, Bassotto & Tellina Sound System, Sun System & Alien Kml.

    La resistenza del popolo palestinese, così come l’insieme dei movimenti internazionali che l’hanno sostenuta, non possono che essere visti da chi governa come un fattore da eliminare a tutti i costi. Arresti, misure cautelari, condanne e montature giornalistiche rientrano in un unico quadro coerente teso a bloccare ogni processo di costruzione collettiva per un futuro altro.

    Le politiche di repressione del governo vanno inquadrate in questo contesto e l’ennesimo Decreto sicurezza al recente DDL sull’antisemitismo, viene utilizzato anche per mistificare il nostro antisionismo

    Questi spazi sono punti di aggregazione sociali e politici nei quartieri popolari degradati e sono spesso dei baluardi contro la marginalizzazione e la povertà.

    Svolgono un ruolo educativo, offrono attività culturali ai giovani per il loro tempo libero. Si tratta di strutture sociali che svolgono un ruolo importante e che politicamente sono storicamente legate alla sinistra spesso quella alternativa.

    Questi centri hanno acquisito una nuova dimensione dopo il grande movimento di occupazione dell’università studentesca nel 1990, Pantera. La maggior parte delle facoltà italiane si è mobilitata per occupare l’università per tre mesi e oltre per protestare contro lo smantellamento dell’istruzione pubblica. Il movimento è partito dal sud, da Palermo, poi si è esteso a Roma dove ha preso avvio nella facoltà, in psicologia alla Sapienza di Roma, per poi espandersi in tutte le grandi e piccole città della Penisola.

    Il movimento non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi. Ma la convivenza in una facoltà per tre mesi ed anche oltre vedi Palermo, ha permesso di costruire un altro modo di vivere, un altro modo di socializzare, sono stati organizzati corsi, si sono formate diverse coppie. È stato creato un nuovo modo di funzionamento comunitario. E quando i corsi sono ripresi normalmente, vari gruppi e organizzazioni di sinistra hanno cominciato a occupare spazi vuoti inutilizzati, creando nuovi centri sociali.

    Dal punto di vista politico e sociale il messaggio è chiaro, l’autoorganizzazione plurale e di massa, non asservita al controllo di partito e alla subordinazioni di classe, spaventa l’influenza “delle due società” in contrapposizione. E’ fondamentale oggi, come lo era 36 anni fa, efficace, radicato nel tempio del movimento La Pantera, ricordarci che tanti centri sociali da Napoli a Roma passando per Milano e Torino sono nati appena il movimento studentesco della Pantera dette l’indicazione di terminare le lunghe occupazioni e da quella esperienza nacquero tanti centri sociali in Italia, così come con i referendum si prova a costruire un controllo permanete sui magistrati al fine di deviare e mettere nel ripostiglio tanti soprusi e ruberie compiute, ed è anche per questo che oltre ad esprimere la profonda solidarietà a tutti i centri sociali oggi attaccati dal governo reazionario della Meloni diciamo anche di votare NO.

    Leonardo De Angelis

    16 Febbraio 2026
    Ecosocialismo
  • No Kings: il 28 marzo a Roma mobilitazione nazionale contro le destre

    No Kings: il 28 marzo a Roma mobilitazione nazionale contro le destre

    Di Redazione Karl&Rosa

    In contemporanea con la manifestazione “Together” a Londra

    Le cifre dell’assemblea di Bologna: oltre 2mila presenze e più di 3mila persone collegate online, per 160 interventi in due giorni.

    Appuntamento il prossimo 28 marzo a Roma per la mobilitazione nazionale “Together”, in contemporanea con l’omonima manifestazione indetta dai movimenti sociali a Londra contro le destre. È questa la data verso cui converge l’agenda politica emersa dall’Assemblea nazionale “O Re o Libertà”, svoltasi il 24 e 25 gennaio al TPO di Bologna, che prevede anche un’assemblea nazionale di preparazione il 1° marzo a Roma.

    «Lanciamo un appello a tutte e tutti gli artisti, e agli esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo, ad aderire all’iniziativa per una giornata di protesta internazionale nella Capitale, con un concerto finale, così come si sta organizzando a Londra».

    La due giorni di Bologna è stata promossa, tra gli altri, dalla Rete No DL Sicurezza “A Pieno Regime” e dalla Campagna europea Stop Rearm Europe, che insieme hanno dato vita al percorso di Convergenza sociale “No Kings – Contro i Re e le loro guerre”. Un percorso che ha coinvolto centinaia di reti e organizzazioni sociali e politiche in un confronto che segna una nuova fase di programmazione del movimento contro guerra e autoritarismo.

    Oltre 2mila le persone presenti e più di 3mila quelle collegate in streaming, per un totale di 160 interventi in due giorni: numeri che raccontano il successo di un’assemblea caratterizzata da una partecipazione ampia e dal basso, a dimostrazione del forte bisogno di confronto e di autorganizzazione. Un’esigenza che nasce dalla necessità di elaborare nuove pratiche di resistenza per difendere la democrazia dall’economia di guerra e dall’avanzata dello Stato di polizia, alimentata dal piano di riarmo europeo e dalle nuove misure repressive, dai pacchetti sicurezza ai DDL Gasparri-Delrio.

    «Oggi apriamo insieme uno spazio politico nuovo che, per nascere, rompe con il mondo vecchio che, da Minneapolis all’Iran, pur di conservare il potere reprime e uccide. Lo abbiamo fatto attraversando la nostra pluralità: dagli spazi sociali attaccati dal governo Meloni alle associazioni cattoliche, dai sindacati alle ONG, fino ai partiti. Da qui non torniamo indietro. Nelle prossime settimane attraverseremo l’Italia e l’Europa con un calendario di respiro nazionale e internazionale: Roma, Napoli, Torino. E ancora Berlino, Zagabria, Bruxelles, verso uno sciopero generale europeo».

    Il calendario “No Kings”

    Verso l’asse Roma–Londra “Together” del 28 marzo

    • 31 gennaio – Torino: con Askatasuna, al corteo nazionale contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali.
    • 14 febbraio – Napoli: manifestazione regionale per la difesa degli spazi sociali.
    • 21 febbraio – Roma: manifestazione antifascista per Valerio Verbano.
    • 5 marzo – Germania e Italia: giornata di mobilitazione territoriale contro la guerra, durante la manifestazione contro la leva militare in Germania “Guerra alla guerra”.
      In questo periodo sono previste anche azioni conflittuali diffuse nei territori contro l’industria bellica, come a Vicenza contro la base militare statunitense Dal Molin.
    • 22–23 marzo: referendum sulla giustizia. Posizione netta per il NO alla riforma Nordio e partecipazione attiva alle campagne territoriali.
    • 23–29 marzo: Housing Action Days, settimana di mobilitazione europea per il diritto all’abitare.
    • 28 marzo – Roma: TOGETHER, insieme. In parallelo con la grande manifestazione di Londra contro l’estrema destra, mobilitazione nazionale della convergenza No Kings.
      È prevista un’assemblea di preparazione il 1° marzo a Roma.
    • Data territoriale intermedia (marzo): mobilitazioni contro la torsione autoritaria (nuovo DL Sicurezza, DDL Gasparri) e contro le zone rosse.
    • 1° maggio: Festa delle lavoratrici e dei lavoratori. Giornata transnazionale di lotta, dagli Stati Uniti all’Europa.
    • 7–8 maggio – Venezia: manifestazione contro la presenza del padiglione israeliano alla Biennale.
    • Maggio – Zagabria: incontro europeo per discutere il nuovo spazio politico continentale.
    • 14 giugno – Bruxelles: mobilitazione contro riarmo e guerra, in un percorso condiviso che coinvolga anche il mondo del lavoro e i sindacati europei.

    Leonardo De Angelis

    12 Febbraio 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • VOTARE NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: DIFENDERE LA DEMOCRAZIA, NON ASSECONDARNE LO SMANTELLAMENTO

    VOTARE NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: DIFENDERE LA DEMOCRAZIA, NON ASSECONDARNE LO SMANTELLAMENTO

    Di Redazione Karl&Rosa

    Il referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo non è un semplice rito elettorale: è un tentativo esplicito di riscrivere l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato e di indebolire i contrappesi essenziali che tengono lontano il potere politico dal controllo giudiziario. È per questo che votiamo NO, con determinazione e consapevolezza.

    Recentemente l’avvocato Pietro Adami — legale del Comitato dei 15 giuristi che hanno raccolto centinaia di migliaia di firme contro questa riforma — ha sottolineato come il governo abbia forzato i tempi procedurali, modificando il testo del quesito senza rispettare i tempi minimi di campagna elettorale e costringendo i cittadini a una scelta affrettata e poco trasparente. In altre parole, si è cercato di limitare la piena partecipazione democratica e la chiarezza delle scelte in campo.

    Questa non è una battaglia burocratica: è la difesa di principi fondamentali. Il rischio è che la riforma, presentata come “efficienza”, si traduca in un indebolimento della magistratura indipendente e dei suoi organi di autogoverno — a partire dal Consiglio Superiore della Magistratura — aprendo la porta a interferenze politiche e a un eccessivo accentramento del potere.

    La giustizia non è un mezzo da piegare ai desideri di maggioranze di turno o a strategie politiche: è un pilastro della democrazia. Ridurre l’autonomia delle istituzioni giudiziarie e depotenziarne i contrappesi costituzionali significa rendere più fragile lo Stato di diritto, meno garantisti i processi, più esposti i cittadini di fronte agli abusi del potere. Votare NO è un atto di responsabilità, non di opposizione pregiudiziale: significa difendere le garanzie costituzionali, l’indipendenza dei giudici e il diritto di ogni cittadino ad avere un giudice imparziale e non condizionato da logiche di parte.

    La campagna referendaria è la nostra occasione per fermare questa deriva e ribadire che nessuna riforma può essere imposta con forzature procedurali o con mezze verità. La Costituzione va rispettata, non smontata pezzo per pezzo. Invitiamo tutte e tutti a partecipare al voto e a scegliere con coraggio: NO al referendum sulla giustizia.

    NO per la democrazia.
    NO per l’indipendenza della magistratura.
    NO per i diritti dei cittadini.

    FERMIAMO LA SVOLTA AUTORITARIA!

    Leonardo De Angelis

    9 Febbraio 2026
    Ecosocialismo
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