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  • Noi stiamo con Marghrita Napoletano: il licenziamento del San Raffaele deve essere ritirato!

    Noi stiamo con Marghrita Napoletano: il licenziamento del San Raffaele deve essere ritirato!

    Di Metromondo

    Ospedale San Raffaele di Milano: la coordinatrice della RSU Margherita Napoletano è stata licenziata con “giusta causa”(???).

    Margherita Napoletano, intervistata come coordinatrice della RSU nell’inchiesta “La punta dell’iceberg” aveva denunciato la grave carenza di personale e il ricorso agli appalti all’interno del reparto di medicina ad alta intensità di cura dell’Ospedale San Raffaele. Settimane fa avevamo dato notizia del fatto che avesse ricevuto una contestazione disciplinare, relativa a questioni interne all’azienda sanitaria. L’accaduto era stato interpretato dalle sigle sindacali come un pericoloso precedente che rischiava di scoraggiare chi si spende nella tutela dei lavoratori e della sicurezza.

    A seguito degli incontri con l’azienda, previsti per chiarire la natura dei fatti contestati, Margherita Napoletano oggi è stata licenziata.

    Leonardo De Angelis

    25 Luglio 2026
    Uncategorized
  • Da Gaza al Libano meridionale: le rovine come strategia israeliana

    Da Gaza al Libano meridionale: le rovine come strategia israeliana

    Di Ziad Majed

    In Libano tutti attendono l’ esito dei negoziati tra Islamabad e Washington [e si prevede che quelli tra Libano e Israele continuino a giugno sotto l’egida dell’amministrazione Trump]. Hezbollah ribadisce il suo impegno nei confronti della strategia iraniana e delle scelte che non hanno rallentato la macchina da guerra israeliana né limitato l’ espansione dell’occupazione . Israele continua la sua politica della terra bruciata, distruggendo case e infrastrutture nel Sud [ogni giorno continuano i bombardamenti israeliani nel Libano meridionale, come riportato quotidianamente da L’Orient-Le Jour ].1

    Le controversie e le accuse si moltiplicano, e politici e commentatori analizzano la situazione nel Sud da prospettive che spesso ritraggono Israele non come un attore che persegue una politica deliberata, ma come un semplice agente che reagisce agli eventi e agli stati d’animo dei suoi avversari, ritirandosi ai confini quando questi sono concilianti, o uccidendo e distruggendo quando le cose tardano a risolversi. Nel frattempo, Israele continua ad espandere la sua occupazione, annettendo altri insediamenti e annientando ogni traccia di vita. Questo è diventato uno dei suoi obiettivi primari sin dall’ultima guerra a Gaza, due anni e mezzo fa, riproponendo così una logica già presente al momento della sua creazione, durante la Nakba palestinese quasi ottant’anni fa.

    Annientamento urbano

    Israele ha trasformato le rovine e la distruzione in una vera e propria politica: una politica che colpisce sia lo spazio che il tempo. Distruggendo case, biblioteche, archivi, fotografie, documenti catastali e persino cimiteri , gli israeliani stanno conducendo una guerra contro il presente tanto quanto contro la memoria. Stanno estendendo il dominio della guerra oltre i bombardamenti e i cessate il fuoco, trasformando lo spettacolo delle macerie in uno strumento di punizione, ma anche in una dimostrazione di potere e impunità di fronte al diritto internazionale.

    A Gaza, questa politica è al centro di un più ampio progetto di annientamento . Si accompagna allo schiacciamento dei corpi, alla distruzione delle condizioni stesse dell’esistenza biologica , al bombardamento delle infrastrutture vitali, allo sfollamento forzato dei sopravvissuti e alla disgregazione della vita collettiva. Rade al suolo edifici residenziali, ospedali, scuole, luoghi di culto, università, mercati, cimiteri, strade ed edifici amministrativi, colpendo così l’ intero tessuto sociale: dai luoghi di nascita, di apprendimento e di assistenza sanitaria, ai cimiteri, ai monumenti commemorativi e ai documenti attraverso i quali gli individui dimostrano il proprio nome, la proprietà, la discendenza, i diritti di successione e il diritto di soggiorno.

    Nel Libano meridionale, questa politica di distruzione persegue un altro obiettivo: lo sfollamento forzato e la creazione di un territorio inabitabile o occupato e devastato. I villaggi e le città di confine fatti saltare in aria dopo i bombardamenti, i terreni agricoli devastati e contaminati dal fosforo bianco, formano ora un paesaggio desolato la cui ricostruzione appare difficile da immaginare in futuro, prolungando così l’ esilio dei loro abitanti.

    La lunga durata della sofferenza

    Le rovine impongono una temporalità unica. La distruzione avviene in un istante, ma le sue conseguenze si estendono per decenni. Il crollo di un edificio in pochi secondi significa non solo la perdita di un tetto, ma anche la perdita del legame con un quartiere e, di conseguenza, la scomparsa di quasi ogni traccia di una vita che un tempo vi si svolgeva.

    Quando un quartiere viene distrutto, scompaiono anche le scene ordinarie della vita quotidiana: la porta del vicino sempre aperta, il balcone da cui un tempo risuonava la voce di Umm Kulthum [considerata la più grande cantante del mondo arabo, scomparsa nel 1975] , il tragitto dei bambini verso la scuola, il panificio all’angolo, gli odori di cucina, i muri contro cui rimbalzavano i palloni dei giovani calciatori, i mormorii del muezzin prima della preghiera, e tutti quei gesti sparsi che sembravano insignificanti – salutare qualcuno , evitarne un altro – ma che, insieme, davano senso all’esistenza . Le rovine distruggono questo tessuto invisibile e cancellano ciò che nessuna ricostruzione, anche se un giorno dovesse avvenire, potrebbe davvero restituire.

    Pertanto, quando le loro case vengono distrutte, diventano una questione politica. Incarnano il significato di prendere di mira una società. Il loro crollo annienta anche archivi intimi. Tra le macerie, i sopravvissuti recuperano una chiave, la copertina di un libro, un giocattolo, una lettera d’amore , una cornice rotta, un anello d’oro ereditato, un contenitore deformato, a volte persino un pezzo di biancheria intima. Queste reliquie portano il peso del loro mondo scomparso. Diventano artefatti emotivi strappati alla polvere e al rischio di essere completamente dimenticati.

    Rovine come reato amministrativo

    La distruzione di archivi e registri immobiliari da parte di Israele amplifica innegabilmente questa politica distruttiva, ora visibile persino nel Libano meridionale dopo essere stata sistematizzata in Palestina. Titoli di proprietà, certificati di nascita, contratti matrimoniali, titoli di studio universitari, archivi comunali, mappe catastali e registri anagrafici costituiscono il quadro giuridico di qualsiasi società. Il loro saccheggio o la loro distruzione creano un caos destinato a perdurare.

    La famiglia che perde la propria casa dovrà in seguito dimostrare di esserne proprietaria. L’ erede dovrà far valere i propri diritti, anche se i documenti sono stati distrutti. Il quartiere distrutto diventa uno spazio conteso, vulnerabile a falsificazioni, speculazioni o “ricostruzioni autoritarie”.

    In questo senso, l’ attacco israeliano agli archivi si affianca all’attacco alla pietra stessa. Se la distruzione visibile cancella il luogo, la distruzione amministrativa mina il diritto stesso di possederlo. I sopravvissuti si trovano di fronte a una doppia scomparsa: quella della casa e quella dei documenti che ne attestano l’esistenza sociale. La violenza genocida diventa così un processo senza fine, che lascia dietro di sé un campo di dubbio e incertezza .

    Dall’assenza alla persistenza

    Un’intera generazione di palestinesi vivrà con questa esperienza. I bambini di Rafah, Khan Younis o Jabaliya impareranno i nomi dei luoghi attraverso ciò che è scomparso. Sentiranno parlare di una scuola demolita, di un mercato un tempo fiorente, di un edificio di cui rimane solo una fotografia o un manifesto . La loro memoria si forgerà in un dialogo costante con l’assenza .

    Alcuni cresceranno in tende, in centri di accoglienza collettiva o presso parenti. Il loro rapporto con il mondo sarà segnato da una terribile familiarità con il crollo e con la fragilità del cemento, che tuttavia a loro era sembrato solido.

    Una generazione di libanesi del sud vivrà un periodo buio simile, fatto di macerie e desolazione, seppur in condizioni meno estreme.

    Ma le rovine possono trascendere il significato che Israele attribuisce loro come fine politico o obiettivo finale. Possono preservare la traccia di ciò che lo sterminio cerca di cancellare per sempre. Possono anche diventare una testimonianza, a patto che i loro abitanti sopravvivano e siano in grado di farvi ritorno.

    Ecco perché la vita a Gaza continuerà. Molti continueranno a lavorare, a perseverare, a sopportare la prova. Questo non offre alcuna consolazione. La perseveranza non può riparare l’ irreparabile né trasformare il dolore in speranza. Significa semplicemente che la vita, anche quando viene ferita, persiste laddove la politica israeliana di distruzione cerca di imporre l’oblio.

    Nel Libano meridionale, la vita un giorno tornerà a popolare i villaggi distrutti e abbandonati. Prevarrà, affinché i video strazianti di oggi non rappresentino il capitolo finale di questa storia. (Articolo pubblicato sul sito web arabo Megaphone il 15 maggio 2026; tradotto dall’arabo per alencontre.org da Suzanne Az).

    Articolo pubblicato dal sito: https://alencontre.org/

    1.  Secondo il sito web di Le Monde, datato 20 maggio 2026 alle 16:40: “Almeno 3.073 persone sono state uccise e 9.362 ferite dagli attacchi israeliani in Libano dal 2 marzo, secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute libanese.” (NdR) ↩︎

    Leonardo De Angelis

    22 Maggio 2026
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  • Democrazia socialista d’America: la scommessa da vincere

    Democrazia socialista d’America: la scommessa da vincere

    Di Nando Simeone

    Bernie Sanders, nel suo discorso poco prima di insediare Mamdani come sindaco di New York City, di fronte a migliaia di newyorkesi: “In un momento in cui gli americani, e in effetti il mondo intero, stanno perdendo fiducia nella democrazia, più di 90.000 di voi, in questa città, si sono offerti volontari per la campagna di Zohran. Avete bussato alle porte. Avete condiviso i vostri sogni e le vostre speranze per il futuro di questa città. E così facendo, avete affrontato l’establishment democratico, quello repubblicano, il Presidente degli Stati Uniti e alcuni oligarchi estremamente ricchi, e li avete sconfitti in quello che costituisce il più grande sconvolgimento politico nella storia americana moderna”.

    Mamdani dichiarò in seguito, dalla stessa tribuna, che: “Mentre scrivevo questo discorso, mi è stato detto che questa era un’opportunità per ridefinire le aspettative, che avrei dovuto cogliere l’occasione per incoraggiare i newyorkesi a chiedere poco e ad aspettarsi ancora meno. Non farò nulla del genere. L’unica aspettativa che cerco di ridefinire è quella delle piccole aspettative”. Mamdani si è poi affrettato a elaborare questo punto con una dichiarazione di valore universale: ”Per troppo tempo, abbiamo guardato al settore privato per raggiungere la grandezza, accettando la mediocrità da coloro che servono il pubblico. Non posso biasimare coloro che sono arrivati a mettere in discussione il ruolo del governo, la cui fede nella democrazia è stata erosa da decenni di apatia”. Ripristineremo quella fiducia intraprendendo una strada diversa, una strada in cui il governo non sia più solo l’ultima spiaggia per chi è in difficoltà, una strada in cui l’eccellenza non sia più l’eccezione…

    Inoltre, non è certo un caso che Mamdani abbia il raro “privilegio” di avere contro di sé la più ampia coalizione di figure reazionarie, oscurantiste e assassine, tra cui l’americano Trump, l’israeliano Netanyahu, l’indiano Modi e tutta la crème del nazifascismo e dell’estrema destra internazionale. Per non parlare del russo Putin, il cui canale RT ha dato prova della più delirante islamofobia, precipitandosi ad avvertire i buoni americani che Mamdani ”pone la Sharia al di sopra della legge americana”, semplicemente perché Mamdani ha osato giurare sul Corano! Tutta questa schiera di dittatori e altri carnefici dell’umanità sa benissimo perché odia con passione il giovane sindaco di New York, il socialista democratico Zohran Mamdani…

    La vittoria di Zohran ha ridefinito le aspettative su ciò che è politicamente possibile, ha contribuito alla crescita dei Democratic Socialists of America (DSA), che ora contano oltre centomila membri, e ha ispirato nuovi candidati con forti legami con i movimenti sociali a presentarsi alle elezioni nazionali. Allo stesso tempo, il gradimento della leadership del Partito Democratico è crollato ai minimi storici, con molti elettori desiderosi di una vera alternativa politica. La sinistra ha un’opportunità storica – e una responsabilità – di cogliere l’attimo.

    Il DSA ha dimostrato di poter vincere le elezioni in ogni angolo del Paese. I membri si candidano e vincono campagne elettorali in Stati come Georgia, Kentucky, Tennessee, Utah, Texas e Arizona.

    Sul fronte interno, Trump ha schierato l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) per occupare le città e terrorizzare i quartieri, causando la morte di manifestanti come Alex Pretti e Renee Nicole Good. Sul fronte legislativo, le iniziative di Trump, come il Big Beautiful Bill, hanno danneggiato milioni di lavoratori tagliando sussidi fondamentali e convogliando ricchezza verso miliardari come Elon Musk, la cui ricchezza e il cui potere continuano a crescere.

    La scelta del gruppo dirigente, a partire dai copresidenti nazionali del DSA, chiede una nuova coalizione popolare di movimenti sociali, sindacati e sinistra per reclutare e presentare un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Le campagne di Bernie Sanders nel 2016 e nel 2020 hanno trasformato la politica americana, portando a una crescita esponenziale dei movimenti di sinistra e a un accresciuto senso di coscienza di classe.

    Questo momento richiede azione. L’amministrazione Trump ha segnato una preoccupante svolta autoritaria e una disponibilità a usare la violenza esplicita per raggiungere obiettivi politici. A livello internazionale, ha continuato a finanziare il genocidio in Palestina, ha rapito illegalmente il presidente venezuelano Nicolás Maduro e ha dato inizio a quella che sembra essere una guerra prolungata con l’Iran. Ha inoltre perseguito una politica estera aggressiva e nazionalista attraverso la guerra economica e minacce dirette di annessione.

    Nonostante i tanti attacchi, milioni di persone in tutto il Paese si stanno opponendo a Trump. Oltre sette milioni di persone in tutti i cinquanta Stati hanno partecipato alle proteste “No Kings”, organizzate da un’ampia coalizione che comprendeva sindacati, leader religiosi, associazioni di veterani, attivisti ambientalisti e molti altri. Quando l’ICE ha attaccato e occupato il Minnesota, migliaia di persone hanno rischiato la vita per bloccare le deportazioni e chiedere che l’ICE lasciasse la città. Dopo proteste incessanti, il comandante dell’ICE, Greg Bovino, è stato rimosso dall’incarico e Trump ha annunciato il ritiro della maggior parte degli agenti dell’ICE di stanza a Minneapolis, risultato indubbiamente di una mobilitazione popolare prolungata.

    Le proteste “No Kings” e quelle contro l’ICE sono la prova di una rinnovata energia ed entusiasmo politico nella sinistra, costruendo movimenti di massa in grado di vincere la battaglia per la democrazia e costruire una società pacifica, giusta ed equa. Ciò richiede di presentare una visione politica alternativa a milioni di persone attraverso una campagna presidenziale. Ed è proprio questa la straordinaria proposta di DSA, che anche per il sistema bipolare degli Stati Uniti deve sconfiggere il Partito Democratico alle primarie che non solo non è riuscito a opporsi seriamente all’amministrazione Trump, ma ha dimostrato di essere totalmente restio a presentare un programma politico che risponda alle esigenze della classe lavoratrice: si è rifiutata di tagliare i fondi e abolire l’ICE, ha continuato a finanziare il genocidio a Gaza, si è astenuta dal chiedere tasse significative sulla classe dei miliardari e ha ridimensionato le aspettative su ciò che il governo può effettivamente realizzare.

    L’indice di gradimento del Partito Democratico è crollato a livelli minimi storici, creando nuove opportunità per l’organizzazione politica indipendente. L’attuale momento politico impone la creazione di un nuovo movimento di opposizione politica radicato nella classe lavoratrice, in contrapposizione al trumpismo e all’establishment del Partito Democratico.

    Il DSA ha già iniziato a prepararsi per il 2028. Alla convention nazionale dello scorso anno, è stata approvato la risoluzione che ribadisce l’intenzione di presentare un candidato alla presidenza nelle primarie democratiche. È stato eletto un comitato di leader nazionali incaricato di gettare le basi per questo progetto, contattando le organizzazioni alleate e individuando potenziali candidati.1) Abbiamo bisogno di un candidato presidenziale di sinistra laburista Di Ashik SiddiqueMegan Romer Jacobin 5,4,2026

    Questo ambizioso obiettivo non avrà successo o fallimento in base alla forza di una singola organizzazione, ma piuttosto alla capacità della sinistra, nel suo complesso, di unirsi attorno a una visione comune per una società democratica.

    Questa straordinaria sfida che ci sarà negli Stati Uniti, affiancata a quello che sta succedendo in Francia, dove l’unica alternativa al pericolo della vittoria dei fascisti del FN è rappresentato dal leader de La France Insoumise malgrado il coinvolgimento in numerose controversie che, a priori, dovrebbero indebolirlo, soprattutto perché la sua difesa è stata a volte molto debole, in particolare di fronte alle accuse di antisemitismo. Tuttavia, l’inaspettato successo del partito di sinistra alle ultime elezioni comunali ridimensiona il reale impatto di questi attacchi, almeno tra il 10% della popolazione che costituisce la sua base elettorale, ormai praticamente incrollabile. D’altro canto, il partito ha qualche asso nella manica. Pur non avendo ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura, Jean-Luc Mélenchon è, di fatto, l’unico candidato di sinistra da molti mesi ad avere un programma politico pronto e le cui truppe sono in fase di mobilitazione. Dal 2022, La France Insoumise ha rafforzato significativamente la propria base elettorale, quadruplicando il numero dei deputati e mantenendo il controllo di importanti città come Saint-Denis, Roubaix e Le Tampon (nel 2022 non governava alcuna città con più di 20.000 abitanti). Questa maggiore presenza si traduce anche in maggiori risorse finanziarie, che le hanno permesso di dotarsi di un apparato di gran lunga superiore a quello impiegato nelle campagne precedenti. Tale apparato comprende anche una macchina di produzione intellettuale (in particolare attraverso l’Institut La Boétie, il suo think tank) che, per quanto si possa essere critici nei confronti delle idee che genera, opera a pieno regime, producendo regolarmente concetti di grande impatto, come “Nuova Francia” per affrontare la diversità culturale del Paese, o, prima ancora, “creolizzazione”. Questo rappresenta un vantaggio concreto durante le campagne presidenziali, quando la produzione politica e intellettuale del resto della sinistra è praticamente inesistente. Non corriamo quindi molti rischi nel prevedere che Jean-Luc Mélenchon prima o poi assumerà la leadership della sinistra e probabilmente presto – il che rappresenterebbe una novità rispetto al 2022, quando iniziò a guadagnare consensi solo dal 12% un mese prima delle elezioni (per raggiungere il 22%).

    La vittoria in Irlanda di Catherine Connolly, ex psicologa e avvocata, 68 anni, candidata indipendente di sinistra, schietta e con posizioni forti in politica estera, per un’edilizia popolare e di massa, con forti riduzioni del costo degli affitti. Connolly ha guidato una coalizione dichiaratamente di sinistra con un programma limpido, fondato su due pilastri: giustizia sociale e politica estera.

    Sul piano internazionale, ha condannato con chiarezza il genocidio in Palestina ed è contraria alle politiche di riarmo.

    Sul fronte interno ha proposto un’agenda radicale contro la crisi immobiliare, la precarietà e l’aumento del costo della vita: difesa dei servizi pubblici, tassazione dei grandi patrimoni, diritto alla casa. Un programma esplicitamente anti-liberista che ha riacceso speranze tra i ceti popolari. Molto forte anche il sostegno dei giovani, che l’hanno trasformata in un simbolo di autenticità e coerenza.

    Durante la campagna elettorale, alcuni video virali – lei che gioca a calcio, sorride, parla con semplicità – hanno mostrato una leader diversa, popolare nel senso migliore del termine.

    Connolly è stata sostenuta inizialmente solo dai partiti più radicali, poi anche dal Labour e dal Sinn Féin. Molto importante il suo ruolo, attratto dalla sua posizione netta a favore della riunificazione irlandese. Un consenso costruito dal basso, non col calcolo ma con coerenza e convinzione.

    Una vittoria che dice una cosa semplice: la sinistra non vince quando si traveste da centro, ma quando ha il coraggio di tornare a credere in se stessa, mettendo al centro la giustizia sociale.

    Tutto questo per mettere in evidenza che lo spazio politico per una forza alternativa alla socialdemocrazia e, quindi in Italia, al PD esiste nel mondo e sta a noi muoverci per costruire un progetto interessante anche nel nostro Paese.

    Leonardo De Angelis

    14 Maggio 2026
    Internazionale, Uncategorized
  • Diritti umani a geometria variabile: il silenzio che rende complici

    Diritti umani a geometria variabile: il silenzio che rende complici

    Di Leonardo De Angelis

    La denuncia della Freedom Flotilla Coalition contro Israele non è solo grave: è devastante. Parla di torture, di trattamenti inumani, di diritti calpestati. Parole che, in qualsiasi altro contesto, avrebbero già scatenato condanne ufficiali, richieste di chiarimenti, prese di posizione nette. Ma qui no. Qui cala il silenzio.

    Non è un silenzio neutro. È un silenzio politico. È il silenzio di chi pesa le parole in base agli equilibri geopolitici, di chi decide quando indignarsi e quando voltarsi dall’altra parte. Se le accuse venissero confermate, non saremmo di fronte a “incidenti” o “eccessi”, ma a violazioni sistematiche di norme fondamentali del diritto internazionale. Eppure, la reazione delle cancellerie occidentali resta tiepida, esitante, quando non del tutto assente.

    In questo quadro, la posizione dell’Italia è ancora più difficile da giustificare. Perché qui non si parla solo di politica estera, ma di responsabilità diretta verso i propri cittadini. Secondo la Flotilla, lo Stato italiano non ha fatto abbastanza. Non ha protetto, non ha preteso spiegazioni, non ha alzato la voce. Ha scelto la linea più comoda: quella dell’inerzia.

    Ma l’inerzia, in questi casi, non è neutralità. È complicità.

    Continuare a proclamare l’universalità dei diritti umani mentre li si applica a intermittenza significa svuotarli di senso. Significa trasformarli in uno strumento retorico, utile solo quando non disturba gli equilibri di potere. E allora la domanda diventa inevitabile: che credibilità hanno le democrazie occidentali quando parlano di diritti, se poi tacciono proprio quando quei diritti vengono messi alla prova?

    La denuncia della Flotilla non chiama in causa solo Israele. Chiama in causa tutti. E soprattutto chi, potendo parlare, sceglie di non farlo.

    Leonardo De Angelis

    3 Maggio 2026
    Uncategorized
  • MEMORIAL E VERITA’ MARIO PACIOLLA VIVE

    MEMORIAL E VERITA’ MARIO PACIOLLA VIVE

    Di Famiglia Paciolla & Associazione Giustizia Per Mario Paciolla, Antonio
    Vitiello

    La città di Napoli non è demorde, sabato 28 Marzo dalle 9:30 alle 13:30 presso il Complesso Polisportivo Universitario. Si terrà il primo trofeo di basket “Mario
    Paciolla” il primo quadrangolare in memoria al cooperante giornalista, attivista e volontario, assassinato nel 2020 in Colombia, dove operava come osservatore ONU
    tra l’accordo del Governo colombiano e FARC.

    Lo vogliono ricordare sul campo, CUS Napoli, Neapolis Basket, Quakes e Stella Rossa. Oggi Mario avrebbe compiuto 39 anni.

    1)Mario era un ragazzo profondamente passionale, innamorato della vita in tutte le sue sfumature. Aveva uno sguardo curioso sul mondo, una sete inesauribile di
    conoscenza e un’attenzione autentica verso gli altri. Era empatico nel senso più vero del termine: capace di mettersi nei panni delle persone, di ascoltare senza giudicare,
    di comprendere anche le realtà più lontane dalla sua.
    Viveva con intensità, con entusiasmo, con quella sensibilità rara che lo portava a non restare indifferente davanti alle ingiustizie. Era una persona preparata, certo, ma
    soprattutto profondamente umana: uno di quelli che non si limitano a osservare il mondo, ma sentono il bisogno di entrarci dentro, di fare la propria parte.
    Questo suo modo di essere si rifletteva anche nel suo percorso di studi. Si laureò nel 2010 in Studi delle Lingue Comparate, e nel 2014 conseguì la laurea magistrale in
    Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, entrambe con il massimo dei voti e la lode, presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
    Fin da giovane scelse di affiancare allo studio anche la scrittura e l’informazione: dal 2010 era giornalista pubblicista, perché sentiva il bisogno di raccontare, di testimoniare, di dare voce a ciò che spesso resta invisibile. E accanto a questo, coltivava una grande passione per i viaggi, non come semplice scoperta, ma come
    incontro autentico con le persone e le culture.
    Durante il suo percorso universitario visse anche un’esperienza Erasmus a Parigi, che contribuì ad aprire ulteriormente il suo sguardo.
    2)Nel gennaio 2015 intraprese un percorso con le Peace Brigades International, preparandosi per un anno a quella che sarebbe stata una delle esperienze più significative della sua vita. Nel marzo 2016 arrivò in Colombia, a Bogotá, con un contratto di due anni. Furono anni intensi, vissuti sul campo, a contatto con una realtà difficile ma anche ricca di umanità. Proprio grazie al suo impegno e alla sua dedizione venne contattato dalle Nazioni Unite. E, concluso il contratto con PBI nell’agosto 2018, fu destinato a San Vicente del Caguán, dove iniziò a lavorare nella missione di verifica degli accordi di pace: un compito delicato, fondamentale, che richiedeva
    coraggio, equilibrio e una profonda convinzione nei valori della pace e della giustizia.
    3) Nei cinque giorni che precedono la sua morte, Mario non è sereno. Lo vediamo preoccupato. Ci parla, ci scrive: si sente in pericolo. Non è una sensazione vaga. È una paura concreta, che cresce giorno dopo giorno. Siamo nel pieno della pandemia. Tornare in Italia è difficilissimo. E proprio per questo, Mario sta cercando di rientrare con un volo umanitario. Il suo rientro è già programmato: dovrebbe partire da Bogotá il 20 luglio. Ma per arrivarci, deve prima lasciare San Vicente. Vuole tornare a casa. Vuole mettersi in salvo. Per questo, il 14 luglio 2020 acquista un biglietto per partire il 15 luglio da San Vicente, per raggiungere Bogotá e poi rientrare in Italia.
    È un percorso chiaro, organizzato.
    È il gesto di chi sta andando verso la vita, non verso la morte.
    E qui c’è un dato che non possiamo ignorare.
    Tra l’acquisto di quel biglietto e l’ora presunta della sua morte passano circa due ore e mezza.
    Due ore e mezza.
    Il tempo di prepararsi a partire… non di decidere di morire.
    E invece, il 15 luglio, Mario viene trovato morto, nella sua abitazione, in una scena che presenta da subito elementi profondamente contraddittori: con i polsi tagliati e
    sospeso a delle lenzuola, con i piedi che toccano a terra.
    Eppure, ancora prima di conoscere la verità, ancora prima di un esame autoptico, la sua morte viene immediatamente classificata come suicidio.
    Poi arriva l’autopsia del professor Vittorio Fineschi, che afferma qualcosa di molto diverso: che quella morte con il corpo che ha parlato é più compatibile con un omicidio che con un suicidio.
    E mentre si dovrebbe cercare la verità, accade qualcosa di ancora più grave.
    Dopo 48 ore, con un’indagine aperta per omicidio, l’appartamento privato di Mario viene completamente ripulito con la candeggina.
    Tutto viene cancellato.

    Tutto ciò che avrebbe potuto aiutare a capire cosa è successo viene eliminato e gettato via, su iniziativa di Cristian Thompson, rappresentante alla sicurezza dell’ONU; Allora la domanda è inevitabile: com’è possibile parlare di suicidio davanti a tutto questo?

    Davanti alla paura che Mario ha vissuto e alla sua vita spezzata, non possiamo restare in silenzio.
    Non possiamo accettare che la verità venga cancellata, che la giustizia venga rimandata, che il dolore di una famiglia venga ignorato. Mario non è solo una vittima:
    è il simbolo di ciò che accade quando chi dovrebbe proteggere fallisce.
    Noi non chiediamo compassione.
    Noi chiediamo verità e giustizia.
    E continueremo a farlo finché non sarà riconosciuto quello che sappiamo: non un suicidio, ma un omicidio.
    Perché la memoria di Mario non può essere cancellata.
    Perché il silenzio sarebbe complice.
    E noi non ci fermeremo.

    Leonardo De Angelis

    26 Marzo 2026
    Ecosocialismo, Uncategorized
  • Per un NO sociale al referendum contro il governo. Il 14 marzo manifestazione nazionale a Roma

    Per un NO sociale al referendum contro il governo. Il 14 marzo manifestazione nazionale a Roma

    Di Comitato per il No Sociale

    Il referendum del 22/23 marzo sulla controriforma costituzionale sulla giustizia varata dal governo Meloni è diventato una sfida politica e democratica a tutto campo.

    A tale scopo intendiamo dare vita ad un “Comitato nazionale per il NO sociale” nella scadenza referendaria.

    Siamo quelli che hanno animato le piazze di questi mesi per la Palestina; siamo i portuali che hanno invocato e praticato il “Blocchiamo tutto” dando voce all’indignazione di milioni di persone contro il genocidio e la complicità del nostro governo; siamo i Vigili del Fuoco criminalizzati per essersi schierati per la pace; siamo le studentesse, gli studenti e gli insegnanti che hanno democratizzato le scuole e le università opponendosi alla restaurazione reazionaria, siamo le lavoratrici e i lavoratori che hanno detto “Abbassate le armi e alzate i salari”, siamo la gente dei quartieri che difende quotidianamente gli interessi popolari.

    Ci sentiamo impegnati in prima persona in un referendum che deve sbarrare la strada ad un governo autoritario, antidemocratico e antipopolare.

    Sconfiggere il governo diventa un obiettivo da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico, culturale del paese.

    Questo governo ha chiarito in più occasione di essere espressione degli interessi neocorporativi e di classe di imprenditori, affaristi, faccendieri, ceti sociali ad alto reddito.

    Per far ingoiare al resto della società le disuguaglianze sociali e l’insopportabile concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle spese militari e della logica di guerra, il controllo sui mass media e sulle possibilità di espressione politica, il governo Meloni sta instaurando lo stato di polizia e la criminalizzazione di chi manifesta per le strade non avendo a disposizione altri strumenti di espressione democratica.

    Con l’intimidazione e la paura vogliono ricacciare tutte e tutti dentro casa, in silenzio e subalterni.

    Al contrario tutte le esigenze sociali sul piano dei salari e degli interessi dei lavoratori, del diritto all’abitare, delle libertà politiche, devono poter convergere in questa battaglia referendaria, dando contenuti più completi e avanzati ad uno scontro che non riguarda più solo i rapporti di subalternità tra magistratura ed esecutivo.

    Costruiamo dunque il Comitato per il NO Sociale, avviamo una capillare campagna di informazione, denuncia, organizzazione in tutti i territori.

    Intendiamo mettere in campo i nostri tre NO in questa scadenza referendaria:

    – Il NO alle controriforme istituzionali che stanno portando praticamente alla decostituzionalizzazione della vita politica e democratica del paese, così come è un no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati;

    – Il NO alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari;

    – Il NO all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili:

    Costruiamo una grande manifestazione popolare e nazionale a Roma per sabato 14 marzo, contro il governo delle disuguaglianze sociali, della guerra e dell’autoritarismo. Per una battaglia di libertà ed emancipazione collettiva.

    Al referendum votiamo NO, mandiamo a casa il governo!

    Leonardo De Angelis

    19 Febbraio 2026
    Uncategorized
  • Solidarietà al Centro Culturale Handala Ali

    Solidarietà al Centro Culturale Handala Ali

    Di CSOA Officina 99

    Come Movimenti di Lotta Campani esprimiamo la massima solidarietà al Centro Culturale Handala Ali, vittima di distorsioni giornalistiche.

    Da mesi in Italia è in atto un tentativo di delegittimazione di quella solidarietà e complicità di massa che si è sviluppata intorno al genocidio del popolo Palestinese.

    In un contesto internazionale caratterizzato da guerre tra stati e guerre sui popoli per la ridefinizione di nuovi equilibri di potere, milioni di persone sono scese in piazza per contrastare assetti di potere inclini a perseguire obiettivi imperialistici e coloniali.

    La resistenza del popolo Palestinese, cosi come l’insieme dei movimenti internazionali che l’hanno sostenuta, non possono che essere visti da chi governa come un fattore da eliminare a tutti i costi. Arresti, misure cautelari, condanne e montature giornalistiche rientrano in un unico quadro coerente teso a bloccare ogni processo di costruzione collettiva per un futuro altro.

    In tale contesto vanno, altresì, inquadrati i provvedimenti legislativi, che hanno scandito, in questi anni, le politiche repressive del governo Meloni: dall’ennesimo Decreto Sicurezza (Legge 80/2025) al recente DDL sull’antisemitismo, categoria da sempre utilizzata per un’operazione di mistificazione e attacco al nostro antisionismo.

    Noi sappiamo esattamente cosa è il Centro Handala Ali: un’esperienza di lotta e solidarietà portata avanti da compagnǝ che mai potranno accettare l’orrore in cui vogliono relegare il popolo palestinese e che con presidi, cortei, comunicati, mostre e assemblee non ha mai fatto un passo indietro in questi anni di lotta internazionalista.

    Respingiamo al mittente le insinuazioni pseudo giornalistiche relegandole a quel che sono: veline dei servizi israeliani che si trasformano in ordini per gli apparati italiani.

    📢 Ricordiamo l’assemblea pubblica contro la repressione, al fianco della Palestina che resiste

    🗓️ Mercoledì 4 febbraio

    ⏰ Ore 18:00

    📍 Ex Asilo Filangieri

    Con il @centroculturalehandalaali fino alla liberazione della Palestina.

    Leonardo De Angelis

    3 Febbraio 2026
    Uncategorized
  • CONTRO SGOMBERI, GUERRA E REPRESSIONE – AMORE CHE RESISTE

    CONTRO SGOMBERI, GUERRA E REPRESSIONE – AMORE CHE RESISTE

    Di Redazione Karl&Rosa

    La Redazione della Casa Editrice Karl&Rosa  aderisce all’appello dei Movimenti di Lotta Campani  per il corteo regionale che si terrà a Napoli il 14 febbraio per la difesa di tutti gli spazi sociali, contro la guerra e contro il governo Meloni, unendoci alla solidarietà e invitando alla partecipazione.


    I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani, al Civico 7, al CAP 80126, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti e che colpisce a livello nazionale. Dopo gli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna, la minaccia si estende oggi a numerose occupazioni in tutta Italia. Si tratta della vendetta contro l’incontenibile Movimento che In Italia come a livello internazionale è sceso in piazza a sostegno del popolo palestinese e della sua resistenza.

    Gli spazi occupati e autogestiti sono, da decenni, luoghi di pratiche vive e necessarie: attività sociali come doposcuola, palestre popolari, mense e ambulatori autogestiti; attività culturali come concerti, cineforum, presentazioni di libri e laboratori creativi, di mutuo soccorso ed autoproduzioni; iniziative politiche contro ogni forma di oppressione di classe, genere e provenienza; al fianco di disoccupatə, lavoratori e precariə; per il reddito universale, la riduzione degli orari di lavoro e l’aumento dei salari, il diritto allo studio, l’ecologia ambientale e sociale; contro la privatizzazione dei beni comuni; per la solidarietà internazionalista e l’autodeterminazione dei popoli a a partire da quello palestinese e curdo.

    L’impegno costante in difesa dei diritti di tuttə, per condizioni di vita dignitose e contro ogni forma di sfruttamento viene invece ridotto a una questione di ordine pubblico. La criminalizzazione degli spazi sociali è anche parte di un disegno politico complessivo, orientato al mantenimento di uno stato di emergenza permanente che serve a distogliere l’attenzione dai problemi reali della popolazione: sanità, casa, scuola, lavoro, reddito, ambiente, servizi sociali.

    Il governo Meloni, mentre sostiene un’economia di guerra e contribuisce attivamente al genocidio in Palestina, approva manovre che smantellano ciò che resta dello stato sociale, allineandosi alle politiche belliche dell’Unione Europea e della NATO. Parallelamente, compie un salto di qualità nella repressione: militarizzazione delle piazze, rafforzamento dei dispositivi di sorveglianza, introduzione di strumenti normativi autoritari come il cosiddetto “Decreto Anti-Rave” del dicembre 2022, la Direttiva Piantedosi del 17 dicembre 2024 (“Zone Rosse”), l’ex DDL 1660, divenuto legge n. 80/2025, a cui si aggiunge il nuovo “Pacchetto Sicurezza” attualmente in discussione in Consiglio dei Ministri.

    Queste politiche non colpiscono solo spazi fisici, ma intere comunità
    ,
    Ma non ci faremo intimidire. Le loro minacce sono, ieri come oggi, un detonatore per rilanciare dal basso una nuova stagione di lotte: contro gli sgomberi, per l’autogestione, per il diritto alla città. L’attacco agli spazi sociali è un attacco diretto ai diritti fondamentali!

    Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a lavoratorə, disoccupatə, studentə, precariə, persone migranti, artistə, solidalə e tuttə coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre vite.

    Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta.


    Difendiamo gli spazi sociali e autogestiti!

    Per un presente senza fascismo, repressione, patriarcato e autoritarismo.

    Centro Sociale Occupato Autogestito Officina 99

    Ex OPG Je so’ Pazzo

    Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

    Ecologia Politica Napoli

    Movimento Migranti e Rifugiati Napoli

    Studenti Autorganizzati Campani

    Potere al Popolo Napoli

    La voce delle lotte

    Chiamata alle arti

    Scugnizzo Liberato

    Giardino Liberato Materdei

    Mare Libero Napoli

    ECORE

    Lido Pola – Bene Comune

    Laboratorio Insurgencia

    Mezzocannone Occupato

    Coordinamento KAOS

    Collettivo ARGO

    Fridays For Future Napoli

    Laboratorio Ecologista Autogestito ClimaX

    Stop Biocidio

    Centro Sociale Carlo Giuliani

    CAP 80126

    Spazio Occupato Banchi Nuovi

    Collettivo NaCima

    Movimento di Lotta Banchi Nuovi

    Biblioteca Ramondino Newiller

    Lavoratori manutenzione stradale Regione Campania

    Lavoratori logistica campania

    Sol Cobas

    Centro Sociale Ex Canapificio

    CSA Jan Assen

    Kortile Teatro

    USB Sanità

    Laboratorio di Mutuo Soccorso Zero81

    Collettivo Universitario Demand

    Gridas

    Civico 7 Liberato

    Federazione Campana dell’Unione Sindacale di Base

    Casa del Popolo Villa Medusa

    Movimento disoccupati 7 novembre

    Rete libere di lottare contro stato di guerra e polizia – Campania

    Sgarrupato

    Damm

    Rete SET – Napoli

    Sportello Casa Napoli

    Centro Culturale Handala Ali

    Segreteria provinciale PRC

    Santa Fede Liberata

    Ex Asilo Filangieri

    Aversa con la Palestina

    Movimento Basta Impianti

    Pompei Lab

    Associazione Culturale La Stazione

    Associazione Giuseppe Vero Palumbo

    Movimento Pienz a’ Salute

    Coordinamento Palestina Torre del Greco Area Vesuviana

    Movimento Corto Circuito

    Rete Ri-scosse Agroecologiche Campania

    Movimento Vesuvio Libero

    Associazione Mamme Vulcaniche

    Gli Amici Della Filangieri

    Rete Sottosuono Campania

    Comitato Parco San Gennaro

    ADESIONI IN AGGIORNAMENTO

    Leonardo De Angelis

    28 Gennaio 2026
    Uncategorized
  • «Va bene, non ce l’ho con te». E poi l’hanno uccisa

    «Va bene, non ce l’ho con te». E poi l’hanno uccisa

    Di Leonardo De Angelis

    «Va bene, non ce l’ho con te».
    Queste sono le ultime parole pronunciate da Renee Nicole Good prima di essere uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis. Non una minaccia. Non una provocazione. Non un gesto violento. Ma una frase di resa, di umanità, quasi di misericordia rivolta a chi, pochi istanti dopo, avrebbe deciso di spararle addosso.

    Dopo quelle parole, lo Stato americano ha premuto il grilletto.

    Renee Nicole Good aveva 37 anni. Era una madre, un’attivista comunitaria, una donna disarmata all’interno della propria auto. È stata uccisa durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione che, come troppe altre sotto l’amministrazione Trump, aveva più a che fare con l’esibizione muscolare del potere che con la sicurezza pubblica. I video e le testimonianze non mostrano una minaccia imminente. Mostrano un’escalation unilaterale, un uso letale della forza che arriva quando non è necessario, quando non è giustificabile, quando è semplicemente criminale.

    Ma se l’omicidio è l’atto, la reazione politica è il movente.

    Prima ancora che il corpo di Renee Nicole Good fosse freddo, esponenti dell’area trumpiana si sono affrettati a difendere l’assassino. Hanno parlato di legittima difesa, di agente “costretto a sparare”, di procedure rispettate. Hanno fatto quello che fanno sempre: hanno mentito per proteggere il potere. Hanno scelto da che parte stare. E non era quella della vittima.

    Questa non è una deviazione. È una linea politica coerente. Una linea che dice che la vita di alcune persone vale meno di un distintivo. Che l’autorità non va controllata, ma venerata. Che se una donna viene uccisa dallo Stato, il problema non è chi ha sparato, ma chi osa mettere in discussione lo sparo.

    La deriva ha raggiunto il suo punto più estremo quando il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato pubblicamente che gli agenti federali coinvolti in operazioni di questo tipo non dovranno temere conseguenze penali. Una promessa di immunità preventiva che equivale a una licenza di uccidere. Non un lapsus, non una provocazione, ma una linea politica: se lo Stato spara, lo Stato assolve se stesso.

    In altre parole, non solo l’omicidio di Renee Nicole Good viene giustificato a posteriori, ma viene annunciato come modello per il futuro. La violenza non è più un eccesso da coprire: è una pratica da garantire legalmente.

    La solidarietà politica verso l’agente ICE non è un errore di comunicazione. È un messaggio. Serve a dire a chi indossa un’arma e un’uniforme che può spingersi oltre, che verrà coperto, difeso, assolto preventivamente. Serve a dire alle comunità colpite che non avranno giustizia. Serve a normalizzare l’idea che lo Stato possa uccidere senza conseguenze, purché lo faccia contro i “giusti bersagli”.

    E allora diciamolo senza ipocrisie: non è solo Renee Nicole Good a essere stata uccisa. È stato ucciso il principio stesso di responsabilità democratica. È stata uccisa l’idea che il potere debba rispondere delle proprie azioni. È stata uccisa la distinzione tra forza e violenza.

    Dopo «va bene, non ce l’ho con te», non c’è stata esitazione. Non c’è stato ripensamento. Non c’è stato rispetto per una vita umana. C’è stato il fuoco. E poi, puntuale, la copertura politica.

    Chi oggi difende l’agente ICE non sta difendendo la sicurezza. Sta difendendo il diritto dello Stato di uccidere senza essere disturbato. Sta scegliendo un’America in cui la violenza istituzionale non è una patologia da curare, ma uno strumento da rivendicare.

    Minneapolis non è un incidente. È un avvertimento.
    E chi applaude, giustifica o minimizza, non è spettatore: è complice.

    Leonardo De Angelis

    11 Gennaio 2026
    Internazionale, Uncategorized
  • COMUNICATO STAMPA

    COMUNICATO STAMPA

    Di Comunità Palestinesi in Italia

    Contro la campagna di repressione e criminalizzazione.

    La solidarietà con il popolo palestinese non è terrorismo.

    Le comunità palestinesi in Italia esprimono profonda preoccupazione per quanto sta avvenendo nel Paese in relazione agli arresti recenti, che rischiano di assumere i contorni di un’azione repressiva nei confronti del movimento palestinese e della solidarietà con la Palestina.

    In questo contesto, confidiamo nel rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto, affinché siano assicurati trasparenza, imparzialità e piena tutela dei diritti di tutte le persone coinvolte.

    Le comunità palestinesi in Italia continueranno ad operare con determinazione contro l’occupazione israeliana per la difesa del diritto all’autodeterminazione, alla libertà e alla giustizia sulla base delle Risoluzioni ONU e della legalità internazionale.

    Viva la solidarietà internazionale.

    Palestina libera.

    Leonardo De Angelis

    28 Dicembre 2025
    Palestina, Uncategorized
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