Diritti umani a geometria variabile: il silenzio che rende complici

Diritti umani a geometria variabile: il silenzio che rende complici

Di Leonardo De Angelis

La denuncia della Freedom Flotilla Coalition contro Israele non è solo grave: è devastante. Parla di torture, di trattamenti inumani, di diritti calpestati. Parole che, in qualsiasi altro contesto, avrebbero già scatenato condanne ufficiali, richieste di chiarimenti, prese di posizione nette. Ma qui no. Qui cala il silenzio.

Non è un silenzio neutro. È un silenzio politico. È il silenzio di chi pesa le parole in base agli equilibri geopolitici, di chi decide quando indignarsi e quando voltarsi dall’altra parte. Se le accuse venissero confermate, non saremmo di fronte a “incidenti” o “eccessi”, ma a violazioni sistematiche di norme fondamentali del diritto internazionale. Eppure, la reazione delle cancellerie occidentali resta tiepida, esitante, quando non del tutto assente.

In questo quadro, la posizione dell’Italia è ancora più difficile da giustificare. Perché qui non si parla solo di politica estera, ma di responsabilità diretta verso i propri cittadini. Secondo la Flotilla, lo Stato italiano non ha fatto abbastanza. Non ha protetto, non ha preteso spiegazioni, non ha alzato la voce. Ha scelto la linea più comoda: quella dell’inerzia.

Ma l’inerzia, in questi casi, non è neutralità. È complicità.

Continuare a proclamare l’universalità dei diritti umani mentre li si applica a intermittenza significa svuotarli di senso. Significa trasformarli in uno strumento retorico, utile solo quando non disturba gli equilibri di potere. E allora la domanda diventa inevitabile: che credibilità hanno le democrazie occidentali quando parlano di diritti, se poi tacciono proprio quando quei diritti vengono messi alla prova?

La denuncia della Flotilla non chiama in causa solo Israele. Chiama in causa tutti. E soprattutto chi, potendo parlare, sceglie di non farlo.