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  • 35.000 morti per il caldo in Europa, torniamo in piazza il 16/10

    35.000 morti per il caldo in Europa, torniamo in piazza il 16/10

    Di Fridays For Future

    Dopo un’estate di inferno, torna in piazza Fridays For Future con uno sciopero per il clima il 16 ottobre.

    ______________

    Non ci sono più dubbi ormai: il clima intorno a noi è già cambiato radicalmente e continuerà a farlo. Ma la scienza ci dice chiaramente che abbiamo ancora una possibilità per evitare che il cambiamento climatico esca dal nostro controllo e diventi irreversibile, spetta a noi invertire la rotta adesso.

    Sono passati 7 anni dai primi cortei del movimento Fridays For Future, ma da allora i progressi fatti sono stati largamente insufficienti e anche se mantenessimo gli impegni presi, i governi del mondo non sarebbero comunque in grado di tenere la temperatura globale sotto la soglia necessaria per evitare la catastrofe. Le emissioni hanno continuato ad aumentare e oggi abbiamo bisogno di una nuova stagione di cooperazione mondiale, per evitare il peggio.

    La crisi climatica oggi miete vittime, lo fa in tutto il mondo e ci mette di fronte a situazioni che non siamo preparati ad affrontare. Dal caldo torrido agli incendi, dalle alluvioni ai tornadoes inaspettati: i nostri territori non sono pronti e i soldi vengono spesi per altro, come produrre armi che non solo uccidono innocenti ma peggiorano anche la crisi climatica.

    C’è anche un altro dato: se 7 anni fa avevamo poco tempo per prendere decisioni cruciali, oggi ne abbiamo pochissimo e la posta in gioco è la più alta possibile.

    Per questo Fridays For Future torna in piazza: “Abbiamo imparato che solo una massa critica e determinata può creare un cambiamento concreto, diffuso e dal basso e al contempo costringere chi ci governa ad assumersi le sue responsabilità. Questo autunno abbiamo intenzione di portare il caldo torrido di quest’estate al centro dell’agenda politica” afferma Emanuele, attivista.

    L’estate del 2026 è stata la più calda di sempre secondo i climatologi e la nostra area Mediterranea si scalda ad un tasso quasi doppio rispetto alla media planetaria. Una combinazione letale che ci ha portato ad ondate di calore devastanti per tre mesi, oggi seguite da tempeste e grandinate sulle nostre città. Sono almeno 35mila le morti in eccesso dovute al caldo quest’estate.

    “Le soluzioni a tutto questo ci sono, oggi le rinnovabili possono essere parte della soluzione se legate ai bisogni dei territori. Noi torniamo in piazza perché dal 2018, quando abbiamo iniziato a manifestare, al 2021 il numero di paesi con impegni di riduzione delle emissioni allo zero netto è quadruplicato” afferma Sara di Fridays.

    Sarà una manifestazione diffusa in tutte le principali città italiane, in molti territori si programmano cortei studenteschi, ma si dialoga anche con il mondo del lavoro: già indetto per il 16 ottobre uno sciopero del comparto scuola da Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente.

    Carlo, attivista, aggiunge: “Sappiamo che non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale: le manifestazioni per la Palestina dello scorso autunno ci hanno dimostrato che in Italia siamo pronti ad alzare la voce contro le ingiustizie, unendoci tutti nella stessa battaglia”.

    Leonardo De Angelis

    20 Settembre 2026
    Ecosocialismo
  • “Bella Ciao non è mai stata così bella”: la solidarietà di Ken Loach a Spin Time

    “Bella Ciao non è mai stata così bella”: la solidarietà di Ken Loach a Spin Time

    Di Marta Nicoletti

    Il regista si rivolge alla comunità: “Spero che possiate tornare a riunirvi” ricordando l’incontro avuto nel 2023

    “Bella Ciao non mi è mai sembrata così bella”. È uno dei ricordi che il regista inglese Ken Loach affida alla lettera inviata a Spin Time per esprimere solidarietà e vicinanza.

    “Mi è dispiaciuto moltissimo apprendere dell’incendio allo Spin Time, del successivo sgombero e delle terribili conseguenze che ha comportato: vivere per strada deve essere davvero difficile per tutti voi, soprattutto per i più piccoli”, scrive Loach, ricordando l’incontro avuto con la comunità insieme alla moglie Lesley Ashton.

    Non è la prima volta infatti che il regista inglese si rivolge a Spin Time. Collettiva aveva raccontato la sua visita nel palazzo romano nel 2023, durante il tour di presentazione del suo film The Old Oak. Loach aveva scelto di portare spontaneamente la propria vicinanza agli abitanti minacciati dallo sgombero.

    In quell’occasione aveva attraversato alcuni dei temi che da sempre caratterizzano il suo cinema e il suo impegno politico: dal lavoro povero all’emergenza abitativa, dalle guerre alla crisi climatica, dalla criminalizzazione della povertà alle politiche migratorie europee, fino all’attacco al diritto di sciopero. E proprio da Spin Time aveva lanciato un messaggio di mobilitazione e speranza: “Continuate a portar avanti la lotta, assicuratevi che la vostra generazione riesca ad avere successo dove la mia ha fallito”.

    Il regista ricorda quelle ore trascorse insieme, le idee condivise, Bella Ciao cantata insieme e aggiunge di aver potuto constatare che quella di Spin Time è una comunità “creativa e animata da uno spirito generoso, fondata sui principi della condivisione e della compassione”.

    Da qui l’auspicio per il futuro: “Spero che si trovi quanto prima una soluzione che vi garantisca sicurezza e che la comunità possa riunirsi di nuovo per ricreare quel clima di sostegno reciproco, amicizia e gioia a cui mia moglie Lesley e io abbiamo avuto il piacere di partecipare per alcune ore”.

    Articolo pubblicato sul sito: https://www.collettiva.it/

    Leonardo De Angelis

    11 Agosto 2026
    Ecosocialismo
  • Trionfi la giustizia proletaria!

    Trionfi la giustizia proletaria!

    Di Leonardo De Angelis

    Quante volte abbiamo gridato queste parole, a squarciagola, a pugno chiuso, insieme a migliaia di persone, durante i concerti di Francesco Guccini. Ogni volta il tempo sembrava fermarsi. Non era più soltanto il finale de La locomotiva: diventava una dichiarazione collettiva, un sogno condiviso, un atto di fede nella possibilità di un mondo migliore.

    Oggi quel grido mi risuona dentro con un’intensità diversa.

    La morte di Francesco Guccini mi ha colpito come raramente mi è accaduto per la scomparsa di un personaggio pubblico. Non l’ho mai conosciuto personalmente, non ci siamo mai stretti la mano, eppure ho la sensazione di aver perso un fratello maggiore. Uno di quelli che ti accompagnano senza saperlo, che ti aiutano a crescere, a dubitare, a scegliere da che parte stare.

    Per molti Guccini è stato il più grande cantautore italiano. Per altri un poeta, uno scrittore, un narratore del nostro Paese. Per me è stato soprattutto un maestro inconsapevole.

    Le sue canzoni non erano semplicemente canzoni. Erano libri da ascoltare. Erano lezioni di storia, di filosofia, di politica, di umanità. Non offrivano slogan, ma strumenti per capire. Non chiedevano obbedienza, ma spirito critico.

    Ricordo ancora il terremoto interiore provocato da L’Avvelenata. Quella rabbia contro il conformismo, contro l’ipocrisia, contro chi pretende di mettere il pensiero dentro una gabbia. E poi La locomotiva, il racconto epico di un uomo che sceglie di ribellarsi all’ingiustizia pur sapendo di andare incontro alla sconfitta. Non era soltanto la storia di un anarchico dell’Ottocento. Era il racconto di tutti coloro che rifiutano di piegarsi.

    Quelle parole hanno lasciato un segno profondo nella mia formazione. Hanno contribuito a costruire il mio modo di leggere la storia e la società, alimentando quella tensione verso la giustizia sociale che mi avrebbe portato ad avvicinarmi al pensiero di Marx, di Rosa Luxemburg, di Che Guevara e del movimento operaio. Sarebbe ingenuo attribuire tutto a Guccini. Ma sarebbe altrettanto falso negare quanto le sue canzoni abbiano inciso sul mio modo di diventare uomo e militante.

    E quel patrimonio di parole e di musica non è rimasto confinato alla mia generazione.

    Francesco Guccini è stato una presenza costante anche nella mia famiglia. La sua musica ha accompagnato la mia storia con Alice, mia moglie e mamma di Chiara. Insieme abbiamo partecipato a moltissimi suoi concerti, confondendo le nostre voci con quelle di migliaia di persone quando arrivava il momento di gridare, all’unisono, “Trionfi la giustizia proletaria!”.

    In casa nostra i suoi dischi hanno fatto da colonna sonora ai viaggi, alle serate, ai momenti di riflessione. Così, quasi senza accorgersene, anche Chiara è cresciuta ascoltando La locomotiva, L’Avvelenata, Il vecchio e il bambino, Eskimo e tanti altri suoi capolavori. Quelle canzoni che avevano contribuito a formare me sono entrate con naturalezza anche nella sua vita, fino a farne una sincera appassionata.

    È stata proprio lei, questa mattina, a darci la notizia della sua scomparsa. Il suo messaggio è comparso nel nostro gruppo WhatsApp di famiglia, quello dove ci siamo noi tre. C’erano poche parole e una lunga fila di emoticon in lacrime. Prima ancora di leggere il testo avevo già capito.

    Per qualche istante, in quella chat, è calato un silenzio insolito. Ognuno di noi elaborava la stessa notizia, lo stesso dolore, consapevole che se n’era andato qualcuno che, senza averci mai conosciuti, aveva fatto parte della nostra vita familiare per decenni.

    È forse questo il segno più autentico della grandezza di Francesco Guccini: essere riuscito ad attraversare le generazioni e perfino le storie di una famiglia. Ha accompagnato la giovinezza mia e di Alice, ha continuato a parlare a nostra figlia Chiara e, in modo diverso, continuerà a farlo ogni volta che una sua canzone tornerà a suonare in casa nostra.

    Con il passare degli anni ho capito una cosa: le canzoni più grandi non finiscono quando si spegne il giradischi. Continuano a vivere dentro chi le ha ascoltate.

    Forse è per questo che, ancora oggi, Guccini entra nelle mie giornate.

    Da un anno collaboro come insegnante volontario nella scuola di italiano per stranieri “Casa Africa”. Mi capita spesso di utilizzare le parole de Il vecchio e il bambino durante le lezioni. Gli studenti, provenienti da Paesi e culture diverse, scoprono la lingua italiana anche attraverso quei versi semplici e profondi. Imparano il significato delle parole, ma insieme scoprono la forza della poesia, il dolore della guerra, il rapporto tra l’uomo e la natura, la speranza affidata allo sguardo di un bambino.

    Ogni volta che leggiamo insieme quella canzone mi accorgo che Guccini continua a fare quello che ha sempre fatto: insegnare. Non soltanto l’italiano, ma un modo di guardare il mondo. In quel momento il ragazzo che, cinquant’anni fa, ascoltava incantato i suoi dischi incontra l’uomo che oggi cerca di trasmettere ad altri non solo una lingua, ma anche il valore della cultura come strumento di emancipazione.

    Ed è forse questo il lascito più grande di Francesco Guccini.

    Le sue canzoni non mi hanno semplicemente emozionato. Mi hanno cambiato. Hanno contribuito a orientare le mie scelte, il mio impegno politico, il mio lavoro editoriale, il mio volontariato. Hanno lasciato un’impronta che continua ancora oggi, ogni volta che pubblico un libro, ogni volta che discuto di storia, ogni volta che entro in un’aula con studenti arrivati da ogni parte del mondo.

    Le idee, quando sono autentiche, camminano sulle gambe delle persone.

    Le canzoni di Guccini hanno camminato anche sulle mie. E, con mia grande gioia, hanno continuato il loro cammino anche sulle gambe di mia figlia. È forse questa la vittoria più bella di un artista: quando le sue parole smettono di appartenere a una generazione e diventano patrimonio di quelle che seguono.

    Per questo oggi non piango soltanto un artista straordinario.

    Piango una parte della mia vita.

    Ma insieme al dolore sento una responsabilità. Continuare a far vivere quelle parole. Continuare a credere che la cultura possa rendere gli uomini più liberi. Continuare a insegnare, a scrivere, a lottare, con la stessa ostinazione con cui, per decenni, abbiamo cantato insieme:

    “Trionfi la giustizia proletaria.”

    Ciao Francesco. Non ti ho mai incontrato. Ma grazie per avermi insegnato, con le tue canzoni, che la cultura può essere un atto di ribellione e che la poesia può cambiare la vita delle persone. La mia, certamente, l’ha cambiata!

    Leonardo De Angelis

    6 Agosto 2026
    Ecosocialismo
  • Ondate di calore: rabbia e tristezza. E speranza, nonostante tutto.

    Ondate di calore: rabbia e tristezza. E speranza, nonostante tutto.

    Di Christine Poupin e Daniel Tanuro

    In meno di due mesi, l’Europa è stata colpita da tre ondate di calore eccezionali, dovute alla loro precocità, intensità, durata ed estensione geografica. 

    Gli impatti sulla salute sono numerosi e drammatici: problemi respiratori dovuti in particolare alla formazione di ozono (a causa delle emissioni di ossido di azoto dai motori a combustione interna – a giugno il livello di pericolo per l’ozono è stato superato per 300 milioni dei 450 milioni di europei); incidenti cardiovascolari; malattie infettive; insufficienza renale acuta; e inquinamento atmosferico da fumo di incendi boschivi. Queste conseguenze aggravano ulteriormente le disuguaglianze sociali legate all’alloggio, ai trasporti, all’occupazione e al reddito. I decessi in eccesso si contano a migliaia. Le regioni più povere, dove le opportunità di proteggersi dal caldo e dall’inquinamento sono più limitate, registrano tassi di mortalità in eccesso prossimi all’80%, simili a quelli osservati durante la pandemia di COVID-19.

    Non sono solo gli esseri umani a soffrire e morire. Anche gli animali da allevamento stanno pagando un prezzo altissimo, in particolare i bovini (fisiologicamente inadatti a tali temperature) e il pollame. Si registrano decine di migliaia di morti negli impianti di lavorazione della carne. Al di là dello shock etico causato da questa moria di massa, essa si inserisce nel più ampio contesto delle gravi conseguenze dell’ondata di calore sulla produzione agricola e sulla sovranità alimentare. Ciò ha ripercussioni a cascata sui prezzi al consumo (già in aumento a causa della guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran). Anche in questo caso, la classe lavoratrice è la più colpita.

    Gli impatti sugli ambienti terrestri e acquatici non sono meno drammatici. Caldo estremo, siccità gravi e incendi stanno causando la morte di massa di uccelli, insetti, pesci, anfibi, mammiferi e altro ancora. Il danno agli ecosistemi terrestri (foreste, siepi e zone umide in particolare) è il più visibile, ma anche la trasformazione accelerata degli ambienti marini è allarmante. In generale, un nuovo colpo è stato inferto alla biodiversità, già gravemente indebolita dall’agroindustria, dalla pesca industriale e dal settore turistico. In una sorta di effetto boomerang, questi settori stanno ora subendo una reazione negativa che avrà indubbiamente ripercussioni economiche a livello globale.

    Queste ondate di calore fanno parte di una tendenza più ampia di eventi meteorologici estremi che si verificano in tutto il mondo. Per citare solo gli esempi più recenti: in India, le temperature hanno raggiunto i 45°C a maggio; in Cina, tifoni particolarmente violenti hanno causato gravi inondazioni nel Guangxi, mentre un’ondata di calore ha attanagliato lo Xinyang; e la penisola antartica, nel pieno del suo inverno australe, ha registrato temperature di 5°C superiori alla media, oltre 20°C al di sopra delle medie stagionali. 

    Gli esperti sono inequivocabili: la maggior parte di questi eventi non si sarebbe potuta verificare senza il riscaldamento globale. Sappiamo che ciò è dovuto principalmente all’accumulo nell’atmosfera delle enormi quantità di CO2 emesse dalla combustione di combustibili fossili. Il meccanismo è ben compreso: a causa della crescente concentrazione di CO2 e di altri gas serra, il sistema terrestre sta subendo un crescente squilibrio energetico, che genera “aggiustamenti” sempre più violenti. E questo è solo l’inizio. Gli oceani assorbono la stragrande maggioranza di questa energia in eccesso (90%). Il fatto che stiano attualmente vivendo il primo semestre dell’anno più caldo mai registrato garantisce catastrofi future ancora più violente. Nel breve termine, gli effetti saranno amplificati dall’arrivo di El Niño (un fenomeno naturale la cui intensità record è probabilmente legata al riscaldamento delle masse d’acqua oceaniche). 

    La conclusione è innegabile:  il riscaldamento globale sta precipitando la Terra in una catastrofe irreversibile su scala umana. Una catastrofe che colpisce in modo sproporzionato i poveri nei paesi in via di sviluppo e la classe lavoratrice nei cosiddetti paesi “ricchi”. Questo è il messaggio principale dell’ondata di calore. 

    Questa situazione era prevedibile, persino prevista, in particolare dai successivi rapporti dell’IPCC. Anche la risposta è ben nota: dobbiamo assolutamente iniziare a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra immediatamente ed eliminare gradualmente i combustibili fossili il più rapidamente possibile. Ma dopo le grandi dichiarazioni dell’Accordo di Parigi del 2015 (“mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, perseguendo al contempo gli sforzi per limitarlo a 1,5°C”),  si è continuato come se nulla fosse  . Vale la pena ricordare che l’accordo non menzionava nemmeno i combustibili fossili. Le sue promesse di stabilizzazione climatica si basavano al 95% su scenari che includevano l’impiego massiccio di cattura e stoccaggio del carbonio, compensazione delle emissioni, geoingegneria, “carbone pulito” e “energia nucleare decarbonizzata”. I fautori di false soluzioni tecnologiche avevano un solo obiettivo: far credere alla gente che il clima potesse essere stabilizzato in modi diversi dal lasciare i combustibili fossili nel sottosuolo. Possiamo vederne il risultato…

    Un sistema energetico efficiente, basato al 100% sulle energie rinnovabili, può soddisfare i reali bisogni umani, determinati democraticamente e collettivamente, nel rispetto dei limiti ecologici. Ma la sua implementazione richiede la riduzione del consumo finale di energia, eliminando la produzione e i trasporti superflui. Eppure, è proprio questo che il Capitale vuole evitare a tutti i costi. Democrazia, solidarietà, soddisfacimento dei bisogni reali e rispetto dei limiti ecologici sono più che mai incompatibili con la sua logica di mercato basata sulla competizione per il profitto. Produttivista per sua natura, storicamente radicato nei combustibili fossili, il sistema deve produrre sempre di più investendo in macchinari e sfruttare sempre di più il lavoro e la Terra per contrastare la tendenza al ribasso del tasso di profitto. Pertanto, non si può parlare di “transizione energetica”. A più di trent’anni dal Vertice della Terra (Rio 1992), la quota di combustibili fossili nel mix energetico globale si aggira ancora intorno all’80%, e le emissioni annuali continuano ad aumentare. L’assurda logica di un automa fuori controllo sta conducendo l’umanità verso l’abisso.

    Ecco il secondo messaggio dell’ondata di calore: fin dalla Rivoluzione Industriale, il Capitale è un combustibile fossile, tale rimane e intende continuare ad esserlo, a qualunque costo umano ed ecologico. 

    Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un diffuso arretramento delle politiche ambientali in generale, e delle politiche climatiche in particolare (la “reazione verde”). La COP 28 (2022) ha adottato, senza troppa convinzione, l’obiettivo di una “transizione verso fonti energetiche non fossili”. Bla bla bla. Gli investimenti in petrolio, carbone e gas naturale continuano come se nulla fosse. Le 65 maggiori banche li hanno addirittura aumentati nel 2024 e nel 2025.

    La reazione negativa è brutale negli Stati Uniti, ovviamente, e non solo dall’era Trump II, anche se lui rappresenta l’apice del negazionismo e dell’oscurantismo più sfacciati. Ma la ritirata non si limita a quel paese, ed è iniziata prima del gennaio 2024. Nel suo rapporto del 2022, il Gruppo di lavoro III dell’IPCC ha indicato le riduzioni nell’uso di carbone, petrolio e gas naturale che devono essere raggiunte entro il 2050 per avere una probabilità del 50% di rimanere al di sotto di 1,5 °C (o di non superare significativamente tale soglia): rispettivamente il 95%, il 60% e il 45%, rispetto al 2019. I rappresentanti del governo hanno omesso queste cifre chiave dal “Sommario per i decisori politici” pubblicato nel 2023, sostituendole con una formula vaga che equipara le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio alle energie rinnovabili. In Russia, Putin ha firmato un decreto nel 2025 che prevede un aumento delle emissioni di un quinto entro il 2035. Non sorprende che le monarchie petrolifere stiano investendo massicciamente. 

    Nemmeno i cosiddetti “paladini del clima” sono immuni a questa regressione. La Cina sta delocalizzando la produzione “inquinante” nell’Asia meridionale, bruciando carbone per compensare le restrizioni sulle importazioni di petrolio e gas e manipolando il suo indicatore di decarbonizzazione per mascherare il fatto che la promessa di raggiungere il picco delle emissioni entro la fine del 2025 non viene mantenuta. La Commissione europea, d’accordo con i governi e sotto pressione dell’industria, sta smantellando le misure di regolamentazione delle emissioni, a dir poco inadeguate, del proprio “piano verde”. Il divieto di vendita di veicoli con motore a combustione interna oltre il 2035, le misure contro le importazioni di GNL da paesi che non affrontano il problema delle perdite di metano, la fine delle quote di emissione gratuite per le grandi aziende nel sistema ETS e la creazione di un’area protetta nell’Artico: tutto viene sottoposto a un processo di “semplificazione” onnicomprensivo. Nel bel mezzo di un’ondata di calore, la Commissione ha addirittura dichiarato “sostenibile” la produzione di jet privati.

    Di fronte alla crisi economica, tutte le potenze, grandi e medie, sono in competizione per sviluppare l’intelligenza artificiale, i cui centri dati rappresentano vere e proprie bombe a orologeria climatiche. Tutte si adoperano per favorire l’agribusiness a scapito della piccola agricoltura, delle comunità rurali, delle popolazioni indigene e degli ecosistemi. Tutte, inoltre, stanno accelerando la corsa agli armamenti. Eppure, anche le guerre, in cui i combustibili fossili giocano un ruolo fondamentale, hanno un impatto climatico ed ecocida significativo. Le emissioni complessive dell’industria bellica e delle operazioni militari (non soggette a obblighi di rendicontazione!) sono stimate al 5,5% delle emissioni globali (più di quelle dell’aviazione civile e del trasporto marittimo messi insieme).

    Il culmine dell’ignominia: mentre i paesi capitalisti sviluppati si assumono la responsabilità primaria della catastrofe; mentre centinaia di milioni di esseri umani in Asia, Africa e America Latina sopportano già dai cinquanta ai cento giorni all’anno di temperature letali, la maggior parte dei governi delle grandi e medie potenze si contendono il primato nelle spregevoli misure di tracciamento, arresto, criminalizzazione, incarcerazione e deportazione dei migranti. Né i bambini né le donne incinte sono risparmiati.

    Questo tipo di tattica, basata sulla ricerca di un capro espiatorio, mira chiaramente a distogliere l’attenzione dal fallimento delle politiche climatiche capitaliste: secondo l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), la probabilità di rimanere al di sotto di 1,5°C di riscaldamento entro il XXI secolo – un obbligo legale sancito dalla Corte internazionale di giustizia! – varia tra lo 0% (senza alcun cambiamento di politica) e il 21% (se tutti gli Stati mantenessero le loro promesse di “emissioni nette zero”… che stanno allegramente abbandonando). La probabilità di rimanere al di sotto dei 2°C non è certo più rassicurante. Con le politiche attuali, raggiungeremo i 3°C entro la fine del secolo.

    Queste decisioni governative sono deliberate e ponderate. Non sono semplicemente irresponsabili, ma costituiscono un crimine climatico (si veda l’articolo d’opinione collettivo su  Le Monde  , 6 luglio 2026). Questo è il crimine di capitalisti senza scrupoli che ignorano apertamente le sentenze dei tribunali, in particolare quelle della Corte Internazionale di Giustizia. È un crimine sancito dallo Stato, basato sulla classe sociale, razzista e sessista. È un crimine sempre più incline ad allinearsi con l’estrema destra (perché la storia ci ha insegnato che per gli omicidi di massa, niente batte i fascisti). È un crimine di nichilismo assoluto, assurdo e pronto a sacrificare la civiltà umana e le ricchezze della natura sull’altare dell’avidità più abietta. Questi super-ricchi ignoranti si considerano una specie superiore e immaginano che, diventati immortali, possano continuare la loro opera mortale su Marte. Il sottobosco dei bassifondi si ritrova nella finanza, ai massimi livelli della società borghese, come aveva previsto Marx.

    Questo è il terzo messaggio dell’ondata di calore: voltando le spalle alla democrazia borghese e ai suoi “valori”, la destra screditata si allea con l’estrema destra per intensificare politiche neoliberiste distruttive e bellicose, al servizio dell’arroganza dei combustibili fossili, della finanza, dell’agroindustria e del lusso osceno dei ricchissimi, a spese delle classi lavoratrici.

    Nel medio e lungo termine, non si potrà tornare indietro. Ciò che è perduto è perduto. Le specie estinte non ricompariranno. I ghiacciai spezzati non si ricostituiranno. Gli oceani non torneranno ai livelli di un secolo fa (l’innalzamento annuale del livello del mare è più del doppio di quello osservato tra il 1956 e il 1975!). L’Olocene, quest’era geologica che ha permesso l’ascesa della civiltà umana, è finito. 

    In che guaio ci stiamo cacciando? Secondo un recente studio, lo “scenario ottimistico” di un “Antropocene gestibile” – con un riscaldamento inferiore a 2°C entro il 2100 e un ritorno entro il 2200 a temperature leggermente superiori (1°C) a quelle dell’Olocene – è appeso a un filo. In realtà, le politiche capitalistiche ci stanno conducendo su una strada diversa: il “pericoloso Antropocene”: +3°C entro il 2100, +3,5°C entro il 2200. Le catastrofi odierne (a +1,4°C) dimostrano che questo pericolo va preso molto seriamente. Ma potrebbe essere anche peggio. Pochi eventi imprevisti (un improvviso calo dell’assorbimento di CO2 da parte delle foreste, ad esempio) potrebbero essere sufficienti a far precipitare il pianeta verso un aumento di temperatura di oltre 4°C entro il 2100, senza che alcun intervento umano possa fermarlo. “Un Antropocene ingestibile”, secondo gli autori.

    L’ansia che studi di questo tipo possono suscitare è comprensibile. Tuttavia, è necessario contrastarla sottolineando che queste proiezioni si basano sugli scenari dell’IPCC, i quali incorporano tutti il dogma della crescita continua del consumo di energia primaria, della produzione di materiali e dei trasporti. In altre parole, confermano che preservare le condizioni per la vita sulla Terra è fondamentalmente incompatibile con la continuazione dell’accumulazione capitalistica. (Il cosiddetto scenario “ottimistico” sfugge solo parzialmente a questa incompatibilità, presupponendo la massiccia diffusione di tecnologie derivate da quelle che si credevano gli apprendisti stregoni e il sequestro di beni). Ma se si eliminasse il vincolo dell’accumulazione capitalistica che genera crescenti disuguaglianze; se si accettasse la prospettiva di un’economia basata sulla soddisfazione dei bisogni umani reali; se si accettasse la priorità di “prendersi cura” delle persone e della natura; se si accettasse l’idea di eliminare la produzione e i trasporti superflui e dannosi, garantendo al contempo lavoro e reddito per tutti… In tal caso, tutto cambierebbe completamente; si vedrebbe la luce in fondo al tunnel. Non basta certo dirlo! Ma bisogna dirlo perché, senza questa verità, non c’è speranza.

    Questo è il quarto messaggio dell’ondata di calore: niente sarebbe peggio che arrendersi. C’è ancora tempo per agire. Chi lotta può perdere, ma in ogni fase del disastro, la resistenza, la solidarietà e l’aiuto reciproco fanno la differenza.

    Riconosciamo che la catastrofe è in atto e che la situazione è cambiata e peggiorata. Dobbiamo ora combinare adattamento e mitigazione, ovvero una protezione immediata contro gli effetti dannosi del cambiamento climatico e una lotta contro le sue cause, principalmente la combustione di combustibili fossili, ma anche la deforestazione e l’agribusiness. Tuttavia, le possibilità di adattamento sono limitate. Per le barriere coralline, queste possibilità sono già state superate. Non c’è certamente alcuna possibilità di adattarsi a un aumento di 3°C. La verità è che, già ora, ogni decimo di grado di riscaldamento riduce le possibilità di adattamento, sia per la società che per gli ecosistemi. 

    A differenza dell’”adattamento” promosso dai capitalisti come mezzo per evitare la riduzione delle emissioni (in realtà, un disadattamento, come afferma l’IPCC), noi vogliamo imporre entrambi, simultaneamente. Ciò implica un adattamento pubblico, democratico, sociale e femminista che anticipi ciò che sappiamo con quasi certezza sui futuri sviluppi climatici… Un adattamento che si allinei con gli imperativi della riduzione, non con false soluzioni individuali ad alta intensità energetica. Solo una mobilitazione massiccia e determinata può imporre questa duplice urgenza.

    Costruire un movimento di massa internazionalista per la giustizia sociale e climatica.

    Un movimento in sintonia con le immediate richieste popolari di coloro che stanno subendo le conseguenze sociali, umanitarie e sanitarie della corsa sfrenata verso il produttivismo.

    Un movimento che non capitola di fronte ai criminali climatici della finanza, dell’energia e dell’agroindustria e ne esige il disarmo, come condizione per lo sviluppo di una politica globale orientata verso un’altra società, buona, veramente umana, ecosocialista.

    Un movimento che permette la mobilitazione per obiettivi concreti e immediati, puntando principalmente sui consumi dei super ricchi (jet privati, superyacht, quote di viaggio aereo, ecc.); amplificando e combinando le diverse mobilitazioni contro progetti inutili e distruttivi (infrastrutture stradali, mega-commerci, trasporti, impianti sportivi, ecc.); e promuovendo rivendicazioni ecologiche e sociali come il trasporto pubblico gratuito e l’agroecologia.

    Questo movimento è anche in grado, perché ci saranno altre ondate di calore, di promuovere un piano di emergenza, elaborato con coloro che sono più direttamente colpiti, per proteggere i più vulnerabili: anziani, bambini, donne incinte, persone con malattie croniche…: un piano di isolamento degli edifici a partire da scuole, ospedali ed edifici pubblici…; inverdimento delle aree urbane per contrastare le isole di calore urbane; apertura e adeguamento degli orari di apertura dei luoghi dove è possibile trovare refrigerio: biblioteche, giardini e parchi, piscine…; trasporto pubblico gratuito e adattato per ridurre il traffico automobilistico e diminuire l’inquinamento atmosferico da particolato, ozono e NOx… 

    Le nuove alleanze sono essenziali e possibili.

    Le mobilitazioni eco-sociali sono già in atto. Giovani e agricoltori sono già fortemente coinvolti. Con le ondate di calore, i primi hanno terminato l’anno scolastico nelle loro scuole, trasformate in forni roventi, e, quel che è peggio, affermano di stare “forse vivendo l’estate più fredda della loro vita”. Quanto agli agricoltori, vedono non solo i loro mezzi di produzione, ma anche il loro sostentamento e il loro stile di vita soffrire e scomparire.

    Le donne costituiscono la maggioranza e spesso la forza trainante di queste mobilitazioni. Le ondate di calore le pongono ancora più saldamente in prima linea, costringendole ad affrontare il deterioramento delle condizioni di vita e di salute. Inoltre, sebbene le ondate di calore non creino la violenza patriarcale, creano le condizioni che esacerbano situazioni già violente. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, con un riscaldamento di 2°C, entro il 2090 40 milioni di donne e ragazze in più rischiano di subire violenza domestica ogni anno. Non può esserci femminismo senza la lotta per il clima, e non può esserci lotta per il clima senza femminismo!

    Le ripetute ondate di calore creano le condizioni per nuove convergenze.

    In passato, il movimento ambientalista ha faticato a instaurare un vero legame con il movimento operaio.

    Oggi, le questioni relative al lavoro, alle condizioni lavorative e alla salute sul lavoro sono oggettivamente centrali: le già ardue condizioni del lavoro all’aperto (edilizia, lavori pubblici, agricoltura, ecc.) stanno diventando davvero insopportabili, pericolose e persino mortali; i luoghi di lavoro sono inadatti alle temperature estreme; le condizioni di pendolarismo si stanno deteriorando… I sindacati hanno un ruolo cruciale da svolgere nel promuovere collettivamente, assertivamente e mobilitando la questione delle condizioni di lavoro, incoraggiando l’auto-organizzazione dei gruppi di lavoratori per sviluppare soluzioni adeguate e farle rispettare: il diritto di rifiutare il lavoro non sicuro, la riduzione dell’orario, il divieto di lavorare dopo le 14:00 (mezzogiorno solare), le pause di 10 minuti, il telelavoro, la garanzia del salario, ecc.

    Inoltre, il movimento sindacale ha un ruolo decisivo da svolgere nel collegare la salute sul lavoro alla salute in generale e nel far sì che la sua attuazione diventi una priorità a seconda dei settori di attività. 

    Nei settori industriali, la natura cruda e concreta della crisi attuale apre la strada a una messa in discussione non solo delle condizioni di lavoro, ma anche dell’utilità sociale delle attività e della produzione alla luce dei loro effetti sulla salute, sull’ambiente e… sul clima. Offre l’opportunità di rompere il consenso produttivista che troppo spesso lega ancora i sindacati alla difesa di una produzione ecocida in nome della tutela dei posti di lavoro.

    Nell’ambito delle attività di servizio, l’obiettivo sarà quello di stabilire un nesso tra il deterioramento delle condizioni di lavoro e il deterioramento delle condizioni di accoglienza per gli utenti: studenti nelle scuole, utenti dei trasporti… 

    -> Salute e assistenza: una questione di scelta sociale. 

    Gli ospedali e i servizi sanitari e assistenziali (assistenza domiciliare, assistenza alle persone non autosufficienti) sono stati degradati da anni di politiche liberali, mancanza di risorse e scarsa considerazione per il personale, gli utenti e i pazienti.

    Le ondate di calore odierne, come qualsiasi altra calamità sanitaria, non fanno che evidenziare gli effetti disastrosi della negligenza pubblica e del dominio della concorrenza e della mercificazione. Il sistema sta crollando. Le già enormi disuguaglianze in materia di salute e accesso alle cure stanno esplodendo.

    Una mobilitazione per la salute e l’assistenza, che colleghi le diverse componenti – prevenzione, cura e accesso ai servizi pubblici con risorse e personale, salute sul lavoro, salute ambientale… – è un elemento essenziale della giustizia sociale e climatica. 

    Mentre i negazionisti più radicali e accaniti conducono una guerra aperta contro la scienza, e mentre i decisori politici ignorano tutti gli avvertimenti basati sul consenso scientifico, per i ricercatori diventa sempre più impossibile rimanere distaccati dalle scelte politiche e sociali. La crescente frattura tra scienza e capitale offre un’ulteriore opportunità strategica. Ad esempio, decine di scienziati, medici, ricercatori, filosofi e artisti chiedono una legge d’emergenza sul clima che, tra le altre cose, vieterebbe a tutte le aziende francesi di partecipare, in Francia o altrove, a qualsiasi nuovo progetto legato ai combustibili fossili, che si tratti di una miniera di carbone, di un pozzo petrolifero o di un giacimento di gas, ed eliminerebbe “tutti i sussidi ai combustibili fossili”. Il ruolo di questo tipo di posizione è immenso nel conferire credibilità alle lotte per un’alternativa ecosocialista, senza tuttavia sostituire l’auto-organizzazione e le scelte democratiche.

    Infine, i legami tra il negazionismo climatico e l’estrema destra nelle sue varie forme sono numerosi. Da Trump a Millei, passando per Putin e i partiti di estrema destra in Europa, tutti mettono a tacere gli informatori e sostengono organi di informazione interamente dediti alla disinformazione; tutti sono strenui difensori dei combustibili fossili e dell’estrattivismo, fanatici promotori dell’intelligenza artificiale, dell’industria automobilistica e aerospaziale e dell’industria bellica. Anche se non sono soli, la loro ascesa al potere rappresenta sempre un salto qualitativo nel peggiore dei mondi possibili, nell’adattamento selettivo, a beneficio della loro minoranza privilegiata, alla catastrofe di cui sono responsabili. Il loro sessismo, il loro razzismo, il loro odio anti-immigrati, la loro ideologia della legge del più forte… sono l’esatto opposto di ciò di cui l’umanità ha bisogno per affrontare la peggiore crisi creata dal capitalismo produttivista. La lotta per il clima e la lotta antifascista devono essere unite. 

    Non torneremo al mondo com’era prima, ma abbiamo ancora la possibilità di vivere, e di vivere bene, prendendoci cura della bellezza della Terra.

    Non ci si può aspettare nulla dai governi capitalisti. Le ondate di calore, come altre catastrofi climatiche, lo confermano: dobbiamo rompere con questo sistema e con la sua logica. Collettivamente, attingiamo alla sofferenza, al dolore, allo shock, alla rabbia e alla perdita che abbiamo vissuto in questi tempi estremi, trovando la forza, la determinazione e la creatività per affrontare la sfida: solleviamoci, uniamoci per preservare l’abitabilità del mondo oggi e per le generazioni future. Insieme, attraverso le nostre lotte e la nostra organizzazione democratica, imponiamo un’alternativa politica interamente dedicata a questo obiettivo esistenziale.

    Articolo originariamente pubblicato il 13 luglio 2026 sul sito web della Quarta Internazionale .


    Leonardo De Angelis

    4 Agosto 2026
    Ecosocialismo
  • Dal degrado alla rinascita: la lezione di Cava Ranieri

    Dal degrado alla rinascita: la lezione di Cava Ranieri

    Di Francesco Servino & Antonio Vitiello

    Da simbolo dell’emergenza rifiuti a futuro Parco Archeologico: la storia di una rinascita nata dalla mobilitazione dei cittadini dimostra che il destino di un territorio può cambiare.

    Terzigno è da sempre la terra delle cave. Per secoli il suo territorio ha fornito la pietra lavica utilizzata per pavimentare strade e piazze di gran parte della Campania, alimentando una tradizione artigianale di scalpellini oggi quasi completamente scomparsa. Ma proprio la conformazione del territorio, con cave spesso appartate e lontane dalle aree maggiormente frequentate, le ha rese nel tempo luoghi ideali anche per un’altra attività: lo smaltimento illecito dei rifiuti. Una pratica che, purtroppo, non appartiene soltanto al passato, come dimostrano ancora oggi numerosi episodi di cronaca.

    Non è un caso se, già decenni fa, il nome di Terzigno compariva nelle cronache nazionali anche per vicende criminali. Proprio qui, infatti, venne ritrovato il corpo di Roberto Maranzano, episodio che contribuì ad avviare le indagini sul caso San Patrignano. Un’immagine pesante, quella di un territorio percepito come un luogo dove far sparire ciò che non si voleva più vedere: rifiuti, ma perfino cadaveri.

    Su un territorio già profondamente segnato si abbatté, tra il 2009 e il 2010, quella che molti cittadini considerarono la scelta più devastante mai immaginata per il Vesuvio. Durante il Governo Berlusconi IV venne infatti decisa la riapertura della discarica di Cava Sari e progettata la realizzazione della gigantesca discarica di Cava Vitiello, entrambe all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio. Una decisione rispetto alla quale l’amministrazione comunale di Terzigno allora in carica espresse un orientamento favorevole. In dichiarazioni rilasciate alla stampa, la discarica venne descritta come una “fabbrica di confetti che produce oro”, per evidenziarne le presunte ricadute economiche. Nel dibattito pubblico di quegli anni si arrivò perfino a sostenere che i rifiuti avrebbero trasformato Terzigno in una sorta di “California”, grazie ai benefici economici che avrebbero garantito.

    Quella era, in sostanza, l’idea di sviluppo proposta per il territorio: riempire le cave di rifiuti. In quegli anni prese corpo una visione che individuava nelle cave dismesse il luogo naturale in cui collocare nuove discariche. Una prospettiva che alimentò, tra i cittadini, il timore che il destino di altre cave del comprensorio potesse seguire quello di Cava Sari.

    Fortunatamente accadde il contrario.

    I cittadini di Terzigno e, in maniera ancora più ampia e compatta, quelli della vicina Boscoreale scesero in piazza. Le ragioni non erano soltanto ambientali o sanitarie. Chi viveva quei territori conviveva quotidianamente con i miasmi provenienti dalla discarica di Cava Sari, che invadevano le abitazioni a qualsiasi ora del giorno e della notte. Fu una delle più grandi mobilitazioni civiche che il Vesuviano ricordi. Non rappresentò soltanto una protesta contro una discarica, ma segnò uno spartiacque culturale: da quel momento la politica comprese che sul territorio non sarebbe più stato possibile decidere tutto dall’alto senza confrontarsi con una cittadinanza ormai più consapevole.

    Quelle proteste segnarono una tappa fondamentale per il movimento ambientalista vesuviano, contribuendo alla definitiva rinuncia al progetto della discarica di Cava Vitiello.

    La battaglia, però, non finì lì.

    Alcuni attivisti decisero di continuare a guardare qualche chilometro più in là, verso un’altra ferita aperta del territorio: Cava Ranieri. Qui, a pochi metri da tre ville rustiche di epoca romana, sopravviveva una discarica che mortificava uno dei complessi archeologici più significativi dell’area vesuviana. Era difficile immaginare un simbolo più evidente della miopia con cui era stato amministrato quel patrimonio.

    Per anni anche Cava Ranieri è rimasta il simbolo dell’abbandono. Una discarica a cielo aperto, incastonata tra testimonianze archeologiche di straordinario valore, capace di raccontare meglio di qualsiasi discorso quanto poco fosse stato compreso il potenziale di questo territorio. Quello che avrebbe potuto rappresentare uno dei luoghi simbolo della valorizzazione culturale del Vesuvio era diventato invece l’emblema di una gestione miope e distruttiva.

    Anni di impegno civico, denunce e attività di sensibilizzazione hanno progressivamente riportato l’attenzione su Cava Ranieri. Oggi è l’unica cava situata all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio ad essere stata bonificata e destinata a un progetto di valorizzazione culturale e ambientale. Il suo futuro è legato alla realizzazione di un Parco Archeologico, Geologico e Naturalistico. Un percorso che testimonia come la partecipazione dei cittadini, la costanza e la capacità di avanzare proposte concrete possano contribuire a promuovere interventi di recupero e valorizzazione del territorio.

    Sarebbe però un grave errore pensare che la sfida sia conclusa.

    Il Vesuvio continua a essere sotto assedio. Le discariche abusive disseminate nel Parco testimoniano come gli ecocriminali continuino a considerare queste aree luoghi dove scaricare illegalmente qualsiasi tipo di rifiuto. A questo si aggiunge la devastazione provocata dai grandi incendi del 2016, del 2017 e del 2025, che hanno cancellato migliaia di ettari di patrimonio boschivo. L’ultimo incendio, in particolare, era stato ampiamente annunciato da chi da anni denunciava l’insufficienza delle attività di prevenzione, sorveglianza e manutenzione del territorio. Terzigno è probabilmente il comune che più ha visto trasformare il proprio paesaggio: versanti profondamente modificati, habitat compromessi e biodiversità impoverita.

    Eppure proprio da quelle ferite stanno nascendo nuove esperienze. Tra queste c’è il lavoro portato avanti da Terzigno Verde ODV, che ogni anno accompagna centinaia di visitatori lungo i sentieri del Parco attraverso un modello definito “turismo consapevole”. Non semplici escursioni, ma occasioni per comprendere il valore degli ecosistemi vesuviani, gli effetti delle azioni dell’uomo sul paesaggio e l’importanza della tutela ambientale come responsabilità collettiva.

    La storia di Cava Ranieri dimostra che la partecipazione civica può incidere realmente sulle scelte pubbliche, ma ricorda anche che il lavoro non è concluso. Il Vesuvio continua a fare i conti con discariche abusive, incendi e un consumo del territorio che ne compromette il valore ambientale e culturale. Oltre all’impegno di cittadini e associazioni, è fondamentale che gli strumenti già previsti dalla normativa vengano pienamente applicati.

    Tra questi, la Legge regionale Campania n. 20 del 2013 impone a ogni Comune l’istituzione e l’aggiornamento del Registro delle aree interessate da abbandono e rogo di rifiuti, uno strumento di prevenzione e monitoraggio che può favorire interventi più tempestivi ed efficaci. Solo attraverso una reale collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica e cittadinanza attiva la rinascita di Cava Ranieri potrà diventare un modello per la tutela e la valorizzazione dell’intero patrimonio del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Leonardo De Angelis

    28 Luglio 2026
    Ecosocialismo
  • Canicola e strategia politica

    Canicola e strategia politica

    Di Daniel Tanuro

    Sebbene l’ecosocialismo abbia compiuto progressi significativi nella sua capacità di offrire un’alternativa completa per la società, i suoi sostenitori devono ancora dimostrare di essere capaci di impegnarsi in politica, ovvero di lottare per il potere.

    La sfida è considerevole, perché non si tratta chiaramente di conquistare il potere all’interno della struttura istituzionale borghese. Si tratta di lottare per una rottura di classe che implichi una ridefinizione del potere al servizio degli sfruttati e degli oppressi, nel rispetto dei limiti ecologici.

    Una delle principali sfide di questa impresa consiste nel superare la maggior parte dei limiti ecologici del pianeta. Di conseguenza, una rottura anticapitalista implica necessariamente una riduzione del consumo energetico complessivo, della produzione di materiali e dei trasporti. Tuttavia, questo vincolo è impopolare tra i lavoratori perché, nel capitalismo, la crescita determina l’occupazione, i salari, i benefici sociali e così via.

    Le ondate di calore di questa estate 2026 potrebbero cambiare tutto. Ampi segmenti della popolazione hanno percepito il pericolo del cambiamento climatico. Tuttavia, la minaccia del cambiamento climatico, per sua natura esistenziale, trascende le preoccupazioni socio-economiche e tende a rivelare l’assurdità della logica capitalista che priva i lavoratori del loro lavoro e della loro vita.

    La consapevolezza potrebbe diminuire. Ma questa battuta d’arresto sarebbe temporanea perché

    1. il capitalismo è incapace di stabilizzare il clima e
    2. con un riscaldamento di 3°C, l’Europa occidentale è particolarmente minacciata da ondate di calore e altri fenomeni estremi.

    Ciò offre al mondo del lavoro l’opportunità di unirsi in modo più massiccio alla lotta contro la catastrofe climatica, basandosi sulle proprie rivendicazioni e da una prospettiva antisistemica. Si tratta di una questione cruciale perché i lavoratori costituiscono la maggioranza della popolazione e possono paralizzare l’economia capitalista.

    In questo contesto, gli ecosocialisti non possono accontentarsi della propaganda: devono anche suscitare scalpore attorno a un piano di emergenza composto da rivendicazioni che colmino il divario tra i problemi percepiti come più urgenti dalle classi lavoratrici e il programma massimo.

    In questo piano, è di fondamentale importanza non trascurare le misure di adattamento. La catastrofe è già in atto, in parte irreversibile. Bisogna agire. La protezione dei più vulnerabili non può essere lasciata alla demagogia dell’estrema destra negazionista del clima.

    Ovviamente non concepiamo l’adattamento nello stesso modo dei governi neoliberisti. Lo colleghiamo alla condivisione della ricchezza, gli diamo un contenuto democratico e sociale e lo combiniamo con la riduzione delle emissioni (in termini di edilizia abitativa, trasporti, politica agricola, ecc.).

    Il programma ecosocialista nel suo complesso è uno strumento di propaganda insostituibile perché presenta una società alternativa. Impegnarsi in politica concreta significa selezionare le proposte che, in ogni specifica situazione, siano in grado di innescare lo slancio necessario per progredire verso l’obiettivo strategico: l’espropriazione dei combustibili fossili e della finanza da parte di un governo fedele agli oppressi quanto i governi attuali lo sono alle grandi imprese.

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    27 Luglio 2026
    Ecosocialismo
  • Videointervista di Renato Caputo a Nando Simeone – Dalla situazione internazionale alle ricadute sulla politica interna: che fare?

    Videointervista di Renato Caputo a Nando Simeone – Dalla situazione internazionale alle ricadute sulla politica interna: che fare?

    Di Renato Caputo (Città Futura)

    Con il presidente della casa editrice “Edizioni Karl&Rosa”, partiamo da una analisi in una prospettiva marxista delle dinamiche della politica internazionale. Cerchiamo, di conseguenza, di stabilire le responsabilità della classe dominante e dirigente italiana e le ricadute estremamente negative che le politiche di guerra imperialista e di riarmo hanno sulle masse popolari. Concludiamo cercando di delineare il che fare? per le forze della sinistra radicale.

    Leonardo De Angelis

    10 Luglio 2026
    Ecosocialismo
  • Europa, ondata di calore record: un nuovo clima per il nostro continente?

    Europa, ondata di calore record: un nuovo clima per il nostro continente?

    Di Edwarde Chen

    Mentre la seconda ondata di calore senza precedenti che sta colpendo l’Europa quest’anno sta infrangendo ogni record di temperatura, in molti si pongono le stesse domande: è questa la nuova normalità? Il clima europeo è cambiato radicalmente? Gli scienziati intervistati da Nature affermano che un’ondata di calore europea della durata di quattro o cinque giorni, con Londra che ha sfiorato i 40 °C, è un’anomalia. “È a dir poco fenomenale”, osserva Sarah Perkins-Kirkpatrick, climatologa presso l’Australian National University di Canberra. I ricercatori aggiungono però che, con il progredire del riscaldamento globale, gli europei possono aspettarsi un aumento di questi eventi in futuro.

     “Le ondate di calore sono destinate a rimanere, finché non chiuderemo il rubinetto delle emissioni globali”, afferma Samantha Burgess, vicedirettrice del Servizio Copernicus sui cambiamenti climatici presso il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine di Reading, nel Regno Unito. “Sono più frequenti, più intense e durano più a lungo.”

    I rischi sono gravi. In Francia, dove la scorsa settimana è stata registrata la giornata più calda di sempre, con 44,3 °C nella città di Pissos, almeno 54 persone sono morte per il caldo o per annegamento nei corsi d’acqua mentre cercavano di rinfrescarsi.

    Ciò su cui i ricercatori non sono necessariamente d’accordo è la rapidità con cui il clima europeo è passato da estati fresche e piacevoli, durante le quali i residenti potevano lasciare le finestre aperte, a uno dominato da caldo estremo e da interrogativi sull’opportunità di acquistare un condizionatore d’aria.

    Nuovi massimi

    Un’analisi pubblicata il 26 giugno ha esaminato le temperature in 854 città europee, che ospitano il 30% della popolazione mondiale, e ha rilevato (in un report intitolato “Ondata di calore epica”) che quasi la metà di esse ha battuto o batterà i propri record storici di stress da calore questo mese (vedi immagine qui sotto). Secondo lo studio, condotto dal World Weather Attribution Group, un’organizzazione internazionale che studia gli eventi meteorologici estremi, ogni città esaminata nella Repubblica Ceca, in Lituania e in Lussemburgo ha registrato temperature massime senza precedenti.

    “Ciò che un tempo era raro è diventato un evento regolare”, afferma Erich Fischer, climatologo del Politecnico Federale di Zurigo (ETH). I record di temperatura “vengono continuamente, ovunque, e in realtà vengono persino superati con ampi margini”. Stabilire record del genere in Europa sarebbe impensabile nello sport, aggiunge: sarebbe come se un saltatore in alto “dopato” battesse un record di mezzo metro, anziché di uno o due centimetri.

    Cosa sta causando l’attuale ondata di calore? Come quelle passate, è stata innescata da modelli di circolazione atmosferica che trasportano calore dall’Equatore al gelido Polo Nord, afferma Lara Wallberg, modellista climatica presso l’Istituto Max Planck di Meteorologia di Amburgo, in Germania. Sebbene questa circolazione atmosferica non sia del tutto compresa, alcuni scienziati ritengono che quando le temperature superficiali del mare nell’Oceano Atlantico settentrionale si abbassano, come sta accadendo ora, l’aria calda proveniente dal Nord Africa e dal deserto del Sahara possa rimanere temporaneamente intrappolata sopra l’Europa, afferma Stefan Rahmstorf, climatologo dell’Università di Potsdam, in Germania.

    ‘Sfacciatamente ovvio’

    Secondo i ricercatori, anche il cambiamento climatico sta contribuendo alla gravità di questa particolare ondata di calore. Inoltre, le alte temperature causate dal riscaldamento globale hanno prosciugato il suolo e ridotto il raffreddamento per evaporazione in Europa, afferma Clair Barnes, ricercatrice di fenomeni meteorologici estremi presso l’Imperial College di Londra. Anche la copertura nuvolosa, che normalmente rifletterebbe il calore del sole nello spazio, è diminuita in Europa, a causa di una combinazione di condizioni di siccità e di normative più severe sulla qualità dell’aria introdotte a partire dagli anni ’80, che hanno ridotto l’inquinamento da aerosol, aggiunge Barnes. (gli aerosol possono fungere da impalcature per la formazione delle nuvole).

    Infatti, alcuni scienziati ritengono che l’Europa abbia iniziato la sua transizione verso un clima ben definito negli anni ’80 (vedi il grafico qui sotto sui “cambiamenti climatici”). “Soprattutto dal 1980, si è registrato un enorme aumento delle temperature globali in Europa”, afferma Zeke Hausfather, climatologo di Berkeley Earth, un’organizzazione no-profit californiana che monitora le temperature globali. “È un dato piuttosto evidente”.

    Fonte: Zeke Hausfather/Berkeley Earth

    Articolo pubblicato dal sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    8 Luglio 2026
    Ecosocialismo
  • Anubi Vive e lotta insieme a noi!

    Anubi Vive e lotta insieme a noi!

    Di CSOA Corto Circuito

    In un tempo che ci vuole soli, in competizione gli uni con gli altri, noi continuiamo a scegliere la comunità, il mutuo appoggio e la solidarietà di classe.

    Ci siamo ritrovati nelle piazze, dietro gli striscioni, nelle occupazioni, ai picchetti, nelle manifestazioni e nelle battaglie contro ogni forma di sfruttamento e oppressione. Oggi quella stessa appartenenza ci chiama a fare un passo in più.

    Essere compagne e compagni non è un’etichetta da esibire nelle giornate di lotta. È un impegno quotidiano. Significa condividere il peso delle sconfitte, la gioia delle vittorie e, soprattutto, assumersi gli obblighi e i doveri che derivano dall’appartenere alla stessa comunità di lotta. Il mutuo appoggio non è beneficenza: è una scelta politica. È il rifiuto di lasciare indietro chi ha camminato al nostro fianco.

    Anubi ha attraversato la sua vita con coerenza, generosità e determinazione. Ha scelto di stare sempre dalla parte degli ultimi, degli sfruttati, degli antifascisti, di chi non si piega davanti alle ingiustizie. Oggi non possiamo restituirgli ciò che ci ha donato in anni di lotte condivise, ma possiamo fare quello che abbiamo sempre rivendicato nelle piazze: prenderci cura dei nostri.

    Per questo chiediamo a tutte e tutti di dare un contributo, piccolo o grande che sia. Non per pietà, ma perché la solidarietà di classe vive soltanto quando si trasforma in pratica quotidiana. Una comunità si misura nella sua capacità di non abbandonare nessuno.

    L’Associazione Pantera 90 Archivio ha fatto partire una raccolta fondi da destinare alla famiglia di Anubi, Silvia, Antonio e Milo e siamo fiduciosi che un contributo possa accompagnarli, oltre alle infinite attestazioni di stima e affetto, in questo momento doloroso. Chi volesse unirsi e contribuire può inviare un bonifico intestato a Pantera 90 Archivio, con causale “Anubi”, all’IBAN IT78C0760103200001078549811.

    Perché le compagne e i compagni non si contano soltanto nelle manifestazioni, ma soprattutto nei momenti più difficili. È lì che si misura la forza di una comunità.

    Facciamo in modo che le parole “compagno” e “comunità” continuino ad avere un significato reale. Ognuno secondo le proprie possibilità, perché la solidarietà è l’arma più forte che abbiamo. La solidarietà non è un gesto di generosità. È la consapevolezza che il destino di ognuno è legato a quello di tutti.

    Anubi vive nelle nostre lotte, nelle nostre idee e nei gesti concreti di solidarietà che sapremo costruire.

    Ora e sempre, a pugno chiuso. ✊

    Leonardo De Angelis

    6 Luglio 2026
    Ecosocialismo
  • Anubi ci ha lasciato

    Anubi ci ha lasciato

    Di Davide Vender

    La Casa Editrice Karl&Rosa fa suo questo pensiero di Davide Vender per il saluto ad Anubi

    “Scrivere pensieri, descrivere emozioni o semplicemente ricordare persone care che ci hanno lasciato può farci cadere nella retorica stilistica. Nonostante questo rischio credo che un pensiero su Anubi D’Avossa Lussurgiu vada fatto. E sì, perché il dolore della sua scomparsa è veramente enorme. Succede che non ci si sente o non ci si veda per anni, ma sempre accade che certe figure di COMPAGNI ricorrano nelle chiacchierate, più o meno informali, con altri compagni e compagne. Tante volte mi è capitato proprio di citarlo o di chiedere come stava, dove stava e che stava facendo. Una vita tosta, difficile, piene di insidie ma indossata con grande dignità. Non si è venduto. Non ha trovato strade convenienti per vivere con meno problemi in questo mondo disperato. Mi dispiace veramente tanto e con il cuore spezzato ti saluto Grande Anubi….”

    Davide Vender

    Leonardo De Angelis

    3 Luglio 2026
    Ecosocialismo
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