Di Francesco Servino & Antonio Vitiello
Da simbolo dell’emergenza rifiuti a futuro Parco Archeologico: la storia di una rinascita nata dalla mobilitazione dei cittadini dimostra che il destino di un territorio può cambiare.
Terzigno è da sempre la terra delle cave. Per secoli il suo territorio ha fornito la pietra lavica utilizzata per pavimentare strade e piazze di gran parte della Campania, alimentando una tradizione artigianale di scalpellini oggi quasi completamente scomparsa. Ma proprio la conformazione del territorio, con cave spesso appartate e lontane dalle aree maggiormente frequentate, le ha rese nel tempo luoghi ideali anche per un’altra attività: lo smaltimento illecito dei rifiuti. Una pratica che, purtroppo, non appartiene soltanto al passato, come dimostrano ancora oggi numerosi episodi di cronaca.
Non è un caso se, già decenni fa, il nome di Terzigno compariva nelle cronache nazionali anche per vicende criminali. Proprio qui, infatti, venne ritrovato il corpo di Roberto Maranzano, episodio che contribuì ad avviare le indagini sul caso San Patrignano. Un’immagine pesante, quella di un territorio percepito come un luogo dove far sparire ciò che non si voleva più vedere: rifiuti, ma perfino cadaveri.
Su un territorio già profondamente segnato si abbatté, tra il 2009 e il 2010, quella che molti cittadini considerarono la scelta più devastante mai immaginata per il Vesuvio. Durante il Governo Berlusconi IV venne infatti decisa la riapertura della discarica di Cava Sari e progettata la realizzazione della gigantesca discarica di Cava Vitiello, entrambe all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio. Una decisione rispetto alla quale l’amministrazione comunale di Terzigno allora in carica espresse un orientamento favorevole. In dichiarazioni rilasciate alla stampa, la discarica venne descritta come una “fabbrica di confetti che produce oro”, per evidenziarne le presunte ricadute economiche. Nel dibattito pubblico di quegli anni si arrivò perfino a sostenere che i rifiuti avrebbero trasformato Terzigno in una sorta di “California”, grazie ai benefici economici che avrebbero garantito.
Quella era, in sostanza, l’idea di sviluppo proposta per il territorio: riempire le cave di rifiuti. In quegli anni prese corpo una visione che individuava nelle cave dismesse il luogo naturale in cui collocare nuove discariche. Una prospettiva che alimentò, tra i cittadini, il timore che il destino di altre cave del comprensorio potesse seguire quello di Cava Sari.
Fortunatamente accadde il contrario.
I cittadini di Terzigno e, in maniera ancora più ampia e compatta, quelli della vicina Boscoreale scesero in piazza. Le ragioni non erano soltanto ambientali o sanitarie. Chi viveva quei territori conviveva quotidianamente con i miasmi provenienti dalla discarica di Cava Sari, che invadevano le abitazioni a qualsiasi ora del giorno e della notte. Fu una delle più grandi mobilitazioni civiche che il Vesuviano ricordi. Non rappresentò soltanto una protesta contro una discarica, ma segnò uno spartiacque culturale: da quel momento la politica comprese che sul territorio non sarebbe più stato possibile decidere tutto dall’alto senza confrontarsi con una cittadinanza ormai più consapevole.
Quelle proteste segnarono una tappa fondamentale per il movimento ambientalista vesuviano, contribuendo alla definitiva rinuncia al progetto della discarica di Cava Vitiello.
La battaglia, però, non finì lì.
Alcuni attivisti decisero di continuare a guardare qualche chilometro più in là, verso un’altra ferita aperta del territorio: Cava Ranieri. Qui, a pochi metri da tre ville rustiche di epoca romana, sopravviveva una discarica che mortificava uno dei complessi archeologici più significativi dell’area vesuviana. Era difficile immaginare un simbolo più evidente della miopia con cui era stato amministrato quel patrimonio.
Per anni anche Cava Ranieri è rimasta il simbolo dell’abbandono. Una discarica a cielo aperto, incastonata tra testimonianze archeologiche di straordinario valore, capace di raccontare meglio di qualsiasi discorso quanto poco fosse stato compreso il potenziale di questo territorio. Quello che avrebbe potuto rappresentare uno dei luoghi simbolo della valorizzazione culturale del Vesuvio era diventato invece l’emblema di una gestione miope e distruttiva.
Anni di impegno civico, denunce e attività di sensibilizzazione hanno progressivamente riportato l’attenzione su Cava Ranieri. Oggi è l’unica cava situata all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio ad essere stata bonificata e destinata a un progetto di valorizzazione culturale e ambientale. Il suo futuro è legato alla realizzazione di un Parco Archeologico, Geologico e Naturalistico. Un percorso che testimonia come la partecipazione dei cittadini, la costanza e la capacità di avanzare proposte concrete possano contribuire a promuovere interventi di recupero e valorizzazione del territorio.
Sarebbe però un grave errore pensare che la sfida sia conclusa.
Il Vesuvio continua a essere sotto assedio. Le discariche abusive disseminate nel Parco testimoniano come gli ecocriminali continuino a considerare queste aree luoghi dove scaricare illegalmente qualsiasi tipo di rifiuto. A questo si aggiunge la devastazione provocata dai grandi incendi del 2016, del 2017 e del 2025, che hanno cancellato migliaia di ettari di patrimonio boschivo. L’ultimo incendio, in particolare, era stato ampiamente annunciato da chi da anni denunciava l’insufficienza delle attività di prevenzione, sorveglianza e manutenzione del territorio. Terzigno è probabilmente il comune che più ha visto trasformare il proprio paesaggio: versanti profondamente modificati, habitat compromessi e biodiversità impoverita.
Eppure proprio da quelle ferite stanno nascendo nuove esperienze. Tra queste c’è il lavoro portato avanti da Terzigno Verde ODV, che ogni anno accompagna centinaia di visitatori lungo i sentieri del Parco attraverso un modello definito “turismo consapevole”. Non semplici escursioni, ma occasioni per comprendere il valore degli ecosistemi vesuviani, gli effetti delle azioni dell’uomo sul paesaggio e l’importanza della tutela ambientale come responsabilità collettiva.
La storia di Cava Ranieri dimostra che la partecipazione civica può incidere realmente sulle scelte pubbliche, ma ricorda anche che il lavoro non è concluso. Il Vesuvio continua a fare i conti con discariche abusive, incendi e un consumo del territorio che ne compromette il valore ambientale e culturale. Oltre all’impegno di cittadini e associazioni, è fondamentale che gli strumenti già previsti dalla normativa vengano pienamente applicati.
Tra questi, la Legge regionale Campania n. 20 del 2013 impone a ogni Comune l’istituzione e l’aggiornamento del Registro delle aree interessate da abbandono e rogo di rifiuti, uno strumento di prevenzione e monitoraggio che può favorire interventi più tempestivi ed efficaci. Solo attraverso una reale collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica e cittadinanza attiva la rinascita di Cava Ranieri potrà diventare un modello per la tutela e la valorizzazione dell’intero patrimonio del Parco Nazionale del Vesuvio.


