Trionfi la giustizia proletaria!

Trionfi la giustizia proletaria!

Di Leonardo De Angelis

Quante volte abbiamo gridato queste parole, a squarciagola, a pugno chiuso, insieme a migliaia di persone, durante i concerti di Francesco Guccini. Ogni volta il tempo sembrava fermarsi. Non era più soltanto il finale de La locomotiva: diventava una dichiarazione collettiva, un sogno condiviso, un atto di fede nella possibilità di un mondo migliore.

Oggi quel grido mi risuona dentro con un’intensità diversa.

La morte di Francesco Guccini mi ha colpito come raramente mi è accaduto per la scomparsa di un personaggio pubblico. Non l’ho mai conosciuto personalmente, non ci siamo mai stretti la mano, eppure ho la sensazione di aver perso un fratello maggiore. Uno di quelli che ti accompagnano senza saperlo, che ti aiutano a crescere, a dubitare, a scegliere da che parte stare.

Per molti Guccini è stato il più grande cantautore italiano. Per altri un poeta, uno scrittore, un narratore del nostro Paese. Per me è stato soprattutto un maestro inconsapevole.

Le sue canzoni non erano semplicemente canzoni. Erano libri da ascoltare. Erano lezioni di storia, di filosofia, di politica, di umanità. Non offrivano slogan, ma strumenti per capire. Non chiedevano obbedienza, ma spirito critico.

Ricordo ancora il terremoto interiore provocato da L’Avvelenata. Quella rabbia contro il conformismo, contro l’ipocrisia, contro chi pretende di mettere il pensiero dentro una gabbia. E poi La locomotiva, il racconto epico di un uomo che sceglie di ribellarsi all’ingiustizia pur sapendo di andare incontro alla sconfitta. Non era soltanto la storia di un anarchico dell’Ottocento. Era il racconto di tutti coloro che rifiutano di piegarsi.

Quelle parole hanno lasciato un segno profondo nella mia formazione. Hanno contribuito a costruire il mio modo di leggere la storia e la società, alimentando quella tensione verso la giustizia sociale che mi avrebbe portato ad avvicinarmi al pensiero di Marx, di Rosa Luxemburg, di Che Guevara e del movimento operaio. Sarebbe ingenuo attribuire tutto a Guccini. Ma sarebbe altrettanto falso negare quanto le sue canzoni abbiano inciso sul mio modo di diventare uomo e militante.

E quel patrimonio di parole e di musica non è rimasto confinato alla mia generazione.

Francesco Guccini è stato una presenza costante anche nella mia famiglia. La sua musica ha accompagnato la mia storia con Alice, mia moglie e mamma di Chiara. Insieme abbiamo partecipato a moltissimi suoi concerti, confondendo le nostre voci con quelle di migliaia di persone quando arrivava il momento di gridare, all’unisono, “Trionfi la giustizia proletaria!”.

In casa nostra i suoi dischi hanno fatto da colonna sonora ai viaggi, alle serate, ai momenti di riflessione. Così, quasi senza accorgersene, anche Chiara è cresciuta ascoltando La locomotiva, L’Avvelenata, Il vecchio e il bambino, Eskimo e tanti altri suoi capolavori. Quelle canzoni che avevano contribuito a formare me sono entrate con naturalezza anche nella sua vita, fino a farne una sincera appassionata.

È stata proprio lei, questa mattina, a darci la notizia della sua scomparsa. Il suo messaggio è comparso nel nostro gruppo WhatsApp di famiglia, quello dove ci siamo noi tre. C’erano poche parole e una lunga fila di emoticon in lacrime. Prima ancora di leggere il testo avevo già capito.

Per qualche istante, in quella chat, è calato un silenzio insolito. Ognuno di noi elaborava la stessa notizia, lo stesso dolore, consapevole che se n’era andato qualcuno che, senza averci mai conosciuti, aveva fatto parte della nostra vita familiare per decenni.

È forse questo il segno più autentico della grandezza di Francesco Guccini: essere riuscito ad attraversare le generazioni e perfino le storie di una famiglia. Ha accompagnato la giovinezza mia e di Alice, ha continuato a parlare a nostra figlia Chiara e, in modo diverso, continuerà a farlo ogni volta che una sua canzone tornerà a suonare in casa nostra.

Con il passare degli anni ho capito una cosa: le canzoni più grandi non finiscono quando si spegne il giradischi. Continuano a vivere dentro chi le ha ascoltate.

Forse è per questo che, ancora oggi, Guccini entra nelle mie giornate.

Da un anno collaboro come insegnante volontario nella scuola di italiano per stranieri “Casa Africa”. Mi capita spesso di utilizzare le parole de Il vecchio e il bambino durante le lezioni. Gli studenti, provenienti da Paesi e culture diverse, scoprono la lingua italiana anche attraverso quei versi semplici e profondi. Imparano il significato delle parole, ma insieme scoprono la forza della poesia, il dolore della guerra, il rapporto tra l’uomo e la natura, la speranza affidata allo sguardo di un bambino.

Ogni volta che leggiamo insieme quella canzone mi accorgo che Guccini continua a fare quello che ha sempre fatto: insegnare. Non soltanto l’italiano, ma un modo di guardare il mondo. In quel momento il ragazzo che, cinquant’anni fa, ascoltava incantato i suoi dischi incontra l’uomo che oggi cerca di trasmettere ad altri non solo una lingua, ma anche il valore della cultura come strumento di emancipazione.

Ed è forse questo il lascito più grande di Francesco Guccini.

Le sue canzoni non mi hanno semplicemente emozionato. Mi hanno cambiato. Hanno contribuito a orientare le mie scelte, il mio impegno politico, il mio lavoro editoriale, il mio volontariato. Hanno lasciato un’impronta che continua ancora oggi, ogni volta che pubblico un libro, ogni volta che discuto di storia, ogni volta che entro in un’aula con studenti arrivati da ogni parte del mondo.

Le idee, quando sono autentiche, camminano sulle gambe delle persone.

Le canzoni di Guccini hanno camminato anche sulle mie. E, con mia grande gioia, hanno continuato il loro cammino anche sulle gambe di mia figlia. È forse questa la vittoria più bella di un artista: quando le sue parole smettono di appartenere a una generazione e diventano patrimonio di quelle che seguono.

Per questo oggi non piango soltanto un artista straordinario.

Piango una parte della mia vita.

Ma insieme al dolore sento una responsabilità. Continuare a far vivere quelle parole. Continuare a credere che la cultura possa rendere gli uomini più liberi. Continuare a insegnare, a scrivere, a lottare, con la stessa ostinazione con cui, per decenni, abbiamo cantato insieme:

“Trionfi la giustizia proletaria.”

Ciao Francesco. Non ti ho mai incontrato. Ma grazie per avermi insegnato, con le tue canzoni, che la cultura può essere un atto di ribellione e che la poesia può cambiare la vita delle persone. La mia, certamente, l’ha cambiata!