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  • La rivoluzione dei fenicotteri e le grandi mobilitazioni popolari

    La rivoluzione dei fenicotteri e le grandi mobilitazioni popolari

    Di Nando Simeone

    L’Albania raramente finisce sulle prime pagine dei media tradizionali. Nelle ultime settimane, tuttavia, questo piccolo Paese balcanico è stato teatro di una mobilitazione contro gli effetti devastanti di un modello di sviluppo che sacrifica l’ambiente in nome del profitto e, in questo caso, del turismo di lusso destinato alle élite economiche.

    Le piazze gremite, i megafoni e i fenicotteri di gomma sollevati verso il cielo di Tirana raccontano la storia di un punto di rottura. La protesta di Zvërnec ha infranto il mito dell’inevitabilità, quella forma di fatalismo e rassegnazione collettiva che per anni ha caratterizzato il rapporto tra cittadini e potere, dimostrando che anche il reflusso politico più radicato può trasformarsi in azione popolare.

    Situata a circa 150 chilometri a sud-ovest di Tirana, l’isola di Sazan è una ex base militare del regime di Enver Hoxha. Le sue magnifiche spiagge affacciate sull’Adriatico e la sua ricca biodiversità ne fanno un vero e proprio santuario naturale, habitat di numerose specie, tra cui colonie di fenicotteri rosa.

    È su quest’isola considerata un gioiello ambientale che Ivanka Trump e Jared Kushner, figlia e genero di Donald Trump, hanno deciso di sviluppare un resort di lusso dal costo stimato di 1,4 miliardi di euro. Un secondo progetto è previsto a Zvërnec, sulla costa opposta dell’area protetta. L’inizio dei lavori è previsto nei prossimi anni.

    Da oltre una settimana, il centro della capitale albanese è teatro di una mobilitazione senza precedenti per intensità e partecipazione: una marcia quotidiana che da piazza Skanderbeg raggiunge gli uffici del primo ministro Edi Rama.

    La rapida trasformazione della rassegnazione in una protesta lunga e trasversale richiede un’analisi che vada oltre la dimensione puramente conservazionista — cioè la sola difesa dei fenicotteri, delle dune e dell’ecosistema locale — per interrogare le dinamiche del capitalismo estrattivo.

    Un modello che non genera una reale ricchezza diffusa sul territorio, ma che tende a “estrarre” valore da una risorsa naturale incontaminata, privatizzando una costa e trasformandola in un progetto immobiliare di lusso.

    La vicenda apre inoltre una riflessione sulle trasformazioni del quadro legislativo albanese e sulla ridefinizione del concetto di sovranità popolare e gestione dei beni comuni. Ridurre questa protesta a una semplice battaglia ecologista per la tutela della natura significherebbe quindi sottovalutarne la portata politica.

    Le modalità controverse con cui il fondo di investimento Affinity Global Development, associato a Jared Kushner, avrebbe ottenuto le autorizzazioni per realizzare questo progetto, insieme alle minacce ambientali legate all’intervento, hanno alimentato una crescente indignazione pubblica.

    Ogni sera, dall’inizio di giugno, migliaia di manifestanti scendono in piazza a Tirana per contestare il progetto e le politiche del primo ministro socialista Edi Rama. Al grido di “L’Albania non è in vendita” e “Ivanka torna a casa”, le bandiere nazionali si mescolano alle immagini dei fenicotteri rosa, diventati il simbolo del movimento.

    Il punto di rottura si è verificato il 30 maggio a Zvërnec. Un sit-in di protesta è degenerato in episodi di violenza dopo l’intervento degli addetti alla sicurezza privata schierati a difesa dei cantieri.

    La diffusione sui social delle immagini di un manifestante trascinato con la forza sulla sabbia dalle guardie private, sotto gli occhi della polizia di Stato, ha trasformato un conflitto ambientale locale in una crisi di legittimità istituzionale. Una parte dell’opinione pubblica ha interpretato la passività delle forze dell’ordine come il segnale di una subordinazione degli apparati statali agli interessi del capitale privato.

    Dal 31 maggio, piazza Skanderbeg a Tirana si riempie quotidianamente alle 18. La definizione del movimento come “Rivoluzione dei fenicotteri” nasce dalla volontà di legare la rivendicazione politica alla specificità ecologica del territorio minacciato.

    La laguna di Narta, parte integrante dell’area protetta, è infatti riconosciuta come Important Bird Area (IBA) da BirdLife International ed è candidata al programma Smeraldo, la rete ecologica paneuropea per la conservazione degli habitat naturali. La zona ospita oltre 200 specie protette, tra cui fenicotteri, tartarughe marine e il pellicano riccio.

    La mobilitazione ha progressivamente messo in discussione la retorica governativa dello sviluppo lineare, mostrando come concetti quali “modernizzazione” e “turismo di lusso” possano essere utilizzati come strumenti di legittimazione della privatizzazione e della trasformazione di ecosistemi complessi.

    Edi Rama, che avrebbe garantito al progetto dieci anni di esenzione fiscale, giustifica questa scelta con la necessità di sviluppare il turismo e sostenere il percorso di candidatura dell’Albania all’Unione Europea.

    In una regione segnata dall’influenza russa e da importanti investimenti cinesi, il coinvolgimento degli interessi legati alla famiglia Trump mostra ancora una volta l’intreccio tra ambizioni geopolitiche e operazioni immobiliari, come già emerso in altri progetti controversi.

    La mobilitazione attorno alla penisola di Zvërnec rappresenta una discontinuità nel rapporto tra cittadinanza, territorio e istituzioni statali. Per la prima volta nella storia recente del Paese, un conflitto legato alla tutela ambientale è riuscito a unire settori sociali diversi e a coinvolgere attivamente anche la numerosa diaspora albanese, rompendo il paradigma dell’emigrazione come unica forma di sfogo del malcontento sociale.

    La Rivoluzione dei fenicotteri pone quindi le istituzioni albanesi davanti a un bivio. Da una parte, il proseguimento di un modello di sviluppo basato sull’estrazione di valore dalle risorse naturali attraverso concessioni controverse, regimi legislativi speciali e privatizzazione dei beni comuni. Dall’altra, la possibilità di avviare una governance più trasparente, democratica e partecipata del territorio.

    L’esito di questo conflitto non determinerà soltanto il futuro ecologico della laguna di Narta, ma anche i confini della cittadinanza e dello Stato di diritto in Albania nel percorso verso l’integrazione europea.

    La vicenda dimostra inoltre come, anche nei Paesi capitalistici periferici dal punto di vista economico e geopolitico, il conflitto sociale e quello ambientale siano sempre più intrecciati. È proprio in questa connessione che può svilupparsi una proposta ecosocialista capace di coniugare la soddisfazione dei bisogni collettivi con l’equilibrio ecologico, attraverso criteri che non siano fondati esclusivamente sul valore monetario e sulla logica del mercato.

    I principi dell’ecosocialismo nascono dall’incontro tra il movimento ecologista e la critica marxista dell’economia politica. La costruzione di una forza sociale trasformativa richiede l’intreccio tra lotte ambientali, economiche, femministe e studentesche.

    Le questioni del lavoro, della produzione, della riproduzione sociale e dello sviluppo diventano così centrali: l’ecosocialismo implica una rottura radicale con la civiltà materiale del capitalismo e con il modello di sfruttamento illimitato delle risorse naturali.

    Leonardo De Angelis

    19 Giugno 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Evo Morales: “Le nostre richieste saranno soddisfatte solo quando saremo al potere”

    Evo Morales: “Le nostre richieste saranno soddisfatte solo quando saremo al potere”

    Intervista a Evo Morales  curata da Mar Centenera e Caio Ruvenal

    Evo Morales  (nato in una famiglia Aymara a Orinoca, dipartimento di Oruro, 66 anni fa) si è ritirato nella regione dove ha costruito il suo potere politico, il Chapare, il cuore pulsante della Bolivia nella coltivazione della coca. Lì coltiva avocado, alleva pesci, gioca a scacchi, corre e fa addominali per mantenersi in forma, seguendo da vicino la rivolta indigena che ha portato il presidente boliviano Rodrigo Paz sull’orlo del baratro appena sei mesi dopo il suo insediamento. Il ruolo di spicco dell’ex leader, che ha governato il paese tra il 2006 e il 2019, era svanito, ma Rodrigo Paz lo ha riportato alla ribalta considerandolo il principale istigatore di proteste e blocchi stradali senza leader visibili che si stanno diffondendo in tutto il paese. “Non ho indetto questa mobilitazione”, si è difeso Evo Morales durante un’intervista a El Paìs in videoconferenza. Sette anni dopo essere stato costretto a dimettersi da capo di stato, Evo Morales è in fuga, ma si rifiuta di comparire spontaneamente davanti al tribunale incaricato di processarlo con l’accusa di traffico di minori e abusi sessuali, sostenendo che non vi sia stato un giusto processo. Di fronte alla promessa di arresto da parte di Paz, lo sfida: “Che vengano a prendermi, ma che chi viene si chieda chi sta arrestando: il primo presidente indigeno”.

    Quali sono le cause che hanno portato ai conflitti sociali che attualmente affliggono la Bolivia?

    Quello che sta succedendo è una rivolta, una ribellione del movimento indigeno contro il modello neoliberale e contro lo stato neocoloniale. Nel 2005, per la prima volta, è stato eletto un presidente indigeno, rompendo con tutte le pratiche consolidate del capitalismo. Per il capitalismo, il movimento indigeno non ha diritti politici, quasi nessun diritto dai tempi coloniali, ma io alla fine ho dichiarato: abbiamo diritti politici. In 14 anni, abbiamo dimostrato che la Bolivia può nutrire grandi speranze. Economicamente, abbiamo nazionalizzato; socialmente, abbiamo ridistribuito la ricchezza. Il colpo di stato del 2019 è stato l’impero contro il popolo, il gringo contro l’indigeno. Il colpo di stato ha preso di mira il litio e oggi la questione del litio è riemersa. Quando dico che questa è una rivolta contro il modello neoliberale, è perché non vogliono che i servizi di base vengano privatizzati. Rodrigo Paz ha già presentato dieci proposte di legge riguardanti miniere, gas, energia e litio con l’obiettivo di privatizzarli; È da lì che nasce la rivolta. Nel mezzo di questo conflitto, Paz continua a firmare memorandum d’intesa con gli Stati Uniti riguardanti gli elementi delle terre rare.

    Il presidente Paz la considera l’istigatore delle proteste. Cosa ne pensa?

    Non ho indetto questa mobilitazione. C’è una questione fondamentale in gioco: non si può governare sulla base delle menzogne. Rodrigo Paz ha mentito, ha ingannato, quindi perché si stanno mobilitando? Ha detto: “Il giorno dopo il mio insediamento non ci sarà carenza di carburante”, e oggi abbiamo carburante di pessima qualità. La benzina arriva come la Coca-Cola, nera, ha distrutto quasi tutte le macchine. Ha emanato un decreto affinché i ricchi non paghino le tasse, ha promulgato una legge affinché i piccoli appezzamenti di terreno diventino proprietà della classe media, protette dalle multinazionali dell’agroindustria… Insomma, capisco perché la gente sia arrabbiata. Dicono: “Non ha mantenuto questa promessa, né quella”, e ora: “Fuori, fuori!”. L’ho già detto: “Se vuole evitare un bagno di sangue, questa pacificazione richiede una successione ed elezioni entro 30 giorni; è costituzionale”.

    Pensi che le dimissioni di Paz siano l’unica soluzione possibile alla crisi?

    Questa è la mia valutazione di una settimana fa, ma la decisione finale non spetta a me. C’è una persecuzione diffusa e si stanno preparando per uno stato di emergenza, il che è molto grave. Nella legge sullo stato di emergenza, l’articolo 28 fa riferimento alla “presunzione di legalità operativa”; questo equivale a concedere l’impunità, il che è estremamente grave. L’articolo 30 parla di “uso della forza letale”: chiunque uccida non sarà indagato.
    [Il disegno di legge iniziale del governo è attualmente in esame in parlamento e ha subito delle modifiche giovedì 4 giugno, durante l’esame da parte del Senato. Dopo l’approvazione da parte della camera alta, dovrà essere ratificato dalla Camera dei deputati, cosa prevista per sabato 6 giugno.]
    [Secondo La Razon del 6 giugno, il vicepresidente Edmand Lara (che ha rotto con Rodrogo Paz) ha affermato che la sua lealtà al popolo boliviano rimaneva “intatta”. Ha difeso le sue azioni dalle critiche e ha respinto l’idea di dichiarare lo stato di emergenza in risposta alla crisi politica e sociale che attanaglia il paese. In una dichiarazione pubblica diffusa dalla vicepresidenza, il vicepresidente ha affermato di non aver abbandonato i suoi impegni nei confronti dei settori sociali e ha dichiarato che avrebbe continuato a promuovere le rivendicazioni formulate durante la campagna elettorale.]

    Cosa succederà se Paz dichiarerà lo stato di emergenza?

    Conoscendo i miei fratelli dell’Altiplano boliviano, so che se si ribellano, per loro è impossibile perdere. Se qualcuno muore, la reazione è ancora più forte; non hanno paura, è una ribellione.

    Paz è stato eletto democraticamente per un mandato di cinque anni. Perché non dovrebbe completare il suo mandato? E se alcuni non sono soddisfatti delle sue politiche, perché non aspettare le prossime elezioni per votare un altro candidato?

    [Portare a termine il suo mandato] è il suo compito. Ma [Paz] ha promesso tutto e non ha mantenuto nulla. Una compagna ha raccontato che durante la campagna elettorale Rodrigo Paz la chiamava “sorella, compagna”; oggi, per lui, siamo dei vandali al soldo dei narcotrafficanti, ripete quello che dice l’impero.

    Intendi candidarti alle prossime elezioni?

    Non ho fretta di scappare. Il ministro degli Esteri ha detto due giorni fa che era già tutto pronto per l’Operazione Delta [un presunto riferimento a Lauca, il rifugio dell’ex presidente]; vogliono catturare Evo, arrestarlo e dichiarare immediatamente lo stato di emergenza. Lo porteranno dall’aeroporto di Viru Viru a Buenos Aires o a Lima, e poi da lì negli Stati Uniti.

    Il presidente Paz ha annunciato inoltre che lo avrebbero catturato da un momento all’altro.

    Lasciate che mi prendano, ma chi mi prende si chieda chi sta prendendo: il primo presidente indigeno. Marco Rubio ha dichiarato la settimana scorsa che gli Stati Uniti non permetteranno ai narcotrafficanti di rovesciare leader democraticamente eletti. Paz non fa altro che ripeterlo.

    Se non intendete candidarvi, desiderate abbandonare la politica?

    Ora sono un piccolo agricoltore; ieri ho piantato degli alberi di avocado. Ho persino pensato di sposarmi. Ma i miei compagni mi dicono: “Senza di te, il movimento politico crollerà; devi restare con noi”. La nostra rivoluzione deve continuare, ma la gente dice: “Con Evo o niente”. Ho il dovere di restare con i miei compagni; è la missione della nostra vita. Le nostre richieste saranno soddisfatte solo quando saremo al potere.

    Chi sarà il candidato a rappresentare il movimento contadino indigeno?

    I candidati emergeranno durante gli incontri dal basso; è un processo aperto. Oggi ero a un comizio con il nostro unico governatore, Leonardo Loza, a Cochabamba. Abbiamo molti leader e compagni in Bolivia.

    Ma nessuno che tu consideri ancora un successore.

    Può darsi. Dobbiamo costruire uno strumento politico, affiancati da intellettuali della classe media che ci abbiano visto come una speranza.

    García Linera [vicepresidente da gennaio 2006 a novembre 2019] ha affermato che uno degli errori commessi durante il suo mandato è stato quello di non aver affrontato il crescente malcontento della classe media. Sei d’accordo?

    Non direi. Impegnandoci nell’autocritica, non abbiamo messo in atto programmi per ripensare la storia, la lotta dei nostri antenati. Insomma, non siamo stati in grado di dare una dimensione ideologica alle nostre azioni. Abbiamo dialogato con questa nuova classe media perché la nostra rivoluzione democratica era importante, ma, in base alla mia esperienza, direi che bisogna costruire le proprie difese con il proprio popolo, con la gente comune.

    Il vostro governo si caratterizza per il sostegno di diversi settori, come ad esempio la classe media urbana. Il movimento indigeno si è radicalizzato? Sono stati bruciati i ponti?

    Ecco a cosa siamo arrivati ​​dopo il colpo di stato del 2019. Mi dispiace profondamente che la classe media, alcuni leader che godono di privilegi, siano ora in prigione. Nel 2021 ho contattato Luis Arce [presidente da novembre 2020 a novembre 2025] e gli ho detto: “Lucho, abbiamo sentito che tuo figlio è coinvolto in affari loschi, arrestalo, ci danneggerà”. Ed eccolo qui, ora in prigione. Poi ho detto a Lucho che dovevamo fare progressi nella lotta al narcotraffico, ma non ha ascoltato neanche quello. Bisogna essere apprezzati e temuti; purtroppo, è così che funziona la vita politica e sindacale. Mi sono dissociato da Lucho nel dicembre 2022. Ho salvato il movimento politico prendendo le distanze; altrimenti, sarei in prigione.

    Sono in corso procedimenti contro di te. Se sei innocente, perché non ti presenti ?

    Per 30 anni sono stato accusato di essere un narcotrafficante, un terrorista. Se fossi un narcotrafficante, sarei già in prigione. Volevano impedirmi di ricoprire una carica pubblica nel 2005, ma li ho battuti e sono diventato presidente. Jeanine Áñez [presidente da novembre 2019 a novembre 2020] ha intentato 29 cause contro di me per terrorismo, disobbedienza civile, incitamento a commettere reati… Non hanno trovato nulla. Ora si stanno inventando questa storia di tratta di esseri umani ed emettono un mandato di arresto, ma non c’è stato un giusto processo. La stampa stessa dice che 200 poliziotti e 800 soldati mi stanno aspettando [all’udienza]; non sono così stupido da andarci. Stanno cercando di arrestarmi, di uccidermi. Non possono provare il reato. Il 5 maggio, la presunta vittima ha presentato un memorandum in cui afferma di non essere stata vittima di nessuno, e allora? Questa storia dovrebbe essere chiusa.

    Quali garanzie sarebbero necessarie per poter comparire davanti al tribunale?

    La procura dovrebbe archiviare il caso.

    Ma il caso riguarda la tratta di esseri umani e non è necessario che la vittima presenti una denuncia; la procura può indagare d’ufficio.

    Ma cosa succede se non ci sono prove? Non c’è stato un giusto processo e non ci sono vittime. Questo è un atto puramente politico. Prima, Evo era un narcotrafficante, un terrorista; ora è un pedofilo.

    Ti senti abbastanza forte per continuare?

    Sono ancora a capo delle Sei Federazioni del Tropico di Cochabamba. Ho uno spirito giovane. A gennaio mi sono ammalato più gravemente che mai, ho avuto la chikungunya [una malattia virale, caratterizzata da febbre e forti dolori, che viene trasmessa all’uomo da zanzare infette], ma sono guarito e sto bene. Vado al campo da calcio per correre 60 giri, faccio 1000 addominali cinque volte a settimana, in due serie. I miei compagni di scuola camminano con il bastone e mi chiedono: “Ma cosa mangia Evo?”.

    *l’intervista, curata da Mar Centenera e Caio Ruvenal, è apparsa sul quotidiano spagnolo El Pais il 6 giugno 2026. Le osservazioni esplicative [tra parentesi quadre] sono a cura della redazione di www.alencontre.org sito sul quale è apparso la versione francese dell’intervista.

    Leonardo De Angelis

    10 Giugno 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • La rivoluzione dei fenicotteri

    La rivoluzione dei fenicotteri

    Di Detjon Begaj


    La rivoluzione dei fenicotteri. Così la stanno chiamando in Albania. Questa foto relativa è relativa al terzo giorno consecutivo di protesta a Tirana, dopo gli scontri di sabato 30 maggio proprio a Narte. È il movimento più grande degli ultimi anni. Spontaneo, auto-organizzato, senza leadership verticale, a prevalenza giovanile. Ma le cose non accadono per caso. Anni di lotte, di movimenti sociali e ambientali, di compagne e compagni con una generosità e un coraggio incredibile in un contesto difficile che è difficile anche soltanto da immaginare in molti paesi europei. Un contesto dove per davvero hanno cementificato tutta la costa e resa irriconoscibile per chi ha un pochino di memoria di cos’era anche solo quindici anni fa.

    Ci sono cose che ti condizionano di più quando hai un legame affettivo, di sangue, “identitario” con un territorio. Se sei nato lì vicino al luogo che la famiglia Trump e altri oligarchi vogliono devastare per farci dei resort, se i tuoi genitori che vivono lì, se per tutta la vita ogni volta che tornavi andavi a passeggiare nella laguna di Zvernec e leghi questi luoghi a dei ricordi indimenticabili non puoi rimanere inerte.

    C’è un video in rete nel quale una ragazza del posto ha preso un megafono in mano e ha urlato “io qui ci ho imparato a nuotare”, di fronte al filo spinato, la polizia, i guardiani privati. Una cosa da brividi.

    Ma non è solo questo.

    È che quando è troppo è troppo. Razionalmente, proprio. Non si può vendere alla famiglia Trump un’isola intera di fronte Valona, simbolo della città. Non si può vendere alla famiglia Trump e ad altri un’area protetta come quella del delta del fiume Vjosa, Narte, Zvernec, luoghi letteralmente sacri per i cittadini di Valona e per tutti gli albanesi. Non si può vedere il proprio paese colonizzato, depredato delle proprie risorse, con la promessa che la ricchezza generata ricadrà sulla povera gente mentre questo non avviene mai. Mai. Intanto il paese è schiacciato dall’innalzamento del costo della vita, il turismo speculativo, i salari fermi, le infrastrutture di base – come l’acqua potabile tutto il giorno – che mancano ancora in larga parte del paese.

    L’Albania non è in vendita, grida questo movimento di protesta.

    Se solo possiamo fare qualcosa di utile, pur non vivendo lì, facciamolo. Supportiamo il movimento.

    DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO

    Dopo 35 anni di transizione, è arrivato il momento di porre fine a un modello di governo che ha leso la proprietà privata, il patrimonio nazionale e l’interesse pubblico. Questa protesta, nata come risposta alla compromissione della proprietà e delle ricchezze nazionali, presenta le seguenti richieste chiare e non negoziabili: 1) Le dimissioni del governo; 2) L’abrogazione dello status e del quadro normativo relativo agli investitori strategici; 3) L’abrogazione del cosiddetto “Pacchetto Montagne”; 4) L’annullamento delle modifiche alla legge sulle aree protette; 5) L’annullamento delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale. Queste non sono richieste di parte. Sono richieste di giustizia, legalità e tutela dell’interesse nazionale. Non accettiamo negoziati sui diritti fondamentali dei cittadini né sui beni che appartengono a tutti gli albanesi. Oggi rivolgiamo un appello a ogni albanese, dentro e fuori dal Paese, affinché si unisca a questo impegno civico per porre fine a questa casta politica corrotta. Il tempo del silenzio è finito. È arrivato il tempo dell’azione. L’Albania appartiene ai suoi cittadini!

    Leonardo De Angelis

    9 Giugno 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Nei prossimi cinque anni si prevede che le temperature saranno “a livelli record o quasi”

    Nei prossimi cinque anni si prevede che le temperature saranno “a livelli record o quasi”

    Di Climate & Capitalism

    Rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale.

    Si prevede che le temperature medie superficiali fino al 2030 supereranno l’obiettivo di 1,5 °C.

    Il Rapporto annuale e decennale sul clima globale 2026-2025 dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) viene pubblicato annualmente. Presenta una sintesi delle previsioni globali annuali e decennali elaborate dall’OMM e da altri centri che contribuiscono al progetto.

    L’ultimo rapporto, pubblicato questa settimana, indica che le temperature medie globali dovrebbero rimanere a livelli record o prossimi ad essi durante il quinquennio 2026-2030. La temperatura media globale della superficie terrestre, calcolata come media annuale per ogni anno tra il 2026 e il 2030, dovrebbe essere da 1,3 °C a 1,9 °C superiore alla media preindustriale del periodo 1850-1900.

    Tra le altre previsioni si annoverano:

    • È molto probabile (91% di probabilità) che la temperatura media globale della superficie terrestre superi di 1,5 °C i livelli medi del periodo 1850-1900 per almeno un anno tra il 2026 e il 2030. È inoltre probabile (75% di probabilità) che la media quinquennale del periodo 2026-2030 superi di 1,5 °C la media del periodo 1850-1900.
    • È probabile (86%) che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 stabilisca un nuovo record annuale (attualmente il 2024). È estremamente improbabile (<1%) che in qualsiasi anno si superi un riscaldamento di 2°C nei prossimi cinque anni.
    • La previsione della temperatura media quinquennale per la regione Niño 3.4 nell’Oceano Pacifico, rispetto all’intera zona tropicale, indica una predominanza di condizioni El Niño, in particolare nel 2027 e nel 2028.
    • Nei prossimi cinque inverni prolungati (da novembre a marzo), le temperature artiche dovrebbero essere di 2,8 °C superiori alla media del periodo 1991-2020, un’anomalia più di tre volte e mezzo maggiore rispetto alla media globale dello stesso periodo.
    • Le previsioni decennali per la temperatura superficiale per il periodo 2026-2035 sono simili a quelle osservate nelle proiezioni climatiche. Tuttavia, le previsioni indicano anomalie di riscaldamento maggiori rispetto alle proiezioni per l’Amazzonia, il Nord Africa, la Scandinavia settentrionale e il Mar di Groenlandia.
    • Le previsioni relative al ghiaccio marino artico per il periodo marzo 2026-2035 suggeriscono un’ulteriore riduzione della concentrazione di ghiaccio marino nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Okhotsk.
    • Le previsioni sulle precipitazioni per il periodo maggio-settembre 2026-2030 indicano che, durante questa stagione, è più probabile che si verifichino anomalie di umidità nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e in Siberia, nonché anomalie di siccità sull’Amazzonia.

    Le previsioni regionali vengono elaborate per tutte le regioni dell’OMM. Ad esempio, secondo il SEECOF, gli inverni recenti sono stati insolitamente secchi nella regione dell’Europa sud-orientale. Le previsioni regionali suggeriscono che il periodo dal 2026 al 2030 vedrà probabilmente un altro periodo di precipitazioni insolitamente elevate.

    (Articolo pubblicato sul sito web Climate & Capitalism il 28 maggio 2026; traduzione a cura della redazione di A l’Encontre )

    Leonardo De Angelis

    4 Giugno 2026
    Ecosocialismo
  • Elezioni Amministrative – L’alternanza non aiuta il centro sinistra a battere la destra della Meloni

    Elezioni Amministrative – L’alternanza non aiuta il centro sinistra a battere la destra della Meloni

    Di Nando Simeone

    L’ASTENSIONE AL +5% HA COLPITO SOPRATTUTTO I GIOVANI

    A partire dai brutti risultati delle principali grandi città Venezia e Reggio Calabria il centro sinistra porta a casa un risultato complessivamente deludente, malgrado l’impegno principale dei vari leader a partire dalla incauta dichiarazione dei giorni scorsi di Elly Schlein, “Da Venezia arriverà un messaggio per la Meloni”. Venturini stravince con il 51,02% così come accade a Reggio Calabria con Cannizzaro, un risultato travolgente con il 65,68% mentre per il centro sinistra assomiglia ad una Caporetto, con il PD al 9,5% e AVS riesce a strappare un 4% che, vista l’aria, assomiglia ad un successo. Non classificato il M5S, che non è stato nemmeno in grado di mettere insieme i nomi necessari per costruire una lista.

    Cannizzaro dichiara “Percepivo l’entusiasmo, la voglia di cambiamento e di identità che in questa città aveva perso in questi ultimi anni. Ero abbastanza fiducioso però il risultato non era per nulla scontato dopo 12 anni di amministrazione del PD e del centro sinistra. Ma il risultato plebiscitario che stiamo riscontrando era inaspettato” 1) il manifesto Laguna blu “Anche oggi crolliamo domani” Andrea Colombo martedì 26 maggio – Si attesta attorno al 70% il consenso del Forzista – Cannizzaro trionfa a Reggio Calabria: la caporetto del Partito democratico

    In Toscana va bene il centro sinistra, mente Vincenzo De Luca con le sue sette liste e senza il simbolo del PD arriva al 57% dei voti. Salerno non senza ragione viene definita il “Principato De Luca”, la Sinistra intorno al 15% “Faremo opposizione”.

    Di quasi sette milioni di elettori, si è presentato a votare circa il 60%, con un’astensione che sale di ben 5 punti rispetto alle consultazioni precedente. Nella scorsa tornata elettorale i votanti erano stati il 64,91%. La massa critica dei giovani che si è riversata al referendum ai seggi per dare un segnale al governo Meloni si è sentito meno coinvolta sulla scelta dei sindaci. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane che appena poco tempo fa aveva fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto.

    L’incomprensione, se non la sottovalutazione, del protagonismo giovanile si è espressa negli ultimi anni a partire da un movimento globale, con mobilitazioni mondiali e di massa. Un’intera generazione è scesa in piazza nei cortei del Global Climate Strike in tutto il mondo e, in Italia, ha visto la partecipazione di massa di tantissimi studenti e studentesse, in particolare dei giovanissimi delle scuole superiori.

    Gli studenti e le studentesse hanno assunto posizioni molto radicali:

    “Per noi la giustizia climatica significa che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica debba essere chi, fino ad oggi, ha speculato sull’inquinamento della Terra e sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i migranti e con tutti i popoli indigeni.

    Siamo giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della Terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico, che non sta facendo nulla in proposito.

    La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale: la transizione ecologica deve quindi essere accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze. Vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema, non il clima, non è per noi uno slogan.”

    Le grandi mobilitazioni dei movimenti studenteschi e giovanili hanno contribuito a sedimentare una coscienza politica che troppo spesso i partiti del centrosinistra non hanno saputo cogliere, tra incomprensione e timore. Si tende a sostituire il conflitto sociale con dinamiche interne alla politica istituzionale, senza rispondere ai bisogni delle classi sociali e senza rompere con le politiche di austerità.

    Si cerca così di incanalare il protagonismo sociale dei giovani verso una dimensione esclusivamente elettorale.

    Stiamo assistendo alla dinamica che spinge tantissimi giovani a rifiutare la partecipazione ad appuntamenti elettorali percepiti come inutili e anche dannosi alla loro condizione di vita esistenziale e all’assenza di un progetto di giustizia sociale.

    Rimane evidente l’assenza di un soggetto politico alternativo capace di organizzare questo tessuto sociale e di trasformarlo in forza politica, mettendo al centro nuove conquiste sociali.

    Rimane drammaticamente evidente l’assenza di un soggetto politico alternativo capace di organizzare questo tessuto sociale e di trasformarlo in forza politica, mettendo al centro nuove conquiste sociali.

    Le alternative, tuttavia, esistono e crescono.

    La vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento significativo.

    In Irlanda, la vittoria di Catherine Connolly, candidata indipendente di sinistra, segna un altro esempio importante.

    In Francia, infine, la crescita di La France Insoumise conferma una tendenza al rafforzamento della sinistra alternativa.

    Nello Stato Spagnolo Adelante Andalucía, partito lanciato da Anticapitalistas, che aveva ottenuto 2 deputati nel 2020, ha conquistato 8 seggi con 401.732 voti, quadruplicando così la propria rappresentanza nel Parlamento andaluso. Supera Vox a Siviglia e Cadice, diventando in queste province la terza forza dietro il PP e il PSOE. Nella città di Cadice è addirittura la seconda forza politica. E tutto questo è stato proclamato senza complessi, definendosi pubblicamente come un partito andaluso, internazionalista, eco-socialista, anticapitalista, femminista e antirazzista. A seguito dei risultati elettorali, si apre ora per Adelante Andalucía un nuovo campo di compiti organizzativi, per trasformare i voti e la simpatia raccolti in una forza organizzata capace di promuovere mobilitazioni sociali, praticare una politica di fronte unico nell’azione, presentare candidature in un numero maggiore di città e villaggi alle prossime elezioni municipali e, se possibile, candidarsi anche alle future elezioni generali per il Parlamento spagnolo.

    E come afferma la portavoce di Adelante Andalucía, Teresa Rodríguez, non si tratta soltanto di mettere in piedi una candidatura elettorale, ma di costruire un partito per le nuove generazioni.

    Leonardo De Angelis

    27 Maggio 2026
    Ecosocialismo
  •  A jatta Nera: secondo incontro

     A jatta Nera: secondo incontro

    Di  A jatta Nera

    Care jattarelle, grazie davvero a tutte le persone che sabato scorso hanno partecipato al nostro secondo incontro sui micromachismi e i microfemminismi.

    Ci siamo confrontat* su tanti temi, catcalling, battute sessiste, pressione estetica, mandato di genere, mancanza di riconoscimento professionale, invisibilità in contesti lavorativi, difficoltà a poter esprimere liberamente la propria emotività… piccole discriminazioni quotidiane che sono l’emanazione di strutture di oppressione profonde, che stiamo imparando a riconoscere e ad affrontare.

    Come? Con i microfemminismi, piccoli atti di resistenza quotidiana. Non c’è nulla di banale, nulla di insignificante, tutto vale, abbiamo messo in comune strategie e stratagemmi, alcuni puntano sull’arguzia e sull’ironia, altri sull’empatia e su un approccio più educativo, altri ancora sulla cura dell’altr*.

    E ne abbiamo condivisi così tanti, che abbiamo pensato che sarebbe davvero una bella idea raccoglierli in una sorta di manuale illustrato da poterci scambiare, commentare, tenere con noi come fonte di ispirazione per attuare questi piccoli atti di resistenza contro il patriarcato.

    Per cui, se anche voi volete contribuire al nostro progetto, vi invitiamo a mandarci le vostre strategie microfemministe. Potete scriverci al nostro indirizzo mail ajattanera17@gmail.com, oppure sui nostri profili Instagram e Facebook.

    Vi alleghiamo le foto dell’incontro e cogliamo anche l’occasione per annunciarvi che le jatte nere adesso sono diventate tre: il branco, piano piano, cresce!

    Un po’ di fusa a tutt* voi, a breve vi aggiorneremo sui prossimi incontri!

    Leonardo De Angelis

    18 Maggio 2026
    Ecosocialismo
  • Quando fanno più notizia i server delle persone

    Quando fanno più notizia i server delle persone

    Di Leonardo De Angelis

    In questi giorni il nome di Sistemi Informativi è finito improvvisamente al centro dell’attenzione mediatica nazionale per il presunto attacco hacker che avrebbe colpito l’azienda.

    Televisioni, radio, siti web, quotidiani: tutti mobilitati.
    Analisti, esperti di cybersecurity, commentatori.
    Ore e ore di discussione sul rischio digitale, sulla vulnerabilità dei sistemi, sulla sicurezza delle infrastrutture.

    Eppure, appena poche settimane prima, la stessa azienda aveva aperto una procedura di mobilità per trentacinque lavoratrici e lavoratori.

    Trentacinque persone messe di fronte alla prospettiva concreta di perdere il proprio posto di lavoro.

    Di quella vicenda, invece, quasi nessuno ha parlato.

    Ed è difficile non vedere, in questa enorme sproporzione mediatica, il riflesso di un problema molto più profondo: in questo Paese il lavoro interessa sempre meno, mentre tutto ciò che è emergenza, tecnologia o spettacolarizzazione dell’allarme conquista immediatamente spazio, attenzione e visibilità.

    Un attacco informatico diventa un caso nazionale.
    Trentacinque licenziamenti restano un fatto interno.

    È il segno di una trasformazione culturale precisa.

    Negli ultimi anni ci siamo abituati a raccontare le aziende come fossero soltanto numeri, piattaforme, processi, infrastrutture digitali.
    I lavoratori sono scomparsi dal linguaggio pubblico.
    Esistono i “mercati”, gli “asset”, i “servizi”, la “resilienza cyber”, ma raramente esistono più le persone.

    Eppure dietro quelle trentacinque posizioni ci sono competenze costruite in anni di lavoro, sacrifici personali, professionalità spesso utilizzate fino all’ultimo giorno utile e poi improvvisamente considerate un costo da ridurre.

    La verità è che nel dibattito pubblico italiano il lavoro torna centrale solo quando diventa statistica, conflitto eclatante o tragedia.
    Altrimenti resta invisibile.

    È invisibile quando si aprono procedure di mobilità.
    È invisibile quando interi settori vengono precarizzati.
    È invisibile quando aziende che per anni hanno beneficiato dell’impegno dei dipendenti scaricano i costi delle riorganizzazioni sui lavoratori.

    Da ex dipendente, questa vicenda lascia un’amarezza profonda.
    Non soltanto per ciò che sta accadendo ai colleghi coinvolti, ma per il silenzio totale che ha accompagnato la notizia.

    Perché quando un sistema informatico si blocca, il Paese si interroga immediatamente sulla sicurezza nazionale.
    Quando invece trentacinque persone rischiano di perdere il lavoro, sembra che la questione riguardi soltanto loro.

    Ma il lavoro non è un tema privato.
    Non è un problema individuale da gestire nel silenzio.
    È una questione sociale, politica e democratica.

    Per questo oggi sento il dovere di esprimere tutta la mia solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori coinvolti nella procedura di mobilità.

    A chi in queste settimane sta vivendo paura, rabbia, delusione e incertezza.
    A chi continua comunque a difendere con dignità il proprio lavoro e la propria professionalità.

    E proprio perché il silenzio è spesso il primo alleato della rassegnazione, credo sia importante non abbassare la testa.

    Resistere significa restare uniti!
    Significa pretendere attenzione, rispetto e trasparenza.
    Significa ricordare che dietro ogni numero ci sono persone, storie e vite che meritano di essere difese.

    Ai colleghi coinvolti va il mio abbraccio sincero e il mio augurio di non sentirsi soli.
    Perché il lavoro non è soltanto un costo da tagliare: è dignità, identità e futuro.

    Leonardo De Angelis

    8 Maggio 2026
    Ecosocialismo
  • La Pantera a Napoli da Officina99

    La Pantera a Napoli da Officina99

    Di Nando Simeone

    Alcuni avvenimenti come la presentazione del libro sul movimento studentesco del ‘90, insieme al regista Leonardo Celi, ci inorgogliscono e ci rendono fieri di essere stati protagonisti di quel grande movimento.

    L’iniziativa organizzata da Officina 99 ha avuto come titolo: “35 ANNI D’AMORE CHE RESISTE”.

    Una festa dove gli invitati “le persone che ancora amano, resistono e cospirano per realizzare il desiderio di un mondo più giusto. Con la proiezione del documentario “La Pantera eravamo noi” di Leonardo Celi e la presentazione del libro “La Pantera. 30 anni portati bene” di Nando Simeone (Nep edizioni) ripercorriamo la storia dei movimenti giovanili di questo paese: dalle “magliette a strisce” degli anni ’60, a La Pantera degli anni ’90, dal movimento “no global” del 2000, fino ai più recenti Fridays For Future. La memoria del passato come pratica viva, strumento per immaginare un presente e un futuro alternativi”.

    Non è stato poi possibile trasmettere il documentario “La Pantera eravamo noi”, ma pur in assenza di quello straordinario documentario, che ricostruisce con immagini ed interviste, l’avvincente storia del movimento studentesco si è deciso di procedere con la presentazione del libro, con l’introduzione di Ubaldo Nazzaro, compagno storico di Officina 99, e subito dopo ho esposto gli eventi principali di quesi fantastici anni.

    Il movimento nasce a Palermo il 5 dicembre nella facoltà di lettere dove si decise per l’occupazione a oltranza. La mobilitazione prese avvio a partire dall’agitazione dei lettori e delle pessime condizioni strutturali dell’ateneo palermitano e si legò immediatamente all’assenza di una legge regionale sul diritto allo studio e alla discussione in parlamento di un progetto di controriforma dell’università, proposto dal ministro socialista Ruberti.

    Quasi tutte le facoltà, una dopo l’altra, cadevano in mano al movimento. L’assemblea di ateneo spinse in avanti il nascente movimento soprattutto dal punto di vista della sua autoorganizzazione: vennero istituite la commissioni di studio di studio, sulla riforma Ruberti, l’altra sul diritto allo studio, e venne istituito il centro stampa d’Ateneo con il preciso compito di gestire il difficile rapporto con i mass media, ma anche i rapporti con le altre facoltà che pian piano iniziavano a mobilitarsi.

    Natale a Palermo da tutta Italia: scesero a Palermo centinaia di studenti, non solo militanti politici delle organizzazioni giovanili. Enorme fu la partecipazione ai veglioni di fine anno, alle tante feste nelle facoltà occupate, ai concerti. La facoltà di Architettura divenne emblema di questo processo di appropriazione e liberazione delle facoltà, e al suo interno suscitò grande emozione la galleria d’arte prodotta dagli studenti: “Più di 150 murales, uniti dal criterio di rappresentare la libertà nelle sue mille forme. La prima aula che si incontra è intitolata all’Intifada e i murales rappresentano scene della lotta del popolo palestinese”. Fu una delle produzioni culturali più avanzate del movimento studentesco.

    Di ritorno dalle vacanze militanti siciliane, appena rientrati in facoltà, il comitato di Psicologia di Roma convocò un’assemblea di facoltà, decisi di provare l’occupazione a prescindere dalla presenza numerica all’assemblea. Dopo la scelta di occupare ci fu una grandissima festa nella facoltà occupata e successivamente nelle altre facoltà a partire da Lettere il 14 gennaio del 1990 fu occupata e successivamente tutte le altre ed appena dopo anche in tutte le altre facoltà in giro per l’Italia furono occupate.

    Poi abbiamo anche un cambio nella presidenza per la gestione del dibattito ad officina 99, Ubaldo Nazzaro viene sostituito da Federica Pagano, da sottolineare che noi ex Pantere non eravamo tantissimi, ma in compenso erano presenti tanti giovani donne ed uomini, e diversi interventi sono stati molto rigorosi.

    Ma il punto politicamente cruciale della Pantera fu la messa in questione del progetto di privatizzazione corporativa dell’Università avanzato dal ministro-rettore Ruberti e sostenuto, in buona sostanza, anche dal Pci; Ruberti segnò in effetti uno dei punti più significativi dell’effettiva egemonia che il craxismo esercitò in quegli anni sul PCI. Riguardando quel dibattito oggi, 36 anni dopo e dopo che i semi di quel progetto hanno dato i frutti amarissimi che sono sotto gli occhi di tutti, risulta chiaro quanto quel movimento avesse ragione e quanto vedesse lontano. La Pantera fu invece lasciata morire, per solitudine, dalla sinistra riformista: nonostante l’ampiezza inaudita delle mobilitazioni (per il numero di Facoltà occupate e per la durata delle occupazioni la Pantera superò di gran lunga anche il ’68!) non si riuscì nemmeno a portare in aula la legge di Ruberti, che fu approvata, con la complicità del PCI, direttamente in Commissione. Se si vuole capire ciò che successe poi negli anni Novanta e la sconnessione che si determinò da allora fra sinistra e mondo giovanile, aprendo la strada agli “anni di merda” del craxismo e del berlusconismo, la vicenda della Pantera appare cruciale. Qualcuno scrisse allora (riferendosi alla sinistra riformista) che chi calpesta i fiori non si deve poi sorprendere di non raccogliere i frutti.

    La Pantera del 1990 si mobilitava in un’università che si avvicinava all’università di massa, oggi dopo la dura sconfitta di quel movimento la classe dominante ha agito con molta cautela per portare avanti ulteriori processi di smantellamento dell’Università pubblica, fino ad arrivare ad oggi con le università di seria A con costi altissimi dove solo i figli dei ricchi possono accedere e le altre università di serie B e di serie C che non possono che formare futuri professionisti e lavoratori e lavoratrici qualificati, ma purtroppo inseriti nella giungla del precariato.

    Terminato lo straordinario dibattito abbiamo gustato e bevuto cose straordinarie e ovviamente non poteva mancare la musica “Con il dj set a cura di selectors dei sound system autocostruiti diamo voce alla musica dal basso: dancehall, dub, tekno, breakbeat e tutte le frequenze che sfuggono ai circuiti mainstream e all’omologazione sonora. Da vent’anni Officina 99 è casa per molti sound system della città, che qui costruiscono, riparano e sperimentano, condividendo materiali e saperi attraverso pratiche di autogestione e autonomia.

    E come in tante feste del movimento della Pantera, a Napoli da Officina 99 si è socializzato con tanti compagne e compagni fino a notte fonda, poi siamo rientrati nella casa che ci ospitava, ed io con Leonardo appena rientrati abbiamo discusso sia con Alvise che con Priscilla e instancabilmente abbiamo continuato a socializzare piacevolmente. Anche se stanchissimi abbiamo montato il file del documentario e con il videoproiettore ci siamo rivisti lo straordinario lavoro di Leonardo Celi. Abbiamo terminato tardissimo, intorno alle 3 di notte, la mattina ci siamo alzati piuttosto tardi e non siamo riusciti a partecipare alla manifestazione del 1° maggio di Napoli, per magra consolazione siamo rientrati a Roma nel primo pomeriggio.

    Il libro LA PANTERA 30 anni portati bene (Nep edizioni)

    Conferito per il primo posto nell’ambito del Contest letterario riservato ai testi Editi della Sezione Opere Letterarie del XII Festival Internazionale Roma FilmCorto

    Leonardo De Angelis

    7 Maggio 2026
    Ecosocialismo
  • Marcia funebre per gli artisti di strada, non toccate l’arte popolare!

    Marcia funebre per gli artisti di strada, non toccate l’arte popolare!

    Di Comitato artiste e artisti di strada napoletanə & Antonio Vitiello (Foto di Ferdinando Kaiser)

    Residenti contro i residenti, L’arte popolare, o tradizionale, è la produzione artistica e artigianale radicata nella cultura di un popolo, creata spesso da non professionisti seguendo tradizioni secolari. Si distingue per la decorazione di oggetti d’uso quotidiano, l’uso di tecniche semplici e la forte connessione alle tradizioni locali. Consideriamo la musica degli artisti di strada come espressione artistica popolare che coinvolge tanti cittadini e che ha bisogno di una regolamentazione per la convivenza pacifica e partecipata con i negozianti e i commercianti perchè siamo convinti che il rispetto reciproco e la valorizzazione di questa musica popolare che consideriamo artistica non può che portare benessere a tutti.

    Quando De Magistris diventò sindaco, fece un regolamento dedicato all’arte di strada in cui si dichiarava che l arte di strada, essendo considerata un valore aggiuntivo alla città, poteva essere libera e senza nessun bisogno di permesso.
    Era possibile esibirsi dalle 8.00 alle 24.00.

    Quando poi è stato eletto sindaco Manfredi, uno dei consiglieri comunali che è anche il rappresentante del comitato residenti per la quiete pubblica, ovvero l’avvocato Gennaro Esposito, ha fatto fare un’ordinanza all’interno del vecchio regolamento De Magistris, diventata poi Articolo 12 comma 4, che dice ” è fatto divieto assoluto dell’utilizzo di percussioni e di amplificatori di alcun tipo ….”.

    Ciò significa che nemmeno l’handpan non può essere suonato, e neanche una cassa Bluetooth di piccolissima dimensione e di pochi watt può essere utilizzata come per accompagnare un violino o una chitarra, o una voce.

    Chi viola questa regola è multato con una sanzione da 250 a 500 euro.

    Nel mese di febbraio 2025 noi del comitato artisti di strada napoletani abbiamo fatto una manifestazione per cui un tavolo della giunta comunale composto da alcuni consiglieri comunali tra cui lo stesso Gennaro Esposito ci ha accolto promettendoci di togliere l’Articolo 12 comma 4 e anzi chiedendoci di scrivere noi stessi una bozza di regolamento, che non stravolgesse troppo il vecchio regolamento De Magistris ma che però tenesse conto della quiete pubblica.
    Nella proposta del regolamento da noi fatta, c’era una zonizzazione delle strade in cui era possibile suonare ad impatto di più alto (lungomare, grandi piazze) o a basso impatto sonoro (aree molto abitate) e soprattutto sono state pianificate fasce orarie molto limitate in cui potesse essere consentito suonare con amplificazione moderata: dalle 10.00 alle 14.00 e dalle 16.00 alle 20.30.

    È accaduto che, in via di approvazione di tale bozza di regolamento più volte palleggiato tra Gennaro Esposito e uno dei nostri referenti Yuri Menna, il comitato residenti per la quiete pubblica ha vinto una causa contro il Comune stesso, in merito agli schiamazzi della movida notturna. Per cui il Comune già ha dovuto risarcire 800.000 euro a tale comitato.

    Non solo il comma 4 non è stato cancellato, ma sono aumentate le multe agli artisti di strada che non c’entrano nulla con la movida.

    Il 2 maggio è stata fatta un altra manifestazione dalle artiste e gli artisti di strada contro questa situazione.

    Leonardo De Angelis

    5 Maggio 2026
    Ecosocialismo
  • 25 APRILE 2026: Grande partecipazione di popolo

    25 APRILE 2026: Grande partecipazione di popolo

    Di Nando Simeone

    Partigiani di Bandiera Rossa festeggiano la liberazione

    di Roma nel giugno 1944; si nota la fascia al braccio con falce e martello, che era di coloro rosso

    ORA E SEMPRE RESISTENZA

    Nelle città italiane si sono tenute celebrazioni, cerimonie e cortei per rendere omaggio alla Resistenza e all’81esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Da Roma a Milano, fino a Palermo e Bologna, Napoli e tante altre città, accanto alle bandiere dell’Anpi sono tante anche quelle della Palestina e della pace. Diverse contestazioni e tensioni. Momenti di tensione a Milano, con la Brigata Ebraica fatta uscire dal corteo. Spari a Roma, feriti due iscritti all’ANPI.

    La brigata Ebraica era un reparto regolare dell’esercito britannico non appartiene alla resistenza italiana: composto in larga parte da volontari ebrei dalla Palestina sotto mandato britannico, lo Stato ebraico non era stato ancora fondato. Invece tantissime ebree ed ebrei italiani parteciparono alla guerra di liberazione nelle formazioni partigiane della resistenza, non nelle file della Brigata Ebraica, che restava una forza militare straniera. La sua memoria viene usata come alibi per portare dentro la Liberazione italiana il sostegno politico a Israele. La letteratura storica collega l’esperienza della Brigata alla formazione del personale che confluirà nella Haganah e poi nell’IDF. Il 25 aprile celebra una storia precisa: la resistenza italiana, le sue organizzazioni clandestine, le brigate partigiane, gli scioperi, le reti civili, l’insurrezione, la guerra di liberazione condotta nel paese contro i fascisti e i nazisti. Una forza armata straniera dell’esercito britannico può essere ricordata come alleata nella sconfitta dei nazifascisti, ma non può essere fusa senza residui con la peculiarità politica e sociale della resistenza italiana. Questa fusione non è memoria: è un’operazione ideologica. Il suo impiego militare fu reale ma circoscritto, nel tempo nello spazio e nei numeri. Le fonti la collocano nella fasi finali della campagna italiana, non certo fra i protagonisti principali dell’intero processo di liberazione del paese. L’operazione è di attribuirle una rendita morale spendibile nel presente. Da un lato la si sottrae alla sua continuità con la nascita armata di Israele; dall’altro la si usa come schermo simbolico dentro il conflitto contemporaneo.

    Separare completamente la Brigata Ebraica dalla genealogia politico-militare dello stato nato nel 1948 serve a rendere innocua una storia coloniale che innocua non è. Serve a depoliticizzare il passato per rendere più opaco il presente. Cinque falsi miti sulla brigata Ebraica1.

    Alla manifestazione di Milano, lo spezzone della Brigata Ebraica era piuttosto composito, c’era lo striscione della Brigata, le bandiere di Israele (che il comitato permanente antifascista aveva chiesto di non portare), le associazioni 7 ottobre e Sinistra per Israele, una foto di Netanyahu, le bandiere dell’Iran monarchico, una foto di Trump, qualche bandiera ucraina e le bandiere di Forza Italia presenza inedita. Lo spezzone della Brigata Ebraica viene fermato dai manifestanti che urlano “fuori fuori”. Volano anche insulti più pesanti. Sono momenti concitati, non si va né avanti né indietro.

    Alle 16.30 la questura decide di far uscire lo spezzone della Brigata Ebraica dal corteo. La Brigata Ebraica viene fatta uscire verso via Senato tra fischi e applausi.2

    Anche a Roma due antifascisti feriti da un uomo a volto coperto che attacca una coppia dell’Anpi con una pistola ad aria compressa. Lei viene colpita alla spalla, il marito al collo. Saranno medicati subito dall’ambulanza presenti sul posto, le escoriazioni sono lievi.

    Non va abbassata la guardia. “Siamo tutti scioccati perché sono compagni e compagne che sono venuti qui per stare insieme in un momento di grande festa per celebrare la Resistenza parlando di pace, per stare bene, ha sottolineato la presidente dell’Anpi provinciale di Roma. La festa è stata pensata in questo parco perché anche bambini e persone anziani potessero stare con noi tutto il giorno”3

    Alcune ed importanti precisazioni storiche sulla Resistenza a Roma ed in centro Italia

    Bandiera Rossa fu un partito politico nonché una brigata partigiana rivoluzionaria che operò durante la Resistenza nella zona di Roma. La denominazione ufficiale era Movimento Comunista d’Italia (MCd’I), ma fu universalmente conosciuto con il titolo del suo giornale, Bandiera Rossa, che ebbe ampia diffusione clandestina durante l’occupazione tedesca. Fu la più grande forza partigiana nella Roma occupata, con una base di circa tremila militanti, in massima parte dislocati nelle borgate della capitale. Fu anche quella che ebbe il maggior numero di caduti: più di 180, di cui più di 50 nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

    Il movimento si dotò di due comandi militari:

    1. Il comando delle “bande esterne”, da cui dipendevano vari gruppi partigiani nel Lazio, in Umbria e nel sud della Toscana, formati da comunisti e/o soldati del Regio Esercito sbandatisi dopo l’8 settembre 1943; questo comando fu retto da Ezio Malatesta e Filiberto Sbardella;
    2. Il comando delle “bande interne” che operavano nella città di Roma, retto da Aladino Govoni e Antonio Poce. Roma fu a sua volta suddivisa in sei zone, ciascuna delle quali aveva un proprio comando, i cui comandanti si riunivano nel comitato cittadino.

    Il MCd’I svolse gran parte della sua opera di orientamento politico attraverso il suo giornale clandestino, Bandiera Rossa, che ebbe una notevole diffusione; lo stesso movimento divenne principalmente noto col nome del giornale. Secondo Felice Chilanti un numero del giornale raggiunse la tiratura di 12 000 copie; una relazione dello stesso Chilanti, datata 12 aprile 1944, menziona un accordo con un tipografo per stampare 5 000 copie a numero del periodico. Il giornale era redatto principalmente da Chilanti e Cretara. Il primo numero uscì il 5 ottobre 1943; ne furono pubblicati sette numeri fino a quello del 27 dicembre 1943, ma dopo tale data, e fino alla liberazione di Roma nel giugno 1944, riapparve solo con tre o quattro numeri, a causa di difficoltà finanziarie e perché la tipografia clandestina era stata scoperta dai nazifascisti. Nella succitata relazione Chilanti lamenta anche un probabile «sabotaggio» da parte del PCI, che avrebbe fatto pressione su stampatori e tipografi per ostacolare l’uscita del periodico. Nei primi mesi del 1944 l’assenza del giornale fu parzialmente surrogata con l’uscita di un bollettino in formato ridotto, denominato DR (disposizioni rivoluzionarie).4

    Irritato per le molte azioni dei partigiani, il 2 febbraio il generale Maltzer diede ordine di eseguire immediatamente a Forte Bravetta la fucilazione di 11 partigiani, catturati e condannati il 28 gennaio, tutti appartenenti al Movimento “Bandiera rossa”: Enzio Malatesta, Romolo Jacopini, Filiberto Zolito, Bruno Bitler, Gino Rossi, Ettore Arena, Benvenuto Badiali, Quirino Sbardella, Augusto Parodi, Carlo Merli Ed Ottavio Cerulli.

    Mai citato nei discorsi ufficiali dedicati alla Resistenza, sconosciuto per moltissimi cittadini romani, il Movimento Comunista d’Italia (Mcd’i), più noto con il nome del suo organo di stampa “Bandiera Rossa”, è stata la formazione politica e partigiana a Roma più attiva, più temuta e per questo più tenacemente perseguitata dai nazifascisti nei nove mesi dell’occupazione. I suoi militanti pagarono il più alto tributo di sangue ed i nomi dei suoi martiri figurano ancor oggi su tantissime lapidi delle strade romane. i combattenti riconosciuti di Bandiera Rossa furono 1.183 cinque volte quelli del PCI e 481 più del Partito socialista, 186 i caduti, pari al 34% del totale, vale a dire il triplo di quelli subiti dal PCI, cinque volte quelli del Partito d’Azione e 137 furono quelli arrestati e deportati. I militanti di Bandiera rossa furono in prima fila nella battaglia di Porta S. Paolo, e tra essi vanno ricordati soprattutto un ragazzo sedicenne di Cento celle, Antonio Calvani, che morì con le armi in pugno e Aladino Govoni e di Tigrino Sabatini, più tardi entrambi fucilati dai tedeschi. Tra i 335 martiri delle Fosse Ardeatine ben 52 erano membri di Bandiera Rossa.


    Scaturito nell’agosto del ’43 dall’unificazione di alcuni nuclei socialisti e libertari con il gruppo cospirativo romano “Scintilla” (il suo nome era un chiaro riferimento all’Iskra di Lenin), fondato nel 1935 dall’avvocato Raffaele De Luca, ex sindaco socialista di Paola, Francesco Cretara, incisore, Orfeo Mucci, falegname figlio di un anarchico del quartiere di San Lorenzo, Antonino Poce elettricista del quartiere Ponte, il Mcd’i si pronunciò da subito per l’abbattimento della monarchia e la caduta del governo Badoglio, pur riconoscendo all’URSS il ruolo di guida della rivoluzione mondiale, e quindi rifiutò di aderire al CLN. Nonostante questa sua “intransigenza”, pensata e praticata, e la denuncia della “moderazione” del PCI, seppe raccogliere adesioni di anarchici, cattolici, massoni, repubblicani e socialisti come i fratelli Carlo e Matteo Matteotti, figli di Giacomo, intellettuali come Piovene, artisti come il tenore Nicola Ugo Stame. Bandiera Rossa aveva forti cellule tra poste telegrafonici, Vigili del fuoco, Ferrovieri, i lavoratori della TETI cioè l’azienda telefonica, dell’Anagrafe, dell’EIAR (la Rai del tempo) ma ciò che più lo caratterizzò fu il suo radicamento nelle borgate romane (San Lorenzo, Cento celle, Tor Pignattara, Tiburtino III, Primavalle ecc.), abitate dai “diseredatì” cacciati dagli sventramenti edilizi voluti dal duce o dagli immigrati e dagli sfollati. Tra tantissimi scontri a fuoco, attentati, sabotaggi, distribuzioni di viveri rubati, condotte dai suoi partigiani, tante furono le azioni eclatanti da ricordare:

    1. il 30 novembre ’43 la squadra di Vincenzo Guarnera ( “ Tommaso Moro”) prima sequestra il plotone della P.A.I. diretto a Forte Bravetta per giustiziare undici compagni, e poi travestitisi con le loro divise, irrompono al Forte e liberano i condannati a morte.
    2. all’alba del 7 Novembre ’43- anniversario della rivoluzione sovietica Lillo Pullara scala il famoso Alberone in Via Appia e riesce ad issarvi un bandierone rosso con falce e martello.
    3. la cellula dei Vigili del fuoco di Bandiera Rossa è la prima a fotografare e quindi a denunciare il massacro delle Fosse Ardeatine.
    4. Alcuni giorni dopo Bandiera Rossa celebra coraggiosamente per la prima volta, con un gruppo armato composto da nove uomini e due donne, i martiri delle Fosse Ardeatine nel luogo del massacro mettendo fiori rossi ed un cartello commemorativo.
    5. Il 1° maggio il gesto viene ripetuto da un altro gruppo guidato da Orfeo Mucci ed il 5 maggio al terzo tentativo un altro gruppo di Bandiera Rossa nel compiere questo omaggio è costretto a difendersi in un violento conflitto a fuoco contro i nazisti
    6. Sempre il 1° maggio Bandiera rossa compie un altro fatto clamoroso. Celebra pubblicamente la festa dei lavoratori nel quartiere di Torpignattara, neutralizzati i fascisti del quartiere, con decine di bandiere rosse appese e centinaia di volantini.

    Impossibile aggiungere altro e descrivere brevemente le complesse ragioni che dopo il 4 giugno 1944 portarono alla rapida dissoluzione del Mcd’i: la mancanza del respiro di organizzazione nazionale, la perdita dei suoi quadri migliori,uccisi, deportati, l’aperta ostilità del PCI e degli alleati, la perdita di “Bandiera rossa” prima impedita ad uscire e poi costretta dai tribunali a cambiare nome. La maggior parte dei suoi militanti entrò poi nel PCI, altri passarono al PSI o addirittura al PSDI e così rapidamente di “Bandiera Rossa” non si parlo’ più fino al 1968, e poi, coi movimenti degli anni 70, quando Felice Chilanti, responsabile clandestino del giornale “Bandiera Rossa” durante l’occupazione nazista, divenuto un militante del gruppo “Avanguardia Operaia”, scrisse a puntate sul “Quotidiano dei Lavoratori” la storia del gruppo, cosi come i trotzkisti italiani della Quarta Internazionale chiamarono “Bandiera Rossa” il loro mensile. Piu’ interessante ancora sara’ la collaborazione del partigiano di “Bandiera Rossa” Orfeo Mucci con “Radio Onda Rossa” e piu’ in generale con l’attività dell’autonomia operaia romana, interrottasi soltanto nel 1997, con la morte di Orfeo.5


    Per chi vuole approfondire: Silverio Corvisieri – BANDIERA ROSSA NELLA RESISTENZA ROMANA Ed. Odradek – pp. 212

    1. Il colonialismo associato alla resistenza solo in Italia- Sissi Manganelli- Milano in Movimento
      ↩︎
    2. 100 mila in Piazza- Brigata ebraica contro l’Anpi, a Milano è scontro sul corteo-Roberto Maggiori il manifesti domenica 26
      ↩︎
    3. 25 Aprile- Uno sparo in mezzo alla grande festa Feriti due antifascista di Luciana Cimino Giuliano Santoro il manifesto domenica 26
      ↩︎
    4. Bandiera Rossa (movimento) Wikipedia ↩︎
    5. Per non dimenticare: i partigiani di Bandiera Rossa di Marcello Paolozza 5 febbraio 2014 ↩︎

    Leonardo De Angelis

    27 Aprile 2026
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