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  • Germania. Die Linke vince le elezioni del parlamento regionale: Berlino diventa rossa

    Germania. Die Linke vince le elezioni del parlamento regionale: Berlino diventa rossa

    Di Erik Peter

    Elif Eralp è la grande vincitrice delle elezioni al Parlamento regionale di Berlino. Con il 25,7% dei voti, il vantaggio di Die Linke sulla CDU, che ottiene il 18,8%, è netto e superiore alle previsioni. Durante la serata elettorale organizzata alla Festsaal Kreuzberg, nel quartiere «multiculturale» di Berlino, militanti e simpatizzanti si abbracciano, mentre nella sala risuonano grida di «Elif! Elif!».

    Appena dieci minuti dopo la prima proiezioni dei risultati, Elif Eralp sale sul palco. Dichiara: «A partire da oggi, cambieremo insieme la nostra Berlino e la trasformeremo in un posto migliore». In città, «l’amore e la giustizia hanno trionfato sull’odio». Viene interrotta dalle grida «Alerta, Alerta, Antifascista» dei suoi sostenitori. Perché tutti i presenti lo sanno: il successo di Die Linke ha permesso anche di tenere a bada l’AfD. «Questo segnale raggiungerà il mondo intero», esclama Elif Eralp.

    Nel suo discorso di venti minuti, Elif Eralp ringrazia poi tutte le persone che l’hanno sostenuta e che hanno reso possibile questo risultato: la sua famiglia in Turchia, così come tutte le persone che l’hanno appoggiata attraverso gli appelli al voto, dagli esponenti del mondo della cultura ai sindacati.

    La strategia «Eralp contro Evers» ha dato i suoi frutti

    La strategia di Die Linke ha prodotto pienamente i suoi risultati durante questa campagna elettorale. Sebbene la deputata Elif Eralp fosse sconosciuta alla maggior parte degli elettori e delle elettrici, il suo partito aveva deciso, un anno fa, di designarla come capolista. Da quel momento ha costruito una sfida tra Eralp e la CDU, comportandosi come se l’SPD e i Verdi — che fino ad allora si trovavano su livelli simili nei sondaggi — non esistessero.

    Il leitmotiv «Elif Eralp contro Stefan Evers» — il candidato capolista della CDU, che dal 2016 al 2023 era stato segretario generale della CDU di Berlino e si era distinto per le sue dure critiche alla sinistra — è recentemente apparso sulle prime pagine di tutti i media: nei dibattiti trasmessi su diverse emittenti televisive private, sulle prime pagine dei giornali nazionali e anche in innumerevoli video diventati virali su Internet.

    Alla chiusura della campagna elettorale di Die Linke, venerdì 18 settembre, davanti al Municipio Rosso, Elif Eralp era circondata da un numero di giornalisti senza precedenti per una formazione regionale di Die Linke. Mentre un’eventuale vittoria della CDU prometteva soltanto lo «status quo», la prospettiva di una vittoria di Die Linke ha fatto crescere vertiginosamente l’emozione. La capolista ha promesso: «Scriveremo una pagina di storia che non riguarderà soltanto la Germania».

    Con questa sfida costruita a tavolino, Die Linke ha ormai superato gli altri due partiti del blocco di centrosinistra nelle elezioni di domenica: ha distanziato nettamente i Verdi, che hanno ottenuto circa il 14,3% dei voti, e ha superato ampiamente l’SPD, che ha raggiunto il 12,1%. Eppure, senza questi due partiti come alleati, Elif Eralp non diventerà la prossima sindaca di Berlino.

    Il 25,7% dei voti rappresenta un record storico per Die Linke a Berlino. Nel 2001, il PDS (Partito del socialismo democratico — Partei des Demokratischen Sozialismus), guidato da Gregor Gysi, aveva ottenuto il 22,6% in seguito allo scandalo bancario, ma questo risultato gli aveva garantito soltanto il terzo posto.

    Risultati a Berlino

    Le roccaforti di Die Linke sono distribuite in tutta la città

    Il primo posto nella capitale segna una svolta e riveste una grande importanza simbolica, soprattutto come risposta alla crescita dell’AfD. Inoltre, Die Linke vince per la prima volta un’elezione regionale anche grazie, tra l’altro, ai distretti di Berlino Ovest. Le sue roccaforti sono distribuite in tutta la città.

    Appena due anni fa, il partito era ai minimi storici, indebolito dalle polemiche intorno a Sahra Wagenknecht — che nell’ottobre 2023 si era separata da Die Linke per poi fondare il BSW — e a Berlino si avvicinava persino alla soglia di sbarramento del 5%.

    Da allora, però, la tendenza è stata al rialzo, soprattutto grazie a un nuovo slancio dopo le elezioni federali del febbraio 2025. A Berlino, diecimila persone hanno aderito al partito. Nessun altro partito è altrettanto presente nella capitale, sia nelle assemblee degli inquilini, sia nelle attività porta a porta, nelle iniziative di raccolta dei rifiuti o sui social network.

    Il partito ha bussato a un quarto di milione di porte, ha annunciato il leader di Die Linke a Berlino, Maximilian Schirmer, durante la chiusura della campagna elettorale: «Nessun partito era mai riuscito a fare una cosa simile in occasione di un’elezione regionale».

    Ma questo non basta a spiegare perché Die Linke sia riuscita a ripetere, o persino a consolidare, il successo delle elezioni federali, nelle quali era già arrivata prima in città. La candidata stessa ha svolto un ruolo importante: ha saputo distinguersi dai suoi concorrenti, se non altro perché non è un uomo di nome Stefan o Steffen.

    Elif Eralp non ha nemmeno avuto bisogno di mettere in primo piano il proprio percorso migratorio. Tuttavia, in una città in cui il 42% degli abitanti ha origini migratorie, e molti di loro, come lei, sono di origine turca, questo rappresenta un vantaggio.

    «Non è scritto da nessuna parte che uno o una di noi non possa riuscirci»: questo era uno dei suoi messaggi. E dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, Elif Eralp si è dichiarata con sicurezza «la risposta all’AfD».

    Una candidata che ha saputo conquistare fiducia

    Parallelamente, Elif Eralp non solo non ha commesso errori durante la campagna elettorale, ma ha anche acquisito maggiore sicurezza. I suoi discorsi non sembravano più recitati a memoria; dava l’impressione autentica di conoscere i grandi problemi dei berlinesi attraverso la propria esperienza. Per esempio, spiegava di aver dovuto cercare casa lei stessa, in quanto madre.

    In qualità di candidata vicina alla gente, sostenitrice di una «politica inclusiva», si è avvicinata sempre più al paragone, spesso citato, con il sindaco di New York Zohran Mamdani, anche se non ha suscitato un vero entusiasmo in città.

    L’unica nota stonata delle ultime settimane è stata la scarsa volontà, da parte di una parte del suo partito, di evitare che la solidarietà con la Palestina si spingesse troppo oltre, fino a sfociare nell’antisemitismo. Il problema è emerso soprattutto dopo che, durante un comizio elettorale di Die Linke a Neukölln, un rapper ha potuto esaltare i meriti dell’«Intifada».

    La stessa Elif Eralp, da tempo impegnata nella lotta contro il razzismo, è riuscita a esprimere in modo credibile la propria opposizione tanto all’antisemitismo quanto al razzismo. Tuttavia, nessun altro argomento l’ha costretta a intervenire così frequentemente.

    Ha beneficiato anche del sostegno di un appello al voto lanciato da sopravvissuti e familiari di vittime di attentati dell’estrema destra. Non si trattava di un appello a votare per Die Linke, ma a favore di Elif Eralp.

    In quale misura le correnti ribelli del partito abbiano comunque danneggiato la campagna elettorale, forse si vedrà soltanto nel corso delle prossime trattative esplorative o negoziazioni per la formazione di una coalizione.

    Le questioni sociali al centro della campagna

    Ma Die Linke ha guadagnato consensi non soltanto grazie alla sua candidata, bensì anche sui contenuti, ponendo l’accento sugli affitti, sulla raccolta dei rifiuti, sulla pulizia urbana, sulla gestione dei rifiuti e sui trasporti pubblici.

    La catena dorata indossata dalla candidata, sulla quale era incisa la scritta «calmieramento degli affitti», era qualcosa di più di una semplice trovata spiritosa: esprimeva il fatto che il partito era riuscito a presentarsi come l’opzione più credibile per gli inquilini vittime di abusi nella città.

    I controlli sugli affitti eccessivi e sulle spese di riscaldamento hanno fornito un aiuto concreto a decine di migliaia di persone, così come le manifestazioni organizzate nei grandi quartieri contro gruppi immobiliari poco corretti o indifferenti.

    A ciò si aggiunge un’intera serie di misure in materia di politica abitativa che giacciono ancora nei cassetti, oltre alla promessa di far finalmente avanzare il progetto di socializzazione delle grandi società immobiliari.

    L’attuazione del referendum del 2021 — sull’espropriazione delle società immobiliari di Berlino che possiedono più di 3.000 alloggi, con il loro riacquisto da parte del governo regionale — dovrebbe costituire il principale ostacolo nei negoziati per un’alleanza di sinistra.

    Il referendum aveva ottenuto un ampio successo, con il 60% dei voti. Il candidato capolista dell’SPD, Steffen Krach, ha respinto fin dall’inizio questo progetto. Ma i berlinesi e le berlinesi non hanno premiato la posizione dell’SPD.

    1. Il PDS, fondato nel 1990, deriva dal SED della Germania Est, fondato nel 1946. Nel dicembre 1989 venne creata una struttura SED-PDS e, nel febbraio 1990, il PDS si affermò come partito, «liberato» dal SED, ma ancora presente soprattutto nella Germania orientale. Tra giugno e luglio 2005, nel contesto delle elezioni federali, si formò un’alleanza tra la WASG (Alternativa elettorale per il lavoro e la giustizia), un’organizzazione che riuniva oppositori della linea di Schröder dell’SPD e sindacalisti, e il PDS. Questa coalizione prese il nome di Linkspartei. Il processo portò, nel giugno 2017, alla nascita di Die Linke, che riuniva il PDS (1990) e la Linkspartei-PDS (2005).
    2. Gregor Gysi, nato nel 1948, era membro del SED dal 1967. Si affermò sulla scena politica durante la crisi del regime della RDT, nel novembre 1989. Fu tra i protagonisti della trasformazione del SED in PDS. Dal 1990 al 2002 fu eletto deputato al Bundestag. Per un breve periodo ricoprì la carica di ministro dell’Economia e di vicesindaco di Berlino. Dopo essersi ritirato dai suoi incarichi — in seguito, come altri deputati, alle pressioni mediatiche per l’utilizzo privato delle miglia aeree Lufthansa — tornò sulla scena politica durante le elezioni del 2005. Successivamente presiedette il gruppo parlamentare di Die Linke, inizialmente insieme a Oskar Lafontaine e poi da solo.
    3. Nel giugno 2001 si verificò il crollo della Bankgesellschaft Berlin, che annunciò un buco di oltre 2 miliardi di euro. La banca era posseduta per il 56,6% dalla Città-Stato di Berlino. La crisi fu provocata dal crollo del mercato immobiliare berlinese e da una gestione tutt’altro che trasparente da parte dei dirigenti, provenienti dalla CDU. Questo «scandalo» portò a nuove elezioni.
    4. Sabato 29 agosto, durante il comizio elettorale di Die Linke a Neukölln, quartiere multiculturale di Berlino, il rapper Dahabflex ha lanciato gli slogan: «Yallah, yallah, Intifada, Cisgiordania, Palestina, Gaza» e «Morte all’IDF». Ne sono seguite forti critiche da parte della CDU, dell’SPD e dei Verdi, che hanno accusato Die Linke di avere una propensione all’antisemitismo, un’accusa rapidamente utilizzata in Germania. In questo contesto, Die Linke deve gestire una doppia pressione: da un lato, mantenere i rapporti con formazioni come l’SPD e i Verdi in vista di una coalizione di governo; dall’altro, preservare la propria presenza e i legami costruiti con i movimenti sociali, tra i quali la solidarietà con la Palestina occupa un posto di rilievo, accanto ai temi dell’abitazione e dell’espropriazione degli speculatori. A proposito degli slogan lanciati dal rapper, Elif Eralp ha preso le distanze, sottolineando però la strumentalizzazione dell’accusa di antisemitismo contro Die Linke. Ha ribadito più volte la propria opposizione al razzismo e all’antisemitismo.

    Articolo pubblicato dal sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    25 Settembre 2026
    Internazionale
  • Germania. Fascismo alle porte? Alla vigilia delle elezioni regionali del 2026

    Germania. Fascismo alle porte? Alla vigilia delle elezioni regionali del 2026

    Di Thies Gleiss

    Mancano ormai solo pochi giorni alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt (6 settembre) e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore (20 settembre), e il dibattito sul comportamento del partito Die Linke nei confronti dell’AfD, apparentemente inarrestabile nella sua ascesa, si fa ogni giorno più aspro.
    Per una parte dell’establishment del partito, guidata dal vicepresidente del Bundestag Bodo Ramelow, ma saldamente radicata anche nella direzione del partito e nei gruppi parlamentari del Bundestag e dei parlamenti regionali, è del tutto evidente che qui si tratta di una crisi della «democrazia» nella sua lotta contro l’«autoritarismo». Die Linke dovrebbe quindi assumersi la propria responsabilità complessiva nei confronti dello Stato democratico in pericolo.
    In pratica, ciò significa: integrarsi in un’alleanza di tutti i «partiti democratici» contro l’AfD, compresi eventuali accordi con la CDU per governare insieme nei Länder.

    I numeri

    In Sassonia-Anhalt l’AfD conta 3.500 iscritti. Nei sondaggi, tra gli 1,7 milioni di aventi diritto al voto, ottiene il 42,1%; alle elezioni federali del 2025 aveva già ottenuto concretamente 498.100 voti (37,1%). Con l’attuale risultato dei sondaggi (dato aggiornato al 25 agosto), l’AfD conquisterebbe 41 degli 83 seggi del parlamento regionale di Magdeburgo.
    Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD conta 2.700 iscritti e raggiunge il 36% nei sondaggi tra 1,3 milioni di aventi diritto al voto. Alle ultime elezioni federali ha ottenuto effettivamente 357.356 voti (35%). Se il risultato dei sondaggi venisse confermato, l’AfD conquisterebbe 28 dei 71 seggi del parlamento regionale di Schwerin.
    In Sassonia-Anhalt, con ogni probabilità, solo CDU (22,9% nei sondaggi), Die Linke (13%) e forse anche SPD (6,6%) riusciranno a ottenere seggi nel parlamento regionale. Da un punto di vista puramente matematico, l’unico modo per impedire all’AfD di assumere il governo sarebbe un’alleanza di governo tra CDU, Die Linke e SPD.
    Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore saranno probabilmente rappresentati in parlamento SPD (29% nei sondaggi), Die Linke (11%) e CDU (10%), e forse anche i Verdi (5%). Se i Verdi entrassero nel parlamento regionale, sarebbero possibili coalizioni tra SPD e CDU oppure tra SPD e Die Linke; se invece non superassero la soglia, anche qui soltanto un’alleanza tra SPD, CDU e Die Linke potrebbe impedire all’AfD di partecipare al governo.

    Dal punto di vista parlamentare non c’è alcuna possibilità, ma usiamola comunque

    Il congresso federale di Die Linke ha purtroppo lasciato mano libera alle organizzazioni regionali del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e della Sassonia-Anhalt, permettendo loro di imbarcarsi in qualsiasi avventura parlamentare. Le mozioni volte a mantenere la vecchia tradizione dei partiti di sinistra e dei partiti dei lavoratori, evitando qualsiasi alleanza di governo o sostegno esterno ai partiti borghesi, non hanno ottenuto la maggioranza. Ora i responsabili di entrambe le organizzazioni regionali segnalano che sarebbero disposti a raggiungere accordi con la CDU e, se necessario, a sostenere un governo guidato dalla CDU.
    Una simile decisione sarebbe fatale per Die Linke e rappresenterebbe un passo indietro rispetto alla fase di costruzione del partito, coronata dal successo dal 2024, come partito di classe di sinistra e indipendente. Il successo dell’AfD e il suo ampio sostegno — entrambi, va detto, ancora ben lontani dal raggiungere un livello comparabile di voti e, soprattutto, di radicamento sociale rispetto alla NSDAP nel suo Land modello, la Sassonia-Anhalt del 1932 — non possono essere separati dalla politica concreta che CDU, SPD e Verdi portano avanti da anni a livello federale e nei Länder.
    È una politica condotta sulle spalle dei lavoratori salariati e in particolare delle persone migranti; della distruzione delle strutture dello Stato sociale nei settori della sanità, dell’assistenza, delle pensioni e dell’istruzione; del rifiuto di soluzioni reali alle crisi riguardanti gli affitti, il clima e la transizione dei trasporti; nonché della trascuratezza strutturale dei Länder della Germania orientale. Tutto ciò costituisce la forza propulsiva della crescita dei partiti di destra e soprattutto dell’AfD.
    A ciò si aggiungono la crisi permanente dell’UE, che è ben lontana dalla promessa di creare un futuro prospero per il capitalismo europeo, e l’orientamento bellicista dei partiti di governo, che non solo riaccende le vecchie paure di guerra e distruzione, ma ha portato direttamente a un enorme aumento del costo della vita quotidiana. Proprio di recente un sondaggio ha rilevato che il timore dell’aumento dei prezzi costituisce la principale preoccupazione della popolazione della Germania orientale.

    Governo di minoranza con maggioranze variabili

    L’ascesa dell’AfD non è soltanto il risultato di questa politica e delle conseguenti paure di impoverimento e di declino. Il partito è anche riuscito a trasformare entrambe in una base per un ampio radicamento nella società. Questa tendenza può essere invertita soltanto se, in primo luogo, cambia la politica concreta dei governi e, in secondo luogo, la sinistra nel suo complesso, insieme al partito Die Linke, si impegna a costruire un ampio fronte sociale contro la destra e a rafforzare il proprio radicamento nella società come alternativa socialista.
    Con un’alleanza con CDU e SPD al governo, quale che sia la sua forma, la politica concreta naturalmente non cambierà. Le minuscole concessioni che Die Linke potrebbe ottenere in cambio di una coalizione o del sostegno esterno a un presidente del governo regionale della CDU o della SPD non varrebbero nulla rispetto alle concessioni che dovrebbe fare alla politica borghese, e rappresenterebbero un colpo mortale per qualsiasi credibilità della Linke.
    In particolare, una coalizione o un sostegno esterno alla CDU rappresenterebbero un atto di sottomissione nei confronti del governo federale, costituirebbero un ulteriore programma di rafforzamento dell’AfD e significherebbero la rinuncia a qualsiasi ruolo di opposizione proprio a favore dell’AfD.
    Sul piano parlamentare non esiste alcuna «soluzione» al problema dell’AfD. L’unica possibilità concepibile è un governo di minoranza, nel quale Die Linke sostenga soltanto le misure socialmente sostenibili.
    Un governo di tutti i partiti, così come un «governo di esperti» indipendente dai partiti, devono essere impediti. Per Die Linke, abbandonare la costruzione di un partito di classe politicamente indipendente non è un’opzione.

    Articolo pubblicato dal sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    3 Settembre 2026
    Internazionale
  • Tre mesi di proteste di massa: a chi appartiene l’Albania?

    Tre mesi di proteste di massa: a chi appartiene l’Albania?

    Di Gerhard Klas

    Dalla fine di maggio, gli albanesi manifestano quotidianamente a Tirana contro un resort turistico di lusso che Ivanka Trump, figlia del marito, e il genero Jared Kushner, intendono costruire con un investitore albanese. Inizialmente i manifestanti erano solo poche centinaia, ma ora la protesta si è trasformata in un movimento di massa.

    A volte, decine di migliaia di persone scendono in piazza – in un Paese con soli 2,5 milioni di abitanti. Quella che era iniziata come una mobilitazione contro il degrado ambientale si è trasformata in una sfida al sistema. La bandiera nazionale albanese e i simboli dell’UCK (Unione dei Kanak e Socialisti) sventolano al vento insieme a bandiere americane e fenicotteri rosa. Le questioni in gioco sono la natura, la corruzione e il capitalismo.

    Tutto è iniziato su un tratto di costa. Sull’isola di Sazan, la Atlantic Incubation Partners LLC, legata alla società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, intende investire 1,4 miliardi di euro. Altri 4,7 miliardi di euro sono destinati a progetti turistici nella laguna di Narta, vicino a Zvërnec. Entrambe le aree sono protette e includono una delle più importanti aree di sosta europee per i fenicotteri e altri uccelli migratori. È previsto che vengano sostituite da hotel, appartamenti, ville e un porto turistico. Per il governo di Tirana, si tratta di un progetto prestigioso: investimenti internazionali, turismo di lusso, posti di lavoro, crescita. Per gli oppositori, è un esempio lampante di come il governo tratta l’Albania.

    Inizialmente, i manifestanti hanno chiesto l’abrogazione delle deroghe alla legge sulle aree protette, adottate nel 2024 poco dopo la pubblicazione dei piani di Kushner. Hanno anche chiesto l’abrogazione della legge sugli investimenti strategici, che consente una procedura accelerata di elaborazione e approvazione dei progetti considerati prioritari. Atlantic Incubation Partners LLC ha già ottenuto lo status di investitore strategico. Ma i progetti di Kushner sono solo la punta dell’iceberg. In tutto il paese, progetti stanno consentendo, in modo estremamente opaco, il trasferimento di terreni contenenti siti storici e culturali, nonché aree ecologicamente protette, nelle mani di investitori privati, anche stranieri.

    “L’Albania non è in vendita”

    Questo è lo slogan scandito notte dopo notte dalla folla radunatasi in piazza Skanderbeg, nel centro della città, e nelle vie che conducono al quartiere governativo. Non vogliono più essere semplici spettatori di uno sviluppo dettato da altri. Durante le manifestazioni, le bandiere albanesi sono le più in vista, a volte accompagnate da alcune bandiere dell’UCK. L’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione albanese del Kosovo, occupa ancora un posto significativo in quello che potremmo definire il “bagaglio emotivo” della coscienza nazionale albanese. A volte si vedono anche bandiere americane.

    A prima vista, sembra paradossale: una protesta contro un progetto di lusso americano e, accanto ad esso, la bandiera americana… Ma è proprio in questa contraddizione che risiede il significato del movimento. Elsa Paja ha 33 anni; è un’artista visiva, graphic designer e attivista. Ha partecipato alle proteste fin dall’inizio. Insieme ad altri artisti, ha in particolare creato uno spazio in cui i bambini possono disegnare ed esprimere i propri sentimenti.

    “Quando si osservano i messaggi trasmessi da questi disegni, si capisce quanto questo conflitto colpisca anche i bambini “, spiega Paja. Disegnano spiagge, fenicotteri, escavatori, recinzioni.

    La politicizzazione delle proteste è stata rapida: una riserva naturale recintata, le forze di sicurezza che hanno represso violentemente i manifestanti a Zvërnec. Le immagini di questa violenza sono diventate virali.

    «Non avevamo più il diritto di mettere piede sulla nostra terra, questo era ormai chiaro », spiega Elsa Paja. E improvvisamente, la domanda era: chi aveva il diritto di decidere il futuro di questo paese?

    Il fenicottero contro gli oligarchi

    Melitian Nezai, biologo ambientale e attivista di 29 anni, si è unito al movimento fin dai primi tempi.

    «Il simbolo della nostra rivoluzione è il fenicottero », afferma. Il fenicottero non rappresenta né un partito, né una nazione, né un leader. È il simbolo stesso di uno spazio vitale. Pertanto, diventa il punto di riferimento di un movimento difficile da classificare ideologicamente. «Sinistra, destra, liberali, conservatori: partecipano in molti », spiega Nezai.

    Il movimento è riuscito a riunire una coalizione eccezionalmente ampia, composta in particolare da organizzazioni di sinistra, membri della comunità LGBTQ+, attivisti ambientalisti, rappresentanti delle quattro comunità religiose, collettivi femministi e, non da ultimo, forze conservatrici, nazionaliste e di destra. Ciò a volte genera conflitti: ad esempio, non era consentito sventolare una bandiera arcobaleno, poiché ritenuta irrilevante per la causa sostenuta dal movimento.

    Ma i confini si stanno anche sfumando. “I ragazzi albanesi ora indossano il rosa, il colore dei fenicotteri, e pensano che sia alla moda “, spiega Elsa Paja. Ciò che unisce i manifestanti è la semplice insofferenza verso il governo del Primo Ministro Edi Rama, che si definisce socialista e denuncia il movimento come parte di una “guerra ibrida” orchestrata dall’estero.

    Per Nezai e molti manifestanti, anche il leader dell’opposizione (ed ex Primo Ministro) Sali Berisha fa parte del problema. Non si tratta di sostituire il governo con il partito di opposizione. Il problema sono le élite corrotte che controllano il sistema politico.

    La bandiera albanese è onnipresente. Si possono notare anche alcuni emblemi dell’UCK.

    Ma questi elementi non costituiscono prova di un coinvolgimento organizzativo dell’UCK. Al contrario: la stessa organizzazione dei veterani dell’UCK ha messo in guardia contro la strumentalizzazione dei suoi simboli per fini politici attuali. Gli attivisti spiegano la presenza di numerose bandiere americane con i tradizionali e stretti legami che molti albanesi intrattengono con gli Stati Uniti. Allo stesso modo, Paja non rivolge le sue critiche in generale contro gli investimenti stranieri.

    “Vogliamo investimenti che vadano a beneficio della popolazione locale, e non solo degli oligarchi e degli stranieri venuti a impadronirsi del nostro Paese.”

    Chi decide come viene utilizzato il territorio? Chi decide come vengono utilizzate le risorse? Chi ne trae beneficio?

    Dall’inizio degli anni ’90, queste problematiche sono state fonte di controversie in Albania. Dopo la fine della “Repubblica Popolare Socialista d’Albania” (1944-1990), il paese è stato sottoposto a una terapia d’urto neoliberista. Mentre le istituzioni di una democrazia borghese erano ancora in fase embrionale e poco sviluppate, la privatizzazione è proceduta a ritmo serrato e il paese si è aperto ai capitali stranieri. Pochi ne hanno tratto vantaggio, il che ha portato a significativi sconvolgimenti sociali. La maggior parte degli albanesi non aveva esperienza dell’economia di mercato capitalista ed era quindi vulnerabile alla manipolazione. La rapida diffusione della televisione satellitare ha reso una larga parte della popolazione albanese consapevole di tutto ciò che era stato effettivamente o presumibilmente perso durante oltre quarant’anni di isolamento sotto il regime di Enver Hoxha, alimentando così il desiderio di arricchimento rapido. Gli schemi piramidali basati su tassi d’interesse esorbitanti, in cui erano coinvolti politici di entrambi gli schieramenti e in cui gran parte della popolazione aveva investito i propri risparmi, crollarono definitivamente nel 1997. Lo Stato cessò di fatto di funzionare in alcune zone del Paese; la rabbia popolare sfociò nella “rivolta della lotteria” e gli scontri, degni di una guerra civile, provocarono oltre mille morti.

    Non si tratta del caos del 1997, ma della terapia d’urto, vagamente etichettata come “trasformazione”, che è persistita più o meno fino ad oggi; è diventata una condizione permanente. La generazione che manifesta oggi non conosce il cosiddetto “socialismo” per esperienza diretta. Ma convive con le conseguenze del suo crollo e della terapia d’urto neoliberista che ne è seguita.

    Una fase di transizione senza fine

    “Ho 29 anni e siamo immersi in una trasformazione da ben 36 anni. Tutta la mia vita finora è stata solo una fase di transizione “, riassume Melitian Nezai.

    Personalmente, se la cava piuttosto bene: lavora per una ONG ambientalista e guadagna più dello stipendio medio di 630 euro. Al contrario, altri giovani della sua età, come i tassisti, lavorano sei giorni a settimana, dodici ore al giorno. Ma lo stipendio medio è a malapena sufficiente per vivere, con prezzi dei generi alimentari paragonabili a quelli dell’Europa occidentale e piccoli appartamenti che costano ancora 400 euro di affitto, persino nella periferia di Tirana.

    Ecco perché molti giovani albanesi lasciano il Paese. Quasi cinque milioni vivono ormai all’estero, quasi il doppio rispetto a quelli che vivono in Albania. (Questa cifra include anche gli albanesi residenti nei vicini Kosovo e Macedonia del Nord, che insieme ammontano a quasi due milioni). Allo stesso tempo, il turismo albanese è in piena espansione. Spiagge, montagne e città storiche attraggono un numero sempre maggiore di visitatori. Insieme al settore edile, il turismo è ormai il principale motore dell’economia.

    Per i manifestanti, questa non è una contraddizione, ma piuttosto una sfaccettatura dello stesso problema. “Ci sentiamo come turisti nel nostro stesso paese “, afferma Elsa Paja. Descrive come certi luoghi, sempre più sviluppati per visitatori e investitori, siano diventati per loro estranei. E una società in cui i giovani cercano il loro futuro altrove. “Le persone non sono più qui, quindi non possono più far sentire la loro voce “, spiega Nezai, stabilendo così un collegamento diretto tra l’esodo e la questione del potere politico. Quando i giovani se ne vanno, ne rimangono di meno a opporsi agli attacchi alle loro regioni.

    Elsa Paja ritiene che il capitalismo e il neoliberismo siano chiaramente parte del problema. “Mentre pochi ne traggono vantaggio, tutti gli altri ne sono esclusi”, spiega, descrivendo la società.

    “Ora persone provenienti da altri Paesi vengono in Albania per trarre ispirazione da questo movimento “, spiega Melitian Nezai. Sono interessate a capire come si possa organizzare la resistenza contro i progetti su larga scala.

    A che punto è il movimento oggi?

    Bandiere albanesi e fenicotteri rosa: questo movimento sembra incarnare un patriottismo critico nei confronti del capitalismo, che difende la sovranità nazionale e rivendica l’emancipazione sociale. Si tratta principalmente di un movimento anticorruzione, privo di una leadership chiara e guidato dalla Generazione Z. Il suo simbolo, il “Jolly Roger”, una bandiera ornata da un teschio con le tibie incrociate e un cappello di paglia, è onnipresente nelle manifestazioni. Oltre ai due partiti tradizionali, rifiutati dal movimento, ci sono almeno altri tre partiti minori che sostengono le proteste.

    Oltre a un partito di centro-destra e a un partito riformista, merita una menzione speciale Lëvizja Bashkë (“Movimento Insieme”): si tratta di una forza giovane, radicale e di sinistra che si impegna a coltivare e sfruttare il sentimento di ostilità verso chi detiene il potere. Gli attivisti di Lëvizja Bashkë sono presenti alle manifestazioni fin dall’inizio, documentando gli episodi – come le tattiche intimidatorie impiegate dalle forze di sicurezza – e divulgandoli, il che ha permesso al movimento di acquisire visibilità anche al di fuori dei confini locali. Costituisce, in un certo senso, la spina dorsale organizzativa del movimento; contribuisce a coordinare manifestazioni, discorsi, striscioni e comunicazione, senza tuttavia presentarsi come l’unica leadership. Il movimento chiede nuove elezioni, una mossa da cui Lëvizja Bashkë trarrebbe vantaggio.

    Articolo pubblicato dal sito: https://inprecor.fr/

    Foto di: Albinfo / CC BY 4.0

    Leonardo De Angelis

    27 Agosto 2026
    Internazionale
  • Ceuta, il confine del diritto ad avere diritti

    Ceuta, il confine del diritto ad avere diritti

    Di Miguel Urban

    Venerdì scorso, migliaia di persone hanno attraversato a nuoto il confine per raggiungere la città autonoma di Ceuta. Questa enclave di circa 83.000 abitanti ha accolto, in sole 24 ore, poco più di 50.000 migranti stremati, al termine di un viaggio migratorio che negli ultimi due giorni ha causato almeno 100 vittime. In estate, gli arrivi via mare a Ceuta e Melilla aumentano significativamente, poiché la nebbia marina ostacola l’individuazione tempestiva dei migranti sulla costa da parte della Guardia Civil. Ma nessuno al governo sembrava aver previsto una crisi umanitaria di tale portata, con profonde ripercussioni politiche che vanno ben oltre i soliti titoli dei media.

    È importante ricordare che gli arrivi di massa via mare nelle città autonome non sono certo una novità. Nel febbraio del 2014, circa trecento persone tentarono di attraversare a nuoto il Mediterraneo da Castillejos a Ceuta passando per la spiaggia di Tarajal, ma furono respinte dalla Guardia Civil, che utilizzò l’equipaggiamento antisommossa mentre si trovavano in acqua, provocando la morte di almeno quattordici persone. Ma questo massacro non ha affatto scoraggiato i tentativi di migrazione a nuoto. Ogni anno, decine di persone muoiono nell’anonimato su queste spiagge di confine, alimentando il bilancio delle vittime che rendono il Mediterraneo la più grande fossa comune del mondo. Questa volta, almeno, sappiamo che un centinaio di persone sono morte in poco meno di quarantotto ore. Persone, non dati o numeri, come spesso vengono trattati nei resoconti istituzionali e giornalistici.

    Persone in fuga dalla povertà: non possiamo dimenticare che ci troviamo di fronte a uno dei confini più ineguali al mondo. Nessuno rischia la vita se non comprende di non avere futuro nel proprio paese. Queste morti sono direttamente collegate a un regime di frontiera che criminalizza la libertà di movimento delle persone indigenti, trasformando l’Europa in una vera e propria fortezza. Questa dinamica, come sottolinea Tomasz Konicz, è intrinseca all’imperialismo in crisi del XXI secolo, che non è più solo un fenomeno di saccheggio delle risorse, ma si sforza anche di isolare ermeticamente i centri di umanità superflua che il sistema produce nei suoi ultimi istanti di vita. Pertanto, la protezione delle relative isole di benessere che ancora esistono costituisce un elemento centrale delle strategie imperialiste, rafforzando le misure di sicurezza e controllo che alimentano un autoritarismo in ascesa.

    In questo contesto, è necessario comprendere la retorica bellicosa delle “invasioni barbariche” adottata da tutti, dalla destra a certi settori del progressismo, che presenta l’arrivo di migliaia di persone come un “attacco all’integrità territoriale” o addirittura come un’invasione. In questo modo si evita, in ogni modo, di riconoscere la crisi sociale che la situazione riflette, invocando invece una risposta militare anziché umanitaria. Questa situazione non è affatto nuova. Qualche anno fa, il Centro di eccellenza sulle minacce ibride della UE-NATO non ha esitato a classificare il flusso migratorio dalla Bielorussia alla Polonia come parte della cosiddetta guerra ibrida. All’interno dell’Alleanza Atlantica si è persino acceso un dibattito sull’opportunità di invocare, di fronte a questo tipo di azione ibrida, l’articolo 5 del trattato NATO, che sancisce la difesa reciproca.

    È un chiaro esempio di questa retorica bellicosa il fatto che, invece di garantire un passaggio sicuro a migliaia di vittime in fuga da guerre, povertà o cambiamenti climatici, le istituzioni e i governi europei stiano reagendo rafforzando le politiche di sicurezza ed esternalizzando le frontiere. Perché la prima domanda che sorge spontanea di fronte al massiccio afflusso di persone a Ceuta questa settimana è chiara: se esistessero vie sicure e regolari per entrare in Europa, qualcuno rischierebbe la vita attraversando a nuoto fino a Ceuta?

    Da quando, nell’ottobre del 1995, a Ceuta fu eretta la prima recinzione di filo spinato, in seguito ai tentativi di gruppi di migranti di entrare nel Paese, muri, recinzioni e filo spinato hanno continuato a essere costruiti, condannando la città autonoma a diventare una sorta di prigione a cielo aperto per i migranti, costretti a rimanere bloccati in transito, persi nella transizione, senza una casa in cui tornare e con una destinazione che chiude loro le porte. Ma sarebbe un errore pensare che l’obiettivo finale di tutti i meccanismi della “Fortezza Europa” sia impedire l’arrivo dei migranti. Perché l’Europa ha bisogno dei migranti.

    In realtà, la “Fortezza Europa” è una strategia di esclusione dalla piena cittadinanza che mira a indebolire un gruppo – i migranti – al fine di frammentare ulteriormente la popolazione nel suo complesso. Si tratta di un’operazione intrinseca alla guerra tra i poveri, alla lotta di classe tra i penultimi e gli ultimi, dove la competizione tra autoctoni e stranieri per l’accesso a risorse sempre più scarse – lavoro, sussidi e servizi sociali – è di primaria importanza.

    La militarizzazione delle rotte migratorie, i dispositivi di sorveglianza, l’esternalizzazione delle frontiere, i centri di detenzione per immigrati e la crescente erosione dei diritti dei migranti non hanno lo scopo di impedire l’arrivo dei migranti, bensì di garantire che arrivino solo coloro che sono necessari al sistema produttivo europeo, ma già provati, spaventati, privati ​​dei loro diritti, consapevoli della precarietà del loro soggiorno e dei rischi derivanti dal non accettare il loro ruolo nelle nicchie secondarie del capitalismo europeo. Nicchie in cui sono chiamati a compensare, attraverso un aumento del tasso di sfruttamento, i rendimenti del capitale in calo da decenni.

    Di fatto, la crisi umanitaria scoppiata a Ceuta negli ultimi giorni è stata strumentalizzata dalla destra, sia a livello nazionale che internazionale, con Giorgia Meloni e Donald Trump in prima linea, per parlare di un “fattore di attrazione” creato dalla regolarizzazione dei migranti i Spagna negli ultimi mesi. L’Italia si è addirittura spinta fino a sospendere temporaneamente l’accordo Schengen con la Spagna sulla libera circolazione delle persone. Tale misura, in pratica, dato che Italia e Spagna non condividono un confine terrestre, si tradurrà unicamente in ulteriori controlli sui passeggeri in arrivo in Italia dalla Spagna. Si tratta di pura propaganda politica dell’estrema destra per minare le politiche che ampliano i diritti. Perché la Fortezza Europa non è costruita solo con filo spinato, ma anche attraverso una politica istituzionale razzista, consapevole e pianificata, che mira a erodere la tutela legale e sociale dei migranti. Un processo per cui i migranti perdono non solo una serie di diritti specifici, ma il diritto stesso ad avere diritti.

    Pertanto, la regolarizzazione dei migranti – attraverso la concessione di determinati diritti di cittadinanza – si scontra con le politiche di degrado giuridico della Fortezza Europa, che alimentano una corsa al ribasso nel mercato del lavoro, manifestata in una lotta tra i più poveri per le scarse risorse. Questa percezione generalizzata di risorse insufficienti incoraggia meccanismi di esclusione che, come ha scritto Habermas, sono caratteristici dello “sciovinismo assistenzialista” e concentrano la latente tensione tra status di cittadinanza e identità nazionale, una tensione alla quale il partito dell’estrema destra spagnola Vox ha recentemente fatto frequente appello.

    Sebbene alcuni esponenti della destra e dei progressisti abbiano indicato il Makhzen, il governo marocchino come il vero responsabile dei recenti eventi di Ceuta, citando il suo controllo dei flussi migratori in quanto custode de facto del confine meridionale dell’Europa, tutti ricordano il maggio 2021, quando il governo marocchino ritirò i controlli alle frontiere e permise a circa 8.000 persone di entrare nella città di Ceuta in soli due giorni. In quell’occasione, sembra che la fornitura di cure mediche a Brahim Ghali, leader del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, più noto come Fronte Polisario, in un ospedale di Logroño, nella Spagna settentrionale, sia stata il pretesto usato per provocare l’ira del Marocco e la successiva rappresaglia. Le tensioni si sono allentate solo dopo che il primo ministro ha modificato la posizione storica della Spagna sul Sahara Occidentale e ha incontrato il re Mohammed VI del Marocco l’anno successivo.

    Questa volta, la giustificazione per le rappresaglie della dittatura marocchina potrebbe spaziare dal viaggio di Pedro Sánchez in Algeria di qualche giorno fa, alla negoziazione del nuovo accordo commerciale con l’UE, all’iter legislativo della legge sulla cittadinanza saharawi in parlamento, o persino all’interesse ad annettere le città autonome di Ceuta e Melilla con il sostegno degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. Anche se non credo che conosceremo mai veramente le motivazioni del governo marocchino per aver trascurato i suoi doveri di polizia di frontiera europea negli ultimi giorni. Ciò che è indubbio, tuttavia, è l’immenso potere che la Spagna e l’UE hanno concesso a dittature come quella marocchina esternalizzando il controllo delle frontiere.

    Parallelamente alla militarizzazione dei confini di Ceuta e, successivamente, di Melilla, nel 1992 venne firmato l’accordo di cooperazione sul controllo delle frontiere tra Spagna e Marocco, il primo passo formale verso l’esternalizzazione dei confini di uno stato membro. Da quel momento in poi, la dittatura alawita si è impegnata a ridurre, con ogni mezzo necessario – l’uccisione di cinquanta persone al confine di Melilla nel 2022 ne è l’esempio più lampante – il numero di persone che attraversavano i confini di Ceuta, Melilla e dello Stretto di Gibilterra.

    Ma questa esternalizzazione delle frontiere non è stata affatto gratuita. Tra il 1995 e il 2006, il Marocco ha ricevuto 1,64 miliardi di euro dal programma “MEDA” dell’UE per la cooperazione con i paesi terzi affacciati sul Mediterraneo. Nel gennaio 2007, il programma MEDA è stato sostituito dall’ENPI (Strumento europeo di vicinato e partenariato), senza alcuna riduzione degli stanziamenti di bilancio: 722 milioni di euro tra quell’anno e il 2010. Oltre ai fondi europei, anche ingenti fondi pubblici spagnoli e incentivi sono stati destinati a questa esternalizzazione delle frontiere in Marocco, spesso utilizzando la cooperazione allo sviluppo come pretesto per realizzare progetti o per occultare stanziamenti di bilancio in realtà destinati ad altri scopi.

    Da quando è stata presa la decisione di esternalizzare i confini europei, il Marocco ha utilizzato, e continua a utilizzare, la questione migratoria come valvola di sfogo, inasprendo o allentando i controlli alle frontiere a seconda dei fondi ricevuti o dei vantaggi politici che può ricavarne in un dato momento. È curioso che la critica più frequente, sia da parte dei progressisti che della destra, sia che il Marocco non stia rispettando la sua parte dell’accordo che lo rende custode dei nostri confini, o addirittura che si indignino per il fatto che il Makhzen utilizzi il suo ruolo di gestore dei flussi migratori a fini geopolitici. Ma nessuno mette in discussione la politica criminale di esternalizzazione dei confini, che non solo reprime coloro che scelgono di migrare, ma ci rende anche complici della dittatura e della sua politica di occupazione.

    È assolutamente ripugnante che, ancora una volta, con oltre cento morti causati dalla nostra politica migratoria, le persone ammassate a Ceuta negli ultimi giorni continuino a essere trattate come problemi scomodi da espellere o eliminare al più presto: soggetti senza diritti. Pertanto, è essenziale comprendere l’attuale situazione migratoria non solo come una crisi umanitaria, ma anche, e soprattutto, come una crisi dei diritti umani e, di conseguenza, una crisi politica. Una crisi che mette in discussione chi ha diritto ad avere diritti in Europa e che ci interpella tutti.

    Articolo pubblicato da: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    8 Agosto 2026
    Internazionale
  • La fame era l’arma: aiuti a Cuba, Usa battuti nel World food programme

    La fame era l’arma: aiuti a Cuba, Usa battuti nel World food programme

    Di Daniele Nalbone

    Frattura politica e diplomatica A Roma l’agenzia ONU dell’assistenza alimentare (Nobel per la Pace 2020) costretta a un voto senza precedenti. Le forti pressioni di Washington per bloccare gli aiuti umanitari sconfitte per 29 voti contro 2

    Nel tentativo di bloccare il Piano strategico nazionale del World Food Programme (Wfp) per Cuba, gli Stati Uniti hanno fatto saltare una delle regole non scritte che da trent’anni governavano il funzionamento dell’agenzia delle Nazioni Unite contro la fame. Per la prima volta dalla nascita dell’attuale Comitato esecutivo, nel 1996, una decisione strategica non è stata approvata per consenso, ma attraverso una votazione formale.

    PUÒ SEMBRARE un dettaglio procedurale. In realtà segna una frattura politica e diplomatica senza precedenti. Da quando il Comitato esecutivo è stato istituito nella sua forma attuale, le decisioni più importanti – dall’approvazione dei bilanci ai programmi di intervento, fino ai Piani strategici nazionali – sono sempre state adottate per consenso. Non si trattava di un obbligo previsto dal regolamento, bensì di una prassi consolidata: prima di arrivare al voto, le delegazioni continuavano a negoziare fino a raggiungere una posizione condivisa. Il regolamento prevedeva comunque la possibilità di votare, ma quella procedura era considerata l’ultima risorsa e, di fatto, non era mai stata utilizzata.

    QUELL’EQUILIBRIO si è rotto venerdì scorso a Roma. Dopo settimane di stallo, la delegazione statunitense ha mantenuto la propria opposizione all’approvazione del Piano strategico nazionale per Cuba (2026–2030), impedendo che si formasse il consenso necessario. A quel punto la presidente del Comitato esecutivo, Carla Barroso Carneiro, ambasciatrice e rappresentante permanente del Brasile presso le agenzie delle Nazioni Unite a Roma, ha deciso di ricorrere alla procedura prevista dal regolamento e di sottoporre il testo al voto.

    Il risultato non ha soltanto consentito l’approvazione del piano per Cuba. Ha anche infranto una consuetudine diplomatica che aveva retto per tre decenni e aperto un precedente destinato ad avere conseguenze che vanno oltre il caso cubano: per la prima volta il principio del consenso, uno dei cardini informali del funzionamento del Wfp, ha ceduto il passo alla logica del voto.

    Secondo fonti diplomatiche presenti alla riunione, la delegazione statunitense ha sostenuto che il programma avrebbe finito per sostenere direttamente il governo cubano, ribadendo la posizione di Washington secondo cui la cooperazione internazionale con l’isola non dovrebbe rafforzare le istituzioni statali. Una lettura respinta dalla maggioranza dei membri del Comitato, che ha invece ritenuto prioritario garantire la continuità degli interventi umanitari destinati alla popolazione.

    L’ESITO DEL VOTO, tenutosi a chiusura della sessione annuale, fotografa il forte isolamento della Casa Bianca. Il piano per Cuba è stato approvato con 29 voti a favore e soltanto 2 contrari: quelli degli Stati Uniti e del Marocco. La larga maggioranza dei membri del Comitato, compresi diversi alleati degli Stati Uniti, ha respinto il tentativo americano di estendere gli effetti del bloqueo all’interno delle agenzie umanitarie. Una «vittoria clamorosa che dimostra come Cuba non sia sola», ha commentato Jorge Luis Cepero Aguilar, rappresentante permanente dell’isola presso le agenzie Onu a Roma, denunciando le forti pressioni di Washington per ostacolare il documento. Da L’Avana, il ministro degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha parlato di una «vittoria schiacciante contro i tentativi statunitensi di politicizzare l’assistenza umanitaria».

    IL PIANO APPROVATO prevede lo stanziamento di 116,4 milioni di dollari per i primi cinque anni, a partire dal 1° luglio. Risorse vitali per un’isola stremata da una crisi macroeconomica senza precedenti, aggravata dal bloqueo e da una drammatica carenza di carburante ed energia elettrica. Il Wfp punta ad assistere tra 1,2 e 1,7 milioni di cubani all’anno, concentrandosi sulle fasce più vulnerabili: bambini nei primi mille giorni di vita, donne in gravidanza, anziani e persone con disabilità.

    Più di 76 milioni di dollari saranno destinati alla risposta rapida alle emergenze e al sostegno dei sistemi di protezione sociale dell’isola. Altri 17 milioni finanzieranno la logistica per fare in modo che il cibo arrivi a destinazione nonostante i blackout, mentre una quota consistente sosterrà i piccoli produttori locali per portare prodotti a chilometro zero nelle mense delle scuole rurali. Una goccia nel mare, ma significativa: nel 2020 il Wfp vinse il Nobel per la pace, tra l’altro per gli sforzi di prevenzione nei conflitti «che sfruttano la fame come arma». Proprio il caso di Usa e Cuba.

    IL VOTO DI ROMA rappresenta un precedente politico. Dimostra non solo che la fame non può essere usata come strumento di pressione diplomatica, ma anche che, quando il consenso si rompe, gli Stati Uniti possono essere messi in minoranza nelle istituzioni multilaterali.

    Articolo pubblicato sul sito: https://ilmanifesto.it/

    Leonardo De Angelis

    30 Giugno 2026
    Internazionale
  • La rivoluzione dei fenicotteri e le grandi mobilitazioni popolari

    La rivoluzione dei fenicotteri e le grandi mobilitazioni popolari

    Di Nando Simeone

    L’Albania raramente finisce sulle prime pagine dei media tradizionali. Nelle ultime settimane, tuttavia, questo piccolo Paese balcanico è stato teatro di una mobilitazione contro gli effetti devastanti di un modello di sviluppo che sacrifica l’ambiente in nome del profitto e, in questo caso, del turismo di lusso destinato alle élite economiche.

    Le piazze gremite, i megafoni e i fenicotteri di gomma sollevati verso il cielo di Tirana raccontano la storia di un punto di rottura. La protesta di Zvërnec ha infranto il mito dell’inevitabilità, quella forma di fatalismo e rassegnazione collettiva che per anni ha caratterizzato il rapporto tra cittadini e potere, dimostrando che anche il reflusso politico più radicato può trasformarsi in azione popolare.

    Situata a circa 150 chilometri a sud-ovest di Tirana, l’isola di Sazan è una ex base militare del regime di Enver Hoxha. Le sue magnifiche spiagge affacciate sull’Adriatico e la sua ricca biodiversità ne fanno un vero e proprio santuario naturale, habitat di numerose specie, tra cui colonie di fenicotteri rosa.

    È su quest’isola considerata un gioiello ambientale che Ivanka Trump e Jared Kushner, figlia e genero di Donald Trump, hanno deciso di sviluppare un resort di lusso dal costo stimato di 1,4 miliardi di euro. Un secondo progetto è previsto a Zvërnec, sulla costa opposta dell’area protetta. L’inizio dei lavori è previsto nei prossimi anni.

    Da oltre una settimana, il centro della capitale albanese è teatro di una mobilitazione senza precedenti per intensità e partecipazione: una marcia quotidiana che da piazza Skanderbeg raggiunge gli uffici del primo ministro Edi Rama.

    La rapida trasformazione della rassegnazione in una protesta lunga e trasversale richiede un’analisi che vada oltre la dimensione puramente conservazionista — cioè la sola difesa dei fenicotteri, delle dune e dell’ecosistema locale — per interrogare le dinamiche del capitalismo estrattivo.

    Un modello che non genera una reale ricchezza diffusa sul territorio, ma che tende a “estrarre” valore da una risorsa naturale incontaminata, privatizzando una costa e trasformandola in un progetto immobiliare di lusso.

    La vicenda apre inoltre una riflessione sulle trasformazioni del quadro legislativo albanese e sulla ridefinizione del concetto di sovranità popolare e gestione dei beni comuni. Ridurre questa protesta a una semplice battaglia ecologista per la tutela della natura significherebbe quindi sottovalutarne la portata politica.

    Le modalità controverse con cui il fondo di investimento Affinity Global Development, associato a Jared Kushner, avrebbe ottenuto le autorizzazioni per realizzare questo progetto, insieme alle minacce ambientali legate all’intervento, hanno alimentato una crescente indignazione pubblica.

    Ogni sera, dall’inizio di giugno, migliaia di manifestanti scendono in piazza a Tirana per contestare il progetto e le politiche del primo ministro socialista Edi Rama. Al grido di “L’Albania non è in vendita” e “Ivanka torna a casa”, le bandiere nazionali si mescolano alle immagini dei fenicotteri rosa, diventati il simbolo del movimento.

    Il punto di rottura si è verificato il 30 maggio a Zvërnec. Un sit-in di protesta è degenerato in episodi di violenza dopo l’intervento degli addetti alla sicurezza privata schierati a difesa dei cantieri.

    La diffusione sui social delle immagini di un manifestante trascinato con la forza sulla sabbia dalle guardie private, sotto gli occhi della polizia di Stato, ha trasformato un conflitto ambientale locale in una crisi di legittimità istituzionale. Una parte dell’opinione pubblica ha interpretato la passività delle forze dell’ordine come il segnale di una subordinazione degli apparati statali agli interessi del capitale privato.

    Dal 31 maggio, piazza Skanderbeg a Tirana si riempie quotidianamente alle 18. La definizione del movimento come “Rivoluzione dei fenicotteri” nasce dalla volontà di legare la rivendicazione politica alla specificità ecologica del territorio minacciato.

    La laguna di Narta, parte integrante dell’area protetta, è infatti riconosciuta come Important Bird Area (IBA) da BirdLife International ed è candidata al programma Smeraldo, la rete ecologica paneuropea per la conservazione degli habitat naturali. La zona ospita oltre 200 specie protette, tra cui fenicotteri, tartarughe marine e il pellicano riccio.

    La mobilitazione ha progressivamente messo in discussione la retorica governativa dello sviluppo lineare, mostrando come concetti quali “modernizzazione” e “turismo di lusso” possano essere utilizzati come strumenti di legittimazione della privatizzazione e della trasformazione di ecosistemi complessi.

    Edi Rama, che avrebbe garantito al progetto dieci anni di esenzione fiscale, giustifica questa scelta con la necessità di sviluppare il turismo e sostenere il percorso di candidatura dell’Albania all’Unione Europea.

    In una regione segnata dall’influenza russa e da importanti investimenti cinesi, il coinvolgimento degli interessi legati alla famiglia Trump mostra ancora una volta l’intreccio tra ambizioni geopolitiche e operazioni immobiliari, come già emerso in altri progetti controversi.

    La mobilitazione attorno alla penisola di Zvërnec rappresenta una discontinuità nel rapporto tra cittadinanza, territorio e istituzioni statali. Per la prima volta nella storia recente del Paese, un conflitto legato alla tutela ambientale è riuscito a unire settori sociali diversi e a coinvolgere attivamente anche la numerosa diaspora albanese, rompendo il paradigma dell’emigrazione come unica forma di sfogo del malcontento sociale.

    La Rivoluzione dei fenicotteri pone quindi le istituzioni albanesi davanti a un bivio. Da una parte, il proseguimento di un modello di sviluppo basato sull’estrazione di valore dalle risorse naturali attraverso concessioni controverse, regimi legislativi speciali e privatizzazione dei beni comuni. Dall’altra, la possibilità di avviare una governance più trasparente, democratica e partecipata del territorio.

    L’esito di questo conflitto non determinerà soltanto il futuro ecologico della laguna di Narta, ma anche i confini della cittadinanza e dello Stato di diritto in Albania nel percorso verso l’integrazione europea.

    La vicenda dimostra inoltre come, anche nei Paesi capitalistici periferici dal punto di vista economico e geopolitico, il conflitto sociale e quello ambientale siano sempre più intrecciati. È proprio in questa connessione che può svilupparsi una proposta ecosocialista capace di coniugare la soddisfazione dei bisogni collettivi con l’equilibrio ecologico, attraverso criteri che non siano fondati esclusivamente sul valore monetario e sulla logica del mercato.

    I principi dell’ecosocialismo nascono dall’incontro tra il movimento ecologista e la critica marxista dell’economia politica. La costruzione di una forza sociale trasformativa richiede l’intreccio tra lotte ambientali, economiche, femministe e studentesche.

    Le questioni del lavoro, della produzione, della riproduzione sociale e dello sviluppo diventano così centrali: l’ecosocialismo implica una rottura radicale con la civiltà materiale del capitalismo e con il modello di sfruttamento illimitato delle risorse naturali.

    Leonardo De Angelis

    19 Giugno 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Il sindaco Mamdami incontra gli attivisti per la pace israeliani e palestinesi

    Il sindaco Mamdami incontra gli attivisti per la pace israeliani e palestinesi

    Di Spondasud Rivista di Politica Internazionale

    Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha incontrato attivisti israeliani e palestinesi impegnati nella promozione del dialogo e della coesistenza, in un’iniziativa volta a rilanciare percorsi di pace dal basso in un clima internazionale segnato da forti tensioni.

    L’incontro arriva a pochi giorni dalle polemiche che hanno investito la tradizionale “Israel Day Parade”, finita sotto accusa per la partecipazione di esponenti della destra israeliana. Mamdani ha scelto di non partecipare alla manifestazione, diventando il primo sindaco della città, in oltre sessant’anni, a disertare l’evento.

    Una decisione che segna una netta discontinuità rispetto alla prassi istituzionale e che riflette una linea politica critica nei confronti dell’attuale governo israeliano, pur accompagnata dalla conferma del pieno impegno dell’amministrazione cittadina nel garantire la sicurezza della parata.

    La scelta ha suscitato reazioni contrastanti: critiche da parte di esponenti politici e di una parte della comunità ebraica newyorkese, ma anche il sostegno di ambienti progressisti e di organizzazioni favorevoli ai diritti dei palestinesi.

    Post  di Spondasud Rivista di Politica Internazionale (pubblicato su Facebook)

    Leonardo De Angelis

    15 Giugno 2026
    Internazionale, Palestina
  • Evo Morales: “Le nostre richieste saranno soddisfatte solo quando saremo al potere”

    Evo Morales: “Le nostre richieste saranno soddisfatte solo quando saremo al potere”

    Intervista a Evo Morales  curata da Mar Centenera e Caio Ruvenal

    Evo Morales  (nato in una famiglia Aymara a Orinoca, dipartimento di Oruro, 66 anni fa) si è ritirato nella regione dove ha costruito il suo potere politico, il Chapare, il cuore pulsante della Bolivia nella coltivazione della coca. Lì coltiva avocado, alleva pesci, gioca a scacchi, corre e fa addominali per mantenersi in forma, seguendo da vicino la rivolta indigena che ha portato il presidente boliviano Rodrigo Paz sull’orlo del baratro appena sei mesi dopo il suo insediamento. Il ruolo di spicco dell’ex leader, che ha governato il paese tra il 2006 e il 2019, era svanito, ma Rodrigo Paz lo ha riportato alla ribalta considerandolo il principale istigatore di proteste e blocchi stradali senza leader visibili che si stanno diffondendo in tutto il paese. “Non ho indetto questa mobilitazione”, si è difeso Evo Morales durante un’intervista a El Paìs in videoconferenza. Sette anni dopo essere stato costretto a dimettersi da capo di stato, Evo Morales è in fuga, ma si rifiuta di comparire spontaneamente davanti al tribunale incaricato di processarlo con l’accusa di traffico di minori e abusi sessuali, sostenendo che non vi sia stato un giusto processo. Di fronte alla promessa di arresto da parte di Paz, lo sfida: “Che vengano a prendermi, ma che chi viene si chieda chi sta arrestando: il primo presidente indigeno”.

    Quali sono le cause che hanno portato ai conflitti sociali che attualmente affliggono la Bolivia?

    Quello che sta succedendo è una rivolta, una ribellione del movimento indigeno contro il modello neoliberale e contro lo stato neocoloniale. Nel 2005, per la prima volta, è stato eletto un presidente indigeno, rompendo con tutte le pratiche consolidate del capitalismo. Per il capitalismo, il movimento indigeno non ha diritti politici, quasi nessun diritto dai tempi coloniali, ma io alla fine ho dichiarato: abbiamo diritti politici. In 14 anni, abbiamo dimostrato che la Bolivia può nutrire grandi speranze. Economicamente, abbiamo nazionalizzato; socialmente, abbiamo ridistribuito la ricchezza. Il colpo di stato del 2019 è stato l’impero contro il popolo, il gringo contro l’indigeno. Il colpo di stato ha preso di mira il litio e oggi la questione del litio è riemersa. Quando dico che questa è una rivolta contro il modello neoliberale, è perché non vogliono che i servizi di base vengano privatizzati. Rodrigo Paz ha già presentato dieci proposte di legge riguardanti miniere, gas, energia e litio con l’obiettivo di privatizzarli; È da lì che nasce la rivolta. Nel mezzo di questo conflitto, Paz continua a firmare memorandum d’intesa con gli Stati Uniti riguardanti gli elementi delle terre rare.

    Il presidente Paz la considera l’istigatore delle proteste. Cosa ne pensa?

    Non ho indetto questa mobilitazione. C’è una questione fondamentale in gioco: non si può governare sulla base delle menzogne. Rodrigo Paz ha mentito, ha ingannato, quindi perché si stanno mobilitando? Ha detto: “Il giorno dopo il mio insediamento non ci sarà carenza di carburante”, e oggi abbiamo carburante di pessima qualità. La benzina arriva come la Coca-Cola, nera, ha distrutto quasi tutte le macchine. Ha emanato un decreto affinché i ricchi non paghino le tasse, ha promulgato una legge affinché i piccoli appezzamenti di terreno diventino proprietà della classe media, protette dalle multinazionali dell’agroindustria… Insomma, capisco perché la gente sia arrabbiata. Dicono: “Non ha mantenuto questa promessa, né quella”, e ora: “Fuori, fuori!”. L’ho già detto: “Se vuole evitare un bagno di sangue, questa pacificazione richiede una successione ed elezioni entro 30 giorni; è costituzionale”.

    Pensi che le dimissioni di Paz siano l’unica soluzione possibile alla crisi?

    Questa è la mia valutazione di una settimana fa, ma la decisione finale non spetta a me. C’è una persecuzione diffusa e si stanno preparando per uno stato di emergenza, il che è molto grave. Nella legge sullo stato di emergenza, l’articolo 28 fa riferimento alla “presunzione di legalità operativa”; questo equivale a concedere l’impunità, il che è estremamente grave. L’articolo 30 parla di “uso della forza letale”: chiunque uccida non sarà indagato.
    [Il disegno di legge iniziale del governo è attualmente in esame in parlamento e ha subito delle modifiche giovedì 4 giugno, durante l’esame da parte del Senato. Dopo l’approvazione da parte della camera alta, dovrà essere ratificato dalla Camera dei deputati, cosa prevista per sabato 6 giugno.]
    [Secondo La Razon del 6 giugno, il vicepresidente Edmand Lara (che ha rotto con Rodrogo Paz) ha affermato che la sua lealtà al popolo boliviano rimaneva “intatta”. Ha difeso le sue azioni dalle critiche e ha respinto l’idea di dichiarare lo stato di emergenza in risposta alla crisi politica e sociale che attanaglia il paese. In una dichiarazione pubblica diffusa dalla vicepresidenza, il vicepresidente ha affermato di non aver abbandonato i suoi impegni nei confronti dei settori sociali e ha dichiarato che avrebbe continuato a promuovere le rivendicazioni formulate durante la campagna elettorale.]

    Cosa succederà se Paz dichiarerà lo stato di emergenza?

    Conoscendo i miei fratelli dell’Altiplano boliviano, so che se si ribellano, per loro è impossibile perdere. Se qualcuno muore, la reazione è ancora più forte; non hanno paura, è una ribellione.

    Paz è stato eletto democraticamente per un mandato di cinque anni. Perché non dovrebbe completare il suo mandato? E se alcuni non sono soddisfatti delle sue politiche, perché non aspettare le prossime elezioni per votare un altro candidato?

    [Portare a termine il suo mandato] è il suo compito. Ma [Paz] ha promesso tutto e non ha mantenuto nulla. Una compagna ha raccontato che durante la campagna elettorale Rodrigo Paz la chiamava “sorella, compagna”; oggi, per lui, siamo dei vandali al soldo dei narcotrafficanti, ripete quello che dice l’impero.

    Intendi candidarti alle prossime elezioni?

    Non ho fretta di scappare. Il ministro degli Esteri ha detto due giorni fa che era già tutto pronto per l’Operazione Delta [un presunto riferimento a Lauca, il rifugio dell’ex presidente]; vogliono catturare Evo, arrestarlo e dichiarare immediatamente lo stato di emergenza. Lo porteranno dall’aeroporto di Viru Viru a Buenos Aires o a Lima, e poi da lì negli Stati Uniti.

    Il presidente Paz ha annunciato inoltre che lo avrebbero catturato da un momento all’altro.

    Lasciate che mi prendano, ma chi mi prende si chieda chi sta prendendo: il primo presidente indigeno. Marco Rubio ha dichiarato la settimana scorsa che gli Stati Uniti non permetteranno ai narcotrafficanti di rovesciare leader democraticamente eletti. Paz non fa altro che ripeterlo.

    Se non intendete candidarvi, desiderate abbandonare la politica?

    Ora sono un piccolo agricoltore; ieri ho piantato degli alberi di avocado. Ho persino pensato di sposarmi. Ma i miei compagni mi dicono: “Senza di te, il movimento politico crollerà; devi restare con noi”. La nostra rivoluzione deve continuare, ma la gente dice: “Con Evo o niente”. Ho il dovere di restare con i miei compagni; è la missione della nostra vita. Le nostre richieste saranno soddisfatte solo quando saremo al potere.

    Chi sarà il candidato a rappresentare il movimento contadino indigeno?

    I candidati emergeranno durante gli incontri dal basso; è un processo aperto. Oggi ero a un comizio con il nostro unico governatore, Leonardo Loza, a Cochabamba. Abbiamo molti leader e compagni in Bolivia.

    Ma nessuno che tu consideri ancora un successore.

    Può darsi. Dobbiamo costruire uno strumento politico, affiancati da intellettuali della classe media che ci abbiano visto come una speranza.

    García Linera [vicepresidente da gennaio 2006 a novembre 2019] ha affermato che uno degli errori commessi durante il suo mandato è stato quello di non aver affrontato il crescente malcontento della classe media. Sei d’accordo?

    Non direi. Impegnandoci nell’autocritica, non abbiamo messo in atto programmi per ripensare la storia, la lotta dei nostri antenati. Insomma, non siamo stati in grado di dare una dimensione ideologica alle nostre azioni. Abbiamo dialogato con questa nuova classe media perché la nostra rivoluzione democratica era importante, ma, in base alla mia esperienza, direi che bisogna costruire le proprie difese con il proprio popolo, con la gente comune.

    Il vostro governo si caratterizza per il sostegno di diversi settori, come ad esempio la classe media urbana. Il movimento indigeno si è radicalizzato? Sono stati bruciati i ponti?

    Ecco a cosa siamo arrivati ​​dopo il colpo di stato del 2019. Mi dispiace profondamente che la classe media, alcuni leader che godono di privilegi, siano ora in prigione. Nel 2021 ho contattato Luis Arce [presidente da novembre 2020 a novembre 2025] e gli ho detto: “Lucho, abbiamo sentito che tuo figlio è coinvolto in affari loschi, arrestalo, ci danneggerà”. Ed eccolo qui, ora in prigione. Poi ho detto a Lucho che dovevamo fare progressi nella lotta al narcotraffico, ma non ha ascoltato neanche quello. Bisogna essere apprezzati e temuti; purtroppo, è così che funziona la vita politica e sindacale. Mi sono dissociato da Lucho nel dicembre 2022. Ho salvato il movimento politico prendendo le distanze; altrimenti, sarei in prigione.

    Sono in corso procedimenti contro di te. Se sei innocente, perché non ti presenti ?

    Per 30 anni sono stato accusato di essere un narcotrafficante, un terrorista. Se fossi un narcotrafficante, sarei già in prigione. Volevano impedirmi di ricoprire una carica pubblica nel 2005, ma li ho battuti e sono diventato presidente. Jeanine Áñez [presidente da novembre 2019 a novembre 2020] ha intentato 29 cause contro di me per terrorismo, disobbedienza civile, incitamento a commettere reati… Non hanno trovato nulla. Ora si stanno inventando questa storia di tratta di esseri umani ed emettono un mandato di arresto, ma non c’è stato un giusto processo. La stampa stessa dice che 200 poliziotti e 800 soldati mi stanno aspettando [all’udienza]; non sono così stupido da andarci. Stanno cercando di arrestarmi, di uccidermi. Non possono provare il reato. Il 5 maggio, la presunta vittima ha presentato un memorandum in cui afferma di non essere stata vittima di nessuno, e allora? Questa storia dovrebbe essere chiusa.

    Quali garanzie sarebbero necessarie per poter comparire davanti al tribunale?

    La procura dovrebbe archiviare il caso.

    Ma il caso riguarda la tratta di esseri umani e non è necessario che la vittima presenti una denuncia; la procura può indagare d’ufficio.

    Ma cosa succede se non ci sono prove? Non c’è stato un giusto processo e non ci sono vittime. Questo è un atto puramente politico. Prima, Evo era un narcotrafficante, un terrorista; ora è un pedofilo.

    Ti senti abbastanza forte per continuare?

    Sono ancora a capo delle Sei Federazioni del Tropico di Cochabamba. Ho uno spirito giovane. A gennaio mi sono ammalato più gravemente che mai, ho avuto la chikungunya [una malattia virale, caratterizzata da febbre e forti dolori, che viene trasmessa all’uomo da zanzare infette], ma sono guarito e sto bene. Vado al campo da calcio per correre 60 giri, faccio 1000 addominali cinque volte a settimana, in due serie. I miei compagni di scuola camminano con il bastone e mi chiedono: “Ma cosa mangia Evo?”.

    *l’intervista, curata da Mar Centenera e Caio Ruvenal, è apparsa sul quotidiano spagnolo El Pais il 6 giugno 2026. Le osservazioni esplicative [tra parentesi quadre] sono a cura della redazione di www.alencontre.org sito sul quale è apparso la versione francese dell’intervista.

    Leonardo De Angelis

    10 Giugno 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • La rivoluzione dei fenicotteri

    La rivoluzione dei fenicotteri

    Di Detjon Begaj


    La rivoluzione dei fenicotteri. Così la stanno chiamando in Albania. Questa foto relativa è relativa al terzo giorno consecutivo di protesta a Tirana, dopo gli scontri di sabato 30 maggio proprio a Narte. È il movimento più grande degli ultimi anni. Spontaneo, auto-organizzato, senza leadership verticale, a prevalenza giovanile. Ma le cose non accadono per caso. Anni di lotte, di movimenti sociali e ambientali, di compagne e compagni con una generosità e un coraggio incredibile in un contesto difficile che è difficile anche soltanto da immaginare in molti paesi europei. Un contesto dove per davvero hanno cementificato tutta la costa e resa irriconoscibile per chi ha un pochino di memoria di cos’era anche solo quindici anni fa.

    Ci sono cose che ti condizionano di più quando hai un legame affettivo, di sangue, “identitario” con un territorio. Se sei nato lì vicino al luogo che la famiglia Trump e altri oligarchi vogliono devastare per farci dei resort, se i tuoi genitori che vivono lì, se per tutta la vita ogni volta che tornavi andavi a passeggiare nella laguna di Zvernec e leghi questi luoghi a dei ricordi indimenticabili non puoi rimanere inerte.

    C’è un video in rete nel quale una ragazza del posto ha preso un megafono in mano e ha urlato “io qui ci ho imparato a nuotare”, di fronte al filo spinato, la polizia, i guardiani privati. Una cosa da brividi.

    Ma non è solo questo.

    È che quando è troppo è troppo. Razionalmente, proprio. Non si può vendere alla famiglia Trump un’isola intera di fronte Valona, simbolo della città. Non si può vendere alla famiglia Trump e ad altri un’area protetta come quella del delta del fiume Vjosa, Narte, Zvernec, luoghi letteralmente sacri per i cittadini di Valona e per tutti gli albanesi. Non si può vedere il proprio paese colonizzato, depredato delle proprie risorse, con la promessa che la ricchezza generata ricadrà sulla povera gente mentre questo non avviene mai. Mai. Intanto il paese è schiacciato dall’innalzamento del costo della vita, il turismo speculativo, i salari fermi, le infrastrutture di base – come l’acqua potabile tutto il giorno – che mancano ancora in larga parte del paese.

    L’Albania non è in vendita, grida questo movimento di protesta.

    Se solo possiamo fare qualcosa di utile, pur non vivendo lì, facciamolo. Supportiamo il movimento.

    DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO

    Dopo 35 anni di transizione, è arrivato il momento di porre fine a un modello di governo che ha leso la proprietà privata, il patrimonio nazionale e l’interesse pubblico. Questa protesta, nata come risposta alla compromissione della proprietà e delle ricchezze nazionali, presenta le seguenti richieste chiare e non negoziabili: 1) Le dimissioni del governo; 2) L’abrogazione dello status e del quadro normativo relativo agli investitori strategici; 3) L’abrogazione del cosiddetto “Pacchetto Montagne”; 4) L’annullamento delle modifiche alla legge sulle aree protette; 5) L’annullamento delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale. Queste non sono richieste di parte. Sono richieste di giustizia, legalità e tutela dell’interesse nazionale. Non accettiamo negoziati sui diritti fondamentali dei cittadini né sui beni che appartengono a tutti gli albanesi. Oggi rivolgiamo un appello a ogni albanese, dentro e fuori dal Paese, affinché si unisca a questo impegno civico per porre fine a questa casta politica corrotta. Il tempo del silenzio è finito. È arrivato il tempo dell’azione. L’Albania appartiene ai suoi cittadini!

    Leonardo De Angelis

    9 Giugno 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • L’onda d’urto iraniana in Asia

    L’onda d’urto iraniana in Asia

    Di Pierre Rousset

    Per sua stessa natura, la prolungata guerra tra Stati Uniti e Iran sembra destinata a diventare un vero e proprio punto di svolta internazionale, con un impatto variabile da regione a regione. Le sue conseguenze si preannunciano significative in Asia. Ciò è evidente sul piano geopolitico, come dimostrato dal vertice tra Xi e Trump a Pechino il 14 e 15 maggio. Ma la guerra aggraverà anche la crisi sociale in molti paesi. Inoltre, sta alimentando la crisi climatica ed ecologica globale. Sta innescando numerosi sconvolgimenti la cui portata completa sarà evidente solo a posteriori.

    Un teso duopolio sino-americano

    Donald Trump aveva rimandato il suo viaggio a Pechino (con grande disappunto di Xi Jinping) sperando di sfruttare il tempo a disposizione per risolvere la questione iraniana e arrivare in una posizione di forza. È successo l’esatto contrario. È arrivato implorando i cinesi, alleati degli iraniani, di aiutarlo a uscire da un pasticcio di cui è l’unico responsabile.

    Nella situazione attuale, Pechino e Washington condividono obiettivi comuni, a cominciare dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del petrolio e del gas mondiale. La Cina importa attualmente circa il 40% del suo petrolio dal Medio Oriente e molte delle sue raffinerie sono progettate per lavorare il petrolio iraniano. Inoltre, pur sostenendo l’Iran, il regime cinese non vuole che un altro Paese entri a far parte dell’esclusivo club delle potenze nucleari. Questo è un fatto che Teheran sembra non aver compreso. Possedere (o minacciare di possedere) armi nucleari appare certamente una garanzia di sicurezza e influenza, ma le grandi potenze hanno tollerato l’emergere di nuovi contendenti solo quando i loro interessi erano in gioco (ad esempio, la Corea del Nord dal punto di vista di Pechino, uno stato cuscinetto tra la Corea del Sud e le basi statunitensi e il suo confine).

    Xi Jinping sa, tuttavia, che Trump è sotto pressione per ragioni di politica interna (le elezioni di medio termine si terranno a novembre) e ha avanzato una proposta: deve fare significative concessioni riguardo al sostegno a Taiwan. Per il momento, sembra non essersi impegnato a intervenire sulla questione iraniana (ammesso che possa effettivamente influenzare le politiche di Teheran).

    Pericolosa incertezza per Taiwan

    Il 14 maggio, il giorno dopo l’arrivo di Trump, Xi Jinping ha approfondito il suo avvertimento, dichiarando in una conferenza stampa che la questione di Taiwan era “la più importante nelle relazioni sino-americane “. Se gestita correttamente, ”  le relazioni tra i due Paesi possono rimanere sostanzialmente stabili”. Altrimenti, “si scontreranno, o addirittura arriveranno al conflitto “. Donald Trump sembra essere stato colto di sorpresa, dato che questo argomento non viene solitamente discusso pubblicamente, e ha eluso le domande dei giornalisti.

    In termini concreti, Xi chiede che gli Stati Uniti sostituiscano la loro posizione ufficiale, “gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza di Taiwan”, con ”  si oppongono all’indipendenza di Taiwan”, e che cessino di fornire armi allo stato insulare.

    Dopo aver annunciato un accordo per la fornitura di armi americane per un valore di 11 miliardi di dollari entro la fine del 2025, l’amministrazione statunitense sta ora valutando un nuovo programma del valore di circa 14 miliardi di dollari, una cifra record da quando gli Stati Uniti si impegnarono nel 1979, con il Taiwan Relations Act , a fornire a Taiwan un equipaggiamento militare sufficiente per la sua difesa. Questa legge fu approvata dal Congresso degli Stati Uniti in seguito all’instaurazione di relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino nello stesso anno e alla contemporanea interruzione dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e Taipei. Da allora, gli Stati Uniti sono rimasti praticamente l’unico Paese a fornire aiuti militari a Taiwan. Per soddisfare le richieste cinesi, il Congresso degli Stati Uniti dovrebbe quindi abrogare questo trattato.

    Il PCC ora preferirebbe imporre un severo blocco economico sull’isola piuttosto che tentare una rischiosa invasione militare. Invadere Taiwan non sarebbe un’impresa da poco. Xi Jinping promette la luna agli uomini d’affari, ai mafiosi e ai politici che fungerebbero da quinta colonna per garantire il controllo di Pechino, ma vista la facilità con cui epura i suoi ex alleati, questi dovrebbero stare in guardia. Sta anche facendo leva sul soft power , con numerosi programmi di intrattenimento seguiti su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan.

    Taiwan (Repubblica di Cina) ha una storia molto particolare. Pechino ne sfrutta le contraddizioni interne. Il Kuomintang, il partito controrivoluzionario, invase l’isola dopo la sconfitta subita nella Cina continentale nel 1949, imponendo un regime dittatoriale fino al Movimento dei Girasoli del 2014, che portò gradualmente all’instaurazione di una democrazia. Il KMT conserva tuttavia una base sociale e un’influenza politica, alimentate dal clientelismo e dalla corruzione. I suoi leader sono ora divisi sulle relazioni con la Cina.

    Tuttavia, è difficile capire perché la popolazione taiwanese, che gode di una democrazia (borghese e imperfetta), dovrebbe scegliere liberamente di abbandonarla in favore di un regime opaco e ultraautoritario. Hanno il diritto all’autodeterminazione, esercitato senza minacce esterne.

    Taiwan è di fatto indipendente, ma non l’ha ancora dichiarata ufficialmente. L’intero equilibrio regionale si basa su questa ambiguità strategica. Xi Jinping la sta nuovamente sfidando e Donald Trump sembra tenerne conto. Poco prima di lasciare Pechino, in una dichiarazione a Fox News, ha lanciato una sorta di avvertimento a Taiwan contro qualsiasi dichiarazione di indipendenza che possa scatenare una guerra lontana. “Voglio che [Taiwan] abbassi la tensione. Voglio che la Cina abbassi la tensione “. Il motivo per cui questa dichiarazione è preoccupante è che una dichiarazione di indipendenza non era affatto all’ordine del giorno.

    Così facendo, Trump ha costretto le autorità taiwanesi a reagire. Il Segretario di Stato ha dichiarato di aver preso atto di queste osservazioni, ricordando che la vendita di armi rappresentava un impegno degli Stati Uniti per garantire la sicurezza dell’isola, sancito dal Taiwan Relations Act , e costituiva una forma di deterrenza congiunta nella regione. Il governo taiwanese, guidato dal Partito Progressista Democratico (DPP) e dal Presidente Lai Ching-te, ha dichiarato il 16 maggio che “Taiwan è una nazione democratica, sovrana e indipendente, non subordinata alla Repubblica Popolare Cinese “, riaffermando la posizione tradizionale: indipendenza di fatto, sebbene non proclamata.

    Equilibri strategici nell’Asia orientale

    Donald Trump sta dunque contribuendo oggi alla riapertura della questione di Taiwan, un vero e proprio vaso di Pandora: sono in gioco gli equilibri geostrategici e il controllo dei mari nell’Asia orientale. Questo Stato si trova al centro della prima catena di isole dell’Oceano Pacifico. Prenderne possesso darebbe a Pechino un punto d’appoggio fondamentale per controllare questa importante rotta marittima internazionale, cruciale per il commercio (è una delle rotte di navigazione più trafficate), ricchissima di risorse (compresi i fondali marini), sulle quali la Cina rivendica la sovranità, in violazione del diritto internazionale (almeno nella sua parte meridionale, che ha pesantemente militarizzato, senza riconoscere i confini marittimi degli altri Stati costieri).

    L’intera regione ne risente, dal Giappone e dalla Corea del Sud al Vietnam, passando per Singapore, Malesia, Brunei, Indonesia e Filippine. La conquista di Taiwan rappresenterebbe un vero e proprio terremoto le cui scosse di assestamento, data la centralità geopolitica dell’Eurasia, potrebbero ripercuotersi sull’Asia centrale, l’Artico, la Russia e l’Europa.

    L’arbitrarietà di Donald Trump e il suo disprezzo per gli interessi dei suoi alleati stanno già avendo delle conseguenze. Ad esempio, il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha avviato un vero e proprio cambiamento strategico per affermare il Giappone come grande potenza militare. Gli Stati Uniti imposero al Paese una Costituzione pacifista nel 1947 (con l’articolo 9), che la popolazione accettò in larga misura. Il quid pro quo per questa rinuncia alla guerra fu, ovviamente, la garanzia della protezione statunitense in caso di minaccia. Questo quid pro quo non sembra più così chiaro e permette a Tokyo di giustificare l’accelerazione del suo programma militarista, nonostante le Forze di Autodifesa giapponesi siano già tra i migliori eserciti convenzionali (escluse le armi nucleari), rendendo di fatto la Costituzione priva di significato.

    Nel 1976, sotto il Primo Ministro Takeo Miki, la vendita di armi fu vietata. Nel 2014, il Primo Ministro Shinzo Abe fece la prima concessione a questa politica di embargo. Il 21 aprile, tutti i principi precedentemente sanciti della politica estera del paese furono ribaltati. Il Giappone può ora esportare armi, comprese armi “letali”, verso i 17 paesi con cui ha accordi di difesa. Uno dei più grandi contratti di esportazione militare dal 1945 è stato firmato con l’Australia, per fregate di classe Mogami prodotte dalla Mitsubishi Heavy Industries (queste fregate hanno molteplici funzioni, possono operare con un equipaggio ridotto e sono di alta qualità). Allo stesso modo, 1.400 soldati stanno partecipando attivamente alle esercitazioni Balikatan ( “spalla a spalla” in tagalog) nelle Filippine, insieme agli Stati Uniti e ad altri sei paesi (anche la Cina ha partecipato, conducendo proprie manovre concorrenti).

    Cosa vuole veramente Donald Trump? Se permettesse a Pechino di conquistare Taiwan in un modo o nell’altro, la credibilità degli Stati Uniti in Asia crollerebbe, lasciando campo libero alla Cina. Afferma di non voler combattere una guerra “a 15.000 chilometri di distanza “. Il problema è che le più grandi basi militari statunitensi all’estero si trovano proprio in questa regione: in Corea del Sud e in Giappone (principalmente sull’isola di Okinawa). Proprio in prima linea. Vuole forse negoziare zone d’influenza: i mari del sud dell’Asia orientale alla Cina, i mari del nord agli Stati Uniti? È difficile crederlo. Forse sta semplicemente cercando di guadagnare tempo, visto il pasticcio in cui si è cacciato con l’Iran. Sta abusando delle sue risorse militari e rischia di ritrovarsi con parte della flotta fuori servizio, mentre la ristrutturazione di una portaerei, ad esempio, richiede molto tempo. Xi Jinping lo sa benissimo. L’esercito cinese, tuttavia, al momento non è operativo. Il suo stato maggiore è stato sottoposto a successive epurazioni in tutti i settori. La paranoia di Xi sta avendo ripercussioni negative. Anche lui ha bisogno di tempo. Come se non bastasse, abbiamo a che fare con due psicopatici, uno freddo e calcolatore, l’altro esplosivo, e questo non è affatto rassicurante.

    Le speculazioni non portano a grandi risultati, soprattutto quando non si è a conoscenza di segreti divini. Tuttavia, stiamo vivendo un periodo di pericolosa incertezza. Di fronte al militarismo e alle rivalità tra le grandi potenze, la solidarietà tra i popoli rimane la nostra bussola politica, sia a livello regionale che internazionale. Sosteniamo il diritto all’autodeterminazione (anche per Taiwan), la smilitarizzazione (in particolare degli spazi marittimi) e la liberazione dei mari e degli oceani dai confini statali, affinché possano tornare a essere patrimonio comune dell’umanità.

    Verso un duopolio sino-americano conflittuale?

    Ciò che sta diventando chiaro, tuttavia, è che ci stiamo muovendo (temporaneamente?) verso un duopolio globale sino-americano (necessariamente altamente conflittuale) e non verso uno scontro militare tra grandi potenze nel breve termine. Questa era l’ipotesi che mi sembrava più probabile. Oggi la Cina sta rafforzando la sua posizione all’interno di questo duopolio in Asia, ma non dobbiamo dimenticare la sua impotenza quando Trump “cooptò” una fazione del regime venezuelano e quando minacciò Cuba, due paesi che avevano o hanno tuttora il sostegno cinese.

    Pechino sta indubbiamente rafforzando la sua presenza militare globale attraverso la politica di acquisizione di porti con duplice funzione economica e militare. A tale scopo sono stati stanziati ingenti fondi. Si stima che tra il 2000 e il 2025 la Cina abbia acquisito 168 porti in 90 paesi di tutti i continenti. Inoltre, le forze armate forniscono “sicurezza” (sebbene non esplicitamente dichiarato) alle aziende cinesi che operano all’estero. La Cina sta anche sviluppando le sue forze navali. Il varo della sua terza portaerei, la Fujian, previsto per novembre 2025, rappresenta un importante passo avanti nella modernizzazione, grazie al suo sistema di catapulta elettromagnetica. Tuttavia, le sue forze armate non sono mai state messe alla prova in un vero conflitto militare contemporaneo (affidabilità degli armamenti, struttura di comando, operazioni congiunte, ecc.). Il loro dispiegamento è principalmente concentrato nella regione Asia-Pacifico.

    L’Indo-Pacifico è diventato una regione di fondamentale importanza strategica, dove sono in gioco anche gli equilibri globali. Joe Biden lo aveva capito, e uno dei suoi principali successi è stato quello di aver preparato, al momento della debacle afghana ereditata da Donald Trump, un dispiegamento di risorse politiche, militari, economiche e diplomatiche in questa regione. Al suo ritorno al potere, Trump si è affrettato a smantellare questo “pivot” asiatico. Ha sbagliato. Ha dato alla Cina l’opportunità di sviluppare ulteriormente la propria cooperazione in questa parte del mondo (in rivalità con l’India). Ciò ha rafforzato la sua influenza nei confronti di Washington. Da una prospettiva geopolitica, al di là dei mari dell’Asia orientale, è qui che la rivalità sino-americana sarà più intensa.

    Più in generale, la funzionalità del duopolio sino-americano sarà messa alla prova nei prossimi mesi, poiché Trump e Xi hanno in programma diversi incontri, sia a tu per tu (la visita di Xi a Washington a fine settembre, prima delle elezioni di metà mandato statunitensi) sia in occasione di altri vertici: il vertice dell’APEC (Cooperazione Economica Asia-Pacifico) a Shenzhen, in Cina, a novembre; e il vertice del G20 a Miami, negli Stati Uniti, a dicembre. Se Pechino e Washington avranno aree di interesse comune, saranno loro a dettare le condizioni, come è già accaduto in passato. È probabile, tuttavia, che emergano le aree di disaccordo.

    Nonostante le grida di vittoria di Donald Trump, non sembra che al recente vertice siano stati compiuti progressi significativi in merito agli standard per l’implementazione dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie ad alta tecnologia (superconduttori), delle terre rare, dei deficit commerciali e di altre questioni. Era stata concordata una tregua nella guerra dei dazi fino a ottobre (a vantaggio della Cina). La sua proroga non è stata (ancora) annunciata. Tuttavia, il principale, se non l’unico, risultato economico tangibile del vertice potrebbe essere la continuazione di questa fragile tregua commerciale precedentemente concordata a Busan, in Corea del Sud, quando Trump sospese i dazi a tre cifre sulle merci cinesi, mentre Xi Jinping si astenne dal bloccare l’approvvigionamento americano di terre rare essenziali.

    Può durare un duopolio sino-americano? Solo il tempo lo dirà. Gli Stati Uniti sono stretti nella morsa di una grave crisi di regime, e probabilmente lo stesso vale per la Cina, a giudicare dalla portata delle purghe, dalla disillusione di una popolazione che non si aspetta più un miglioramento del proprio tenore di vita, dall’invecchiamento della popolazione, dalla corruzione, dalla crisi ambientale e dalla crescente dipendenza dalle esportazioni. Inoltre, si avvertono sempre più gli effetti a catena della crisi climatica ed ecologica. Tutto ciò moltiplica le incertezze.

    Una vetta insignificante?

    Molti analisti sembrano ritenere che questo vertice sia stato di scarsa importanza.

    È vero che non avrà la stessa rilevanza storica dell’incontro di Pechino del 1972 tra il presidente statunitense Richard Nixon e Mao Zedong, o di quello di Deng Xiaoping negli Stati Uniti nel 1979. Tuttavia, si tratta della prima visita in Cina di un presidente americano dal 2017, quasi un decennio fa – e questo avvenne durante il precedente mandato di Trump!

    È probabile che Xi Jinping voglia sfruttare il momento “Trump-Iran” per stabilire un equilibrio di potere più favorevole alla Cina nell’era post-Trump, come se fosse scontato. Ciò rappresenta un passo nell’ascesa dell’imperialismo cinese (fatta eccezione per l’importante settore finanziario, dove Xi non osa rendere lo yuan una valuta veramente internazionale) e nel suo desiderio di affermare un’egemonia alternativa a quella “occidentale”.

    La classe operaia, l’inflazione e il disastro ecologico

    L’inflazione, alimentata dalla guerra in Iran, sta colpendo la classe lavoratrice in Asia, come altrove, ma con una sfida particolare. In molti paesi asiatici, le rimesse degli emigrati permettono alle famiglie di sopravvivere. Il Medio Oriente è una delle principali destinazioni di questa immigrazione, soprattutto per i paesi a maggioranza musulmana. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la regione ospita 24 milioni di lavoratori migranti, risultando la principale destinazione al mondo per la manodopera straniera. La maggior parte di questi lavoratori proviene dall’Asia: Bangladesh, India, Indonesia, Pakistan, Filippine (Mindanao) e Sri Lanka. Molti di questi lavoratori svolgono lavori mal pagati o precari e hanno un accesso limitato a servizi come l’assistenza sanitaria.

    I rimpatri degli emigrati sono numerosi. Solo negli ultimi due mesi, il governo filippino ha garantito il ritorno di oltre 9.500 suoi cittadini che lavoravano in Medio Oriente. Molti di loro rimangono bloccati lì in condizioni insostenibili.

    Infine, le guerre in Medio Oriente stanno alimentando la crisi climatica ed ecologica, la crisi globale. Un vero disastro. Questa “policrisi” è la sfida più grande che ci troviamo ad affrontare. È ciò che distingue questo periodo da tutti gli altri. Il numero delle “vittime del clima” sta aumentando esponenzialmente, soprattutto in Asia.

    In Asia, povertà e precarietà si stanno diffondendo. Tuttavia, una volta entrati nella povertà estrema, è impossibile uscirne senza un sostegno a lungo termine che gli Stati non forniscono, ma che i movimenti cercano di garantire (a volte con il nostro aiuto).

    La crisi climatica ed ecologicaÈl’elefante nella cristalleria di cui nessuno (o quasi nessuno) parla. Infuriano i dibattiti sulle conseguenze economiche della chiusura dello Stretto di Hormuz, senza una parola sulla crisi climatica o sui gravi danni alla biodiversità. Purtroppo, la stampa attivista internazionale non è sempre immune a questa sindrome. Alcuni articoli ignorano completamente il problema. Altri lo menzionano, ma senza trarre conclusioni su quali campagne dovrebbero essere lanciate in questo ambito. Una strana forma di autocensura, davvero.Mentre l’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, le conseguenze sanitarie e sociali sono particolarmente gravi in Asia, dove le società sono estremamente vulnerabili. Ampie zone del Bangladesh saranno sommerse dall’acqua, così come aree densamente popolate dell’Indonesia. Quando i livelli di umidità diventano troppo elevati, anche una temperatura “normale” può diventare letale, poiché il corpo non è più in grado di raffreddarsi attraverso la sudorazione. I tifoni stanno diventando più violenti. A periodi di siccità eccezionale si susseguono inondazioni di proporzioni enormi…

    Articolo pubblicato sul sito: https://npa-lanticapitaliste.org/

    Leonardo De Angelis

    29 Maggio 2026
    Internazionale
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