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  • L’espansionismo israeliano in Libano sta usando Hezbollah come pretesto

    L’espansionismo israeliano in Libano sta usando Hezbollah come pretesto

    Di Gilbert Achcar

    Hezbollah libanese si trova stretto tra il ripudio della maggioranza per la sua subordinazione all’Iran e una rinascita di legittimità di fronte a una nuova occupazione del Libano meridionale, chiaramente pianificata a lungo termine.

    Mai prima d’ora un’iniziativa militare di Hezbollah libanese (letteralmente, Partito di Dio) era stata ripudiata in Libano come la decisione, del 2 marzo, di lanciare razzi oltre il confine meridionale del paese con Israele in rappresaglia per l’assassinio della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Questo primo attacco è stato immediatamente colto al volo dallo stato sionista come pretesto per lanciare un’invasione del Libano meridionale pianificata da tempo.

    Il popolo libanese ha tutte le ragioni per essere profondamente indignato per quello che percepisce come il coinvolgimento del proprio Paese in un conflitto al di là delle sue capacità, attraverso una decisione unilaterale presa da un’organizzazione militare che opera per conto di uno Stato straniero, parallelamente alle istituzioni ufficiali del Paese. Ciò è particolarmente comprensibile, dato che la legittimità di queste istituzioni, dal punto di vista della democrazia elettorale, è indiscutibile, soprattutto se confrontata con il contesto politico regionale.

    Ciò che ha esacerbato l’ira pubblica è stato il fatto che la causa per cui Hezbollah ha riacceso la guerra contro lo Stato sionista non godeva del consenso di un’ampia fetta della popolazione, a differenza della solidarietà dimostrata nei confronti del popolo palestinese in generale e della popolazione di Gaza in particolare, di fronte alla guerra genocida che hanno subito. Anzi, la causa per cui Hezbollah è entrato in scena questa volta non è nemmeno oggetto di consenso tra gli stessi sciiti libanesi, la base sociale religiosa e settaria su cui il partito ha costruito le sue fondamenta. L’iniziativa del partito di lanciare missili contro Israele è stata, apparentemente, una rappresaglia per l’assassinio del capo di Stato iraniano, il Giurista-Teologo Tutelare ( Vali-ye Faqih in persiano), secondo la costituzione teocratica del Paese.

    Hezbollah non ha mai nascosto la sua affiliazione con lo Stato iraniano. Il suo defunto Segretario Generale, Hassan Nasrallah – egli stesso un religioso secondo la regola teocratica che governa l’organizzazione del partito sul modello iraniano – dichiarò notoriamente: “Siamo il Partito della Tutela del Giurista-Teologo” ( Wilayat al-Faqih in arabo). Si tratta di una dottrina teocratica fondamentalista sviluppata dal padre fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran, Ruhollah Khomeini, Grande Ayatollah (Grande Segno di Dio), una delle più alte cariche dello sciismo duodecimano (il ramo dominante dello sciismo) e uno dei milioni di autoproclamati discendenti del Profeta dell’Islam, riconoscibili tra i religiosi – come il suo successore Khamenei, o lo stesso Nasrallah – dal turbante nero che indossano, che li distingue dagli altri religiosi che indossano un turbante bianco, e dal titolo di Sayyid (maestro o signore).

    La dottrina di Khomeini non ha mai goduto di consenso tra i religiosi sciiti. La sua interpretazione politica fondamentalista si discostava considerevolmente dalla concezione originaria, strettamente religiosa, degli attributi del Giurista-Teologo Tutor. Ciò divenne ancora più evidente quando, alla morte di Khomeini nel 1989 e in seguito a manovre politiche all’interno del nuovo regime, la stessa carica fu conferita ad Ali Khamenei, che aveva raggiunto solo il rango inferiore di Hojatoleslam (Argomento dell’Islam). Questa mossa rese necessario un emendamento costituzionale, che eliminò il requisito del titolo teologico supremo per il Giurista-Teologo Tutor, eletto dall’Assemblea degli Esperti, un’assemblea di 88 religiosi selezionati dai dodici membri del Consiglio dei Guardiani, metà dei quali nominati dallo stesso Giurista-Teologo Tutor.

    Lo stesso schema di nomina di un religioso di rango inferiore alla più alta carica si è ripetuto con il figlio di Khamenei, Mojtaba, il quale, come suo padre quando salì al potere, non andò oltre il rango di Hojatoleslam. Pertanto, la tutela del giurista-teologo, così come interpretata nella Repubblica islamica dell’Iran, è diventata una mera facciata ideologica per un regime teocratico nella forma, ma privo di requisiti spirituali e basato invece su istituzioni e interessi prettamente temporali. Al centro di queste istituzioni si trova il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), che costituisce la principale componente ideologica delle forze armate iraniane e controlla un impero economico: un complesso militare-industriale-sociale finanziato dalle entrate petrolifere dell’Iran.

    Hezbollah libanese è nato nel contesto della resistenza contro l’occupazione israeliana di metà del Libano nel 1982, con il coinvolgimento diretto dell’Iran. Ha quindi combinato le caratteristiche di un’organizzazione di resistenza contro l’occupazione con quelle di un braccio armato locale del regime iraniano. Questa dualità è diventata particolarmente evidente quando il partito è intervenuto massicciamente nella guerra civile siriana a partire dal 2013, sostenendo un regime che non aveva alcun legame con l’ideologia di Khomeini, ma che affermava di aderire a un’ideologia ad essa opposta (nazionalismo arabo e “socialismo”). Questo intervento ha costituito l’elemento principale del sostegno iraniano al regime di Assad in Siria, un sostegno guidato dagli interessi dello Stato iraniano e terminato solo con il crollo del regime alla fine del 2024.

    In questo contesto, l’iniziativa di Hezbollah di lanciare una nuova guerra contro lo Stato sionista, nell’ambito della strategia del regime iraniano di estendere a livello regionale la resistenza all’aggressione americano-israeliana iniziata il 28 febbraio, costituisce il secondo atto significativo che ha confermato, agli occhi della maggior parte dei libanesi, la priorità data dal partito agli interessi del regime iraniano a scapito di quelli del proprio Paese e del proprio popolo, compresi gli interessi della propria base popolare, già stremata dalla guerra biennale che il partito conduce in solidarietà con Gaza dall’ottobre 2023 – più specificamente a sostegno di Hamas, altro alleato di Teheran, ma che è anche una forza impegnata nella lotta antisionista, a differenza del regime di Assad.

    Esiste tuttavia un chiaro denominatore comune tra l’offensiva sionista in corso in Libano e l’offensiva a Gaza successiva all’Operazione Al-Aqsa: Diluvio di due anni e mezzo fa. Come per quest’ultima operazione, i lanci di razzi di Hezbollah sono stati sfruttati come pretesto dall’attuale governo sionista – il governo più di destra nella storia dello Stato di Israele – per perseguire ambizioni espansionistiche di lunga data che sono al centro dell’ideologia sionista originaria e sono strenuamente sostenute dall’estrema destra israeliana, che domina l’attuale governo. In effetti, il parallelismo è impressionante tra il modo in cui Israele ha invaso la Striscia di Gaza, ordinando un graduale spostamento della sua popolazione da nord a sud, e ciò che sta facendo attualmente nel Libano meridionale.

    Come nel caso di Gaza, i membri più estremisti del governo sionista stanno rivelando il vero obiettivo del loro governo. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato il 24 marzo che “il fiume Litani deve essere il nostro nuovo confine” con il Libano (il Litani scorre da 15 a 30 km a nord del confine attuale, delimitando una regione che costituisce oltre il 10% del territorio libanese). Smotrich ha auspicato il controllo permanente da parte di Israele di questa parte del Libano, così come occupa parte della Striscia di Gaza con l’intenzione di perpetuare l’occupazione e successivamente annetterla. Lo stesso giorno, il ministro della Difesa Israel Katz , membro del partito Likud di Netanyahu, ha dichiarato che la regione in questione costituisce la “zona di sicurezza” di Israele.

    In queste guerre, il governo israeliano sta sfruttando la presenza alla Casa Bianca di un presidente che è probabilmente il più accomodante nei confronti delle ambizioni sioniste di tutti i presidenti americani: Donald Trump, che, durante il suo primo mandato, è stato il primo presidente americano a riconoscere l’annessione di Gerusalemme Est e delle alture del Golan siriane, occupate da Israele dal 1967. Era anche pronto a sostenere l’annessione di gran parte della Cisgiordania, se non fosse stato per il veto delle monarchie del Golfo, inclusa la “linea rossa” tracciata dal più stretto alleato di Trump, i leader degli Emirati Arabi Uniti. Benjamin Netanyahu e il suo gabinetto sperano che il presidente americano chiuda un occhio sulla loro invasione del Libano meridionale, o addirittura la sostenga apertamente. Hanno mantenuto il controllo di oltre metà della Striscia di Gaza, sperando che Trump, o il fallimento del suo “piano di pace”, permetta loro di prolungare l’occupazione con l’obiettivo di annettere in seguito la maggior parte dell’enclave. Hanno inoltre in programma di annettere gran parte della Cisgiordania, che sta subendo una graduale appropriazione e un violento spostamento della popolazione da parte di coloni ebrei con il sostegno del governo.

    Il governo sionista di estrema destra spera di replicare questa situazione nel Libano meridionale, territorio che attualmente occupa dopo averlo svuotato della maggior parte dei suoi abitanti. Così come usa la persistenza di Hamas e la minaccia che rappresenta per lo Stato di Israele come pretesto per perpetuare l’occupazione di Gaza, intende usare l’esistenza di Hezbollah e la minaccia che rappresenta per il suo Stato come pretesto per un’occupazione a lungo termine del Libano meridionale. In questo contesto, la resistenza di Hezbollah all’occupazione, come quella di Hamas, diventa un argomento a favore dell’attuazione e della perpetuazione dell’occupazione.

    Ma una rinnovata occupazione israeliana del Libano meridionale non può che rafforzare la legittimità nazionale della resistenza guidata da Hezbollah. Conferirebbe nuova credibilità alla sua lotta contro l’occupazione, nella speranza che le continue pressioni sull’esercito israeliano possano alla fine costringerlo al ritiro, proprio come la resistenza guidata da Hezbollah negli anni ’90 riuscì a fare nel 2000. Certo, quel ritiro fu effettuato da un governo guidato dal Partito Laburista Sionista, ed è improbabile che l’attuale governo israeliano ripeta lo stesso percorso. Ma il governo israeliano potrebbe cambiare a breve.

    In queste circostanze, la migliore linea d’azione per il governo libanese è quella di esercitare una forte pressione sugli Stati arabi, in particolare su quelli con maggiore influenza sulla Casa Bianca, ovvero le monarchie del Golfo, affinché facciano pressione su Trump per impedire una prolungata occupazione del Libano meridionale. Queste monarchie comprendono certamente che l’occupazione israeliana di alcune zone del Libano negli ultimi due decenni del XX secolo ha portato all’ascesa di Hezbollah e all’espansione regionale dell’influenza iraniana. Hanno quindi un interesse diretto a impedire il ripetersi di questo scenario. È su questo che il governo libanese dovrebbe concentrare i propri sforzi di fronte all’aggressione israeliana, e non sul disarmo di Hezbollah sotto la pressione degli Stati Uniti, un compito che va oltre le sue capacità.

    Ancor peggio, il governo libanese ha chiaramente osservato che, nonostante il ritiro delle forze di Hezbollah dalla regione a sud del fiume Litani e il dispiegamento di truppe governative delle Forze Armate Libanesi (LAF) in conformità con l’accordo di cessate il fuoco del 27 novembre 2024 , Israele non ha cessato i suoi attacchi aerei e le incursioni nella zona. Eppure, la risposta del governo libanese a quest’ultima invasione israeliana è stata quella di ritirare le proprie truppe dal sud e di condannare Hezbollah, dichiarando illegale la sua azione militare nel momento più inopportuno.

    L’interesse del Paese richiede un accordo pacifico per l’integrazione delle forze armate di Hezbollah nelle Forze Armate Libanesi (LAF), un passo che sarà possibile solo quando il contesto regionale subirà un cambiamento radicale. Qualsiasi tentativo di disarmare Hezbollah con la forza non farebbe altro che alimentare una nuova guerra civile in un Paese già devastato da quindici anni di conflitto, tra il 1975 e il 1990.

    Questo articolo è un adattamento e un ampliamento di un originale in arabo pubblicato su Al-Quds al-Arabi il 24 marzo 2026. Una versione in inglese è stata pubblicata il 30 marzo da New Politics .

    Leonardo De Angelis

    14 Aprile 2026
    Internazionale, Palestina
  • Iran. L’aggressione imperialista, la necessaria condanna del regime e la solidarietà con il popolo iraniano

    Iran. L’aggressione imperialista, la necessaria condanna del regime e la solidarietà con il popolo iraniano

    Di redazione MPS

    Con un linguaggio che tradisce la volontà di dominio dell’imperialismo statunitense, il 7 aprile Donald Trump avvertiva «che un’intera civiltà – quella dell’Iran – sarebbe scomparsa quella sera». L’Iran sarebbe stato riportato «all’età della pietra». Ciò non ha impedito a Trump di incoraggiare contemporaneamente la popolazione a sollevarsi. Un giorno dopo veniva annunciato «un cessate il fuoco provvisorio di due settimane».
    Da allora, i media dominanti moltiplicano le congetture sul tipo di negoziati che inizieranno sabato 11 aprile a Islamabad, in Pakistan, e sulle loro possibilità di successo o meno.

    Nel frattempo, cala il silenzio sulle distruzioni gigantesche già provocate dai bombardamenti israeliani e statunitensi in Iran, sulla colonizzazione mortifera in Cisgiordania, sugli assassinii e sulle morti lente della popolazione affamata, ferita e malata di Gaza. La realtà di questa guerra riemerge con il massacro di massa commesso in Libano da 100 bombardamenti simultanei mercoledì 8 aprile. Hanno causato più di 300 morti e oltre 1500 feriti. La popolazione sfollata, senza risorse, in un paese privo di strutture sociali di sostegno, ammonta a 1,5 milioni di persone. Ciò corrisponderebbe a uno sfollamento forzato di 2,3 milioni in Svizzera.

    In Iran, quasi 4 milioni di abitanti sono stati costretti a spostarsi. E qui le differenze sociali giocano pienamente, sia in termini di «alloggi di emergenza» sia di lavoro. I bombardamenti israeliani sull’Iran – ai quali si sono aggiunti quelli dell’aviazione degli Stati Uniti – avevano come obiettivo la riduzione al minimo delle condizioni di riproduzione della società. Un’intenzione esplicitata da dichiarazioni di membri del governo israeliano.
    I bombardamenti hanno colpito inizialmente le infrastrutture petrolchimiche ed energetiche, dove si concentra un gran numero di lavoratori, tecnici e tecniche. Decine di migliaia di posti di lavoro sono stati distrutti, riportando un’intera popolazione a una situazione di sopravvivenza. A ciò si è aggiunta la devastazione dell’industria siderurgica con i suoi effetti sull’insieme delle attività industriali. L’esplosione dei prezzi è uno degli effetti secondari, con un aumento della povertà per ampi settori della popolazione. Nell’estensione degli obiettivi, bisogna menzionare, dopo ospedali e centri sanitari, le università: più di 30 università e centri di ricerca sono stati gravemente danneggiati. Il potenziale futuro di un intero paese è stato colpito. Il sito iraniano per i diritti umani HRANA rileva il 7 aprile (su basi certificate) che 3600 persone sono state uccise da attacchi israelo-statunitensi, tra cui 1665 civili e 248 bambini, senza contare le migliaia di feriti.

    In questo contesto, il governo iraniano dei Guardiani della Rivoluzione – detentori del potere militare ed economico e delle sue estensioni politiche – non esita a moltiplicare gli arresti con vari pretesti, a giustiziare i prigionieri, prolungando così la repressione brutale attuata l’8 e 9 gennaio 2026. I bombardamenti israeliani e statunitensi, con i danni materiali e umani provocati, non possono che indebolire i settori sociali che si sono mobilitati in varie forme contro il regime della Repubblica islamica, una mobilitazione che ha una lunga tradizione: 1999, 2009, 2017, 2019, 2022-23, dicembre 2025-gennaio 2026.

    L’arte di negoziare senza porre fine a una guerra costituisce la spina dorsale della politica del fatto compiuto propria del governo Netanyahu. Lo farà anche per quanto riguarda il Libano. Unitamente  ai settori che influenza negli Stati Uniti, interverrà indirettamente nei negoziati in corso in Pakistan per neutralizzarli.

    Le mobilitazioni internazionali contro la guerra, l’imperialismo e il colonialismo dello Stato israeliano devono sviluppare una solidarietà con coloro che, in Iran, combattono contemporaneamente l’imperialismo degli Stati Uniti, l’espansionismo israeliano e il regime della Repubblica islamica:
    • Per la revoca delle sanzioni economiche e politiche che colpiscono principalmente la popolazione iraniana non privilegiata.
    • Per la liberazione di tutti i prigionieri politici e d’opinione in Iran. Fine delle esecuzioni e abolizione della pena di morte e del ricorso alla tortura.
    • La conquista dei diritti democratici e sociali può essere solo opera collettiva di coloro che rivendicano il diritto all’autodeterminazione e all’emancipazione.

    Queste rivendicazioni devono restare in primo piano e non scomparire nella nebbia dei negoziati in cui si trattano gli interessi dei dominanti di tutti i campi.

    Articolo pubblicato dal sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    13 Aprile 2026
    Internazionale
  • Rapporto speciale: Quale tipo di internazionalismo è necessario per combattere il fascismo?

    Rapporto speciale: Quale tipo di internazionalismo è necessario per combattere il fascismo?

    Di autori vari

    Si è appena conclusa a Porto Alegre la Conferenza Internazionale Antifascista. In questa occasione, pubblichiamo di seguito il messaggio che abbiamo inviato al comitato organizzatore dell’evento per esprimere le nostre riserve riguardo al silenzio che circonda il regime di Putin nel contesto del fascismo contemporaneo, nonché all’insufficiente considerazione riservata ai regimi autoritari che non sono direttamente “fascisti” e che vengono imposti dal neoliberismo in declino (ad esempio, la Cina). Alleghiamo a questo messaggio la dichiarazione finale della conferenza di Porto Alegre, che conferma le nostre critiche, e due testi di sintesi, uno scritto da Ivan Drury Zarin per Solidarity (la sezione statunitense della Quarta Internazionale) e l’altro da Sergio Bellavita, attivista politico e sociale italiano. Questi testi riconoscono il successo dell’evento ma evidenziano anche le carenze dell’orientamento a volte “campista” dell’iniziativa. Questi testi intendono contribuire al dibattito per la costruzione di un antifascismo internazionalista, in solidarietà con i popoli che lottano contro ogni forma di fascismo.


    Compagni,

    L’ascesa dell’estrema destra, l’impunità di coloro che conducono guerre di aggressione imperialista e la banalizzazione dei crimini contro l’umanità stanno destando preoccupazione e mobilitazione tra le forze di sinistra in tutto il mondo.

    In questo contesto, come molte altre organizzazioni e singoli individui, abbiamo espresso il nostro interesse per i temi – antifascismo e antimperialismo – evidenziati alla conferenza internazionale di Porto Alegre, da voi promossa. Uno scambio internazionale di analisi ed esperienze è infatti necessario.

    A questo proposito, il vostro appello a rafforzare l’azione antifascista e antimperialista solleva interrogativi negli ambienti attivisti di sinistra e internazionalisti che riteniamo necessario sottoporre alla vostra attenzione.

    Una prima questione sorge dall’osservazione che gli assi comuni attorno ai quali si organizza l’ascesa globale dell’estrema destra si incarnano a livello regionale in diversi apparati politico-statali, e non solo nell’alleanza criminale tra Trump e il genocida Netanyahu, unico caso concreto citato nel vostro ricorso.

    È chiaro che l’imperialismo statunitense incarna la minaccia neofascista e imperialista in tutto il continente americano, ma altre situazioni sono più complesse. In Europa, l’estrema destra (Fratelli d’Italia, Alternative für Deutschland, il Rassemblement National francese, Fidesz in Ungheria, FICO in Slovacchia e Babiš nella Repubblica Ceca, tra gli altri) è sostenuta congiuntamente da Trump e dal regime neofascista di Vladimir Putin. Quest’ultimo è saldamente al potere da 26 anni, avendo messo a tacere e represso gli oppositori democratici (mentre Trump continua a essere contestato dalle forze popolari, dai sindacalisti e dalle proteste del movimento No King).

    Il vostro appello non menziona questa realtà. Tuttavia, è importante nominarla perché è chiaro, fin dal discorso di JD Vance a Monaco nel 2025, che Trump e Putin hanno un progetto che di fatto può convergere: la divisione dell’Europa in zone d’influenza dominate da regimi autoritari, portatori, con variazioni più o meno lievi a seconda delle specificità storiche delle formazioni sociali “nazionali”, delle ideologie reazionarie che voi denunciate nel vostro appello.

    Il popolo ucraino è una pedina in un cinico gioco di rivalità e complicità tra le grandi potenze. Un appello globale come il vostro non dovrebbe ignorare questo aspetto, perché la sua resistenza – in particolare quella della società civile – alla guerra imperialista russa (e al neoliberismo di Zelensky) è un elemento chiave della lotta antifascista e antimperialista odierna. Questa resistenza, come quella del popolo palestinese, non può essere messa a tacere. Un appello si comprende – dal punto di vista dei compiti politici – più per ciò che non dice che per ciò che afferma esplicitamente. Noi crediamo sia necessario dire: in Ucraina, come in Palestina, l’occupazione è un crimine.

    La seconda domanda è di carattere più generale. Riteniamo che l’ascesa del fascismo possa essere meglio compresa nell’ambito di un’analisi che sia non solo politica e sociale, ma anche economica. Infatti, all’interno del capitalismo neoliberista si riscontra una tendenza a imporre ovunque forme autoritarie di Stato e di governo, al fine di proteggere i profitti, garantire la dinamica dell’accumulazione di capitale e salvaguardare i profitti in un contesto di crescente concorrenza internazionale.

    Questa tendenza va ben oltre il semplice sviluppo di organizzazioni fasciste o di orientamento fascista. Ad esempio, la Cina non è “fascista”, ma l’assenza di sindacati e l’efficienza capitalistica del suo regime di controllo totale della polizia, così come le sue opzioni in materia di armamenti, suscitano l’invidia dei capitalisti di tutto il mondo. L’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo sono altri esempi di regimi dispotici che offrono i propri servigi sfruttando le rivalità e la complicità tra le tre grandi potenze.

    Riteniamo che questa situazione debba essere analizzata nella sua interezza, perché la lotta per i diritti umani è indivisibile. Ciò ci impone di scegliere esplicitamente e risolutamente la via dell’internazionalismo dal basso. Un internazionalismo che nomina tutti i principali nemici di tutti i popoli. Un internazionalismo in solidarietà con tutte le lotte per i diritti democratici e sociali, contro ogni forma di sfruttamento e oppressione.

    Ufficio della Sinistra Anticapitalista, venerdì 27 marzo 2026


    DICHIARAZIONE DI PORTO ALEGRE: UNITÀ CONTRO IL FASCISMO E PER LA SOVRANITÀ DEI POPOLI

    Riuniti a Porto Alegre, città simbolo di lotte internazionali e ricca di importanti tradizioni e aspirazioni democratiche, migliaia di attivisti provenienti da oltre quaranta paesi di cinque continenti celebrano la nostra unità nella diversità, con l’obiettivo di promuovere l’organizzazione della resistenza e la lotta contro le varie forme di fascismo, l’estrema destra e l’imperialismo nella sua fase più aggressiva.

    Durante quella stessa settimana, si è svolta la carovana di Nuestra América verso Cuba; più di un milione di persone sono scese in piazza in Argentina, lottando per la memoria e contro Milei; centinaia di migliaia hanno partecipato alla mobilitazione antifascista nel Regno Unito e, soprattutto, alla grande e storica manifestazione “No Kings” negli Stati Uniti, dove milioni di americani si sono riuniti in centinaia di città, dichiarando ancora una volta Trump nemico dell’umanità.

    Il sistema capitalista-imperialista sta attraversando una profonda crisi e un marcato declino economico, sociale e morale. La risposta delle potenze imperialiste a questo declino è stata la promozione del fascismo ovunque, l’imposizione di politiche neoliberiste, l’aggressione militare contro le nazioni più deboli e la loro ricolonizzazione.

    In ogni paese, le minacce fasciste e neoliberiste assumono forme particolari, ma condividono caratteristiche comuni: l’eliminazione delle libertà democratiche; la distruzione dei diritti dei lavoratori; l’aumento della disoccupazione strutturale; lo smantellamento della protezione sociale; la repressione dei sindacati e delle organizzazioni popolari; la privatizzazione dei servizi pubblici; politiche di “austerità” che eliminano ogni investimento sociale; il negazionismo scientifico e climatico; l’espropriazione dei contadini a beneficio dell’agroindustria; lo spostamento forzato delle popolazioni indigene per promuovere un estrattivismo sfrenato; politiche migratorie ultra-restrittive; e un forte aumento della spesa militare.

    Le forze di estrema destra e neofasciste stanno conducendo un’offensiva su vasta scala, sfruttando il malcontento per le disastrose conseguenze del neoliberismo per accelerarne l’attuazione. Come il fascismo classico, cercano di indirizzare questo malcontento contro i gruppi oppressi ed emarginati: migranti, donne, persone LGBTQ+, beneficiari di programmi di inclusione, persone di colore e minoranze nazionali o religiose. Nazionalismo esasperato, razzismo, xenofobia, sessismo, odio anti-LGBTQI+, incitamento all’odio e normalizzazione della crudeltà accompagnano l’avanzata dell’estrema destra in ogni fase, adattandosi alle circostanze specifiche di ciascun paese.

    Il desiderio di concentrare la ricchezza nelle mani del capitale e la sfrenata ricerca del massimo profitto che sono alla base delle politiche di estrema destra si manifestano anche nell’intensificarsi delle aggressioni imperialiste volte a monopolizzare le risorse e a sfruttare le popolazioni.

    L’imperialismo sta diventando sempre più sfrenato, aggressivo e bellicoso; calpesta il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite e l’autodeterminazione dei popoli; impone sanzioni, attacca e bombarda le nazioni che non si sottomettono ai suoi dettami; rapisce e assassina capi di Stato.

    Questo si accompagna alla perpetuazione di situazioni coloniali che, nel caso della Palestina, assumono la forma di un esplicito genocidio a Gaza, orchestrato dallo stato sionista di Israele, incondizionatamente sostenuto dagli Stati Uniti, con la complicità di altri paesi imperialisti. Inoltre, Israele ha recentemente invaso e bombardato criminalmente il Libano e afferma di voler annettere il sud del paese.

    Combattiamo contro ogni forma di imperialismo e sosteniamo la lotta dei popoli per l’autodeterminazione, con ogni mezzo necessario.

    L’estrema destra, oltre alla sua complicità con il governo genocida di Netanyahu, sta stringendo legami internazionali, organizzando congressi, think tank, dichiarazioni congiunte, sostegno reciproco nei processi elettorali e campagne di propaganda e disinformazione. Beneficia inoltre del supporto diretto (o indiretto) delle principali aziende tecnologiche, destabilizzando i governi che resistono all’imperialismo e amplificando la propaganda reazionaria negli spazi digitali.

    Le forze che combattono l’ascesa dell’estrema destra sono diverse e presentano analisi, strategie, tattiche, programmi e politiche di alleanza differenti. L’esperienza ci insegna che, pur riconoscendo queste differenze, è essenziale forgiare una lotta unitaria contro i nostri nemici. Questa convergenza deve includere tutte le forze pronte a difendere le classi lavoratrici, i contadini, i migranti, le donne, le persone LGBTQ+, le persone razzializzate, le minoranze nazionali o religiose oppresse e i popoli indigeni; a difendere la natura dal capitalismo ecocida; a combattere l’aggressione imperialista e coloniale, a prescindere dalla sua origine; a lottare per la fine della NATO; e a sostenere la lotta dei popoli e dei governi che resistono. È urgente condividere le analisi, rafforzare i legami e intraprendere azioni concrete.

    Oltre a resistere al fascismo e all’imperialismo, aspiriamo anche a costruire le basi per un progresso fondato sulla convergenza di temi centrali e unificanti. Per combattere l’autoritarismo, è necessario ripristinare, ampliare e consolidare i diritti democratici fondati sulla partecipazione popolare, dal livello locale a quello nazionale e all’interno degli organismi internazionali. Affermiamo la centralità del mondo del lavoro e proponiamo di promuovere iniziative comuni per organizzare la resistenza globale contro la violenza fascista e la precarietà neoliberale. Difendere un futuro sostenibile richiede un confronto diretto con l’ecocidio promosso dal capitalismo e dai governi di estrema destra, che trattano la natura come una merce e smantellano la tutela ambientale in nome del profitto. Sottolineiamo l’importanza della riforma agraria come percorso necessario verso la sovranità alimentare.

    Mai come oggi la lotta contro l’imperialismo e il fascismo è stata così urgente e necessaria. Questa lotta deve essere condotta su scala internazionale. La Conferenza Antifascista per la Sovranità dei Popoli si impegna a proseguire la lotta senza sosta e a costruire uno spazio di unità di fronte all’ascesa dell’estrema destra e all’aggressione imperialista. Di fronte alla barbarie, innalziamo la bandiera della solidarietà internazionale, della lotta dei popoli e di un futuro socialista, ecologico, democratico, femminista e antirazzista.

    OFFRIAMO:

    Il Comitato Internazionale, in coordinamento con il comitato locale, sarà responsabile dell’organizzazione della pianificazione della prossima Conferenza e della proposta di criteri e iniziative per l’inclusione di nuove organizzazioni.

    Vista l’esistenza di numerose organizzazioni e associazioni impegnate nella lotta contro il fascismo e l’imperialismo, proponiamo la creazione di uno spazio di coordinamento internazionale per unificare questa lotta a livello globale, nonché l’incoraggiamento all’organizzazione di conferenze antifasciste e antimperialiste regionali e nazionali, con l’obiettivo di organizzare una seconda Conferenza internazionale antifascista per la sovranità dei popoli.

    Tutte le organizzazioni partecipanti a questa Conferenza, salvo diversa indicazione, sono automaticamente firmatarie della presente dichiarazione.

    • Sostenere l’organizzazione di una conferenza latinoamericana in Argentina, in una data e in un formato da definire, in dialogo con il comitato internazionale.
    • Sostenere una conferenza regionale in Nord America che coinvolga organizzazioni provenienti da Messico, Stati Uniti, Canada, Caraibi e America Centrale.
    • Sosteniamo la Sumud Global Flotilla, che ancora una volta cerca di rompere il blocco e denunciare il genocidio a Gaza. La lotta del popolo palestinese, a Gaza e in Cisgiordania, è una causa di umanità. Sosteniamo la solidarietà attiva, in particolare attraverso iniziative come il BDS.
    • Solidarietà con Cuba di fronte al blocco criminale imposto dagli Stati Uniti e alle minacce alla sua sovranità. Sostegno a tutte le iniziative di solidarietà, come le recenti flottiglie verso l’isola.
    • Condanna dell’invasione del Venezuela, del rapimento e dell’incarcerazione del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, e sostegno alla lotta per la loro liberazione.
    • Condanna dell’attacco militare contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Rispetto dell’autodeterminazione del popolo iraniano e fine delle sanzioni unilaterali.
    • Difesa dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità di tutti i territori sotto occupazione coloniale e imperialista.
    • Denunciare le interferenze straniere ad Haiti e sostenere la lotta del suo popolo.
    • Sostegno alla lotta del Fronte Polisario per l’indipendenza del Sahara Occidentale, un diritto riconosciuto dalle Nazioni Unite.
    • Sostegno alla lotta del popolo portoricano per l’autodeterminazione e l’indipendenza.
    • Sostegno all’incontro anti-NATO che si terrà in Turchia nel 2026.
    • Sostegno al contro-vertice del G7 che si terrà in Francia e Svizzera nel giugno 2026.
    • Sostenere le iniziative contro il negazionismo climatico, come le mobilitazioni e gli incontri ecosocialisti attualmente in corso di organizzazione.
    • Sostenere e contribuire all’organizzazione del prossimo Forum Sociale Mondiale in Benin, nell’agosto del 2026.

    SCONFIGGERE IL FASCISMO E L’IMPERIALISMO È UN COMPITO URGENTE DEL NOSTRO TEMPO

    Porto Alegre, 29 marzo 2026.


    Conferenza di Porto Alegre (Brasile) – “L’unità dei popoli contro il fascismo” è un concetto sfuggente nella pratica: una riflessione sul “campismo” tra noi

    Dopo una prima giornata intensa, ricca di stimolanti incontri, discussioni e tavole rotonde, durante le quali attivisti rivoluzionari di diversi paesi, impegnati in varie lotte, hanno condiviso e dibattuto le proprie idee, l’ultima tavola rotonda della giornata è stata uno shock. I relatori hanno invocato il silenzio sulle critiche al governo di Maduro in Venezuela, hanno denunciato l’Ucraina per il massacro di russi nell’est del paese e, ancor più allarmante, hanno definito i giovani manifestanti in Iran agenti di Hollywood con il cervello lavato. Sebbene non ci fosse la possibilità di replicare, altri oratori dello stesso panel avevano anticipato queste affermazioni e le avevano contrastate con una coerente critica antifascista, antimperialista e femminista.

    È emersa chiaramente la profonda frattura che si cela dietro l’”unità dei popoli contro il fascismo”, titolo di questa tavola rotonda e tema centrale della conferenza antifascista di Porto Alegre. Significa forse unità dei popoli nella lotta? Anche quando si oppongono agli stessi Stati presi di mira dall’imperialismo americano? O l’unità dei popoli deve necessariamente essere organizzata attraverso Stati nazionali che affermano di rappresentarli?

    Attraverso una manovra “campista”, i “popoli” vengono ridotti alle forme ordinate e definite dagli stati-nazione. Blanca Eekhout, membro del parlamento e presidente dell’Istituto Simón Bolívar in Venezuela, ha illustrato questo approccio dichiarando in un videomessaggio: “È impossibile combattere l’imperialismo e sconfiggerlo senza l’unità dei popoli. Non un’unità che ripete le menzogne della stampa imperialista, ma un’unità reale e profonda… È questa solidarietà che può sconfiggere il fascismo”. Con una tale “profonda unità”, non si può esprimere alcun dissenso o critica a sostegno degli stati contro l’imperialismo. Non ci possono essere imperfezioni nella trama della nostra cooperazione: l’unità profonda deve essere un’unità senza soluzione di continuità, un’unità levigata come una pietra scolpita e levigata.

    È questo antifascismo? È questo antimperialismo? Il delegato cubano non la pensava così. Fernando Rojas, della Casa de las Américas dell’Avana, ha anch’egli invocato l’unità, ma nel senso di “linee di integrazione” tra luoghi e movimenti, nell’interesse della “nostra stessa esistenza e delle nostre lotte”. Il suo breve discorso, scritto prima di aver potuto informarsi sulla situazione in Venezuela, suonava come una critica agli appelli al sostegno incondizionato. Rojas ha affermato: “La difesa di Cuba deve essere militante: né cieca né artificialmente mite, ma militante. Ci sono esempi concreti di solidarietà, come questa conferenza. Siamo qui non solo per ricevere sostegno, ma anche per uno scambio critico. Dedichiamo del tempo a questo lavoro”.

    Ci troviamo di fronte a un problema programmatico. L’unità [identificazione] di popoli e stati implica che la repressione statale sia legittima e indispensabile all’esistenza di un corpo unificato, il che è inaccettabile e ci impone di accantonare il nostro scetticismo. È anche un problema filosofico. Se dobbiamo accettare formule rigide al posto di una ricerca accurata, e retorica e slogan al posto del pensiero critico, saremo indifesi contro l’ascesa di un nuovo fascismo. Il fascismo non è intelligente, ma noi dobbiamo essere intelligenti per comprenderlo e combatterlo.

    La mattina seguente e per tutta la seconda giornata della conferenza, ho discusso di questa tavola rotonda sull’”unità” con diverse persone. Un compagno di Porto Rico ha osservato che essa evidenziava la necessità di discussione e dibattito, altrimenti le divergenze che si celano dietro i nostri slogan di unità rischiano di indebolire questa coalizione di cui abbiamo disperatamente bisogno. Ho deciso di concentrarmi su questo tema in questo rapporto per contribuire a questa discussione, per approfondire la nostra unità, per comprenderci meglio a vicenda e anche per lavorare sul problema dell’azione. Temo che un’unità così ampia da includere sia gli Stati che i popoli che opprimono non sia una coalizione in grado di agire strategicamente in modo congiunto contro il fascismo e l’imperialismo.

    La difesa “antifascista” di Putin

    Al panel “Unità dei popoli” c’era un solo oratore a sostegno dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, il quale ha partecipato come relatore invitato e non come membro a pieno titolo del panel; ciononostante, l’insensibilità con cui ha affermato che è l’Ucraina a massacrare i russi, e non viceversa, è stata sconcertante per la sua audacia.

    Ciò che ha detto non era nuovo; si trattava di un argomento usato da Putin, e si inseriva nella logica generale dell’argomentazione contro la guerra di autodifesa dell’Ucraina. Rifletteva inoltre i sentimenti di una corrente di pensiero politico significativa all’interno della conferenza antifascista.

    In precedenza, Rafael Bernabe, ex senatore di Porto Rico, ha affrontato la questione. “Nel nome della nostra lotta contro l’imperialismo americano, non possiamo permetterci di ignorare la repressione, la brutalità e la complicità di altri Stati”, ha affermato. “Condanniamo Israele per il genocidio in Palestina. E condanniamo anche la Federazione Russa per la sua invasione militare e aggressione in Ucraina. E condanniamo la brutalità teocratica e autoritaria del governo iraniano contro il suo popolo”. Ha aggiunto: “Conosciamo le argomentazioni contrarie alla nostra posizione: che Putin abbia reagito all’accerchiamento russo. Ma questo accerchiamento è il prodotto della rivalità tra potenze imperialiste; i progetti imperialisti della Russia sull’Ucraina sono un aspetto di questa rivalità. E alcuni dicono che il governo di Zelensky sia un governo capitalista di destra. Ecco perché non lo sosteniamo, ma sosteniamo la lotta del popolo ucraino per la sua sovranità”. Affermiamo che i diritti sindacali, la libertà di riunione e di associazione, il diritto di sciopero e i diritti e le libertà delle donne non sono valori occidentali. Sono valori difesi dalla classe operaia internazionale.

    Sushovan Dhar, del Comitato per l’abolizione del debito illegittimo (CADTM) India, ha sostenuto che unire l’antifascismo internazionale e schierarsi dalla parte degli stati repressivi sia una strada sbagliata. Dhar ha affermato: “Mentre combattiamo l’imperialismo, dobbiamo stare attenti a non crearne di nuovi. La multipolarità è certamente un contrappeso all’attuale ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti. Ma ci offre una strada diversa verso un futuro migliore? No. Guardate i BRICS”. Ha aggiunto: “Questo gruppo è composto da paesi i cui leader non rispettano né i diritti del loro popolo né i diritti democratici, e le cui economie si basano sull’estrattivismo. Questi paesi non ci libereranno dalla trappola imperialista e capitalista in cui siamo intrappolati”.

    Rafael Bernabe ha affermato che un’unità acritica relega l’azione politica e il processo decisionale ai governi dei cosiddetti stati progressisti, preoccupati di gestire le pressioni di Trump per preservare le proprie economie capitaliste. Ciò equivale a subordinare la difesa dei paesi direttamente attaccati ai capricci dei loro ex alleati. Bernabe ha dichiarato: “La solidarietà con Cuba deve estendersi anche ai cosiddetti governi progressisti. Cedendo alle pressioni di Trump per interrompere le forniture di petrolio a Cuba, pensano di guadagnare tempo e ingraziarselo. Ma permettendo a Trump di controllare le loro azioni e attaccare Cuba, non fanno altro che confermare la propria debolezza di fronte all’aggressione di Trump”.

    Durante una tavola rotonda tenutasi il secondo giorno, Eric Toussaint ha affermato che la vecchia dicotomia “a favore o contro gli Stati Uniti” era meno rilevante che mai, dato lo sconvolgimento nella struttura del potere globale. “Trump ha detto di voler convincere Putin a smettere di cooperare con la Cina”, ha dichiarato Toussaint. “Per lui, le relazioni con la Russia riguardano la riduzione dell’influenza cinese. Trump ha detto: ‘Lasciatemi fare quello che voglio con l’Iran e Cuba, che sono vostri alleati, e vi lascerò in pace per quanto riguarda l’Ucraina’”.

    Vasyl, un sindacalista ucraino, ha dichiarato: “L’Ucraina è stata soggetta al controllo delle grandi potenze perché possiede abbondanti risorse naturali: gas, minerali, prodotti agricoli e terre. La guerra condotta dalla Russia mira a dominare il territorio e le risorse dell’Ucraina. E oggi vediamo che anche Trump è avido delle risorse del Paese”. La Costituzione ucraina stabilisce che le risorse della nazione debbano appartenere al popolo ed essere sfruttate da esso. In realtà, ha affermato Vasyl, “non è così che funziona”. Le grandi multinazionali controllano e traggono profitto dallo sfruttamento delle risorse del popolo ucraino. Ora è necessario difendere la sovranità dell’Ucraina dall’aggressione russa, perché la conquista russa dei territori ucraini sconvolgerebbe e ostacolerebbe ulteriormente la lotta di classe contro il potere delle grandi multinazionali, siano esse europee, americane o ucraine.

    È vero che gli imperialisti americani ed europei hanno i propri interessi sulle risorse energetiche e sulla sovranità dell’Ucraina, ma ciò non significa che i socialisti di altri Paesi debbano rimanere indifferenti alla guerra di autodeterminazione nazionale ucraina. Al contrario, essa esige solidarietà alla classe operaia ucraina, qualunque forma assuma la sua lotta, viste le pressioni imperialiste che subisce da ogni parte.

    Sacrificare donne per difendere l’Iran

    Ancor più scandalosa è stata la presenza alla tavola rotonda di Hossein Khaliloo, del Centro di Dialogo Iman Al Mahdi in Brasile, che fungeva da ambasciatore informale della Repubblica Islamica dell’Iran. Khaliloo ha affermato che l’imperialismo americano si era infiltrato in Iran “attraverso l’economia, la cultura e il cinema, al fine di plasmare le menti della nuova generazione”.

    Riferendosi alle proteste di massa di dicembre e gennaio, brutalmente represse dalle forze governative e dalle Guardie Rivoluzionarie, Khaliloo ha accusato Hollywood di colonizzare le menti dei giovani iraniani. Secondo lui, dopo una prolungata esposizione alla cultura e al cinema “imperialisti e sionisti”, “nel Paese si sta sviluppando una cultura imperialista”.

    Certo, la propaganda culturale di massa nasce dalle fabbriche culturali americane.
    Ma l’idea che queste idee mettano radici e corrompano le menti dei giovani è idealistica. Le persone utilizzano i prodotti culturali attraverso la propria attività; in quanto agenti storici, interpretano e rimodellano essi stessi i prodotti culturali. La cultura non plasma il mondo in modo uniforme, dall’alto verso il basso e cospirativo. L’idea che le persone siano burattini manipolati da un vasto apparato culturale affonda le sue radici sia nella politica autoritaria che nel patriarcato, e conduce a teorie del complotto antisemite. La verità è più complessa, perché richiede forze antimperialiste e socialiste per affrontare le contraddizioni fondamentali della società, comprese la loro espressione e reiterazione culturale. Se le idee non contribuiscono alla comprensione o alla risoluzione delle contraddizioni, non possono attecchire.

    Lo stesso oratore che ha riproposto la tesi putiniana sull’Ucraina ha anche aggiunto alle osservazioni di Khaliloo che le rivolte in Iran hanno origine da un’ingerenza straniera.

    Fingendo stupore per il fatto che qualcuno potesse criticare l’Iran per la criminalizzazione, la repressione e, solo poche settimane fa, il massacro delle donne, ha affermato che il 60% degli studenti di medicina iraniani sono donne. Questo era, evidentemente, il suo argomento per dimostrare che, a prescindere dall’ideologia del governo, le donne non sono realmente oppresse in Iran. È impossibile che qualcuno che prenda sul serio i fondamenti patriarcali del fascismo e del capitalismo possa fare un’affermazione del genere.

    Sebbene abbia parlato prima di loro, Patricia Pol di Attac, organizzazione francese, ha offerto una critica femminista a questo abbandono delle donne in nome dell’antimperialismo. Pol ha affermato: “La dinamica sociale che permette a Trump, Bolsonaro, Millei e Netanyahu di sviluppare politiche e misure fasciste è la misoginia. Non possiamo combattere il fascismo senza combattere il patriarcato”. Ha aggiunto: “Abbiamo bisogno di una guerra contro la guerra. Una guerra contro il sessismo. Una guerra contro il fascismo”. I movimenti sociali femministi, ha detto, devono essere costruiti all’interno delle case e contro di esse, nelle strade, nei luoghi di lavoro e all’interno dei movimenti, con perseveranza e a prescindere dalla popolarità degli slogan femministi, soprattutto quando la politica femminista è sotto attacco, al fine di contrastare l’offensiva patriarcale. Ciò implica porre al centro i movimenti di liberazione delle donne nei paesi presi di mira dall’imperialismo, come elementi costitutivi della lotta antimperialista militante.

    Possiamo parlare, ma possiamo agire?

    Alcuni mesi prima dell’inizio della conferenza, ho contattato altri gruppi socialisti negli Stati Uniti e in Canada, incoraggiandoli a sostenere l’evento e a inviare partecipanti. Alcuni hanno risposto con esitazione, dicendo di aver sentito dire che era organizzata da “campisti”, gruppi che sostengono Putin contro l’Ucraina e forniscono supporto politico a Maduro, e che quindi non volevano partecipare.

    Ecco perché non mi ha sorpreso sentire queste osservazioni a una delle conferenze principali, anche se devo ammettere che l’entità del sostegno, in particolare al governo iraniano, mi ha scioccato. Solidarity era consapevole di queste dinamiche e ha deciso di partecipare comunque, perché sapevamo anche che molti gruppi erano presenti, soprattutto quelli affiliati alla Quarta Internazionale, che sostengono i movimenti popolari contro i loro governi, anche quando questi governi sono in conflitto con gli Stati Uniti.

    I criteri di inclusione fin troppo ampi della conferenza antifascista non hanno impedito discussioni di alto livello e critiche incisive e sincere. È stato incoraggiante trovarsi tra tanti pensatori critici, curiosi e attivisti. Ma sedere allo stesso tavolo con partiti che considerano le esigenze pratiche dei membri dei BRICS, o con persone che sostengono dogmaticamente qualsiasi governo attaccato dagli Stati Uniti, ha i suoi limiti in termini di strategia e azione. E ci sono questioni politiche e strategiche difficili che devono essere affrontate prima della fine di questa conferenza. Oltre all’impegno a costruire un movimento di massa femminista, antirazzista, pro-migranti, pro-LGBTQ+ e antifascista, vorrei che la conferenza adottasse una risoluzione che chieda a Brasile e Messico di fornire petrolio a Cuba. Voglio solidarietà con la Palestina contro Israele e con l’Ucraina contro la Russia. Voglio una dichiarazione che respinga la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, tendendo al contempo una mano, in segno di solidarietà politica, alla classe operaia e alle nazionalità oppresse in Iran.

    Questo sembra improbabile. Quindi, quali azioni strategiche possiamo intraprendere? E quali forme di organizzazione possiamo adottare se questa intera assemblea non è in grado di agire efficacemente in modo unitario? Mi sembra che abbiamo bisogno di maggiori discussioni incentrate su azioni e strategie congiunte per contrastare efficacemente gli attacchi imperialisti coordinati contro il nostro mondo. Ma per raggiungere l’unità necessaria per andare oltre la discussione e passare all’azione congiunta, dobbiamo essere chiari sul fatto che gli Stati e i loro difensori non possono far parte dell’unità dei nostri popoli contro il fascismo.

    Ivan Drury Zarin

    Tradotto per ESSF da Pierre Vandevoorde con l’aiuto di DeepLpro. Fonte: Solidarity . Pubblicato il 30 marzo 2026.


    UN PASSO AVANTI E DUE PASSI INDIETRO

    La prima conferenza internazionale antifascista si è conclusa con un lungo abbraccio collettivo sul palco dell’anfiteatro Atos dell’Università di Porto Alegre. L’evento ha riscosso un grande successo in termini di partecipazione nei quattro giorni di dibattito: delegazioni provenienti da oltre 40 paesi e una forte presenza di giovani della sinistra brasiliana e argentina, collettivi, sindacalisti e organizzazioni politiche e attiviste, senza dimenticare la presenza storica di compagni che hanno avuto un ruolo significativo nell’ondata di movimenti iniziata proprio a Porto Alegre.

    Il tentativo di ricostruire i legami di uno spazio e di un movimento politico internazionale, in un contesto complesso e drammatico come quello che stiamo vivendo, ha avuto in larga misura successo. L’antifascismo ha permesso di affrontare tutte le problematiche attuali, dal ritorno delle guerre su larga scala al genocidio palestinese, passando per la brutale rinascita dell’imperialismo, l’ascesa globale dell’estrema destra e, di conseguenza, gli attacchi ai diritti civili, ai diritti dei lavoratori, alla parità di genere e alla democrazia stessa.

    Tuttavia, una parte significativa dei contributi ha privilegiato un uso eccessivo della retorica e degli slogan piuttosto che un’analisi rigorosa e un approccio autocritico al ruolo svolto dalla sinistra negli ultimi decenni.

    Fortunatamente, alcuni contributi hanno tentato di aprire un dibattito sulla profonda spaccatura tra i movimenti popolari che hanno reso possibili le vittorie elettorali della sinistra e le politiche di governo. La rottura della sinistra con la sua base è proprio uno dei fattori che spiegano l’ascesa fulminea dell’estrema destra, un processo che, come denunciato, interessa tutto il Sud America. A parte questi tentativi di affrontare le dure realtà del nostro tempo, pur riconoscendo i nostri limiti, nessuno ha cercato di definire termini come antifascismo e antimperialismo.

    Che cosa significa fascismo oggi? Quali caratteristiche ne definiscono la portata? Come si costruisce l’antifascismo?

    Tutto ciò è stato ignorato, privilegiando aspetti identitari e autoreferenziali, il simbolismo, a scapito di una realtà ben più ampia e complessa di quanto vorremmo.

    È proprio in questo divario tra realtà e aspirazioni che risiede il principale difetto della conferenza.

    Il documento finale denuncia in dettaglio e in modo pressoché del tutto accettabile le atrocità in corso, dall’aggressione contro l’Iran al rapimento di Maduro, dai crimini di Israele al soffocamento di Cuba; tuttavia, tace sulla guerra imperialista di Putin e sul massacro dei manifestanti iraniani da parte del regime degli ayatollah.

    Non si tratta di una svista innocente, tanto meno di un’impossibile scelta neutrale. Omettere la guerra contro l’Ucraina, giunta ormai al quinto anno di barbarie – il conflitto più lungo nel cuore dell’Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, con due milioni di morti – appare come il riflesso obsoleto e incomprensibile di una vicinanza, priva di qualsiasi contenuto progressista e, anzi, inquietante, al governo dispotico di Putin. Se l’antifascismo è l’antitesi dell’oppressione delle donne e dei regimi autoritari, perché non c’è sostegno per i manifestanti iraniani che chiedono libertà e vengono uccisi a migliaia? Ciò senza pregiudicare la ferma condanna dell’aggressione imperialista di Trump contro l’Iran.

    Purtroppo, più che l’antifascismo, il collante che sembra aver tenuto insieme questa conferenza è diventato il sentimento anti-occidentale. Persino il suo formato di quattro giorni necessita di una completa revisione. Gli oltre mille partecipanti alle sessioni plenarie e ai dibattiti sono stati ridotti al ruolo di semplici spettatori. I discorsi erano preparati in anticipo, i dibattiti preconfezionati… Non c’era spazio per la libera espressione: persino il documento finale è stato letto frettolosamente tra abbracci sul palco.

    Non è così che si costruisce la partecipazione necessaria a creare una vera alternativa alla destra. Sebbene l’organizzazione della conferenza sia stata un successo e abbia rappresentato un passo avanti, come in un gioco dell’oca, le posizioni finali hanno fatto fare due passi indietro.

    Sergio Bellavita , attivista politico e sociale italiano, 31 marzo 2026

    Tradotto da Daniel Tanuro con DeepL. Fonte: 
    Il Refrattario e controcorrente , 31 marzo 2026

    Leonardo De Angelis

    9 Aprile 2026
    Internazionale
  • Antifascismo, la sinistra non può essere orba di un occhio

    Antifascismo, la sinistra non può essere orba di un occhio

    Di Daniel Tanuro

    “La Russia di Putin rappresenta oggi la forma più compiuta del processo (di neofascismo), a differenza dell’America di Trump, la cui transizione rimane pericolosa e imprevedibile.”
    Ilya Budraitsky
    (in un articolo notevole che ho recentemente consigliato di leggere).

    Questa è la realtà odierna: il progetto neofascista di Trump – una minaccia seria, ovviamente – rimane, tuttavia, solo un progetto. Si scontra con una forte resistenza sociale e istituzionale. Il suo successo dipende non solo dalle lotte negli Stati Uniti (e dalla Guerra del Golfo), ma anche dalla sopravvivenza del regime neofascista di Putin (saldamente consolidato da almeno 10 anni). Pertanto, dipende dal terreno che Putin riuscirà a guadagnare – o a non guadagnare – in Europa. Più specificamente, in Ucraina, la cui popolazione si trova in prima linea.

    Lo dico francamente, a rischio di mettere in imbarazzo alcuni compagni: la sinistra che vuole costruire una campagna anti(neo)fascista globale senza integrare la realtà del neofascismo russo (e per di più ignorando il formidabile “modello” di dittatura nell’officina cinese del mondo capitalista, di cui si parla fin troppo poco!) è una sinistra miope.

    Al di là dell’iniziale attrattiva che un simile approccio può esercitare, esso flirta pericolosamente con il campismo. E il campismo è l’antitesi dell’internazionalismo. Dell’internazionalismo e della rivoluzione (perché il campismo è sempre, in ultima analisi, una logica del male minore).

    In quanto marxisti, abbiamo una sola parte: quella dei lavoratori. E un solo motto: popoli sfruttati e oppressi di tutto il mondo, unitevi! I nemici dei nostri nemici non sono automaticamente nostri amici.

    Articolo pubblicato sul sito: Refrattario e controcorrente

    Leonardo De Angelis

    30 Marzo 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Il fascismo: “Perchè esiste solo un campo in cui stare..quello dei popoli”

    Il fascismo: “Perchè esiste solo un campo in cui stare..quello dei popoli”

    Di Sergio Bellavita

    Ringraziamo chi ha pensato, costruito e organizzato questa importante prima conferenza internazionale su un tema così rilevante.
    La nostra conferenza cade nella fase più complessa e difficile della storia dell’umanità, non solo perché il mondo del caos, ovvero la fine del vecchio ordine mondiale produce mostri e potrebbe produrre una catastrofe, ma anche perché l’umanità non è mai stata tanto lontana dal socialismo, ovvero dall’unico sistema politico e sociale che può salvarla dal baratro in cui è precipitata.
    Il genocidio del popolo Palestinese di Gaza rappresenta bene il baratro in cui è precipitata l’umanità, non solo l’Occidente, che pure porta le maggiori responsabilità nella sua
    complicità di fatto con lo stato terrorista di Israele, ma tutte le principali potenze a livello globale, e i paesi amici, hanno taciuto, fatto proteste solo formali o peggio continuato a fare affari con il governo Netanyhau e a triangolare interessi diversi.
    E’ questa la stagione dei nuovi e vecchi autoritarismi che hanno ridotto e in alcuni casi cancellato spazi di democrazia e partecipazione, le libertà sindacali, il diritto stesso al
    dissenso e all’opposizione sociale e parlamentare.
    La torsione autoritaria che nasce dalla cosiddetta crisi della democrazia andrebbe indagata a fondo, senza reticenze e con rigore analitico.
    Come è potuto accadere in pochi decenni di passare dalla certezza di una espansione progressiva di diritti e tutele, di redistribuzione di ricchezza e spazi democratici, dalla
    certezza che nei passaggi generazionali da padre in figlio le condizioni di vita sarebbero migliorate a una crisi drammatica della democrazia (pur parziale e borghese), alla
    incredibile concentrazione di ricchezza in poche mani, alla espansione virale del fascismo nelle sue nuove forme e con il pieno sostegno popolare?
    E al ritorno su larga scala della guerra, perché in realtà non è mai venuta meno, di una nuova forma di colonialismo, dei diversi imperialismi che si scontrano, si abbracciano, si
    spartiscono aree di influenza e dominio sulle spalle dei popoli?
    Domande che necessitano di una risposta perché solo affrontando la realtà possiamo pensare di individuare la strada giusta per combattere il fascismo che avanza.
    A differenza di quanto accaduto nel dopoguerra del primo conflitto mondiale il fascismo non appare come la risposta dei grandi proprietari terrieri e degli industriali, del capitale, al rischio di un rivolgimento sociale delle classi popolari, alla spettro del comunismo dopo la rivoluzione d’ottobre.
    Rischio oggi più che mai lontano.
    Oggi il fascismo ha un largo sostegno popolare nella sua finta lotta contro le elites, nella rottura delle liturgie burocratiche, nella crisi delle forme di rappresentanza,
    nell’individualismo che cancella la solidarietà, nel razzismo come forma di preservazione della propria condizione sociale, nella rabbia diffusa alimentata dal crescente
    impoverimento delle classi lavoratrici, nella disumanizzazione dell’avversario.
    Le cause di questo smottamento popolare verso l’estrema destra e i governi autoritari sono molteplici e possiamo solo sinteticamente elencarle:

    • Il capitalismo ha persino smesso di promettere l’impossibile progressiva estensione del benessere economico e sociale. Non risponde più neanche in parte ai bisogni
      sociali. Oggi chiede perennemente sacrifici e riduzione delle tutele sociali, compressione dei salari, taglio delle pensioni. La crisi del capitalismo non produce la
      sua fine ma il suo sistematico imbarbarimento progressivo e produce la guerra su larga scala. Non esistono più margini di riformismo;
    • La velocità dei processi economici e tecnologici, caratterizzata da digitalizzazione, automazione e intelligenza artificiale, comporta continue trasformazioni profonde sul
      piano sociale generando una crescente riduzione della centralità umana e delle sue capacità aprendo così a scenari inquietanti sul lavoro, sui livelli salariali e di impiego.
      Tali processi per ragioni oggettive rendono oggettivamente più complessa la costruzione dell’opposizione politica e sociale alle politiche liberiste e agli autoritarismi;
    • Il movimento operaio nell’accezione marxista come blocco sociale quale rappresentanza di una coscienza collettiva e una forma di contropotere nei confronti
      del capitale e dell’impresa non esiste più. La classe operaia è frammentata, non ha coscienza di sé, è più povera e precaria del passato quanto meno nel vecchio
      occidente mentre in altri paesi del mondo la situazione è certo diversa tuttavia il movimento operaio ovunque non appare più in grado di dettare l’agenda politica e
      sociale ai governi;
    • La sconfitta storica determinata dal crollo del socialismo reale continua a produrre effetti pesanti dal punto di vista della scomparsa di una alternativa al pensiero unico
      dominante che è il mercato;
    • La progressiva sussunzione della rappresentanza politica e sociale della sinistra nelle compatibilità date ha alimentato rassegnazione, passività e disillusione nella classe operaia. La sinistra politica e sociale ha senso e valore solo se risponde ai bisogni sociali, solo se è in grado di portare effettive conquiste a coloro che vuole
      rappresentare. Parliamo della nostra crisi, ovvero della difficoltà estrema a coniugare parole d’ordine come solidarietà, aumento dei salari, miglioramento della condizione lavorativa e lotta alla precarietà a pratiche che ne consentano l’effettiva conquista.
      Quando ho iniziato a fare sindacato mi hanno insegnato che il sindacato ha un ruolo e un senso solo se è in grado di impedire lo strapotere dell’impresa. Se il padrone
      decide gli orari, i salari, chi ha il lavoro e chi lo perde, se il padrone decide tutto il sindacato diventa inutile. Ed è la stessa inutilità o peggio il danno che procura la
      sinistra politica che governa senza realizzare l’alternativa alle politiche delle destre.
      Ed è in questa crisi che si annida il germe del fascismo, del tentativo di giocare la carta dell’uomo forte, del corporativismo, della riduzione della complessità della
      democrazia anche se fortemente imperfetta ( borghese).
      L’insieme di questi processi e di altri fattori, non ultimo la trasformazione culturale e l’impatto del web e dei social, determina la cosiddetta crisi della democrazia e la contestuale avanzata della estrema destra in tutto il mondo, sia che essa sia esplicitamente di destra, sia che utilizzi una retorica diversa ma pratichi la stessa politica dell’estrema destra.
      La democrazia, quella che chiamiamo democrazia per distinguerla dall’autocrazia e dal totalitarismo, impone processi decisionali lunghi e complessi, il rapporto con le
      rappresentanze sociali, si sottopone al voto e quindi governa sotto perenne minaccia del voto popolare.
      I totalitarismi, le autocrazie non hanno bisogno di tempi lunghi per decidere, ne di mediazioni e compromessi e si approcciano al voto popolare con la tranquillità di una
      riconferma garantita e per queste ragioni appaiono vincenti sullo scenario mondiale.
      Per queste ragioni se vogliamo costruire l’antifascismo dobbiamo avere solide fondamenta.
      Una nuova casa del popolo si costruisce solo se si affrontano i nostri limiti, i nostri errori.
      Di una nuova casa abbiamo bisogno, come metafora di un nuovo cammino che prenda il meglio degli slanci rivoluzionari, dell’antifascismo militante e insieme preda le distanze dagli errori e dagli orrori che purtroppo hanno anche costellato la nostra storia. Il novecento, il secolo breve, ha rappresentato un’esperienza straordinaria ed insieme tragica. Il secolo delle due grandi guerre mondiali, della shoah ma anche il secolo della rivoluzione d’ottobre, del tentativo del più grande salto nella storia dell’umanità degli ultimi per liberarsi da oppressione, diseguaglianze, dittature.
      Antifascisti si è se si pratica l’antifascismo, se si pratica l’indipendenza dai governi, se si difende il diritto di critica, se si combatte cioè contro le ingiustizie, l’autoritarismo, solo se si è portatori della cultura del rispetto del dissenso, della piena cittadinanza delle minoranze, della libera sessualità, della centralità dell’uomo e della donna, dell’antisessismo. Si è antifascisti se si combatte contro le aggressioni militari, contro la logica del predominio e dello sfruttamento del pianeta. Solo se si riconoscono e si combattono tutti gli imperialismi, da quello USA e quello della Russia di Putin. Solo se si è capaci di solidarizzare con i popoli che lottano per la loro libertà e contro l’occupazione, dall’Ucraina all’Iran, dalla Palestina sino ai movimenti sociali che ovunque contrastano il potere costituito arrivando al fiero popolo Curdo.
      Siamo al fianco del popolo cubano erede di una straordinaria rivoluzione che lo ha liberato dal giogo statunitense, di quello venezuelano a cui viene impedita in maniera criminale l’indipendenza.
      Io vengo da un continente, il cosiddetto vecchio continente, che più di altri conosce la durezza della decrescita economica, del capitalismo che alimenta la concentrazione di ricchezze spaventose e insieme aumenta precarietà, povertà, del progressivo smantellamento delle tutele sociali e dei diritti del lavoro. Più di altri continenti e paesi per la semplice ragione che proprio il vecchio continente ha vissuto una stagione di conquiste enormi grazie alla spinta dei movimenti sociali e sindacali che ha portato l’Europa ad avere un modello di distribuzione del reddito e dei diritti senza pari nel mondo.
      Eppure è proprio il vecchio continente che porta la maggior responsabilità storica della brutale stagione del colonialismo, delle guerre di conquista, dei genocidi, e lo dico qui proprio in questa straordinaria terra del sud america.
      Una terra che ha subito e continua a subire, la depredazione delle sue risorse naturali, lo sfruttamento del territorio da parte soprattutto del ricco occidente.
      Non esiste solo il tema delle diseguaglianze tra le classi sociali in un paese, esiste il tema della sperequazione delle risorse del pianeta tra diversi paesi.
      Un cittadino statunitense consuma come 50 cittadini di Haiti, oggi sappiamo bene cosa vuol dire: quello stile di vita non potrà mai diffondersi perché il pianeta non lo consentirebbe.
      Esiste un limite invalicabile per qualsiasi governo o formazione politica, il limite delle risorse, il rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi. Questo modello di sviluppo, il capitalismo sta portando il pianeta all’implosione e va fermato.
      Non possiamo accettare che l’emancipazione umana sia finita per sempre, non possiamo accettare che le lancette della storia ci riportino indietro nel tempo, seppure in forma diversa.
      Ricostruire la solidarietà internazionale, sostenere tutte le forme di resistenza anche armata contro l’oppressione e il fascismo. Rafforzare i movimenti sociali e politici in ogni singolo paese e coniugarli tra loro. Stabilire solidi legami internazionali tra le organizzazioni sindacali di classe per impedire il ricatto delle multinazionali, rivendicare e praticare la solidarietà, il mutualismo, le esperienze di occupazioni delle fabbriche.
      Occorre tornare a costruire l’opposizione sociale e politica in rappresentanza del nostro popolo non governare il possibile, perché dentro le compatibilità date muore ogni ipotesi di trasformazione sociale. Un altro mondo è possibile è stato lo slogan che anche da Porto Alegre ha segnato la storia del primo decennio di questo secolo. Oggi pretendono di dirci che la storia è finita che dobbiamo rassegnarci alla barbarie, alla guerra, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Noi sappiamo che ancora non è così. Il mondo non è pacificato. Ci sono lotte significative ovunque, una miriade di forme di resistenza attraversano il pianeta.
      Non verrà mai meno la pratica della sovversione perché il capitale produce anche i suoi più temibili nemici. Si tratta di parlare nuovamente alla condizione umana, di consegnare un’utopia realizzabile con la radicalità delle pratiche e la gentilezza di un amore smisurato per il nostro pianeta.
      Non abbiamo molto tempo, oggi sappiamo che i cambiamenti climatici incombono e che i piccoli, spesso insufficienti passi verso una riduzione delle emissioni nocive sono saltati completamente dopo l’elezione di Trump. Al termine di questa conferenza andremo nella regione dello Xixuau, nel cuore della foresta amazzonica a sostegno di un progetto di solidarietà. Avremo solo da imparare, nulla da insegnare a coloro che stanno difendendo la foresta amazzonica e insieme a essa il delicato equilibrio che consente la vita umana sul pianeta terra.

    Leonardo De Angelis

    27 Marzo 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Le guerre in Medio Oriente riguardano ancora il petrolio e l’impero

    Le guerre in Medio Oriente riguardano ancora il petrolio e l’impero

    Intervista a Gilbert Achcar curata dal redattore Bashir Abu-Manneh

    Gilbert Achcar spiega come il petrolio, il potere degli Stati Uniti e le rivalità regionali abbiano plasmato decenni di conflitti in Medio Oriente e perché il confronto con l’Iran rientri in un modello imperiale di lunga data e sostiene che la spiegazione risiede soprattutto nella posizione centrale della regione nell’economia petrolifera globale e nelle strategie delle grandi potenze che cercano di controllarla. Achcar discute la logica dell’intervento statunitense, i limiti dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele, la strategia dell’Iran nel conflitto attuale e le conseguenze regionali dell’evoluzione della dottrina imperiale di Washington

    *************************

    È impossibile parlare del Medio Oriente senza parlare di guerra. Probabilmente è la regione più devastata dalla guerra nel periodo successivo al 1945. Solo nell’ultimo decennio e mezzo, molte rivolte arabe sono degenerate in lunghe guerre civili. Per non parlare della guerra infinita di Israele contro i palestinesi. Perché pensi che la guerra sia così diffusa nella regione?

    Non c’è dubbio che la regione del Medio Oriente e del Nord Africa (Middle East and North Africa, MENA) sia, tra tutte le regioni del mondo, quella che ha registrato il maggior numero di conflitti armati dal 1945, con un numero impressionante di guerre interstatali e spedizioni straniere. Quest’ultima categoria è aumentata in modo esponenziale dopo il crollo dell’URSS, quando gli Stati Uniti si sono sentiti liberi di intervenire nella regione a partire dalla guerra del 1991 contro l’Iraq. La Russia ne ha seguito l’esempio sotto Vladimir Putin, a partire dal suo intervento a sostegno del regime siriano nel 2015.

    Il motivo di questa prevalenza della guerra è semplice: è ciò che nella regione viene spesso definito la “maledizione del petrolio”, ovvero il fatto che il Golfo e i paesi confinanti sono noti sin dalla vigilia della Seconda guerra mondiale per possedere le più grandi riserve mondiali di petrolio, particolarmente redditizie grazie alla relativa facilità di estrazione.

    Il petrolio, o più precisamente gli idrocarburi, considerando anche il gas naturale, sono stati al centro della politica della regione MENA sin dalla fine della guerra. L’enorme interesse dell’imperialismo statunitense nella regione, sostenuto dalle grandi compagnie petrolifere americane, è stato esemplificato dalla famosa sosta di Franklin Delano Roosevelt nel Mar Rosso nel febbraio 1945, al ritorno dalla cruciale Conferenza di Yalta, dove gli Alleati discussero la forma del mondo postbellico. A quella sosta e a quell’incontro a bordo della USS Quincy con re Abdul Aziz, fondatore del regno saudita, seguì la costruzione di una base dell’aviazione militare statunitense a Dhahran, nel cuore dei principali giacimenti petroliferi sauditi sfruttati dall’allora Aramco (originariamente Arabian American Oil Company), dominata dagli Stati Uniti e situata in una posizione strategica ai fini della Guerra Fredda.

    Una volta ho definito il regno saudita il vero cinquantunesimo stato dell’Unione Americana, uno status de facto che deteneva prima ancora che lo stato israeliano nascesse. Il regno e l’intera regione del Golfo sono stati e rimangono al centro della strategia imperiale degli Stati Uniti nell’emisfero orientale, nonostante gli innumerevoli tentativi di superare in astuzia il senso comune spiegando che “non si tratta di petrolio” o “non solo di petrolio”. Commentando l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan si è chiesto nelle sue memorie perché “sia politicamente scomodo riconoscere ciò che tutti sanno: la guerra in Iraq riguarda in gran parte il petrolio”.

    Il motivo di questa prevalenza della guerra è semplice: è ciò che nella regione viene spesso definito la “maledizione del petrolio”. Naturalmente, quando si parla di petrolio, non si tratta solo – o almeno non principalmente per Washington – dell’accesso degli Stati Uniti al petrolio iracheno o del Golfo. Si tratta di controllare l’enorme quantità di denaro proveniente dal petrolio detenuto dagli stati del Golfo (i loro fondi sovrani possiedono oltre 3.000 miliardi di dollari in attività, quasi il 40% del totale mondiale detenuto in tali fondi) e di beneficiare del loro notevole potere d’acquisto, soprattutto nel finanziare il complesso militare-industriale statunitense. Si tratta anche di controllare l’accesso di altri stati agli idrocarburi del Golfo. Come ha giustamente affermato una volta David Harvey, “chi controlla il Medio Oriente controlla il rubinetto del petrolio mondiale e chi controlla il rubinetto del petrolio mondiale può controllare l’economia mondiale, almeno per il prossimo futuro”.

    Ciò dimostra anche quanto fossero in errore coloro che credevano che l’aumento della produzione di idrocarburi da scisti negli Stati Uniti, combinato con l’ascesa della potenza cinese, significasse che il Medio Oriente avesse perso la sua importanza per Washington. Gran parte di questo tipo di commenti illusori sono stati riversati sul famoso “pivot to Asia” dell’amministrazione Obama. Ciò che tali commenti hanno completamente trascurato è che il controllo del “rubinetto petrolifero” del Golfo è fondamentale per la strategia degli Stati Uniti nei confronti della Cina, circa la metà delle cui importazioni di petrolio proviene dal Golfo. Le joint venture in corso tra le principali aziende statunitensi di intelligenza artificiale e gli stati arabi del Golfo – che portano alla costruzione in quella regione di centri dati ad alto consumo energetico, sfruttando l’abbondanza di denaro e l’energia a basso costo di tali stati – aggiungono un elemento importante all’importanza complessiva della regione per gli Stati Uniti.

    Infine, ma non meno importante, nel caso specifico dell’amministrazione Trump, i notevoli interessi acquisiti delle famiglie Trump, Kushner e Witkoff negli stati arabi del Golfo portano l’interesse di Washington per la regione MENA in generale e per il Golfo in particolare a un picco storico, che si è tradotto in un intervento militare di Donald Trump in quella zona più che in qualsiasi altra parte del mondo.

    In effetti, Trump fa parte di una lunga sequela di presidenti statunitensi che utilizzano la forza militare in Medio Oriente come elemento centrale della strategia degli Stati Uniti. Quali sono le cause immediate e gli obiettivi politici a lungo termine dell’attacco statunitense all’Iran? Come si spiega la politica dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran?

    Da quando la rivoluzione iraniana del 1979 ha rovesciato il regime dello scià, importante alleato regionale degli Stati Uniti, Teheran è diventata una spina nel fianco per gli Stati Uniti. Le relazioni tra i due paesi hanno tuttavia attraversato fasi contrastanti: per quanto possa sembrare strano, dopo il 1979 ci sono state fasi di cooperazione tra Washington e Teheran. Negli anni ’80, gli Stati Uniti e Israele hanno sostenuto lo sforzo bellico dell’Iran contro l’Iraq in quello che è diventato noto come lo “scandalo Iran-Contra”. All’epoca era nel loro interesse prolungare la guerra tra quelli che consideravano due stati canaglia che minacciavano i loro interessi. Successivamente, l’Iran ha appoggiato l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003 attraverso la collusione dei suoi emissari iracheni con Washington.

    Paradossalmente, l’esercito statunitense ha portato con sé questi rappresentanti e li ha insediati al potere. Il risultato è stato che l’Iran è diventato il principale beneficiario dell’invasione, acquisendo alla fine più influenza sull’Iraq rispetto agli Stati Uniti: uno dei motivi per cui l’Iraq è considerato un grave fallimento nella storia imperiale degli Stati Uniti, al pari del Vietnam.

    Sia gli Stati Uniti che Israele – non solo il governo di Netanyahu, ma l’intera élite sionista al potere – vogliono porre fine al programma nucleare iraniano. L’accordo nucleare che l’amministrazione Obama ha concluso con Teheran nel 2015 non ha impedito all’Iran di espandere ulteriormente la propria influenza regionale, rafforzata dal suo intervento in Siria a fianco del regime di Bashar al-Assad a partire dal 2013 e dalla conquista della parte settentrionale dello Yemen da parte degli Houthi nel 2014. In questa espansione regionale, Teheran ha sfruttato sia il risentimento anti-israeliano e anti-statunitense sia la fedeltà settaria sciita. È questa la principale critica mossa da Trump, Benjamin Netanyahu e le principali monarchie del Golfo a Obama, che tutti biasimano per aver concluso l’accordo nucleare in un momento in cui l’espansione del potere regionale di Teheran era in pieno svolgimento, senza prestare la dovuta attenzione a limitarla. Al contrario, l’accordo ha migliorato la posizione economica dell’Iran, facilitando così la sua politica regionale.

    Considerate tutte le ragioni che abbiamo menzionato e capirete le solide motivazioni alla base della politica di Trump nei confronti dell’Iran. Attraverso l’attuale offensiva, egli spera di ottenere il dominio su quel paese, il che completerebbe e rafforzerebbe enormemente il dominio degli Stati Uniti sul Golfo e sull’intera regione MENA.

    Questa guerra sembra essere il sogno di Netanyahu diventato realtà. Gli obiettivi bellici degli Stati Uniti coincidono con quelli di Israele o esistono divergenze significative?

    Ci sono sia convergenze che divergenze, questo è certo. Le convergenze sono evidenti: sia gli Stati Uniti che Israele – non solo il governo di Netanyahu, ma l’intera élite sionista al potere – vogliono porre fine al programma nucleare iraniano. Israele considera questa questione una minaccia esistenziale, che mette a repentaglio il suo attuale status di unico stato dotato di armi nucleari nella regione. Washington vede il futuro possesso, non così ipotetico, di armi nucleari da parte dell’Iran come un importante deterrente, poiché Teheran potrebbe minacciare di bombardare i vicini giacimenti petroliferi arabi, provocando un disastro per gli interessi statunitensi e l’economia globale. E sia Washington che Israele hanno un chiaro interesse a ridurre l’influenza regionale dell’Iran.

    Ora, ci sono anche delle divergenze, anche se non sono così evidenti come le convergenze. Più in generale, non c’è quasi mai stata una totale sovrapposizione tra gli obiettivi di Israele e quelli degli Stati Uniti. Prendiamo ad esempio la prima grande guerra israeliana che ha servito gli interessi degli Stati Uniti: la Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, attraverso la quale Israele ha inferto un duro colpo ai due stati arabi che allora erano radicalmente contrari all’imperialismo statunitense: l’Egitto sotto la guida di Gamal Abdel Nasser e la Siria sotto la guida dell’ala sinistra del partito nazionalista arabo Ba’ath. Israele ha colto l’occasione della guerra del 1967 per completare la conquista dell’intera Palestina sotto mandato britannico, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, principalmente a spese della monarchia giordana, fedele alleato degli Stati Uniti che governava la Cisgiordania dopo averla annessa nel 1949. Questo non era certamente ciò che Washington desiderava.

    Nell’attuale offensiva contro l’Iran, la divergenza diventa sempre più evidente ogni volta che Netanyahu invoca un “cambio di regime” e sostiene il ripristino della monarchia sotto Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979, mentre Trump respinge quest’ultimo come ha respinto la leader dell’opposizione di destra venezuelana, María Corina Machado, dopo aver rapito Nicolás Maduro. Confrontiamo la posizione di Netanyahu con la sincera dichiarazione di Trump alla Fox News del 6 marzo: “Funzionerà molto facilmente. Funzionerà come ha funzionato in Venezuela. Abbiamo una leader meravigliosa lì. Sta facendo un lavoro fantastico. E funzionerà come in Venezuela”, ha detto, riferendosi alla presidente ad interim Delcy Rodriguez.

    Trump ha anche affermato di essere aperto all’idea di avere un leader religioso in Iran. “Beh, potrei esserlo, sì, dipende da chi è la persona. Non ho nulla contro i leader religiosi. Ho a che fare con molti leader religiosi e sono fantastici”, ha detto. E quando gli è stato chiesto se insistesse sulla necessità di uno stato democratico, Trump ha risposto alla CNN: “No, sto dicendo che ci deve essere un leader che sia equo [sic] e giusto. Che faccia un ottimo lavoro. Che tratti bene gli Stati Uniti e Israele e che tratti bene gli altri paesi del Medio Oriente: sono tutti nostri partner”.

    Il nocciolo della questione è che, mentre Netanyahu e l’intera élite sionista al potere vedrebbero con grande favore un crollo dello stato iraniano, che si adatterebbe perfettamente al loro progetto di lunga data di frammentare il loro ambiente regionale, un crollo e una frammentazione dello stato iraniano, di cui quasi la metà della popolazione è costituita da minoranze etniche, sarebbe un disastro per gli interessi regionali degli Stati Uniti. Questo perché destabilizzerebbe enormemente l’intera regione, a cominciare dai più stretti alleati di Washington. Questi ultimi sostengono certamente l’obiettivo degli Stati Uniti nell’attacco contro l’Iran, ma, altrettanto certamente, rifiutano l’obiettivo di Israele – senza contare che, essendo tutti stati dispotici, non possono che risentirsi dell’ipocrita difesa della “democrazia” in Iran da parte di Netanyahu.

    Sotto Trump, nel suo secondo mandato, gli Stati Uniti sono passati a una versione modernizzata della “diplomazia delle cannoniere” del XIX secolo. Per comprendere quella che ho definito la «vecchia-nuova dottrina imperiale» di Trump, occorre tenere a mente gli insegnamenti dell’Iraq, che Trump ha osservato attentamente. Lo smantellamento dello stato iracheno da parte di Washington dopo l’occupazione del paese nel 2003 ha portato a un caos che ha facilitato il dominio dell’Iran sulla maggioranza araba sciita irachena e la diffusione dell’insurrezione anti-statunitense tra gli arabi sunniti, che in seguito si è trasformata nello “Stato Islamico” dell’Iraq e della Siria. La conclusione è stata che, invece del “cambio di regime” – sostenuto dai neoconservatori che erano dominanti nel dipartimento della Difesa durante il primo mandato di George W. Bush e sostenuti da Donald Rumsfeld e Dick Cheney – gli Stati Uniti dovrebbero piuttosto imporre la loro volontà sui regimi esistenti così come sono, indipendentemente dal loro carattere.

    Si potrebbe dire che gli Stati Uniti sotto Trump, nel suo secondo mandato, siano passati a una versione modernizzata della “diplomazia delle cannoniere” del XIX secolo, quando le grandi potenze imponevano la loro volontà agli stati più deboli minacciando di bombardarli o, se questi si opponevano, bombardandoli davvero. Allora non ci si preoccupava della natura dei governi, ma solo della volontà spudorata di imporre con la forza gli interessi imperialistici ai paesi più deboli.

    Molti oppositori statunitensi dell’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, sia di sinistra che di destra e di estrema destra, lo considerano ingiustificato, soprattutto perché l’Iran non rappresenta una minaccia imminente per l’America, e, per spiegarlo, arrivano alla conclusione che gli Stati Uniti stiano eseguendo gli ordini di Israele. La guerra riporta ancora una volta alla ribalta la questione se Israele e la sua lobby determinino e distorcano la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente. Qual è la tua opinione sull’alleanza tra Stati Uniti e Israele e sulle sue cause storiche e attuali?

    Beh, da quanto ho spiegato sulle divergenze tra Washington e Israele, dovrebbe essere chiaro che la coda israeliana non sta muovendo il pitbull statunitense. I due stati hanno interessi convergenti nel colpire l’Iran, come stanno facendo attualmente insieme, ma non condividono gli stessi obiettivi. Per quanto riguarda la tanto commentata dichiarazione di Marco Rubio che dice: “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero tali attacchi, avremmo subito perdite maggiori”. La verità è che è stato ampiamente frainteso.

    Per comprendere questa affermazione, occorre considerare che un elemento centrale della nuova dottrina di Trump, che prevede un «cambiamento di comportamento da parte di un regime» anziché un «cambio di regime» – secondo le felici parole del presidente della camera Mike Johnson nel commentare l’atto di pirateria degli Stati Uniti in Venezuela – è l’eliminazione dei leader del regime ritenuti un ostacolo al cambiamento di comportamento. Poiché non era né possibile né utile rapire il leader supremo dell’Iran, Ali Khamenei, l’unica opzione rimasta era quella di assassinarlo, un’arte in cui Israele e il suo Mossad, la controparte israeliana della CIA, sono diventati rinomati specialisti. Washington si è quindi affidata al suo partner minore per eseguire tale compito. Da un’indagine condotta dal Financial Times sappiamo che sabato Israele ha individuato un momento particolarmente favorevole.

    Quando la CIA e Israele hanno appreso che Khamenei avrebbe tenuto una riunione sabato mattina nei suoi uffici vicino a Pasteur Street, l’occasione per ucciderlo insieme a gran parte dei vertici iraniani era particolarmente propizia… L’esercito statunitense ha spianato la strada ai caccia israeliani per bombardare il complesso di Khamenei lanciando attacchi informatici che hanno “interrotto, compromesso e accecato la capacità dell’Iran di vedere, comunicare e rispondere”, secondo il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti.

    Ora, sostenendo che Israele muove le fila degli Stati Uniti, i conservatori – come John Mearsheimer, Stephen Walt e l’ala della sfera MAGA rappresentata da Tucker Carlson – cercano di oscurare la realtà dell’imperialismo statunitense e attribuiscono i suoi fallimenti alla lobby israeliana, se non addirittura agli “ebrei”, come nel caso di Carlson.

    La “relazione speciale” di Washington con lo stato sionista è dovuta al fatto che considera quest’ultimo un garante degli interessi regionali degli Stati Uniti.

    Il famoso best seller del 2007 di Mearsheimer e Walt ha sottolineato il fallimento dell’invasione statunitense dell’Iraq, come se l’amministrazione di George W. Bush, fortemente influenzata dal petrolio e piena di membri del Progetto per il Nuovo Secolo Americano che avevano fatto pressioni su Bill Clinton per quell’invasione, avesse bisogno della lobby israeliana per cogliere l’opportunità offerta dagli attacchi dell’11 settembre 2001 e invadere l’Iraq. Questo in un momento in cui l’Iraq era completamente esausto dopo otto anni di guerra con l’Iran, seguiti da dodici anni di un embargo debilitante e criminale imposto dagli Stati Uniti. In realtà, Israele avrebbe preferito di gran lunga che gli Stati Uniti attaccassero l’Iran già in quel momento. Sicuramente non gradì il fatto che Washington portasse i rappresentanti di Teheran sui suoi carri armati e li insediasse al potere a Baghdad.

    La “relazione speciale” di Washington con lo stato sionista è dovuta al fatto che considera quest’ultimo come un guardiano degli interessi regionali degli Stati Uniti: un alleato militare altamente efficiente, in grado di sostituirsi agli Stati Uniti quando questi ultimi sono impossibilitati a intervenire a causa di fattori interni, o di integrarli efficacemente, come si è visto nell’attuale attacco congiunto contro l’Iran e in quello precedente dello scorso giugno. Qualunque sia l’aiuto militare che Washington fornisce a Israele, è solo una piccola parte rispetto al gigantesco bilancio militare statunitense, ed è certamente un investimento di grande valore rispetto all’effetto marginale che avrebbe la stessa somma se fosse aggiunta alle spese del Pentagono. A volte, un fattore ideologico può rafforzare il sostegno di Washington a Israele, come nel caso di Joe Biden, sicuramente il più sincero e convinto sionista tra tutti i presidenti statunitensi, e orgoglioso di esserlo.

    Nella sua risposta all’aggressione statunitense-israeliana, l’Iran sta facendo ciò che ha sempre detto che avrebbe fatto: attaccare gli interessi statunitensi nella regione, compresi i paesi del Golfo. Quali sono gli obiettivi dell’Iran in questa guerra e il regime iraniano, impopolare a livello interno, riuscirà a sopravvivere?

    Gli obiettivi dell’Iran nel diffondere la guerra in tutta la regione sono molto chiari e sono stati effettivamente dichiarati sotto forma di minaccia molto prima dell’inizio dell’attacco. Questa è in realtà l’unica carta militare che l’Iran ha da giocare per affrontare l’offensiva: oltre a bombardare Israele e le forze statunitensi alla sua portata, cerca di creare un tale sconvolgimento negli stati del Golfo e nelle loro esportazioni di petrolio da esercitare una pressione importante sull’economia globale e su questi stati, spingendoli a loro volta a fare pressione su Washington affinché fermi l’offensiva il prima possibile.

    Per quanto riguarda la sopravvivenza del governo iraniano, al momento non vedo alcuna prospettiva credibile di caduta. La rivolta popolare contro il governo potrebbe riprendere dopo la fine della guerra, ma è difficile immaginare che la gente scenda in piazza a Teheran sotto i bombardamenti. E anche se lo facesse, in Iran non esiste una forza di opposizione organizzata in grado di rovesciare la Repubblica Islamica. Di fronte alla rivolta iniziata alla fine dello scorso anno e diventata la più grande che l’Iran abbia mai visto dopo quella che ha rovesciato lo scià nel 1979, il regime teocratico ha dimostrato che non esiterà a uccidere migliaia e migliaia di persone per garantire la propria sopravvivenza. L’unico scenario alternativo sarebbe una scissione delle forze armate iraniane – ad esempio tra l’esercito regolare e le Guardie Rivoluzionarie, la spina dorsale armata del governo – che porterebbe a una guerra civile simile a quella siriana. Ma questo è proprio l’incubo di Washington, anche se è il sogno più dolce di Israele.

    Questo spiega l’insistenza di Trump nel desiderare un cambiamento dall’interno dello stato, arrivando persino ad auspicare una collaborazione con i “leader religiosi” favorevoli agli interessi statunitensi. Per ora, il regime iraniano sembra aver scelto di continuare il confronto selezionando il figlio di Khamenei, Mojtaba, come nuovo leader supremo. Se Trump alla fine otterrà ciò che desidera o se il regime iraniano manterrà la propria posizione è ancora tutto da vedere, anche se le prime indicazioni sembrano puntare verso la seconda ipotesi.

    E il tuo paese, il Libano? Israele non ha smesso di bombardarlo dal 7 ottobre e Hezbollah è una forza gravemente indebolita sia militarmente che politicamente e ha perso gran parte del sostegno popolare di cui godeva quando ha combattuto Israele nel 2006, soprattutto dopo essere intervenuto a fianco del brutale regime di Assad. Dove sta andando Hezbollah?

    Israele vede Hezbollah esclusivamente come un proxy di Teheran. Ma Hezbollah è anche un partito di massa che sostiene lo stesso mix ideologico di Teheran: antisionismo, anti-egemonia statunitense, settarismo sciita e fondamentalismo islamico. Ciò significa che, come nel suo attacco per distruggere Hamas, Israele sta cercando di eliminare Hezbollah con una combinazione di attacchi diretti, tra cui la decapitazione del movimento nell’autunno del 2024, e la collaudata strategia di controinsurrezione chiamata “drain the sea” (prosciugare il mare), che consiste nell’attaccare la base popolare che sostiene il nemico per indurla a distaccarsi da esso e alla fine a rivoltarsi contro di esso.

    La versione israeliana di questa strategia è nota come “dottrina Dahiya”, dal nome dei sobborghi meridionali di Beirut (dahiya significa sobborgo in arabo), densamente popolati da una maggioranza sciita, che sono stati pesantemente bombardati e in gran parte distrutti durante l’attacco israeliano del 2006 contro Hezbollah, insieme ad altre zone libanesi a maggioranza sciita e filo-Hezbollah. Questo è ciò che Israele sta ora infliggendo nuovamente al Libano, in modo ancora più brutale rispetto al 2006 o al 2024, con l’intento di costringere le forze governative libanesi a obbligare Hezbollah a disarmarsi. È difficile prevedere come andrà a finire, poiché molto dipenderà dall’esito dell’attuale attacco contro l’Iran.

    Permettetemi un ultimo commento al riguardo. Nella sua guerra genocida contro Gaza, presentata come un attacco contro Hamas, così come nel suo attacco omicida contro il Libano che ha preso di mira Hezbollah, Israele, per una delle amare ironie della sua storia, sta agendo in modo molto simile a quello che di solito viene considerato uno dei primi esempi della strategia “prosciugare il mare”: la repressione terribilmente brutale da parte dell’Impero Romano, nel II secolo d.C., della rivolta ebraica contro di esso guidata da Simon bar Kokhba.
    È come se lo stato sionista fosse desideroso di imitare tutti gli oppressori storici degli ebrei, dall’antichità al XX secolo, infliggendo un trattamento simile ai popoli del Medio Oriente. La “mimetizzazione darwiniana” dei sionisti nei confronti di coloro che odiano gli ebrei, prevista dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, è davvero completa.

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    17 Marzo 2026
    Internazionale
  • Se il conflitto fa scoppiare la bolla

    Se il conflitto fa scoppiare la bolla

    Di Emiliano Brancaccio

    «Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.

    Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.

    L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.

    Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.

    L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.

    La durata e l’estensione della guerra, da questo punto di vista, diventano cruciali. Il «geopolitical index», l’indice di rischio geopolitico più noto tra gli investitori, si era assestato negli ultimi tempi sopra i 100 punti. Ma gli sguardi sono ora focalizzati sul prossimo aggiornamento.

    L’aggressione israelo-americana all’Iran potrebbe far schizzare l’indicatore ben oltre il picco di 167 punti successivo all’attacco russo all’Ucraina. Per gli operatori sui mercati, sarebbe un segnale rilevante per dare libero sfogo alle vendite.
    Del resto, la voglia di scatenare le scommesse al ribasso monta da un pezzo, da ben prima che Stati uniti e Israele facessero fuoco sull’Iran.

    Il motivo è presto detto. Come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale, gli indici di Wall Street sono da tempo sopravvalutati. Il rapporto tra prezzi delle azioni e dividendi effettivi è ormai più che doppio rispetto alle medie storiche.
    Una tale crescita dei prezzi azionari è dovuta al lungo periodo di euforia intorno alle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Per anni, mandrie di investitori più o meno inconsapevoli hanno comprato azioni a prezzi favolosi, convinte che l’Ai avrebbe presto o tardi fatto esplodere anche i dividendi. Siamo così arrivati a prezzi azionari fino a ottanta volte più grandi dei dividendi effettivamente erogati. Col risultato che, al momento, una massa di azioni conferisce rendimenti percentuali persino inferiori ai titoli di stato.

    Adesso, però, si diffonde il sospetto che il boom dei dividendi atteso dall’intelligenza artificiale si rivelerà molto inferiore a quello annunciato. In altre parole, fa proseliti una tesi revisionista: il mercato è gonfiato da una gigantesca «bolla» speculativa, che anche un piccolo spillo potrebbe far esplodere.

    Ebbene, la guerra contro l’Iran è uno spillo enorme, specie se dura a lungo. Potrebbe esser l’occasione per sprigionare le energie represse degli speculatori al ribasso. E far crollare i valori di mercato.

    Chiaramente, la presidenza Trump farà di tutto per scongiurare un crollo di borsa. Dopo avere attaccato la corte suprema e il congresso, tornerà alla carica contro la banca centrale per esigere credito facile e abbondante, per tutti i «rialzisti» di buona volontà che vorranno continuare a gonfiare la bolla dei prezzi azionari.

    Nella crisi dell’impero, il gioco di scommesse da finanziario dunque si estende, diventa politico e poi addirittura costituzionale: mettere sul piatto tutto, anche i tradizionali contro-poteri della democrazia liberale, pur di perpetuare l’equilibrismo dell’America sul filo della storia, tra consenso interno ed egemonia esterna.

    L’esito finale del feroce casinò non è ancora scritto. Ma lo spillone dell’aggressione all’Iran aumenta di giorno in giorno la probabilità di una nuova fiammata «stagflattiva», un ritorno perverso di disoccupazione e inflazione. Per vie dirette o traverse, il conto della guerra capitalista sarà a carico del lavoro.

    *articolo apparso sul quotidiano Il Manifesto il 9 maro 2026

    Leonardo De Angelis

    16 Marzo 2026
    Internazionale
  • Merz a Pechino con trenta CEO e nessuna carta da giocare

    Merz a Pechino con trenta CEO e nessuna carta da giocare

    di Andrea Ferrario

    Il viaggio del cancelliere nella capitale cinese espone il nodo irrisolto della politica tedesca: Berlino predica la riduzione dei rischi ma non dispone delle leve per imporla.

    Friedrich Merz è atterrato a Pechino il 25 febbraio con una trentina di amministratori delegati al seguito, la delegazione imprenditoriale più nutrita dai tempi di Angela Merkel. Al suo fianco sedevano i vertici di aziende come BMW, Volkswagen, Siemens, BASF, Deutsche Bank, DHL, Bayer, Commerzbank e Adidas. Il programma prevedeva incontri con il premier Li Qiang e con il presidente Xi Jinping, una visita alla fabbrica Mercedes nei pressi della capitale e un trasferimento a Hangzhou per visitare la sede di Unitree, l’azienda di robotica umanoide i cui prodotti hanno conquistato il pubblico mondiale durante il gala televisivo del capodanno cinese. Una scelta, quest’ultima, rivelatrice della curiosità di Merz per il modello dello “stato ingegnere” cinese, tema del libro che si è portato in valigia, “Breakneck” di Dan Wang, ancora inedito in tedesco.

    Il tono del cancelliere a Pechino è stato sensibilmente diverso da quello esibito poche settimane prima alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, durante la quale aveva accusato la Cina di “sfruttare sistematicamente le dipendenze altrui” e di “ridefinire l’ordine internazionale a proprio vantaggio”. Nella capitale cinese, queste lamentele sono state sostituite da una retorica all’insegna della cooperazione. Merz ha parlato di un “ecosistema dell’innovazione di prim’ordine” dal quale la Germania sta imparando, ha dichiarato che Berlino è aperta agli investimenti cinesi e ha ribadito che le barriere commerciali restano per lui solo l’ultima risorsa. Al tempo stesso, ha sollevato il tema dello squilibrio commerciale, delle sovvenzioni statali cinesi, del tasso di cambio artificialmente basso dello yuan e delle restrizioni alle esportazioni di terre rare, chiedendo ai suoi interlocutori “la riduzione dei sussidi che distorcono il mercato” e “un consolidamento laddove si riscontrano sovraccapacità”. Durante la cena con Xi, ha discusso dell’ordine cinese di 120 aerei Airbus, ha anticipato ulteriori contratti in via di definizione e ha annunciato che fisserà presto una data per la ripresa delle consultazioni intergovernative, sospese dalla pandemia. Nel comunicato congiunto, entrambe le parti si sono limitate a “prendere nota” delle preoccupazioni dell’altra, formula diplomatica che registra le divergenze senza risolverle.

    La composizione della delegazione ha fatto trasparire qualcosa di diverso dalla retorica sulla riduzione delle dipendenze. Come è stato osservato da più parti, arrivare a Pechino con trenta grandi imprenditori comunica un messaggio prima ancora che il cancelliere apra bocca, e il messaggio è che la Germania ha bisogno della Cina. Pechino lo sa e ne prende atto con soddisfazione. L’agenzia di stato Xinhua ha non a caso sottolineato che la delegazione “dimostra pienamente il forte desiderio della Germania di approfondire le relazioni economiche bilaterali”. È una contraddizione che non si risolve con le parole, e che Merz conosce. Prima di partire, all’aeroporto di Berlino, aveva detto che la Germania vuole ridurre i rischi della propria esposizione alla Cina, aggiungendo subito dopo che “sarebbe un errore leggere tutto ciò come un disaccoppiamento”. Due frasi che riassumono un dilemma più che indicare una via d’uscita.

    Lo shock cinese, adesso

    Il contesto in cui Merz si è mosso è radicalmente diverso da quello dei suoi predecessori. Per oltre vent’anni, la relazione economica tra Germania e Cina è stata simbiotica, fondata su una complementarità apparentemente solida. La Germania vendeva alla Cina le macchine, gli impianti e le automobili di cui il gigante asiatico aveva bisogno per alimentare la propria crescita industriale, e in cambio agganciava il proprio Pil a tale crescita. Questa simbiosi si è spezzata. Le esportazioni tedesche verso la Cina sono calate del 9,3% nel 2025, toccando il livello più basso dell’ultimo decennio, con un crollo del 23% rispetto al picco del 2022. Il dato più impressionante riguarda l’automobile, settore simbolo dell’industria tedesca, che ha visto le esportazioni verso la Cina precipitare del 66% in tre anni. Se il tasso medio di declino degli ultimi tre anni dovesse proseguire, entro il 2028 la Germania esporterebbe in Cina meno automobili di quante ne vende in Austria o in Svizzera, paesi la cui popolazione è lo 0,6% di quella cinese, ha osservato Rhodium in un’analisi sui rapporti economici tra i due paesi.

    Contemporaneamente, le importazioni dalla Cina in Germania sono cresciute dell’8,8%, portando il deficit commerciale tedesco a quasi 90 miliardi di euro, una cifra che equivale al 2% del prodotto interno lordo della Germania. La Cina è tornata a essere il primo partner commerciale di Berlino nel 2025, superando gli Stati Uniti, ma in un quadro di squilibrio senza precedenti. Il settore industriale tedesco ha perso circa 124.000 posti di lavoro nel solo 2025, e oltre 200.000 lavoratori dell’industria ben retribuiti hanno perso l’impiego dal 2019 in poi. Il sindacato metalmeccanico IG Metall, che per decenni ha considerato le vendite in Cina una garanzia per l’occupazione tedesca, ha discusso nel giugno 2025 un documento interno intitolato “La Germania è di fronte a uno shock cinese?”, in cui si avverte che senza contromisure politiche il paese rischia la deindustrializzazione.

    Il fenomeno va oltre il mercato cinese. Le imprese cinesi, spinte dalla debolezza della domanda interna e da sovraccapacità produttive alimentate da sussidi statali, stanno conquistando quote nei mercati terzi in cui i produttori tedeschi hanno operato per decenni. In Brasile e Indonesia, le quote cinesi delle importazioni sono cresciute rispettivamente di 3 e 7 punti percentuali in tre anni. I fornitori europei di componentistica automobilistica stimano uno svantaggio di costo del 35% rispetto ai concorrenti cinesi. E i dazi imposti dagli Stati Uniti sulle merci hanno dirottato verso l’Europa una parte delle esportazioni che non trovano più sbocco sul mercato americano, aggravando il problema.

    A tutto ciò si aggiunge la svalutazione dello yuan, che ha perso quasi il 20% del proprio valore nominale rispetto all’euro dalla metà del 2022, con un ulteriore 8% nel solo ultimo anno. La manipolazione del cambio è un tema su cui economisti ed osservatori convergono sempre di più. Normalmente, un paese con un surplus commerciale così massiccio dovrebbe vedere la propria valuta rivalutarsi, con un conseguente riequilibrio della competizione. Il fatto che questo non accada indica un intervento deliberato, messo in atto secondo le analisi non tanto attraverso la banca centrale quanto attraverso le banche statali, il che lo rende meno visibile ma ugualmente efficace. L’effetto è quello di amplificare ulteriormente il vantaggio competitivo cinese, con un’erosione dell’efficacia dei dazi europei e una disincentivazione degli investimenti cinesi in Europa, che Bruxelles vorrebbe invece attrarre.

    Triangolo senza equilibrio

    Il viaggio di Merz può essere compreso pienamente solo se lo si colloca all’interno della geometria triangolare che lega oggi Germania, Cina e Stati Uniti. Il cancelliere si recherà a Washington questa settimana e la tempistica non è casuale. La Germania si trova schiacciata tra due pressioni di natura diversa. Da Washington arriva una coercizione fondata sull’alleanza, fatta di dazi, richieste di maggiore spesa militare, pressioni sulla Groenlandia danese e l’imposizione di un accordo commerciale asimmetrico. Da Pechino arriva una competizione strutturale che erode le basi industriali su cui poggia l’economia tedesca. Nel breve periodo, gli Stati Uniti si sono rivelati l’attore più destabilizzante, nel lungo periodo, la Cina resta il concorrente sistemico.

    Il quadro dei dazi è particolarmente fluido e merita attenzione. Il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato una parte dei dazi imposti dall’attuale amministrazione Trump, una decisione di portata inedita che ha brevemente aperto una falla nella politica commerciale aggressiva della Casa Bianca. L’amministrazione ha reagito imponendo rapidamente nuovi dazi, in una sequenza di escalation e aggiustamenti che tiene i partner commerciali di Washington in una condizione di incertezza permanente. I livelli medi dei dazi statunitensi sulla Cina si aggirano ora attorno al 31%, sufficienti a spingere alcune imprese cinesi a dirottare le proprie esportazioni verso l’Europa e altri mercati. Questo effetto di deviazione commerciale colpisce la Germania in modo diretto, trasformando le misure degli Usa in un problema anche europeo.

    Pechino osserva questa dinamica e cerca di sfruttarla. La Cina ha accolto negli ultimi mesi una processione di leader occidentali, da Macron a Starmer, da Carney a Sánchez, proponendosi come difensore dell’ordine multilaterale e del libero scambio mentre Washington lo sovverte. È una narrazione strumentale, che omette i sussidi, le barriere all’accesso, la manipolazione valutaria e le restrizioni alle esportazioni con cui Pechino stessa distorce le regole del commercio internazionale. La strategia cinese, tuttavia, non ha bisogno di essere coerente per essere efficace. Come è stato osservato, Pechino non deve creare una frattura tra le due sponde dell’Atlantico perché è Trump stesso a guidarla. Le basta approfittarne, offrendo a ciascun leader europeo aperture calibrate, ordini per Airbus e promesse di dialogo, e consolidando nel frattempo la propria posizione. Che tuttavia, va notato, è una posizione passiva e in ultimo dipendente dalle politiche della Casa Bianca.

    Il rischio per la Germania, e per l’Europa intera, è quello di negoziare da una posizione di debolezza con entrambi i vertici del triangolo. Berlino non può permettersi di rompere con Washington perché dipende dalla garanzia di sicurezza americana, per quanto essa sia diventata inaffidabile. Non può permettersi di rompere con Pechino perché le sue industrie dipendono da materie prime, componenti e mercati cinesi. E non dispone ancora degli strumenti per ridurre queste dipendenze in tempi rapidi. La strategia di sicurezza economica nazionale promessa per il 2025 non è stata completata e non esiste un meccanismo di controllo sugli investimenti in uscita. Inoltre, la mappatura delle dipendenze nelle catene di fornitura non è ancora stata portata a compimento.

    Le contraddizioni che Merz non può risolvere

    La visita di Merz ha messo in evidenza, più che risolvere, una serie di contraddizioni che attraversano la posizione tedesca e, per estensione, quella europea. La prima e più profonda riguarda la divergenza crescente tra gli interessi delle grandi imprese tedesche in Cina e quelli dell’economia nazionale. Volkswagen sviluppa e produce a Hefei veicoli completamente indipendenti dalla casa madre tedesca, con tempi di sviluppo ridotti del 30% e costi dimezzati. BASF sta inaugurando nel sud della Cina un impianto alimentato interamente da energie rinnovabili, mentre BMW sta approfondendo la cooperazione con il produttore di batterie CATL. Queste imprese reinvestono in Cina i profitti generati localmente, vi trasferiscono capacità di ricerca e sviluppo e, in alcuni casi, usano la Cina come piattaforma di esportazione verso il resto del mondo. Oltre due terzi delle imprese tedesche presenti in Cina intendono cooperare con aziende cinesi che si stanno espandendo a livello internazionale. Il che significa che una parte delle esportazioni cinesi che preoccupano l’Europa esce dalle fabbriche di imprese tedesche.

    Questa dinamica rende la riduzione dei rischi un concetto più ambiguo di quanto appaia nei documenti strategici. A livello di singola impresa, la localizzazione in Cina può accrescere la resilienza e la competitività. A livello di sistema paese, alimenta una dipendenza strutturale che riduce il potere negoziale di Berlino e rende sempre più teorica la distinzione tra interessi nazionali e interessi aziendali. Come ha sintetizzato un ambasciatore europeo a Pechino citato dalla stampa tedesca, “ciò che le imprese vogliono non coincide necessariamente con l’interesse dell’economia nazionale”.

    La seconda contraddizione riguarda il rapporto tra la Germania e i suoi partner europei. Berlino è il paese che più ha teorizzato la riduzione dei rischi rispetto alla Cina, con la strategia adottata dal governo Scholz nel 2023. È anche il paese che più si è opposto alle misure di protezione concrete proposte dalla Commissione europea e dalla Francia. La Germania si è astenuta dal voto sui dazi europei sulle auto elettriche cinesi, che possono arrivare fino al 35,3%, temendo ritorsioni contro le proprie case automobilistiche che producono e vendono in Cina. Inoltre, ha resistito a lungo alle proposte francesi di requisiti di contenuto locale per le tecnologie strategiche, cedendo solo di recente su misure limitate e circoscritte per il settore dell’acciaio. Questa posizione ha una logica economica, perché la Germania è molto più esposta alla Cina della Francia o dell’Italia, ma produce un effetto politico corrosivo, perché consente a Pechino di mettere i paesi europei gli uni contro gli altri.

    La terza contraddizione riguarda la sicurezza. Merz ha sollevato con Xi il tema dell’Ucraina, chiedendo alla Cina di esercitare la propria influenza per porre fine alla guerra, e ha ribadito la politica tedesca di “una sola Cina” specificando che qualsiasi processo di riunificazione con Taiwan può avvenire solo con mezzi pacifici. Sono posizioni consolidate se non addirittura ritrite, che Pechino ascolta senza che ne conseguano cambiamenti. La Cina continua a fornire alla Russia sostegno economico e materiali a doppio uso che alimentano la macchina bellica di Mosca, pur mantenendo una facciata di neutralità formale. E sulla questione di Taiwan, Xi ha dichiarato la volontà di sviluppare le capacità militari necessarie a una riunificazione forzata entro il 2027. Le imprese tedesche, nel frattempo, non hanno condotto in modo sistematico scenari di stress per valutare le conseguenze di un conflitto nello stretto di Taiwan, che interromperebbe le catene di fornitura globali e metterebbe a rischio gli 89 miliardi di euro di investimenti diretti tedeschi in Cina.

    L’uso delle terre rare come strumento di pressione è forse il punto che vede queste contraddizioni intrecciarsi nel modo più concreto. Quando Pechino ha imposto restrizioni all’esportazione di terre rare e chip automobilistici nella primavera del 2025, in risposta diretta a misure europee, la reazione del governo tedesco è stata quasi inesistente. Le forniture sono poi riprese, ma in quantità insufficienti e con un regime di licenze che funziona, secondo gli osservatori dell’industria, “come un rubinetto che si apre o si chiude a seconda della situazione geopolitica”. Il vero collo di bottiglia non è la scarsità dei minerali, che in realtà non sono così rari, ma la capacità di raffinazione, che la Cina controlla per oltre l’80% a livello mondiale. Sviluppare capacità autonome in Europa richiederebbe fino a dieci anni, il che consegna a Pechino una leva in grado di arrecare importanti danni.

    Quello che resta dopo Pechino

    Merz è tornato dalla Cina senza svolte e senza illusioni. Ha stabilito un canale diretto con Xi Jinping e ha riaffermato la posizione della Germania come interlocutore europeo privilegiato di Pechino. Ha inoltre portato sul tavolo i temi scomodi, dallo squilibrio commerciale allo yuan, dalle terre rare all’Ucraina, senza però disporre di leve sufficienti per ottenere concessioni sostanziali. Il comunicato congiunto ha confermato, più che mascherare, lo stato di una relazione in cui le divergenze sono strutturali. Come ha specificato un funzionario tedesco citato dalla stampa, questa visita non segna l’inizio di una “nuova primavera” sino-tedesca.

    La parte cinese, dal canto suo, ha ottenuto ciò che cercava. Ha potuto esibire il cancelliere tedesco a Pechino con una delegazione imponente, a poche settimane dalle “Due sessioni” del Congresso nazionale del popolo, alimentando la narrazione di una Cina in salute che resta al centro delle relazioni economiche globali. Li Qiang ha dichiarato che “più la situazione è grave, più Cina e Germania devono rafforzare la cooperazione”, una formula che inquadra la dipendenza reciproca come virtù anziché come problema. Xi ha proposto una cooperazione in campi come l’intelligenza artificiale e la biomedicina, in cui la Cina vuole consolidare il proprio vantaggio e la collaborazione rafforzerebbe il flusso di conoscenze verso Pechino. Il leader cinese ha anche chiesto alla Germania di “svolgere un ruolo attivo nella promozione delle relazioni Cina-Ue”, il che tradotto in soldoni significa usare il peso di Berlino nel Consiglio europeo per frenare le spinte protezioniste di Bruxelles e Parigi.

    Le cose che vanno tenute d’occhio nei prossimi mesi sono più importanti della visita in sé. La Commissione europea presenterà a breve l’Atto per l’accelerazione industriale, con requisiti di contenuto europeo per le tecnologie strategiche che costringeranno la Germania a schierarsi, mentre i negoziati sui prezzi minimi per le auto elettriche cinesi in Europa sono ancora in corso. L’eventuale visita di Trump a Pechino, prevista per fine marzo, potrebbe produrre un accordo commerciale bilaterale tra Stati Uniti e Cina i cui effetti ricadrebbero sull’Europa. E il quindicesimo piano quinquennale cinese, che sarà adottato alle “Due sessioni” di marzo, confermerà la volontà di Pechino di raggiungere l’autosufficienza tecnologica e di rendere il resto del mondo dipendente dalla Cina, come Xi stesso ha esplicitamente dichiarato.

    La Germania si trova a gestire simultaneamente due dipendenze, da Washington e da Pechino, con un margine di manovra che si restringe. L’equilibrio che Merz cerca di mantenere rischia di essere un equilibrio al ribasso, in cui la prudenza verso entrambi i poli si traduce nell’incapacità di imporre condizioni entrambe le parti. L’Ue, intanto, fatica a formulare una posizione unitaria, divisa tra il protezionismo francese, la cautela tedesca e la frammentazione degli altri. Pechino, che ha sempre preferito trattare con i singoli governi europei piuttosto che con Bruxelles, non ha semplicemente motivi per temere una coesione che non esiste.

    Articolo pubblicato dal sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    10 Marzo 2026
    Internazionale
  • Gli USA approfondiscono le contraddizioni tra blocchi imperialisti

    Gli USA approfondiscono le contraddizioni tra blocchi imperialisti

    Di Nando Simeone

    Il “nuovo ordine” o piuttosto disordine in costruzione, che già comporta un acuirsi dei conflitti Inter-imperialistici e una ripresa della corsa al nucleare, sta rendendo il mondo più conflittuale e pericoloso. Il “caos geopolitico” si sta aggravando, dando luogo a una crisi del sistema imperialista, ovvero a un indebolimento della potenza egemonica. A ciò si aggiunge l’emergere di nuovi imperialismi, come la Russia e la Cina. Siamo di fronte a una riconfigurazione continua in un contesto globale di fortissima instabilità, in cui non vi è nulla di consolidato. In ogni caso, l’imperialismo del blocco sotto la guida americana dopo il crollo dell’URSS non esiste più.

    Gli USA oggi sono sotto la guida di Trump, un presidente reazionario vicino al fascismo. La sua strategia e dei suoi falchi decreta la fine dell’era precedente, sia in termini di cooperazione economica che di immigrazione. Il suo imperialismo riformulato non consente alcuna mobilità del lavoro, trasformando i lavoratori non bianchi e non cristiani nei nemici fondamentali della nuova era. La strategia riformula i principi, gli obiettivi e gli strumenti utilizzati dagli Stati Uniti e dal capitale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

    È una forma di imperialismo, trasformata per affrontare le attuali sfide del potere egemonico degli Stati Uniti. La comprensione dei suoi obiettivi è essenziale per combattere la nuova estrema destra alla guida dell’imperialismo in declino ma ancora dominante. Il progetto è l’imposizione di un nuovo modello di sfruttamento e oppressione.

    La potenza militare, supportata dall’intelligenza artificiale e dalle armi nucleari, sarà utilizzata per garantire l’accesso totale alle risorse fossili e non fossili, nonché ai minerali essenziali, indipendentemente dal territorio interessato. Il cambiamento climatico viene presentato come un’ideologia dannosa.

    In tutte le Americhe compreso il Canada e l’America Latina vogliono imporre sia una gestione politica di estrema destra che una cooperazione economica con gli Usa, nell’ottica di limitare la feroce concorrenza con la Cina, paese imperialista che continua a primeggiare dal punto di vista economico e commerciale. A tal fine, chiede l’armamento di Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il rafforzamento dell’India come concorrente della Cina nella regione.1

    La Mondializzazione dell’economia spinge verso una crisi di governabilità: il nuovo dominio di classe è strutturalmente instabile. Tutto ciò conduce a delle aperte crisi di legittimità e di governabilità in numerosi paesi e intere regioni, verso una condizione di stato di crisi permanente.

    Il pericolo maggiore è rappresentato dalla guerra e dalla possibilità di utilizzo di bombe atomiche, ma anche guerre condotte con armi “convenzionali”, in presenza di centrali nucleari, avrebbe effetti ugualmente catastrofici. Anche le armi biologiche e chimiche minacciano di avere conseguenze simili. E’ sempre più relativo il concetto di “armi convenzionali” se poi esistono bombe e testate non nucleari che hanno una potenza distruttiva altrettanto grande o persino maggiore della bomba atomica di Hiroshima.

    L’AGGRESSIONE ALL’IRAN

    Considerato il diritto dell’Iran a difendersi dall’attacco, le azioni di Stati Uniti e Israele potrebbero innescare una guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Se venisse confermato che israeliani e americani stanno attaccando le infrastrutture petrolifere iraniane, è del tutto plausibile che l’Iran possa chiudere lo Stretto di Hormuz con mezzi militari, scatenando un caos commerciale, energetico e inflazionistico fenomenale nell’economia globale, potenzialmente raggiungendo proporzioni storiche paragonabili solo a quelle seguite alla Guerra del Kippur, che precipitò nella cosiddetta “crisi petrolifera” del 1973.

    Più in generale, ciò a cui stiamo assistendo in via embrionale dal 2008, ma in modo molto più chiaro dal 2022, è che gli eventi in Ucraina, Palestina, Venezuela e ora Iran costituiscono fronti diversi di un conflitto globale. Il suo obiettivo è impedire con la forza il declino dell’egemonia statunitense e occidentale nel mondo, minacciata principalmente dal crescente potere della Cina. In Ucraina, l’obiettivo è indebolire la Russia, un partner chiave della Cina. In Venezuela, l’obiettivo è privare la Cina dell’accesso a importanti riserve di energia e risorse latinoamericane. L’Iran è l’anello cruciale dell’integrazione eurasiatica, con i suoi corridoi energetici e di trasporto est-ovest e nord-sud. Nel caso dell’Iran, l’obiettivo è lo stesso della Siria: l’eliminazione di un regime – certamente autoritario e antioperaio, ma non per questo meno sovrano e indipendente – e la sua successiva sostituzione con il consueto mix di governo subordinato e caos violento tipico di un regime fallito.

    Gli iraniani affermano che risponderanno in proporzione all’aggressione subita. Affermano di avere una capacità missilistica molto maggiore di quella dimostrata nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, quando 45 dei loro missili penetrarono l’Iron Dome israeliano dopo aver esaurito e superato le sue capacità di intercettazione (a cui, oltre agli Stati Uniti, collaborarono anche gli europei, con la loro solita ipocrisia).

    Giunta al suo quarto anno, la guerra in Ucraina rimane impantanata in negoziati più ambigui che mai. Il fatto che l’attore principale della guerra, gli Stati Uniti, si presenti come “mediatore” deriva esclusivamente dal timore che una sconfitta militare della NATO possa minare il prestigio di Washington. Trump ha scaricato la responsabilità degli aiuti militari a Kiev sugli europei, ma, a parte il sostegno finanziario, il suo coinvolgimento rimane invariato. La CIA e l’MI6 britannico continuano a essere molto attivi, identificando obiettivi e facilitando numerosi attacchi ucraini, e aerei americani e britannici continuano a operare nel Mar Nero, guidando gli attacchi ucraini contro le retrovie russe.

    Oggi più che mai dobbiamo lottare contro l’imperialismo, in solidarietà con il popolo, e contrastare la guerra e la militarizzazione come pilastri essenziali e non negoziabili per costruire un’alternativa eco-socialista e una democrazia operaia.2

    1. La strategia americana, una minaccia per i popoli del mondo, 4 gennaio 2026 – Ana Cristina Carvalhaes, Inprecor ↩︎
    2. Attacco all’Iran: nuovo episodio di un conflitto globale Andreu Coll Jacobin 1.3 2026 ↩︎

    Leonardo De Angelis

    3 Marzo 2026
    Internazionale
  • Iran. L’urgenza di un’azione rivoluzionaria

    Iran. L’urgenza di un’azione rivoluzionaria

    Di Iran Labor Confederation

    L’uccisione di Ali Khamenei, insieme a un certo numero di personaggi anziani dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) e dell’apparato dirigente, è uno sviluppo eccezionale nella traiettoria attuale dell’Iran. È un colpo decisivo al cuore della macchina repressione e alla spina dorsale della Repubblica Islamica. Per milioni di persone in Iran, la morte di un uomo che per decenni ha simboleggiato massacro, soppressione, povertà, militarismo e governo attraverso il sangue ha scatenato un momento di rilascio, un mix di rabbia a lungo contenuta e sollievo esplosivo.

    La presenza delle persone in strada e la reazione sociale più ampia rivelano la profondità di odio che anni di criminalità e massacri hanno accumulato all’interno della società.

    Questa non è gioia in guerra. Non è gioia nei bombardamenti o nell’uccisione di bambini. Non è gioia nell’intervento straniero. È il triste sollievo di vedere crepe comparire in un mostro che solo due mesi fa, ai primi di gennaio, ha immerso il paese di sangue, sparando e schiacciando decine di migliaia di persone e trasformando la società in un oceano di dolore e rabbia.

    Le persone che respirano oggi sono le stesse persone che ieri sono state picchiate, colpite e gettate nelle carceri.

    Eppure bisogna affermare chiaramente la realtà: questo colpo ai vertici dello stato è avvenuto all’interno di una guerra lanciata dall’alto e fuori dalla volontà popolare. Una guerra che minaccia vite, trasforma le città in zone di morte e cerca di paralizzare la società attraverso la paura e la rovina.

    Gli Stati Uniti e Israele hanno svolto un ruolo diretto attraverso i loro attacchi militari e devono essere condannati incondizionatamente. Nessun pretesto di “salvataggio”, nessuna spiegazione “difensiva” può cancellare l’uccisione di civili.

    Allo stesso tempo, va detto chiaramente: la Repubblica Islamica e l’IRGC non sono vittime di questa guerra, sono tra i suoi principali architetti. Uno stato che per anni ha usato la società come scudo per i suoi progetti militari e nucleari ora paga il prezzo di quelle politiche attraverso il collasso interno.

    La morte di Khamenei non significa che la crisi sia finita, ma dimostra inequivocabilmente che questo sistema non può più riprodurre la sua precedente autorità. Una struttura il cui leader è stato rimosso, che ora è in guerra, e che affronta una società satura di rabbia e odio è entrata in una fase di irreversibile instabilità.

    Dobbiamo anche stare attenti a un fatto cruciale: una rottura al vertice non significa automaticamente che si realizzi la volontà popolare. È proprio in momenti come questo che si attivano ipotesi progettate per contenere la società, la “transizione controllata”, il rimescolamento delle élite, e promozione di alternative dall’alto verso il basso volte a deviare la rivoluzione e togliere la direzione degli eventi dalle mani della gente.

    Gli accordi sottobanco, il riprodurre la stessa struttura con un nuovo volto, o imporre governi fantoccio sotto gli slogan di “stabilità” e “transizione” sono tutti tentativi di neutralizzare lo slancio rivoluzionario e bloccare il potere popolare diretto. Questi scenari non rappresentano la fine della Repubblica Islamica, ma rappresentano la continuazione dello stesso ordine repressivo in una nuova forma. L’unica forza in grado di bloccare questo risultato è un’organizzazione indipendente, nazionale, dal basso verso l’alto.

    In un momento come questo, il compito centrale non è semplicemente la “opposizione alla guerra”. La vera domanda è se la società può utilizzare consapevolmente l’apertura creata dalla rottura in alto per far avanzare il rovesciamento rivoluzionario dal basso. La guerra serve a spaventare la società e sospendere la rivoluzione; la risposta del popolo deve essere ricostruire e organizzare il proprio potere sociale proprio nel bel mezzo di questa crisi.

    I lavoratori, i salariati, i giovani, le donne e tutte le forze sociali devono capire una verità fondamentale: nessuna potenza straniera può “liberare la libertà”. L’unica forza che può far cadere definitivamente questo sistema è una società organizzata. Unirsi alle organizzazioni sociali esistenti, potenziare le organizzazioni indipendenti dei lavoratori, costruire consigli, comitati locali e reti di mutuo soccorso non è una “scelta” oggi, è una necessità urgente, sia per proteggere vite umane in condizioni di guerra sia per assumere il controllo collettivo del futuro della società.

    La Repubblica Islamica è ferita e instabile. Questo non è il momento degli spettatori o il momento delle esitazioni; è il momento per agire. La vera fine di questa guerra non passerà attraverso accordi tra stati, ma attraverso il rovesciamento rivoluzionario di un ordine che ha trasformato la vita stessa in un campo di morte.

    Chiediamo alle persone di tutto il mondo, ai movimenti operai e alle forze amanti della libertà di stare dalla parte del popolo iraniano, non agli stati e alle macchine da guerra. Solidarietà vera significa sostenere il diritto del popolo di rovesciare la Repubblica Islamica e costruire un ordine umano, libero ed eguale.

    La lotta è entrata in una nuova fase. La repressione è crollata, la paura è scossa e si è aperta la possibilità di avanzare. Una società che ha pagato tanto di sangue ha il diritto — e il dovere — di costruirsi il proprio futuro.

    Leonardo De Angelis

    2 Marzo 2026
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