Di Nando Simeone
Il “nuovo ordine” o piuttosto disordine in costruzione, che già comporta un acuirsi dei conflitti Inter-imperialistici e una ripresa della corsa al nucleare, sta rendendo il mondo più conflittuale e pericoloso. Il “caos geopolitico” si sta aggravando, dando luogo a una crisi del sistema imperialista, ovvero a un indebolimento della potenza egemonica. A ciò si aggiunge l’emergere di nuovi imperialismi, come la Russia e la Cina. Siamo di fronte a una riconfigurazione continua in un contesto globale di fortissima instabilità, in cui non vi è nulla di consolidato. In ogni caso, l’imperialismo del blocco sotto la guida americana dopo il crollo dell’URSS non esiste più.
Gli USA oggi sono sotto la guida di Trump, un presidente reazionario vicino al fascismo. La sua strategia e dei suoi falchi decreta la fine dell’era precedente, sia in termini di cooperazione economica che di immigrazione. Il suo imperialismo riformulato non consente alcuna mobilità del lavoro, trasformando i lavoratori non bianchi e non cristiani nei nemici fondamentali della nuova era. La strategia riformula i principi, gli obiettivi e gli strumenti utilizzati dagli Stati Uniti e dal capitale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
È una forma di imperialismo, trasformata per affrontare le attuali sfide del potere egemonico degli Stati Uniti. La comprensione dei suoi obiettivi è essenziale per combattere la nuova estrema destra alla guida dell’imperialismo in declino ma ancora dominante. Il progetto è l’imposizione di un nuovo modello di sfruttamento e oppressione.
La potenza militare, supportata dall’intelligenza artificiale e dalle armi nucleari, sarà utilizzata per garantire l’accesso totale alle risorse fossili e non fossili, nonché ai minerali essenziali, indipendentemente dal territorio interessato. Il cambiamento climatico viene presentato come un’ideologia dannosa.
In tutte le Americhe compreso il Canada e l’America Latina vogliono imporre sia una gestione politica di estrema destra che una cooperazione economica con gli Usa, nell’ottica di limitare la feroce concorrenza con la Cina, paese imperialista che continua a primeggiare dal punto di vista economico e commerciale. A tal fine, chiede l’armamento di Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il rafforzamento dell’India come concorrente della Cina nella regione.1
La Mondializzazione dell’economia spinge verso una crisi di governabilità: il nuovo dominio di classe è strutturalmente instabile. Tutto ciò conduce a delle aperte crisi di legittimità e di governabilità in numerosi paesi e intere regioni, verso una condizione di stato di crisi permanente.
Il pericolo maggiore è rappresentato dalla guerra e dalla possibilità di utilizzo di bombe atomiche, ma anche guerre condotte con armi “convenzionali”, in presenza di centrali nucleari, avrebbe effetti ugualmente catastrofici. Anche le armi biologiche e chimiche minacciano di avere conseguenze simili. E’ sempre più relativo il concetto di “armi convenzionali” se poi esistono bombe e testate non nucleari che hanno una potenza distruttiva altrettanto grande o persino maggiore della bomba atomica di Hiroshima.
L’AGGRESSIONE ALL’IRAN
Considerato il diritto dell’Iran a difendersi dall’attacco, le azioni di Stati Uniti e Israele potrebbero innescare una guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Se venisse confermato che israeliani e americani stanno attaccando le infrastrutture petrolifere iraniane, è del tutto plausibile che l’Iran possa chiudere lo Stretto di Hormuz con mezzi militari, scatenando un caos commerciale, energetico e inflazionistico fenomenale nell’economia globale, potenzialmente raggiungendo proporzioni storiche paragonabili solo a quelle seguite alla Guerra del Kippur, che precipitò nella cosiddetta “crisi petrolifera” del 1973.
Più in generale, ciò a cui stiamo assistendo in via embrionale dal 2008, ma in modo molto più chiaro dal 2022, è che gli eventi in Ucraina, Palestina, Venezuela e ora Iran costituiscono fronti diversi di un conflitto globale. Il suo obiettivo è impedire con la forza il declino dell’egemonia statunitense e occidentale nel mondo, minacciata principalmente dal crescente potere della Cina. In Ucraina, l’obiettivo è indebolire la Russia, un partner chiave della Cina. In Venezuela, l’obiettivo è privare la Cina dell’accesso a importanti riserve di energia e risorse latinoamericane. L’Iran è l’anello cruciale dell’integrazione eurasiatica, con i suoi corridoi energetici e di trasporto est-ovest e nord-sud. Nel caso dell’Iran, l’obiettivo è lo stesso della Siria: l’eliminazione di un regime – certamente autoritario e antioperaio, ma non per questo meno sovrano e indipendente – e la sua successiva sostituzione con il consueto mix di governo subordinato e caos violento tipico di un regime fallito.
Gli iraniani affermano che risponderanno in proporzione all’aggressione subita. Affermano di avere una capacità missilistica molto maggiore di quella dimostrata nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, quando 45 dei loro missili penetrarono l’Iron Dome israeliano dopo aver esaurito e superato le sue capacità di intercettazione (a cui, oltre agli Stati Uniti, collaborarono anche gli europei, con la loro solita ipocrisia).
Giunta al suo quarto anno, la guerra in Ucraina rimane impantanata in negoziati più ambigui che mai. Il fatto che l’attore principale della guerra, gli Stati Uniti, si presenti come “mediatore” deriva esclusivamente dal timore che una sconfitta militare della NATO possa minare il prestigio di Washington. Trump ha scaricato la responsabilità degli aiuti militari a Kiev sugli europei, ma, a parte il sostegno finanziario, il suo coinvolgimento rimane invariato. La CIA e l’MI6 britannico continuano a essere molto attivi, identificando obiettivi e facilitando numerosi attacchi ucraini, e aerei americani e britannici continuano a operare nel Mar Nero, guidando gli attacchi ucraini contro le retrovie russe.
Oggi più che mai dobbiamo lottare contro l’imperialismo, in solidarietà con il popolo, e contrastare la guerra e la militarizzazione come pilastri essenziali e non negoziabili per costruire un’alternativa eco-socialista e una democrazia operaia.2


