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  • Iran: “Aumenta la repressione, continua la resistenza civile e le richieste di giustizia”

    Iran: “Aumenta la repressione, continua la resistenza civile e le richieste di giustizia”

    Dall’agenzia di stampa Human Rights Activist

    Il 12 gennaio, sedicesimo giorno di proteste nazionali in Iran, si è verificato il blackout totale di internet e l’interruzione di tutti i canali di comunicazione in tutto il Paese, impedendo di fatto qualsiasi accesso indipendente alle informazioni. In questo contesto, i dati e i documenti raccolti dalle organizzazioni per i diritti umani indicano un forte aumento del numero di vittime e arresti.

    Secondo gli ultimi dati confermati da HRANA, finora sono state uccise 646 persone durante le proteste. Questa cifra include 505 manifestanti (tra cui 9 bambini), 133 militari e membri delle forze dell’ordine, un pubblico ministero e sette civili che non stavano partecipando alle proteste.

    Inoltre, sono ancora in fase di esame altre 579 segnalazioni di decessi.

    Allo stesso tempo, si segnalano raduni e slogan scanditi dalle famiglie delle persone uccise nel cimitero Behesht Zahra di Teheran, segno che le proteste continuano anche in un contesto di lutto, una questione che, in un contesto di totale blackout delle comunicazioni, ha aumentato le preoccupazioni sulla reale portata della repressione.

    Dopo 606 manifestazioni in 187 città dell’Iran, le proteste sono continuate per il sedicesimo giorno consecutivo, nonostante il blackout totale delle comunicazioni.

    Stato delle comunicazioni: interruzione totale e blocco delle informazioni

    Nel sedicesimo giorno di proteste, il blackout di internet e l’interruzione di tutti i canali di comunicazione hanno raggiunto un livello senza precedenti. Secondo i resoconti pubblicati, l’interruzione di internet è durata oltre 100 ore. Oltre ai servizi internet fissi e mobili, anche le telefonate e altri mezzi di comunicazione sono stati gravemente interrotti o addirittura completamente interrotti.

    Questa situazione non solo ha interrotto il flusso di informazioni pubbliche, ma ha anche posto seri limiti ai processi di verifica indipendenti condotti dalle organizzazioni per i diritti umani. Di conseguenza, una parte significativa delle informazioni disponibili viene ricevuta in ritardo, attraverso canali limitati e ad alto rischio, e la capacità di presentare un quadro completo e aggiornato degli sviluppi sul campo è stata gravemente ostacolata.

    Statistiche HRANA alla fine del sedicesimo giorno

    Secondo gli ultimi dati aggregati e verificati di HRANA alla fine del sedicesimo giorno di proteste:

    • 505 manifestanti furono uccisi.
    • Tra questi sono stati identificati nove bambini (di età inferiore ai 18 anni).
    • Sono stati uccisi 133 membri delle forze armate e delle forze dell’ordine.
    • È morto un membro non militare affiliato al governo (un pubblico ministero).
    • Sette delle vittime erano cittadini civili che non stavano partecipando alle proteste.

    Sulla base di queste cifre, il numero totale di decessi confermati ammonta a 646 fino ad oggi.

    Inoltre, l’HRANA ha ricevuto altre 579 segnalazioni di decessi che sono attualmente in fase di revisione e verifica.

    Secondo ulteriori dati, il numero totale dei detenuti ammonta a 10.721.

    Inoltre, finora i media ufficiali o affiliati al governo hanno pubblicato 97 casi di confessioni estorte ai detenuti, a dimostrazione della continua pressione esercitata sulle persone arrestate da parte della sicurezza e della magistratura.

    Sviluppi chiave sul campo: incontro a Behesht Zahra, Teheran

    Uno degli sviluppi più significativi del sedicesimo giorno è stata la pubblicazione di resoconti e video dal cimitero Behesht Zahra di Teheran.

    Questi resoconti mostrano che le famiglie che hanno ricevuto i corpi delle persone uccise durante le manifestazioni o che hanno seppellito i loro cari si sono radunate nei luoghi di sepoltura e hanno scandito slogan di protesta.

    Organizzare tali raduni in un ambiente altamente sicuro e in condizioni di totale blackout di Internet e delle comunicazioni dimostra la persistenza del dissenso e della protesta, anche in spazi associati al lutto e ai riti funebri, il che testimonia il profondo legame tra le manifestazioni di piazza e la richiesta di giustizia da parte delle famiglie per le vittime.

    Discorso ufficiale del governo e escalation della retorica sulla sicurezza

    Mentre il numero delle vittime aumenta, i funzionari della Repubblica islamica e i media statali continuano a sottolineare le accuse di una “narrazione inventata” dai media e dalle organizzazioni internazionali, attribuendo la responsabilità della violenza a “elementi stranieri”, “terroristi” e “rivoltosi”.

    In questo contesto, in diverse città si sono svolte manifestazioni pro-governative, accolte con favore da alti funzionari, mentre si sono intensificate le minacce di una risposta “senza esclusione di colpi” ai manifestanti, agli attivisti e ai presunti “istigatori” delle dimostrazioni.

    Reazioni e sviluppi internazionali nelle ultime 24 ore

    A livello internazionale, il sedicesimo giorno di manifestazioni è stato accompagnato da una nuova ondata di reazioni:

    • I leader e i funzionari europei hanno espresso la loro “costernazione” per l’intensità della violenza perpetrata contro i manifestanti e hanno accusato il governo iraniano di presentare una “versione inventata” degli eventi.
    • Il presidente del Parlamento europeo ha annunciato restrizioni all’ingresso del personale diplomatico e dei rappresentanti della Repubblica islamica negli edifici del Parlamento, una misura vista come un segnale dell’escalation delle tensioni diplomatiche tra l’Unione europea e l’Iran.
    • Diversi governi europei, tra cui Francia e Svezia, hanno evacuato il personale non essenziale dalle loro ambasciate a Teheran o hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare l’Iran a causa del deterioramento della situazione della sicurezza.
    • I governi tedesco, francese e irlandese hanno condannato la repressione “brutale e sproporzionata” dei manifestanti e hanno sottolineato la necessità di porre immediatamente fine alla violenza e ripristinare l’accesso a Internet.
    • Negli Stati Uniti, alti funzionari hanno nuovamente affermato che sono allo studio “varie opzioni” in risposta all’evoluzione della situazione in Iran, pur esprimendo la loro preferenza per un approccio diplomatico.
    Vincoli di documentazione e considerazioni sulla sicurezza

    Il blackout totale di Internet e delle comunicazioni, oltre a ridurre il flusso di informazioni, ha creato gravi rischi per la sicurezza di cittadini, giornalisti e attivisti all’interno del Paese. In queste condizioni, il trasferimento di dati, immagini e video avviene con un elevato grado di rischio e molti incidenti potrebbero non essere mai documentati.

    HRANA sottolinea che tutte le cifre pubblicate rappresentano stime minime basate su dati verificati e che, date le condizioni attuali, è altamente probabile che queste cifre aumentino in modo significativo. [Il Washington Post del 13 gennaio, nel tardo pomeriggio ora europea, riporta che HRANA ha appena pubblicato una stima di 2.000 persone uccise dalle forze repressive – ndr]

    Contesto

    Le proteste nazionali in Iran sono iniziate il 28 dicembre e proseguono oggi (12 gennaio) per il sedicesimo giorno consecutivo. Dal tredicesimo giorno di proteste, il governo iraniano ha imposto un blackout generalizzato di internet e delle comunicazioni, gettando il Paese in un blackout informativo.

    In questo contesto, il significativo aumento del numero delle vittime, i continui arresti di massa, la pubblicazione di confessioni forzate e ora i raduni delle famiglie delle vittime uccise nel cimitero Behesht Zahra di Teheran dipingono un quadro inquietante di crescente repressione, insieme alla continua resistenza civile e alle richieste di giustizia.

    Articolo pubblicato sul sito: https://alencontre.org/

    Leonardo De Angelis

    14 Gennaio 2026
    Internazionale
  • «Va bene, non ce l’ho con te». E poi l’hanno uccisa

    «Va bene, non ce l’ho con te». E poi l’hanno uccisa

    Di Leonardo De Angelis

    «Va bene, non ce l’ho con te».
    Queste sono le ultime parole pronunciate da Renee Nicole Good prima di essere uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis. Non una minaccia. Non una provocazione. Non un gesto violento. Ma una frase di resa, di umanità, quasi di misericordia rivolta a chi, pochi istanti dopo, avrebbe deciso di spararle addosso.

    Dopo quelle parole, lo Stato americano ha premuto il grilletto.

    Renee Nicole Good aveva 37 anni. Era una madre, un’attivista comunitaria, una donna disarmata all’interno della propria auto. È stata uccisa durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione che, come troppe altre sotto l’amministrazione Trump, aveva più a che fare con l’esibizione muscolare del potere che con la sicurezza pubblica. I video e le testimonianze non mostrano una minaccia imminente. Mostrano un’escalation unilaterale, un uso letale della forza che arriva quando non è necessario, quando non è giustificabile, quando è semplicemente criminale.

    Ma se l’omicidio è l’atto, la reazione politica è il movente.

    Prima ancora che il corpo di Renee Nicole Good fosse freddo, esponenti dell’area trumpiana si sono affrettati a difendere l’assassino. Hanno parlato di legittima difesa, di agente “costretto a sparare”, di procedure rispettate. Hanno fatto quello che fanno sempre: hanno mentito per proteggere il potere. Hanno scelto da che parte stare. E non era quella della vittima.

    Questa non è una deviazione. È una linea politica coerente. Una linea che dice che la vita di alcune persone vale meno di un distintivo. Che l’autorità non va controllata, ma venerata. Che se una donna viene uccisa dallo Stato, il problema non è chi ha sparato, ma chi osa mettere in discussione lo sparo.

    La deriva ha raggiunto il suo punto più estremo quando il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato pubblicamente che gli agenti federali coinvolti in operazioni di questo tipo non dovranno temere conseguenze penali. Una promessa di immunità preventiva che equivale a una licenza di uccidere. Non un lapsus, non una provocazione, ma una linea politica: se lo Stato spara, lo Stato assolve se stesso.

    In altre parole, non solo l’omicidio di Renee Nicole Good viene giustificato a posteriori, ma viene annunciato come modello per il futuro. La violenza non è più un eccesso da coprire: è una pratica da garantire legalmente.

    La solidarietà politica verso l’agente ICE non è un errore di comunicazione. È un messaggio. Serve a dire a chi indossa un’arma e un’uniforme che può spingersi oltre, che verrà coperto, difeso, assolto preventivamente. Serve a dire alle comunità colpite che non avranno giustizia. Serve a normalizzare l’idea che lo Stato possa uccidere senza conseguenze, purché lo faccia contro i “giusti bersagli”.

    E allora diciamolo senza ipocrisie: non è solo Renee Nicole Good a essere stata uccisa. È stato ucciso il principio stesso di responsabilità democratica. È stata uccisa l’idea che il potere debba rispondere delle proprie azioni. È stata uccisa la distinzione tra forza e violenza.

    Dopo «va bene, non ce l’ho con te», non c’è stata esitazione. Non c’è stato ripensamento. Non c’è stato rispetto per una vita umana. C’è stato il fuoco. E poi, puntuale, la copertura politica.

    Chi oggi difende l’agente ICE non sta difendendo la sicurezza. Sta difendendo il diritto dello Stato di uccidere senza essere disturbato. Sta scegliendo un’America in cui la violenza istituzionale non è una patologia da curare, ma uno strumento da rivendicare.

    Minneapolis non è un incidente. È un avvertimento.
    E chi applaude, giustifica o minimizza, non è spettatore: è complice.

    Leonardo De Angelis

    11 Gennaio 2026
    Internazionale, Uncategorized
  • Fuori gli USA dal Venezuela! Mobilitiamoci contro l’aggressione imperialista!

    Fuori gli USA dal Venezuela! Mobilitiamoci contro l’aggressione imperialista!

    Di MPS

    Era una minaccia nell’aria da settimane e questa notte si è concretizzata. È stato lo stesso Trump, attraverso il suo social network Truth Social, a confermare l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela: un massiccio bombardamento della capitale — e di altre città del Paese — al termine del quale il presidente Maduro e sua moglie sarebbero stati catturati ed estradati dal territorio venezuelano dall’esercito degli Stati Uniti.

    Gli attacchi di questa mattina avrebbero colpito, oltre che basi militari, siti petroliferi ed energetici, confermando gli appetiti imperialisti degli USA sulle immense ricchezze naturali del Paese, che Washington mira a controllare anche attraverso un cambio di regime. Obiettivi ben diversi da quelli proclamati ufficialmente da Trump, che da mesi giustifica un’operazione di questo tipo sulla base di una presunta lotta contro il narcotraffico e contro un cartello che godrebbe del sostegno del governo venezuelano.

    Con questo arresto e con questa brutale aggressione imperialista volta a sottomettere il Venezuela, Trump intende lanciare un chiaro messaggio a tutta l’America Latina e ai popoli della regione: accettare senza reagire il dominio politico, economico e militare degli Stati Uniti.

    È necessario reagire con forza a questo attacco, indipendentemente dal giudizio — anche fortemente critico o di condanna — che si può avere nei confronti del regime di Maduro, del suo governo, delle politiche repressive e delle scelte economiche adottate negli ultimi anni.

    La nostra solidarietà va al popolo venezuelano, al suo diritto all’autodeterminazione, al diritto di scegliere, criticare e, se necessario, cambiare il proprio governo, senza ingerenze politiche o militari da parte di potenze straniere. Di fronte a questo attacco scandaloso, l’urgenza è costruire un ampio movimento anti-imperialista che esiga il ritiro immediato delle truppe statunitensi dall’area caraibica, la fine delle sanzioni contro il Venezuela e che si mobiliti per fermare e sconfiggere l’offensiva di Trump

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    3 Gennaio 2026
    Internazionale
  • Marxisti russi condannati a lunghe pene detentive per tentato colpo di stato

    Marxisti russi condannati a lunghe pene detentive per tentato colpo di stato

    di Brescia Anticapitalista

    Continua in Russia (come in Ucraina, d’altra parte, e un po’ ovunque nell’est Europa) la caccia alle streghe contro i comunisti (per lo meno quelli che mantengono posizioni internazionaliste). Dopo la condanna a 8 anni di galera del compagno Boris Kagarlitsky, è la volta di quella che è stata definita una “cellula marxista” nella Repubblica dei Bashkiri, nella zona del medio Volga). A questo proposito ripubblichiamo un breve articolo di Luca Ferretti, da “Notizie.it”

    La recente sentenza emessa dal tribunale militare di Yekaterinburg ha suscitato un acceso dibattito riguardo alla libertà di espressione e alle pratiche giuridiche in Russia. Cinque uomini, tutti membri di un gruppo di discussione marxista attivo nella Repubblica di Bashkortostan, sono stati condannati a lunghe pene detentive dopo essere stati accusati di aver progettato un colpo di stato.

    Le condanne, che variano da 16 a 22 anni, sono state annunciate a seguito di un processo che ha suscitato preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani e per la repressione delle opinioni dissidenti. I cinque uomini, la cui età varia dai 40 ai 66 anni, sono stati arrestati nel marzo, poco dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

    Le accuse e il processo

    Il governo russo ha accusato i membri del gruppo di aver pianificato un’azione violenta con l’intenzione di rovesciare il regime attuale e instaurare un governo sovietico. Tuttavia, i condannati hanno sempre negato le accuse, sostenendo di aver partecipato solamente a discussioni teoriche riguardo alla rivoluzione, senza alcuna intenzione di incitare alla violenza reale.

    Le dichiarazioni in aula

    Durante il processo, i difensori hanno descritto le testimonianze presentate contro di loro come infondate, accusando il testimone principale, Sergei Sapozhnikov, di aver fornito prove false. Sapozhnikov, un ex combattente per le forze separatiste in Ucraina, ha cambiato schieramento e ha testimoniato contro i marxisti, suscitando ulteriori polemiche.

    I giudici del tribunale, dopo aver ascoltato le prove, hanno dichiarato i cinque uomini colpevoli di aver costituito un gruppo terroristico e di aver complottato per un colpo di stato. Le richieste di pena da parte della pubblica accusa variavano tra i 20 e i 24 anni di carcere, evidenziando la severità delle misure adottate dallo stato nei confronti dei dissidenti.

    Le reazioni e le implicazioni

    Dopo la lettura della sentenza, i condannati hanno manifestato il loro disappunto, apostrofando i giudici con urla di “fascisti”. In particolare, hanno descritto il processo come una silenziosa esecuzione e un chiaro atto di repressione nei confronti dei comunisti. Le loro parole mettono in luce un clima di crescente tensione e paura tra coloro che osano sfidare l’autorità russa.

    Il contesto politico attuale

    Questa vicenda si colloca in un contesto più ampio di repressione delle voci dissidenti in Russia, dove il governo ha intensificato gli sforzi per silenziare ogni forma di opposizione. L’arresto e la condanna di attivisti politici, specialmente quelli di sinistra, riflettono una strategia ben definita per mantenere il controllo e dissuadere eventuali movimenti di protesta.

    Il caso di questi cinque marxisti non è un episodio isolato, ma rappresenta piuttosto un segnale preoccupante per la società russa. Molti osservatori internazionali temono che la repressione della libertà di espressione possa intensificarsi nei prossimi anni, soprattutto in vista delle tensioni geopolitiche in corso.

    In conclusione, la sentenza emessa dal tribunale di Yekaterinburg non solo segna un capitolo drammatico nella storia del dissenso politico in Russia, ma solleva anche interrogativi cruciali sulla direzione futura del paese e sulla possibilità di un vero dibattito democratico.

    Articolo pubblicato sul sito: https://bresciaanticapitalista.com/

    Leonardo De Angelis

    23 Dicembre 2025
    Internazionale
  • La crisi economica approfondisce le contraddizioni tra i blocchi imperialisti

    La crisi economica approfondisce le contraddizioni tra i blocchi imperialisti

    Di Nando Simeone

    La novità della conflittualità tra Stati Uniti ed Europa

    Il “nuovo ordine” o piuttosto disordine in costruzione, che già comporta un acuirsi dei conflitti Inter-imperialistici e una ripresa della corsa al nucleare, sta rendendo il mondo più conflittuale e pericoloso. Il “caos geopolitico” si sta aggravando, dando luogo a una crisi del sistema imperialista, ovvero a un indebolimento della potenza egemonica. A ciò si aggiunge l’emergere di nuovi imperialismi, come la Russia e la Cina. Siamo di fronte a di una riconfigurazione continua in un contesto globale di fortissima instabilità, in cui non vi è nulla di consolidato. In ogni caso, l’imperialismo del blocco sotto la guida americana dopo il crollo dell’URSS non esiste più.

    Questa situazione conflittuale progredisce e si manifesta anche sul terreno della geo economia e della geopolitica africana, dove la Russia è in competizione con la Francia e con gli Stati Uniti sia sul piano economico e sia su quello militare, in particolare nelle ex colonie francofone dell’Africa occidentale. La Cina, dal canto suo, sta cercando di aumentare la propria influenza economica in tutte le parti del continente africano.

    Parallelamente l’amministrazione Trump degli Stati Uniti con la nuova strategia di sicurezza nazionale, abbandona l’asse centrale dell’alleanza NATO con Unione Europea e interviene pesantemente sia sul cambio di regime nei paesi UE e nella stessa Unione Europea, sia sul terreno economico.

    Tale strategia presenta l’ascesa dei “partiti patriottici europei” come motivo di “grande ottimismo”, mentre descrive i governi democraticamente eletti come “governi di minoranza” che “calpestano i principi democratici”.

    La Russia, in questo nuovo quadro, non viene descritta come minaccia. Il concetto stesso di deterrenza, cardine della politica di difesa occidentale per ottant’anni, scompare. Si parla soltanto di “stabilità strategica” e di normalizzazione dei rapporti con il regime di Putin.

    Si tratta di un documento che rilancia la competizione degli USA sul mercato, sia nei confronti degli stati dell’UE sia della Russia, intrecciandola con il loro profilo politico, reazionario se non apertamente fascista. Tra gli obiettivi indicati vi sono;

    – stabilire una relazione pacifica e stabile con la Russia;
    – favorire un’Europa composta da nazioni sovrane, meno integrate;
    – bloccare l’espansione della NATO;
    – aprire i mercati europei ai prodotti americani;
    – rafforzare i rapporti con l’Europa dell’Est e del Sud tramite armi, commercio e influenza culturale;
    – incoraggiare l’opposizione interna alle attuali classi dirigenti europee.

    Il pericolo dei Brisc un blocco costruito intorno alla Cina. Questo schieramento, in espansione e all’offensiva, comprende la Russia – nonostante i suoi interessi particolari e le contraddizioni con Pechino – , la Corea del Nord, molte repubbliche dell’Asia centrale. Esso sta consolidando nuove alleanze, tra cui i califfati mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Iran) e mira a trasformare i BRICS in un’alleanza contro l’imperialismo occidentale.

    La Mondializzazione dell’economia spinge verso una crisi di governabilità: il nuovo dominio di classe è strutturalmente instabile. Tutto ciò conduce a delle aperte crisi di legittimità e di governabilità in numerosi paesi e intere regioni, verso una condizione di stato di crisi permanente.

    Un capitalismo in profonda crisi che di fronte all’umanità non riesce a celare i suoi crimini ai danni degli uomini, delle donne, dell’ambiente e degli animali non umani. Guerre, miseria, precarietà del lavoro, distruzione ambientale e carestie: questi sono gli ingredienti che il capitalismo del XXI secolo ci riserva.

    Il pericolo maggiore è rappresentato dalla guerra e dalla possibilità di utilizzo di bombe atomiche, ma anche guerre condotte con armi “convenzionali”, in presenza di centrali nucleari, avrebbe effetti ugualmente catastrofici. Anche le armi biologiche e chimiche minacciano di avere conseguenze simili. E’ sempre più relativo il concetto di “armi convenzionali” se poi esistono bombe e testate non nucleari che hanno una potenza distruttiva altrettanto grande o persino maggiore della bomba atomica di Hiroshima.

    Dalla globalizzazione a un nuovo protezionismo vedi dazi

    La crisi della globalizzazione spinge l’Occidente verso un ripiegamento su macro aree se non addirittura su base nazionale. Le tensioni commerciali in corso danno vita a processi i cui esiti sono di difficile previsione. La rincorsa a mettere barriere per proteggere produzioni interne è stata innescata dagli Usa, con la presidenza Obama, ed è andata aumentando e consolidandosi con Trump fino a Biden. Oggi Trump imprime un’ulteriore radicalizzazione di questa tendenza. Campioni finanziari-industriali di livello globale (Amazon, Google, BlackRock, per fare solo alcuni esempi) organizzati su una scala sovranazionale, sembrano calarsi nel nuovo contesto competitivo adeguandosi con una repentinità a volte persino imbarazzante. Trump sembra rappresentare un rilancio del loro dominio senza interventi governativi, un’opportunità per alleggerire provvedimenti antitrust e regolamentazioni che con l’ultimo Biden erano apparsi sulla scena politica democratica. Sembra esser nato un nuovo schieramento socio-politico fortemente segnato dal protagonismo delle classi dominanti.

    La sanguinosa offensiva bellica scatenata dallo Stato sionista di Israele e dall’imperialismo statunitense contro il popolo palestinese, in seguito all’attacco del 7 ottobre, ha ulteriormente sconvolto la fragile e caotica situazione di un mondo in crisi multidimensionale.

    Occorre aggiungere a ciò la continua guerra della Russia all’Ucraina, così come l’ascesa e l’affermazione dell’estrema destra. Questo quadro spinge l’amministrazione Trump a conquistare nuovi mercati, sia con la vendita di Armi, basta vedere tutti i paesi UE da chi acquistano le armi, con aumenti consistenti delle spese militari in relazione al PIL, ma l’obiettivo centrale è riaprire relazioni commerciali con la Russia. Al di là delle sanzioni che erano state programmate e ad oggi completamente delegate al’ UE provare a destabilizzare il Brics o ad introdurre contraddizioni tra Russia e Cina.

    Il vero assente oggi in questa situazione difficile e drammatica è il movimento di massa contro la guerra e contro l’aumento delle spese militari, che abbia la capacità di intrecciarsi con i bisogni sociali sempre più martoriati dalle politiche neoliberista di austerità.

    Leonardo De Angelis

    10 Dicembre 2025
    Internazionale
  • Gaza, nessun vero piano di pace

    Gaza, nessun vero piano di pace

    A colloquio con Gilbert Achcar

    Nelle scorse settimane Gilbert Achcar, autore del recente Gaza, génocide annoncé – Un tournant dans l’histoire mondiale (che uscirà quanto prima anche in italiano), ha animato una serie di incontri pubblici in Svizzera romanda. Pubblichiamo qui il testo di una intervista condotta da Jospeh Daher. (Red)

    Lungi dalle illusioni che promuove, in che modo il “piano di pace” in 20 punti del presidente Trump per Gaza costituisce un ulteriore passo verso la liquidazione della questione palestinese e dei diritti del popolo palestinese? Quale, a tuo avviso, dovrebbe essere la base fondamentale di un autentico “piano di pace” per garantire i diritti del popolo palestinese?

    La prima caratteristica di questo “piano di pace” è che è il più frettolosamente elaborato nella storia del conflitto arabo-israeliano, come ho descritto molto recentemente su Le Monde diplomatique (novembre 2025). Per questo motivo, la sua attuazione suscita grande scetticismo, soprattutto perché è oggetto di interpretazioni divergenti da parte dei principali protagonisti.

    Ciò che è molto chiaro è che questo “piano Trump” ignora il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Prevede una continuazione a lungo termine dell’occupazione israeliana di Gaza – quantomeno all’interno di un “perimetro di sicurezza” lungo il confine dell’enclave – e pone il resto del territorio sotto il controllo quasi coloniale di un consiglio di amministrazione chiamato “Consiglio per la Pace”, presieduto dallo stesso Donald Trump.

    Si suppone che questo Consiglio includa tra i suoi membri l’ex primo ministro britannico Tony Blair, partner degli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq nel 2003 e il cui curriculum include incarichi fiduciari ispirati ai mandati coloniali della Società delle Nazioni (predecessore dell’ONU), sia in Kosovo che in Iraq.

    Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e la creazione di uno stato palestinese vengono discussi solo come uno scenario futuro ipotetico, che verrà preso in considerazione solo se l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) verrà “riformata” per soddisfare i gusti di Israele e degli Stati Uniti. Dato che l’attuale ANP è già disprezzata dalla stragrande maggioranza dei palestinesi perché percepita come subordinata all’occupante, si può immaginare come sarebbe un’ANP “riformata”.

    Affinché una soluzione pacifica delle relazioni israelo-palestinesi emerga in modo convincente e sostenibile, deve basarsi sui diritti del popolo palestinese: autodeterminazione, ritorno e risarcimento dei rifugiati, e pari diritti. In breve, occorrerebbe mettere fine al sionismo come impresa coloniale fondata, come tutte le imprese di questo tipo, su un disprezzo razzista per la popolazione indigena e incentrata su uno stato definito su base etnico-religiosa come stato “ebraico”. Solo allora sarà possibile per la popolazione ebraico-israeliana coesistere pacificamente e in condizioni di parità con la popolazione palestinese.

    Da questa prospettiva, ciò richiederebbe il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi detenuti da Israele; il ritiro totale e incondizionato dell’esercito israeliano da tutti i territori occupati dal 1967, vale a dire la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e Gaza (oltre, naturalmente, agli altri territori arabi occupati in Siria e Libano); l’evacuazione dei coloni sionisti; lo smantellamento del muro di separazione; e una reale uguaglianza di diritti per i palestinesi che possiedono la cittadinanza israeliana, attualmente cittadini di seconda classe nello stato di Israele.

    Più immediatamente, a Gaza, oltre al ritiro dell’occupante, dovrebbero essere imposte ingenti riparazioni a Israele e al suo sponsor americano, consentendo la ricostruzione e la riabilitazione del territorio devastato dalla guerra genocida e altamente distruttiva condotta lì dall’esercito israeliano.

    Invece, Donald Trump, i suoi figli e le loro aziende di famiglia, suo genero Jared Kushner, il suo amico Steve Witkoff e suo figlio – tutti imprenditori immobiliari – stanno pianificando di spremere denaro dalle monarchie petrolifere arabe per finanziare una ricostruzione da cui trarrebbero enormi profitti. Questo dimostra quanto siamo lontani da un autentico “piano di pace”.

    Nel tuo libro, tu parli di “genocidio annunciato” quando discuti della tragedia che i palestinesi stanno vivendo dal 7 ottobre 2023, sottolineando in particolare la natura coloniale del progetto politico sionista. Puoi riassumerne i punti principali?

    La guerra genocida di Gaza è la continuazione diretta di una storia che inizia con la fondazione del movimento sionista a Basilea alla fine del XIX secolo, un progetto concepito come iniziativa ausiliaria all’espansione coloniale europea, allora al suo apice. Diversi colonialismi di insediamento nel corso della storia sono stati responsabili di genocidi: basti pensare al Nord America e all’Australasia per citare due esempi ben noti.

    Il razzismo insito nell’impresa coloniale è quindi sempre potenzialmente genocida. Affinché questo potenziale si realizzi, soprattutto ai nostri giorni, sono necessarie condizioni politiche specifiche. Queste condizioni sono legate a un altro potenziale insito nell’impresa coloniale, ovvero la sua tendenza a deviare verso l’estrema destra.

    Come previsto da molti intellettuali critici del sionismo, questa tendenza non tardò a concretizzarsi nello stato di Israele. Dopo un periodo iniziale in cui questo stato fu governato dall’ala socialdemocratica del movimento sionista, l’ala neofascista del Likud salì al potere nel 1977, rimanendovi quasi ininterrottamente da allora.

    L’attuale governo di Benjamin Netanyahu è una coalizione tra il Likud e gruppi ancora più di destra, che un esperto israeliano dell’Olocausto non ha esitato a definire “neonazisti” sul quotidiano Haaretz.

    Nel tuo libro discuti le prospettive di una strategia di liberazione per il popolo palestinese, sottolineando in particolare due punti fondamentali basati sulla lotta di massa e sul quadro regionale. Puoi spiegarlo meglio?

    Come ogni strategia, quella volta alla liberazione deve basarsi su una valutazione del territorio e dell’equilibrio di potere. Deve basarsi sulle condizioni specifiche. Tuttavia, la resistenza palestinese, iniziata nel 1964, si è a lungo ispirata alla lotta di liberazione algerina, senza prestare attenzione alle grandi differenze tra l’Algeria, dove i coloni europei erano una minoranza, e la Palestina, dove la popolazione ebraico-israeliana è largamente maggioritaria entro i confini ufficiali dello stato di Israele e in una proporzione quasi equivalente a quella dei palestinesi in tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

    Quanto alla sproporzione delle forze militari, è estrema. Ecco perché una strategia che miri a sconfiggere militarmente il sionismo è destinata al fallimento e non può che aggravare le sofferenze dei palestinesi, ora giunte al culmine con il genocidio seguito all’operazione del 7 ottobre 2023, con l’ulteriore minaccia di una nuova pulizia etnica che si aggiunge alla Nakba del 1948.

    Date le condizioni specifiche della lotta palestinese, questa può trionfare solo conquistando una larga fetta della popolazione ebraico-israeliana, proprio come gli afroamericani hanno ottenuto vittorie solo attraverso un movimento di massa e non violento per i diritti civili. Ecco perché sottolineo che, affinché una strategia sia significativa per la lotta palestinese, deve mirare a staccare una parte crescente della popolazione ebraico-israeliana dal sionismo. La strategia di Hamas ha l’effetto opposto.

    Infine, quali sono i compiti della sinistra a livello internazionale nel sostenere la causa palestinese?

    Questa è l’altra potenziale leva a disposizione della lotta palestinese, che deve essere sviluppata. Deve fare affidamento sulla solidarietà internazionale. L’orrore della guerra genocida condotta da Israele a Gaza ha finalmente innescato un importante movimento di solidarietà con i palestinesi negli stessi paesi occidentali, i tradizionali sostenitori dello stato sionista. Ciò è tanto più importante perché questa solidarietà si manifesta anche nel principale sostenitore di Israele, gli Stati Uniti, e soprattutto tra gli ebrei americani, in particolare tra i giovani ebrei americani.

    Ma coltivare questa solidarietà richiede anche una strategia fondata sui valori democratici e umanisti che stabiliscono la superiorità morale degli oppressi sui loro oppressori. La sinistra internazionale deve contribuire a rafforzare tale strategia aumentando il suo coinvolgimento nel movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), più attuale che mai di fronte a uno stato genocida.

    Dobbiamo continuare a chiedere agli stati di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali, e ancor più quelle militari, con lo stato di Israele. Aumentare questa pressione è un elemento essenziale di un autentico piano di pace.

    *intervista apparsa su SolidaritéS il 7 novembre 2025

    Leonardo De Angelis

    17 Novembre 2025
    Internazionale, Palestina
  • Germania, la cannabis legale funziona: meno reati e nessuna crescita del consumo

    Germania, la cannabis legale funziona: meno reati e nessuna crescita del consumo

    Di Mario Catania

    Era il primo aprile del 2024 quando in Germania entrò in vigore la legge (KCanG) che ha reso legale l’autoproduzione di cannabis in forma domestica e associata nei Cannabis Social Club, oltre che il consumo per i maggiorenni, con alcune limitazioni. Una legge che non rappresenta una completa legalizzazione, perché non sono presenti negozi con licenze deputati alla vendita, ma che in Europa ha stabilito uno spartiacque nelle politiche sulla cannabis perché, nonostante Malta e Lussemburgo ne avessero approvate di simili, è arrivata dalla più grade economia europea che ha la forza di indicare la strada anche agli altri Stati membri.

    Mentre infatti in Europa la EUDA (European Union Drugs Agency) sta promuovendo il progetto Cannapol per fornire strumenti di policy che accompagnino governi nazionali nel disegnare regolamentazioni basate su evidenza scientifica, vale la pena ricordare che, se le legalizzazioni americane sono arrivate principalmente per ragioni economiche, la svolta nel cuore dell’Europa è arrivata per motivi sociali e sanitari. “Mi preoccupo di proteggere e aiutare le persone, non di punirle. Con la vendita controllata e regolata della cannabis in Germania, faremo la storia europea” aveva infatti sottolineato Burkhard Blienert, l’allora commissario tedesco per le droghe, spiegando che l’approccio sarebbe stato rivoluzionario e avrebbe portato un “vero cambiamento di paradigma nella politica delle droghe e delle dipendenze”.

    Perché è questo il punto sul quale si gioca tutto: scegliere se continuare con l’impostazione fallimentare della “guerra alla droga”, che non tocca quasi mai gli interessi dei grandi gruppi criminali e porta in carcere semplici consumatori, facendoci spendere cifre assurde per controlli e processi, in un cortocircuito che si autoalimenta, oppure smetterla di criminalizzare chi consuma sostanze per iniziare a inquadrare la questione dal punto di vista sociale, sanitario e dei diritti umani. Siamo talmente abituati alla logica attuale, che pensare a un consumatore di cannabis in carcere non ci crea grandi problemi, nonostante non ci sia né un reato né un’offesa alla cosa o alla salute pubblica. Ma cercare di risolvere il problema delle droghe nella società, presenti da millenni e a tutte le latitudini, mettendo in galera chi le consuma, è come pensare di risolvere il problema dell’obesità arrestando chi mangia tanto.

    Ecco perché è importante analizzare i dati che arrivano dalla Germania, per capire quale strada sia meglio scegliere. Ekocan è il progetto che valuta gli effetti della legge tedesca a partire dai dati, e la prima analisi è stata pubblicata a fine settembre.

    Mercato della cannabis
    Le prime analisi indicano che nel 2024 la domanda complessiva di cannabis in Germania – considerando sia l’uso medico che quello ricreativo – si è attestata tra le 670 e le 823 tonnellate. Solo una piccola parte di questo fabbisogno, pari al 9-13%, è stata soddisfatta attraverso il canale medico, mentre i club di coltivazione associati hanno coperto meno dello 0,1%. Il resto della domanda proviene principalmente dall’autoproduzione domestica o dal mercato illegale.

    Tutela dei giovani
    “I dati finora disponibili non rivelano effetti a breve termine sull’utilizzo dei servizi di prevenzione da parte dei giovani”, spiega il rapporto, mettendo in chiaro che: “Tuttavia, vi sono indicazioni sia di una diminuzione delle segnalazioni relative alla cannabis agli uffici di assistenza ai minori, sia di una diminuzione del numero di sedute di consulenza per le dipendenze a cui i giovani accedono. Questi sviluppi possono essere in parte spiegati dal calo del consumo di cannabis tra i giovani, osservato dal 2019 e che sembra continuare anche dopo la legalizzazione parziale”.

    Tutela della salute
    “Non si sono osservati chiari cambiamenti nell’attuale tendenza al consumo di cannabis tra gli adulti. L’aumento percentuale di adulti che hanno fatto uso di cannabis negli ultimi 12 mesi, osservato a partire dal 2011 circa, dovrebbe proseguire nel 2024 e nel 2025 senza drastici cambiamenti. Anche i risultati del monitoraggio delle acque reflue di undici città non indicano un aumento improvviso del consumo di cannabis”, si legge nello studio.

    Reati correlati
    Il punto principale è che “la legge sulla cannabis rappresenta la depenalizzazione più significativa nella storia della Repubblica Federale Tedesca in termini quantitativi”. Secondo le autorità tedesche: “Ha un impatto considerevole sul lavoro delle forze dell’ordine. I cosiddetti “reati di consumo” ai sensi della legge sugli stupefacenti (BtMG), precedentemente considerati dalla legge, hanno in gran parte cessato di essere perseguiti dal 1° aprile 2024. Tuttavia, con la definizione di nuovi reati amministrativi (ad esempio, il consumo in presenza di minori) e reati penali (ad esempio, la coltivazione di più di tre piante di cannabis), sono emersi anche nuovi compiti e responsabilità per le autorità, alcuni dei quali sono ancora poco chiari”. Ad ogni modo nello studio viene scritto chiaramente che: “I dati disponibili indicano che il numero totale di reati correlati alla cannabis denunciati è diminuito del 60-80%”.

    Articolo pubblicato sul sito: https://www.lindipendente.online/

    Leonardo De Angelis

    13 Novembre 2025
    Internazionale
  • Unire le lotte per cambiare tutto

    Unire le lotte per cambiare tutto

    Di Nando Simeone

    Il 28 novembre e il 12 dicembre due scioperi generali separati mostrano la necessità di un fronte comune contro le politiche reazionarie del governo Meloni!

    Dopo le grandi mobilitazioni in solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo palestinese, sembrava che la direzione della Cgil si stesse orientando verso l’unità d’azione con il sindacalismo di base e verso la partecipazione popolare sostenuta da tantissimi giovani e giovanissimi.

    Agli errori iniziali del gruppo dirigente Cgil, tanti iscritti e delegati avevano scelto di unirsi allo sciopero dell’USB del 22 settembre. A Roma ricordiamo che oltre 100.000 mila persone circondarono la Stazione Termini, e tante altre parteciparono nelle principali città: Milano, Genova, Livorno, Napoli e Palermo.

    Questa partecipazione ampia ha contribuito a spingere positivamente verso una presunta correzione della linea sindacale, portando allo sciopero generale del 3 ottobre, indetto congiuntamente da Cgil, Usb e dalla larga maggioranza del sindacalismo di base, con l’assenza della Csl e Uil. Lo sciopero è culminato con la grande manifestazione nazionale del 4 ottobre, caratterizzata da un’immensa partecipazione giovanile. Un corteo cosi grande a Roma non si vedeva da 20 anni, dalla mobilitazione della CGIL contro la cancellazione dell’articolo 18 nel febbraio del 2002 o di quella contro la guerra in Iraq un anno dopo, o anche delle grandi manifestazioni No Global che avevano attraversato il mondo intero così come sta accadendo oggi con la Palestina. La consapevolezza di essere parte integrante del movimento di solidarietà con il popolo palestinese, faceva pensare che di fronte alla finanziaria antipopolare del governo Meloni con l’allungamento dell’età pensionabile nel solco della riforma Fornero, i tagli a sanità, scuola e università, l’allargamento del precariato, in sostanza misure che danno ai ricchi per togliere ai lavoratori, pensionati, donne e precari, si mantenesse il fronte pro-Palestina provando ad ampliare ai confederali con il pieno coinvolgimento della Uil.

    Ciò non è avvenuto perché?

    Il timore del gruppo dirigente CGIL è che, in Italia, lo sviluppo di un movimento di massa, spinto dalla Cgil e dai sindacati di base possa assumere una valenza che, oltre a rivendicazioni radicali, già in parte presenti nella piattaforma della Cgil porti anche alla necessità di uno sbocco politico. Questo significherebbe mettere in agenda la costruzione di una forza veramente alternativa alle politiche di austerità di Maastricht, alle quali la Meloni si è ampiamente adeguata seguendo le scelte della U.E. governata dai Popolari, socialdemocratici (PD compreso) e centristi vari. In sostanza procedere nella direzione di Francia, dove le forze delle sinistre guidate da La France Insoumise di Melenchon, con la coalizione “Nuovo Fronte Popolare” hanno ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni legislative del 2024. Successivamente, secondo le regole elettorali francesi e senza una maggioranza assoluta, si sono susseguiti accordi e compromessi tra post-fascisti di Le Pen e centristi, nel tentativo di mantenere il governo, scontrandosi però ripetutamente con l’ingovernabilità e con le politiche di austerità fortemente contrastate, sia a livello sociale che politico. Da notare che i sindacati francesi – CFDT, CFTC, CGT e FO- hanno la buona pratica, sia tra quelli moderati che tra quelli più radicali, di muoversi sempre nell’ottica dell’unità d’azione con i movimenti sociali, a partire dagli studenti, trovandosi ora dentro una forte crisi di governabilità. Abbiamo poi, anche dal centro dell’imperialismo Mondiale gli Stati Uniti, sia pure in decadenza, segnali di controtendenza come è successo a New York.

    Dopo la vittoria del reazionario, se non apertamente fascista, Donald Trump, negli Stati Uniti la quasi totalità dei media ha scelto di tacere — o di minimizzare — le grandi mobilitazioni popolari“No Kings” contro il governo sempre più autoritario e disumano del presidente.

    Gli organizzatori hanno stimato che almeno sette milioni di persone abbiano marciato e si siano radunate in tutto il Paese, rendendo quella del 18 ottobre la più grande giornata di protesta nella storia americana. Le manifestazioni “No Kings” hanno coinvolto 2.700 città, superando persino i numeri della Women’s March del 2017. La partecipazione è stata più giovane e multietnica rispetto alla prima edizione del No Kings Day, pur restando ancora lontana da una piena rappresentatività delle popolazioni nere e latine.

    In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento storico. Dopo aver vinto le primarie democratiche, Mamdani ha conquistato anche le elezioni generali, diventando il primo sindaco apertamente socialista democratico della metropoli.

    Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha affermato:

    “Sono giovane, musulmano, socialista democratico. E, soprattutto, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo.
    Il 1° gennaio presterò giuramento come sindaco di New York City, e questo grazie a voi. Abbiamo scelto la speranza sopra la tirannia, sopra il denaro e sopra la disperazione. Ora la politica non è più qualcosa che viene fatto a noi, ma qualcosa che facciamo noi.
    ”

    Il suo programma prevede un congelamento degli affitti per oltre due milioni di inquilini, autobus gratuiti e rapidi, e assistenza all’infanzia universale — un’agenda ambiziosa ispirata ai tempi di Fiorello La Guardia.

    In Irlanda un nuovo tipo di campagna elettorale

    La corsa presidenziale di Connolly come indipendente quest’anno ha riunito un’ampia alleanza – Sinn Féin, Laburisti, Socialdemocratici, Verdi e People Before Profit/Solidarity – attorno a principi condivisi di uguaglianza sociale, neutralità e unità irlandese. È stata forse la prima volta nella politica irlandese moderna che la sinistra ha collaborato strategicamente e con successo su questa scala.

    Un’anomalia è stato il numero insolitamente elevato di voti nulli. Ciò rifletteva la frustrazione degli elettori, stanchi della coreografia politica e percepiti come una scelta limitata, ma anche una spinta online di estrema destra che aveva incitato a falsificare deliberatamente le schede elettorali.

    I leader della nascente estrema destra irlandese si sono affrettati a rivendicare la paternità di quella rabbia. Il loro rumore non deve essere scambiato per forza, ma è un monito di ciò che accade se la politica progressista non affronta le frustrazioni della classe operaia. Queste elezioni mostrano un riallineamento della politica irlandese lungo linee familiari altrove in Europa: un blocco di centro-destra formato da Fianna Fáil e Fine Gael; un blocco di sinistra guidato dai valori dello Sinn Féin; e una frangia di estrema destra rumorosa ma incoerente e pericolosa.

    Se la sinistra irlandese riuscirà a mantenere la calma, la presidenza Connolly potrebbe essere ricordata non come un’eccezione, ma come l’inizio di una nuova Irlanda, fondata su unità, uguaglianza e giustizia sociale.

    La dirigenza del più grande sindacato in Europa la Cgil vede e legge anche la dinamica internazionale e sa bene che la sinistra radicale oggi è ridotta ai minimi storici se va bene a livello nazionale supera il 1%. Ma la storia insegna anche che “esistono momenti straordinari”: abbiamo avuto il ciclo del ‘68, tra i più lunghi del mondo, fino agli anni ‘80, con conquiste sociali molto importanti.

    Se il conflitto sociale non rimane nel recinto della burocrazia sindacale (vale anche per USB con la stessa esigenza dalla Cgil di“mantenere l’egemonia” tra i sindacati di Base e di accrescerne la crescita, nel recinto politico di Potere al Popolo anch’essi infastiditi da una nuova forza politica), è scontato il passaggio successivo: il lancio della costruzione di una nuova forza politica. Come stiamo vedendo in Francia, negli Stati Uniti e in Irlanda queste dinamiche scuotono fortemente sia la socialdemocrazia sia diversi partiti storici della sinistra.

    Le elezioni regionali, in particolare Marche e Calabria, dove la destra di governo mantiene una solida egemonia, dimostrano in modo inequivocabile che le stesse mobilitazioni promosse dalla Cgil se rimangono nel recinto del centrosinistra e non si traducono in conquiste sociali sostanziali, rendono la vittoria contro Meloni tutt’altro che scontata!

    Ora e sempre Resistenza

    Leonardo De Angelis

    11 Novembre 2025
    Internazionale
  • Kneecap left (Trionfo della “rotula sinistra”)

    Kneecap left (Trionfo della “rotula sinistra”)

    Di Seàn Mac Bradaigh

    La vittoria di Catherine Connolly alle elezioni presidenziali irlandesi di questa settimana ha rappresentato il culmine di importanti cambiamenti nel panorama elettorale irlandese dal 2008 e ha creato un’apertura per una sinistra giovane, stanca del vecchio establishment politico irlandese.

    Per comprendere l’ascesa di Catherine Connolly, la presidente di sinistra dell’Irlanda recentemente eletta, è importante comprendere quanto profondamente sia cambiata la politica irlandese negli ultimi due decenni. 

    Prima di allora, per quasi un secolo, Fianna Fáil e Fine Gael dominavano lo stato irlandese meridionale. Uno governava mentre l’altro si preparava a farlo, ognuno difendendo un ordine politico ed economico conservatore. Quando il predominio della Chiesa cattolica si è finalmente ritirato negli anni ’90, è stato sostituito da una fede acritica in Bruxelles e da un modello economico dipendente dalle multinazionali statunitensi.

    All’inizio degli anni 2000, questo ordine cominciò a vacillare. Una bolla immobiliare costruita su clientelismo e deregolamentazione portò al collasso nazionale. Il Fianna Fáil fu quasi distrutto; il Fine Gael promise rinnovamento ma impose austerità. Il vecchio “sistema a due partiti e mezzo”, con il partito laburista come partner minore dei governi di centro-destra, iniziò a sgretolarsi.

    Dopo il crollo, il partito laburista si è trovato di fronte a una scelta fatale: opporsi all’austerità o amministrarla. Entrato in coalizione con il Fine Gael nel 2011, ha scelto la seconda opzione, pagando un prezzo altissimo. Gli elettori lo hanno abbandonato e, nel 2016, il partito era diventato l’ombra del partito che un tempo si era immaginato di guidare un governo irlandese.

    Nel frattempo, lo Sinn Féin – a lungo emarginato e trattato come una mera appendice dell’IRA – era in costante ascesa. Offrendo un’alternativa repubblicana di sinistra radicata nella giustizia sociale e organizzandosi pazientemente nelle comunità operaie e rurali, il partito ottenne importanti conquiste. Nel 2020 vinse il voto popolare, rompendo il duopolio secolare. 

    Ma con il riallineamento politico, Fine Gael e Fianna Fáil hanno orchestrato un’alleanza di centro-destra per tenere lo Sinn Féin fuori dal governo. Il suo slancio ha vacillato nel 2024, con il calo della sua quota di voti, e l’establishment si è nuovamente unito per escluderlo dal governo.

    Quell’esperienza insegnò allo Sinn Féin una dura lezione: nel sistema proporzionale irlandese, i voti non bastano senza potenziali partner di governo. Il partito iniziò a collaborare in modo più sistematico con altri esponenti della sinistra nel Dáil, una mossa che avrebbe presto alimentato la campagna presidenziale di Catherine Connolly.

    Un nuovo tipo di campagna

    La corsa presidenziale di Connolly come indipendente quest’anno ha riunito un’ampia alleanza – Sinn Féin, Laburisti, Socialdemocratici, Verdi e People Before Profit/Solidarity – attorno a principi condivisi di uguaglianza sociale, neutralità e unità irlandese. È stata forse la prima volta nella politica irlandese moderna che la sinistra ha collaborato strategicamente e con successo su questa scala.

    Il ruolo dello Sinn Féin è stato fondamentale: la sua organizzazione e la sua portata hanno conferito alla campagna elettorale una portata e una credibilità di sostegno. Per la leader del partito, Mary Lou McDonald, il risultato annunciato questa settimana (una vittoria schiacciante per Connolly con oltre il 63% dei voti) è stato un trionfo personale, a dimostrazione del fatto che la sua strategia di costruzione di alleanze funziona. Anche il coinvolgimento del partito laburista ha segnato un cambiamento. I giovani attivisti hanno spinto per rompere con la vecchia abitudine del partito di sostenere il centro-destra, optando invece per ricostruire la fiducia nella sinistra. I Verdi ora si trovano di fronte a una scelta simile: attuare un riallineamento sul modello del partito laburista o ricadere nel loro tradizionale ruolo di sostegno ai governi conservatori.

    Per i partiti di governo, il risultato fu un’umiliazione. La campagna del Fianna Fáil implose quando il suo candidato, l’ex allenatore di calcio gaelico Jim Gavin, fu costretto a ritirarsi in seguito alle rivelazioni sulla sua condotta come proprietario di immobili – uno scandalo che sottolineò la sordità del partito nei confronti della crisi immobiliare irlandese.

    La candidata del Fine Gael, Heather Humphreys, ha iniziato la sua campagna come una figura apparentemente semplice e popolare, ma, sotto pressione, ha fatto ricorso a diffamazioni e a politiche offensive importate in stile statunitense, che alla fine sono state respinte categoricamente dagli elettori irlandesi. Il punto più basso di questa narrazione si è raggiunto quando i responsabili del Fine Gael hanno cercato di strumentalizzare la passata carriera di Connolly come avvocato, insinuando ipocrisia perché in passato aveva rappresentato istituti finanziari in tribunale.

    Insieme, i due partiti istituzionali ora raggiungono meno del 40%. Si aggrappano a una base elettorale invecchiata, difendendo un conservatorismo partizionista e poco irlandese. L’illusione di scelta tra i due è svanita; ciò che rimane è un blocco manageriale a tutela del clientelismo e dei privilegi.

    Il potenziale di Connolly

    La stessa Connolly è un’indipendente di principio: di sinistra, anti-imperialista, bilingue e femminista. La sua padronanza dell’irlandese, ottenuta grazie al suo impegno personale, contrastava nettamente, durante la campagna, con l’indifferenza di Humphreys nei confronti della prima lingua ufficiale, e sembrava catturare lo stato d’animo di quella che potremmo definire la generazione del ginocchio.

    Connolly ha anche proposto una visione coerente dell’unità irlandese fondata sull’Accordo del Venerdì Santo, invitando entrambi i governi a iniziare a prepararsi ora – apertamente e rispettosamente – per un’elezione al confine. Questa chiarezza ha messo in luce le evasioni governative e ha rimesso al centro l’unità irlandese come un progetto di rinnovamento inclusivo e pieno di speranza.

    Altrettanto sorprendente è stata la chiarezza morale che ha portato in politica estera. In un momento in cui il genocidio di Gaza ha sconvolto gran parte del mondo, Connolly ha posto la neutralità e il diritto internazionale al centro della sua campagna. La sua solidarietà con la Palestina e il suo rifiuto di indebolire lo status neutrale dell’Irlanda sotto la pressione dell’UE o degli Stati Uniti hanno trovato forte riscontro tra gli elettori più giovani.

    Più in generale, la vittoria di Connolly dimostra che la cooperazione a sinistra può superare l’ostilità dei media e le tattiche diffamatorie dell’establishment. Per lo Sinn Féin, la campagna ha prodotto risultati tangibili, in particolare slancio e una rete più solida di alleati.

    Per Mary Lou McDonald, rappresenta una rivendicazione: il suo partito è ora il fulcro di una potenziale coalizione di governo alternativa. Per Laburisti e Verdi, pone una scelta: proseguire sulla strada dell’unità di sinistra o rifugiarsi nel comfort del consenso.

    Un’anomalia è stato il numero insolitamente elevato di voti nulli. Ciò rifletteva la frustrazione degli elettori, stanchi della coreografia politica e percepiti come una scelta limitata, ma anche una spinta online di estrema destra che aveva incitato a falsificare deliberatamente le schede elettorali.

    In seguito, gli aspiranti leader della nascente estrema destra irlandese si sono affrettati a rivendicare la paternità di quella rabbia. Il loro rumore non deve essere scambiato per forza, ma è un monito di ciò che accade se la politica progressista non affronta le frustrazioni della classe operaia. Queste elezioni mostrano un riallineamento della politica irlandese lungo linee familiari altrove in Europa: un blocco di centro-destra formato da Fianna Fáil e Fine Gael; un blocco di sinistra guidato dai valori dello Sinn Féin; e una frangia di estrema destra rumorosa ma incoerente.

    L’elezione di Connolly non completa la trasformazione politica dell’Irlanda, ma la rende possibile. Segnala che gli elettori sono pronti a scegliere la speranza anziché l’abitudine e a sostituire il duopolio di Fianna Fáil e Fine Gael con un governo repubblicano di sinistra capace di un reale cambiamento sociale, economico e costituzionale. 

    Il compito ora è tanto semplice quanto immenso: trasformare quello spirito di cooperazione in potere politico. Se la sinistra irlandese riuscirà a mantenere la calma, la presidenza Connolly potrebbe essere ricordata non come un’eccezione, ma come l’inizio di una nuova Irlanda, fondata su unità, uguaglianza e giustizia sociale.

    Articolo pubblicato sul sito: https://tribunemag.co.uk/

    Leonardo De Angelis

    9 Novembre 2025
    Internazionale
  • L’elezione del nuovo sindaco di New York e il risveglio del movimento socialista americano

    L’elezione del nuovo sindaco di New York e il risveglio del movimento socialista americano

    Di Nando Simeone

    Quando parliamo degli Stati Uniti, tendiamo spesso ad associare questo Paese al ruolo che la grande potenza americana svolge nell’attuale sistema capitalistico, oggi attraversato da una profonda crisi globale. Tale crisi accentua la natura violenta e predatoria del dominio imperialista, aumentando le tensioni tra le potenze mondiali. Nonostante il suo declino, gli USA restano la nazione dominante, alla guida del blocco nordamericano — formato dagli imperialismi europei, dal Canada, dal Giappone, dalla Corea del Sud e dall’Australia — contrapposto a un secondo blocco, costruito attorno alla Cina. Quest’ultimo, in costante espansione, comprende la Russia, la Corea del Nord, numerose repubbliche dell’Asia centrale e sta consolidando nuove alleanze, tentando di trasformare i BRICS in un fronte alternativo all’imperialismo occidentale.

    Dopo la vittoria del reazionario, se non apertamente fascista, Donald Trump, negli Stati Uniti la quasi totalità dei media ha scelto di tacere — o di minimizzare — le grandi mobilitazioni popolari “No Kings” contro il governo sempre più autoritario e disumano del presidente.

    Gli organizzatori hanno stimato che almeno sette milioni di persone abbiano marciato e si siano radunate in tutto il Paese, rendendo quella del 18 ottobre la più grande giornata di protesta nella storia americana. Le manifestazioni “No Kings” hanno coinvolto 2.700 città, superando persino i numeri della Women’s March del 2017. La partecipazione è stata più giovane e multietnica rispetto alla prima edizione del No Kings Day, pur restando ancora lontana da una piena rappresentatività delle popolazioni nere e latine.

    Secondo cartelli, slogan e testimonianze, la rabbia popolare nasce dalle crudeli incursioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), dall’invio della Guardia Nazionale in diverse città, dal licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti federali, dagli attacchi ai programmi sanitari, educativi e abitativi, dalla soppressione delle libertà di parola e accademica, e dal razzismo di politiche come la riforma del programma di reinsediamento dei rifugiati voluta da Trump per favorire i bianchi.

    Una mobilitazione di massa

    Il movimento No Kings è organizzato da una coalizione di oltre 200 gruppi: tra i principali, le correnti progressiste del Partito Democratico come Indivisible e MoveOn, ONG come Public Citizen e l’American Civil Liberties Union, e la rete di attivisti 50501, che ha lanciato 50 manifestazioni in 50 Stati in un solo giorno.

    Trump, il vicepresidente J.D. Vance e altri repubblicani hanno reagito accusando — in modo grottesco — George Soros di aver finanziato le proteste e definendo gli organizzatori “terroristi antifa”, nonostante nessuna di queste affermazioni abbia alcun fondamento.

    Un movimento popolare e festoso

    I manifestanti sventolavano striscioni con scritte come “No kings, no tyrants” (“Né re né tiranni”) e “No hate, no fear, immigrants are welcome here” (“Niente odio, niente paura: gli immigrati sono i benvenuti”). Le proteste, pur animate da rabbia e indignazione, si sono svolte in modo pacifico, con un tono spesso festoso, celebrando l’unione nella resistenza e nella lotta per valori progressisti.

    Molti partecipanti hanno scelto di travestirsi da animali giganti, ironizzando sull’assurdità di chi li accusava di violenza.

    Rivendicare i simboli della democrazia

    Per decenni la sinistra americana ha rifiutato la bandiera a stelle e strisce, simbolo del razzismo interno e delle guerre imperialiste in Vietnam, Iraq e Afghanistan. Oggi però molti manifestanti la sventolano di nuovo, rivendicandola come emblema della democrazia e della giustizia sociale.

    Un manifestante portava un cartello con la scritta “Make America America Again”, accompagnato da un elenco di valori: libertà di parola, scienza, libertà di stampa, stato di diritto, democrazia, libertà di scelta (incluso il diritto all’aborto), giusto processo e diversità.

    Il nuovo sindaco di New York: Zohran Mamdani

    In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento storico. Dopo aver vinto le primarie democratiche, Mamdani ha conquistato anche le elezioni generali, diventando il primo sindaco apertamente socialista democratico della metropoli.

    Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha affermato:

    “Sono giovane, musulmano, socialista democratico. E, soprattutto, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo.
    Il 1° gennaio presterò giuramento come sindaco di New York City, e questo grazie a voi. Abbiamo scelto la speranza sopra la tirannia, sopra il denaro e sopra la disperazione. Ora la politica non è più qualcosa che viene fatto a noi, ma qualcosa che facciamo noi.”

    Il suo programma prevede un congelamento degli affitti per oltre due milioni di inquilini, autobus gratuiti e rapidi, e assistenza all’infanzia universale — un’agenda ambiziosa ispirata ai tempi di Fiorello La Guardia.

    Il ruolo dei Democratic Socialists of America

    La DSA conta oggi circa 80.000 iscritti, in forte crescita dopo il secondo mandato di Trump. L’organizzazione si prepara a un nuovo ciclo di mobilitazioni, puntando a una grande azione per il 1° maggio 2028 e a una campagna presidenziale socialista in vista delle elezioni di quell’anno.
    Un obiettivo strategico che potrebbe costituire un punto di riferimento per la sinistra socialista e marxista di tutto il mondo, come accadde nel 1968 o nella solidarietà al popolo palestinese.

    Una nuova ondata di movimenti

    Come in passato, i movimenti studenteschi emergono nei momenti di crisi profonda, quando le classi fondamentali restano bloccate. Negli anni ’60 il mondo assistette a una trasformazione rapida dei costumi: dall’Inghilterra arrivavano la minigonna e i Beatles; dagli Stati Uniti le proteste dei beatnik e degli studenti contro il razzismo e la guerra in Vietnam.

    La società dei consumi appariva allora una “camicia troppo stretta”, e il bisogno di ideali forti si univa al rifiuto dei modelli dominanti.

    Oggi assistiamo a qualcosa di simile. Le nuove generazioni americane — e in particolare gli studenti — sono nuovamente protagoniste di un movimento globale, come dimostra l’ondata di occupazioni universitarie in solidarietà con il popolo palestinese, partita dalla Columbia University di New York e diffusasi in tutto il mondo.

    Conclusione

    Il Movimento Socialista d’America, dinamico, democratico e pluralista, appare oggi più necessario che mai per inaugurare una nuova fase della storia della classe lavoratrice statunitense — e per offrire un punto di riferimento internazionale, soprattutto nei Paesi europei governati da forze post-fasciste e reazionarie.

    Leonardo De Angelis

    8 Novembre 2025
    Internazionale, Uncategorized
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