La macchina degli aiuti e della solidarietà internazionale nei confronti del popolo ucraino è da tempo in crisi. L’impatto emotivo dei primi mesi di guerra è venuto meno e il sovrapporsi del genocidio a Gaza da parte di Israele ha progressivamente distolto l’opinione pubblica dalla questione Ucraina. A ciò si aggiunge la crescente insofferenza nei confronti della resistenza del popolo Ucraino principalmente per le conseguenze economiche della rottura delle relazioni tra Europa e Russia a complicare.
A questa crisi di solidarietà e empatia si contrappone il persistere di una solidarietà militante, volendo usare un termine per certi verso improprio ma che rende bene l’idea di una solidarietà fatta di individui, singoli o di piccole, medie associazioni spesso slegate dai grandi circuiti. A testimonianza della crisi della solidarietà del nostro paese basta guardare all’esperienza carovana “Stop the war now”, una rete di decine di associazioni attiva sino alla pasqua del 2023 e promotrice di cinque carovane di aiuti umanitari alla popolazione di Mikolaiv e Odessa nel corso del primo anno di guerra. Nel aprile del 2023 la rete si è dissolta nel suo ultimo viaggio, anche per una contraddizione insanabile implicita in chi chiede all’Ucraina di fermare la guerra (sigh) aprendo così dissidi profondi con il mondo dell’associazionismo Ucraino, e sono così cessate le carovane di aiuti mentre i contatti personali e i legami che si sono costruiti in quell’esperienza hanno proseguito la loro attività di solidarietà completamente slegata dalla rete collettiva di associazioni.
Il sottoscritto ha partecipato a sei missioni umanitarie, missioni che hanno arricchito ogni volta la rete di solidarietà e di contatti, in Italia e in Ucraina. Abbiamo attraversato tutta l’Ucraina da nord a sud, da ovest a est, toccando più volte Kiev, Leopoli, Odessa, Mikolaiv, Zaporizzia, Kherson, Kryryj Rih, Uman, Vinnycja ecc. Abbiamo potuto così toccare con mano le condizioni drammatiche delle città più esposte all’offensiva russa e parimenti, nonostante l’estrema stanchezza della popolazione, constatare l’esistenza di una miriade di volontari che rappresentano un sostegno allo sforzo enorme dell’esercito ucraino. Dalla costruzione di droni nelle fabbriche diffuse al reperimento di auto, farmaci, dispositivi per la medicina d’urgenza e razioni per il fronte, esiste una parte del paese perennemente mobilitata a sostegno della resistenza ucraina.
Se un numero imprecisato, ma certamente consistente, di uomini ucraini ha abbandonato il paese per non andare al fronte, è anche vero che non mancano i volontari e le volontarie che costantemente si arruolano per difendere il loro paese.
Tuttavia la condizione economica e sociale del paese è drammatica. La sanità pubblica è al collasso, sia per mancanza di personale che di mezzi. Spesso sono medici privati convenzionati che garantiscono gratuitamente le cure mediche, a prescindere dal sostegno economico pubblico.
La situazione della popolazione sfollata che da est è arrivata nelle città considerate più sicure è molto complicata, spesso sono anziani senza documenti e familiari, persone con disagio sociale che si ritrovano in centri di accoglienza.
I nostri viaggi umanitari rappresentano, ovviamente, un aiuto molto limitato rispetto alla pesante condizione generale del paese, tuttavia la solidarietà è ancora uno straordinario volano per la costruzione di relazioni politiche, culturali, per la futura completa indipendenza del paese e può contribuire ad una contaminazione di valori rispetto ai rischi drammatici di uno smottamento autoritario interno alla fine della guerra.
Dopo l’annuncio dell’aumento della spesa militare, il Ministero dell’Interno spagnolo ha deciso di procedere con un contratto per l’acquisto di proiettili da un’azienda israeliana, che era stato annullato in ottobre. Sumar e Izquierda Unida ammettono di voler uscire dal governo. La coalizione di governo in Spagna sta attraversando una crisi questa settimana, dopo che il PSOE ha portato avanti il suo piano di aumento del bilancio militare e il Ministero dell’Interno ha modificato la decisione di annullare l’acquisto di munizioni da un’azienda israeliana, per un contratto del valore di circa sei milioni di euro. Il ministro Fernando Grande Marlaska aveva promesso in ottobre di aver avviato una procedura per rescindere il contratto per l’acquisto di 15,3 milioni di proiettili da 9 mm per la Guardia Civil, ma questo è stato pubblicato sul portale ufficiale degli appalti pubblici durante il ponte del Venerdì Santo. “È una flagrante violazione degli accordi, chiediamo la rettifica e la comparizione del ministro. È una violazione degli accordi quando assistiamo a un genocidio in diretta”, ha affermato la seconda vicepresidente del governo e ministra del Lavoro, Yolanda Díaz, in dichiarazioni ai media a Barcellona. Oltre alle parole della leader di Sumar, anche il leader parlamentare di Izquierda Unida, partito che fa parte del governo, ha affermato di non escludere lo scenario di abbandonare l’esecutivo. Enrique Santiago dice che affronterà il PSOE sulla strada che sta seguendo e che “apre la crisi di governo più importante di questa legislatura”. Il ministro della Gioventù e dell’Infanzia Sira Rego, che rappresenta IU nell’esecutivo, ha annunciato da parte sua di aver inviato una lettera al suo collega dell’Interno per chiedere la cancellazione del contratto e l’apertura di un’indagine su altri eventuali rapporti con aziende israeliane da parte di quel ministero. “È inaccettabile destinare un solo euro all’acquisto di armi da uno Stato genocida”, ha affermato Sira Rego. L’espressione “crisi di governo” era già stata utilizzata poche ore prima dal leader del partito, Antonio Maíllo, per riferirsi all’annuncio del Consiglio dei ministri di aumentare il bilancio della Difesa di 10,5 miliardi di euro senza consultare i partner della coalizione, considerandolo “un atto di irresponsabilità” da parte di Pedro Sánchez. Più moderati nelle critiche sono stati i partner della coalizione Sumar al governo, con la ministra della Salute e rappresentante di Más Madrid, Monica Garcia, che ha parlato di una “discrepanza salutare” con il PSOE e Yolanda Díaz che ha affermato che il governo non è a rischio, sottolineando l’opposizione all’acquisto di armi ma anche il fatto che l’aumento non avrà alcun impatto sulla spesa sociale e che l’80% della spesa è destinata all’aumento degli stipendi dei militari e alle infrastrutture nel settore della sicurezza informatica.
Il contratto con IMI Systems non è stato l’unico
L’azienda in questione nel contratto di acquisto di munizioni è la IMI Systems, che dal 2018 appartiene alla Elbit Systems, uno dei maggiori fornitori di materiale militare all’esercito israeliano. Il governo spagnolo sostiene di aver mantenuto il contratto dopo aver ricevuto un parere legale in cui si afferma che “l’annullamento significherebbe pagare l’azienda senza ricevere il materiale contrattato, necessario affinché la Guardia Civil possa fornire i servizi che le sono stati commissionati”. Giovedì scorso è stato reso noto che ancora questo mese il Ministero dell’Interno ha aggiudicato un altro contratto, questa volta per l’acquisto di 463 giubbotti antiproiettile per circa 320’000 euro a un’altra azienda israeliana. Questa volta si tratta della Guardian Homeland, che si presenta come uno dei principali produttori israeliani di materiale militare e di polizia ed è gestita dall’imprenditore ed ex agente dei servizi segreti israeliani Ilan Arzooan. Questa società è rappresentante in Spagna della IMI Systems. Dall’inizio del genocidio a Gaza, il governo spagnolo ha stipulato almeno 31 contratti per l’acquisto di armi da società israeliane. Dieci di questi contratti sono stati formalizzati dopo ottobre 2024, quando il governo ha annunciato che tali acquisti sarebbero stati sospesi.
*articolo apparso il 24 aprile 2025 sul sito portoghese esquerda.
Il partenariato siglato mercoledì tra Kiev e Washington apre la strada allo sfruttamento, da parte di società statunitensi, dei minerali, del gas e del petrolio ucraini. Ma le conoscenze su queste risorse sono sommarie e risalgono a un’altra epoca.
Nella lista allegata all’accordo firmato mercoledì 30 aprile tra Kiev e Washington, sono cinquantasette. Cinquantasette minerali e altre materie prime che vanno dall’alluminio allo zinco, passando per il petrolio, il gas, il GNL (gas naturale liquefatto) e le “terre rare”. Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli indispensabili per alcune tecnologie all’avanguardia, in particolare quelle cosiddette verdi. Paradossalmente non sono così “rare”, ma sono difficili e costose da estrarre e la loro estrazione è molto inquinante. Sono tutte incluse nell’accordo appena firmato, ad eccezione di una sola: il prometio. Questo elenco di “risorse naturali” sfruttabili dai futuri investitori nel “sottosuolo” dell’Ucraina e nelle “sue acque territoriali” – come stabilito dal partenariato che istituisce anche un fondo di investimento – corrisponde alla realtà delle risorse dell’Ucraina? In quali regioni si troverebbero e in quali quantità?
Estrapolazioni
Il carbone, pur essendo abbondante nella parte orientale del Paese, sotto occupazione russa, non figura nell’elenco, mentre le altre materie prime non sembrano essere state oggetto di prospezioni serie. Le conoscenze su queste riserve, in particolare quelle di terre rare, sono in realtà sommarie e gli esperti sono divisi sul reale valore che potrebbero rappresentare. Per convincere gli Stati Uniti, i servizi statali ucraini hanno tuttavia dato il massimo: un documento di 40 pagine che presenta le «opportunità di investimento» nel settore, corredato di mappe e cifre, con diverse localizzazioni, principalmente nel centro e nell’est del Paese e lungo il Dniepr.
“L’Ucraina possiede 22 dei 50 mineralistrategici considerati criticidagli Stati Uniti” e dispone di “sei giacimenti” contenenti terre rare, si legge nella presentazione redatta dal Servizio geologico statale e dal Ministero della protezione dell’ambiente e delle risorse naturali dell’Ucraina. Il loro sfruttamento consentirà di produrre «100 milioni di tonnellate di fertilizzanti fosfatici e materiali per prodotti elettronici ad alta tecnologia», assicura ancora la presentazione. Ma queste cifre sono estrapolazioni basate su valutazioni risalenti a… diversi decenni fa. “L’offerta di terre rare di Zelensky si basa su attività di esplorazione che hanno avuto luogo in gran parte tra gli anni ‘60 e ’80, quando lo Stato sovietico stava attivamente mappando la regione”,sottolinea S&P Global, società specializzata in analisi finanziaria (e casa madre dell’agenzia Standard & Poor’s), che ha intervistato diverse fonti del settore e ha ottenuto il registro geologico ucraino. «Purtroppo non esiste una valutazione recente» delle riserve di terre rare in Ucraina, assicura a S&P Roman Opimakh, ex direttore generale del servizio geologico ucraino. Dei sei giacimenti esistenti in Ucraina, solo uno è stato oggetto di esplorazioni approfondite e possiede riserve considerate sufficienti per essere sfruttate, ma in condizioni «abbastanza difficili», secondo un esperto intervistato. Le esplorazioni sono state abbandonate dopo tredici anni e dalla caduta dell’Unione Sovietica non è stato fatto alcun tentativo di sviluppare il giacimento. In combinazione con la guerra che ha reso alcuni di essi inaccessibili e con le difficoltà inerenti allo sfruttamento dei minerali rari, il potenziale ucraino potrebbe essere molto inferiore a quanto annunciato, oltre a richiedere anni per concretizzarsi. Forse questa è una buona notizia per gli ucraini. A capo dell’ONG Ekoaction, l’attivista ambientalista Natalia Gozak non è molto preoccupata per il momento. Secondo lei, questo accordo, che sulla carta potrebbe aprire la strada a un estrattivismo devastante a vantaggio delle potenze straniere, non si basa su alcuna ricerca precisa. «Non può esserci stato nessuno studio condotto dalle autorità ucraine dall’inizio della guerra, poiché la maggior parte delle risorse minerarie si trova nei territori occupati o vicino alla linea del fronte.Non hanno potuto basarsi su altro che su studi risalenti all’epoca sovietica, quando non si disponeva di strumenti di esplorazione così avanzati come oggi». A questo punto, l’Ucraina vede nell’accordo firmato con gli Stati Uniti un’intenzione molto generica, siglata per la sopravvivenza del Paese, piuttosto che un trattato concreto di sfruttamento. Tanto più che è ancora in fase di elaborazione un trattato tecnico che dovrà precisare una serie di punti. L’avvio dello sfruttamento delle materie prime effettivamente presenti nel sottosuolo ucraino richiederà inoltre anni, poiché per molti minerali le infrastrutture di estrazione sono inesistenti. «L’obiettivo di questo accordo è soprattutto quello di favorire nuovi progetti di estrazione del gas», ha dichiarato a Mediapart.
Un’occasione
I giacimenti di gas ucraini sono colossali. Si trovano in gran parte, come il petrolio, nel Mar Nero, ma non solo. Nel 2020, tre ricercatori ucraini hanno cercato di fare il punto della situazione nella rivista dell’Università statunitense di Harvard. «Le notevoli risorse naturali dell’Ucraina nel settore energetico rimangonosottosfruttatee sottoutilizzateoggi», hanno scritto, sottolineando che l’Ucraina possiede le riserve di gas conosciute più importanti d’Europa dopo la Norvegia. Nel 2019 ammontavano a 1,09 trilioni di metri cubi. L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) stima che potrebbero essere quattro volte superiori. Nel 2012, le multinazionali ExxonMobil e Royal Dutch Shell erano state incaricate dal governo ucraino di sviluppare progetti offshore nel Mar Nero. Tutto questo si è interrotto nel 2014, come ha osservato l’AIE in un rapporto quattro anni fa. Stesso destino nel 2015 per un progetto di sviluppo di gas di scisto nel Donbass, guidato da Shell, che richiedeva 200 milioni di dollari di investimenti per la fase di esplorazione. Lo sfruttamento delle risorse ucraine da parte di investitori stranieri non è quindi imminente. «Ci vorranno milioni di dollari e nessuna azienda privata si azzarderà a fare investimenti del genere in tempo di guerra», continua Natalia Gozak. Da un punto di vista strategico, è certo che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a investire nel business degli idrocarburi in Ucraina e che cercano di diversificare le loro importazioni di terre rare per non dipendere più dalla Cina. Ma quando e come avverrà? Impossibile saperlo”. Infatti, Donald Trump è ossessionato da molti anni dall’approvvigionamento del suo Paese di minerali critici, tra cui le terre rare. Già nel 2019 aveva inviato cinque promemoria al suo ministero della Difesa chiedendo di sviluppare la produzione interna e di garantire l’approvvigionamento di terre rare, descritte come «essenzialiper la difesa nazionale». «Gli Stati Uniti importano oggi l’80% dei loro elementi di terre rare direttamente dalla Cina», constatava il presidente in un decreto legge promulgato nel settembre 2020, una dipendenza giudicata «particolarmente preoccupante». Fin dalla sua rielezione nel 2025, Trump ha ribadito la sua intenzione di lavorare su questo tema. Un contesto che può spiegare le sue minacce di impadronirsi della Groenlandia, dove si trovano importanti riserve di terre rare… E che fa apparire l’Ucraina, con i suoi giacimenti di minerali critici presentati come pletorici, come una manna dal cielo per il miliardario. Il governo ucraino lo ha capito bene. Dall’estate del 2024, quest’ultimo ha ripetuto che avrebbe offerto ai paesi che avessero continuato a sostenerlo finanziariamente e militarmente un accesso privilegiato alle risorse del suo sottosuolo. Fonti diplomatiche ucraine ci avevano allora confermato che l’argomento era stato elaborato appositamente in vista di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. È così che il senatore Lindsey Graham, noto per essere vicino al presidente statunitense, si è entusiasmato nel settembre 2024 per i «1’000 miliardi di dollari di minerali» su cui «siedono» gli ucraini e che «potrebbero essere utili all’economia» degli Stati Uniti. L’operazione di seduzione sembra quindi aver avuto successo. E l’Ucraina dovrebbe poter contare nuovamente sull’aiuto militare statunitense.
La storiella su un’Ucraina esausta e sull’orlo del collasso militare non corrisponde alla realtà. Putin la sta diffondendo, adottando persino un atteggiamento magnanimo, dicendo di sperare che le masse di soldati ucraini circondati si arrendano, altrimenti sarà costretto a ucciderli. Trump e Witkoff eseguono lo stesso disco, aggiungendo dei tremolii.
Ma queste masse di soldati circondati non esistono. L’unica verità è che la Russia sta rosicchiando territorio da mesi. Ma il suo esercito è stremato da enormi perdite di uomini e di equipaggiamento, non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi (anche la conquista di Luhansk è incompleta) e l’Ucraina se la cava meglio che resistere: in diversi punti del fronte (in particolare a Pokrovsk) ha ripreso l’iniziativa; Si ritirò a Kursk ma attaccò a Belgorod. Ecc.
Le difficoltà dell’Ucraina sono reali (stanchezza della popolazione, mancanza di manodopera, carenze nei comandi, corruzione, ecc.), ma non si può parlare di un disastro ucraino più di quanto non si possa parlare di un disastro francese nel 1916-17, ad esempio (nonostante il territorio occupato all’epoca dal Kaiser).
Dobbiamo sfatare un’impressione fuorviante: la verità è che Trump sta in realtà cercando di salvare Putin, che è incapace di vincere. Lui gli viene in aiuto perché entrambi hanno lo stesso obiettivo: far pendere l’Europa verso l’estrema destra e spartirsi la torta. Per fare questo, è necessario spezzare la resistenza ucraina. Ciò non può però essere spiegato senza l’attaccamento alle conquiste democratiche, certamente insufficienti, ma che contrastano con il neofascismo di Mosca.
Per la sinistra, quella vera, la conclusione è chiara: è Trumputin che deve essere spezzato e, per farlo, la Russia deve prima perdere la guerra in Ucraina. Quindi Kiev ha bisogno di armi. Dobbiamo dargliele, immediatamente, e dargli i mezzi per ottenerle (cancellando il debito ucraino, sequestrando i beni russi congelati, proibendo qualsiasi acquisto di idrocarburi – o diamanti – da Mosca).
Ma allo stesso tempo è importante non lasciarci manipolare dall’UE neoliberista, come fanno alcuni. In realtà, questa UE vuole approfittare della situazione internazionale per compiere un ulteriore passo avanti verso un’Europa-potenza, dotata di un esercito comune al servizio dei propri obiettivi imperialistici (in Africa, in particolare!).
Di fronte a ciò, si tratta al contrario di mantenere la rotta su una strategia internazionalista, e non nazionalista: sostegno ai diritti democratici e sociali del popolo ucraino, sostegno a chi combatte su due fronti – contro Putin e contro le politiche neoliberiste di Zelensky – come punta avanzata di una lotta globale la cui posta in gioco è formidabilmente semplice: vittoria del neofascismo di Trump, o vittoria del popolo.
La prospettiva internazionalista è quella di una rivolta comune delle classi popolari d’Europa contro tutti i governi neoliberisti. Nessun sostegno a Macron, Starmer, von der Leyen e soci. Le loro politiche spianano la strada all’estrema destra. La prospettiva della sinistra è quella di una rivolta comune contro l’austerità, la corruzione, l’autoritarismo e il militarismo. Una rivolta che renda possibile la creazione di UN’ALTRA EUROPA, sociale, ecologica, democratica, generosa, che rompe tutte le alleanze militari.
I movimenti di massa in Turchia, Grecia, Serbia, Georgia, Ungheria e Romania indicano il potenziale di tale orientamento. A lungo termine, potrebbe anche risvegliare il popolo russo e rovesciare il tiranno. La vittoria non è mai scontata, ma è in ogni caso l’unica linea che offre speranza.
Post di Daniel Tanuro, pubblicato sulla sua pagina Facebook martedì 25 marzo 2025
Con il via libera di Trump alla pulizia etnica, il nuovo attacco di Israele a Gaza minaccia di diventare uno sforzo totale per svuotare l’enclave dai palestinesi.
Due mesi dopo aver accettato un accordo di cessate il fuoco che avrebbe dovuto porre fine alla guerra, Israele ha ripreso a bombardare la Striscia di Gaza con un’intensità che ricorda i primi giorni dell’assalto. Dalle prime ore di ieri mattina, gli attacchi aerei israeliani hanno ucciso oltre 400 palestinesi e ne hanno feriti altre centinaia, e l’esercito ha ordinato a migliaia di residenti delle città e dei quartieri che si estendono lungo il perimetro della Striscia di abbandonare le loro case.
Israele ha di nuovo chiuso completamente il valico di Rafah ai medici che evacuavano i feriti più gravi, mentre le forze egiziane e americane che avevano sostituito le truppe israeliane nel corridoio di Netzarim come parte del cessate il fuoco si stanno ritirando dalle loro postazioni. I corpi smembrati si accumulano di nuovo negli ospedali e il personale medico della Striscia avverte che le strutture sono al massimo della capacità.
Sappiamo cosa succederà dopo: altri attacchi aerei e ordini di evacuazione e probabilmente un’altra invasione di terra che, se dobbiamo prendere in parola i ministri israeliani, promette di essere più estesa e letale della precedente. “Israele, d’ora in poi, agirà contro Hamas con una forza militare sempre maggiore”, ha dichiarato l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu in un comunicato di oggi. “Con l’aiuto di Dio”, gli ha fatto eco il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, “il nuovo attacco sarà completamente diverso da quello che è stato fatto finora”. L’ex ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che ha lasciato il governo a causa dell’accordo di cessate il fuoco, sembra destinato a tornare trionfalmente in carica.
Ma a quale scopo? Israele sostiene di non aver avuto altra scelta se non quella di riprendere l’offensiva a causa del “ripetuto rifiuto di Hamas di rilasciare i nostri ostaggi, nonché del suo rifiuto di tutte le proposte ricevute dall’inviato presidenziale statunitense Steve Witkoff e dai mediatori”. Ma questa è una totale distorsione della realtà, e le famiglie degli ostaggi israeliani che rimangono prigionieri a Gaza lo sanno.
“L’affermazione secondo cui la guerra viene rinnovata per il rilascio degli ostaggi è un completo inganno”, ha dichiarato il Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi in un comunicato. “Il governo israeliano ha scelto di rinunciare agli ostaggi con il deliberato smantellamento del processo di restituzione dei nostri cari”.
In effetti, ciò che Hamas ha respinto sono stati i tentativi di Israele di rinnegare i termini del cessate il fuoco che entrambe le parti si erano impegnate a rispettare. La seconda fase dell’accordo, che avrebbe dovuto portare alla restituzione degli ostaggi rimasti e a un cessate il fuoco permanente, avrebbe dovuto iniziare più di due settimane fa, ma Israele non l’ha mai permesso. Invece, insieme a Witkoff, Israele ha stracciato l’accordo e ha inventato una nuova proposta: prolungare la prima fase e continuare a scambiare ostaggi con detenuti palestinesi; in altre parole, separare il rilascio degli ostaggi da qualsiasi garanzia di fine della guerra.
Israele sapeva che Hamas avrebbe rifiutato questa proposta, e questo era il punto di partenza. La manovra ha semplicemente dato al governo israeliano un pretesto per imporre nuovamente un blocco totale su cibo, acqua, carburante, elettricità e medicine nella Striscia; e stavolta, con il pieno appoggio del presidente Trump, per riprendere il suo assalto genocida. Questa volta, però, l’obiettivo finale è più chiaro che mai.
“Finire il lavoro”
Quando Trump si è presentato alla Casa Bianca accanto a Netanyahu il 4 febbraio e ha proclamato la sua intenzione di “prendere il controllo” e “possedere” la Striscia di Gaza, non è entrato nei dettagli su cosa esattamente questo comporti per i 2,3 milioni di residenti palestinesi dell’enclave, oltre a chiarire che Gaza non sarà più la loro casa. “Faremo in modo che venga fatto qualcosa di veramente spettacolare”, ha dichiarato, aggiungendo che la popolazione potrebbe essere trasferita in “altri paesi di interesse con spirito umanitario”, dove potranno “vivere le loro vite in pace e armonia”.
In sostanza, quello presentato da Trump non era un vero e proprio progetto; era un via libera al governo e all’establishment della difesa israeliana per iniziare a immaginare scenari di pulizia etnica di Gaza.
Non importava dove sarebbe andata la popolazione (Egitto e Giordania hanno prontamente respinto la proposta di Trump di accogliere i palestinesi sfollati). Ciò che contava era che il paese più potente del mondo avesse dato il suo appoggio a ciò che la destra israeliana ha a lungo definito come “finire il lavoro” che la Nakba del 1948 ha lasciato incompleto; ciò che ministri e agenzie governative di alto livello hanno chiesto a gran voce dal 7 ottobre; e ciò che Netanyahu stesso ha riferito di considerare come un risultato auspicabile.
Il governo israeliano non ha perso tempo a far girare le ruote. Come ha detto il ministro della Protezione ambientale Idit Sliman: “Dio ci ha mandato l’amministrazione Trump e ci sta dicendo chiaramente: è tempo di ereditare la terra”.
Non appena Netanyahu è tornato da Washington, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato clamorosamente la proposta di Trump. Il ministro della Difesa Israel Katz ha istituito una nuova autorità per facilitare quella che viene eufemisticamente definita “emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza, e ha discusso i piani a tal fine con alti esponenti dell’esercito e dell’Ufficio del Primo Ministro. Il COGAT, il Coordinamento delle attività governative nei territori, l’unità dell’esercito responsabile della gestione degli affari civili palestinesi, ha preparato un proprio schema, affermando che l’espulsione dei palestinesi da Gaza può procedere anche se l’Egitto si rifiuta di aprire le frontiere: l’esercito faciliterà invece il loro trasporto via terra o via mare verso un aeroporto, e da lì verso i paesi di destinazione.
Lodando la creazione da parte di Katz di un “dipartimento per l’emigrazione molto grande” nel ministero della Difesa, Smotrich ha detto a un incontro alla Knesset all’inizio del mese che “se ne rimuoviamo 5.000 al giorno, ci vorrà un anno per espellerli tutti”, aggiungendo che il budget non sarà un problema. E pur ammettendo che la logistica per trovare paesi che li accolgano sarà complessa, ha osservato che Israele sta lavorando con gli Stati Uniti per identificare i paesi candidati.
In effetti, nei giorni scorsi, funzionari americani e israeliani hanno dichiarato all’AP che i loro governi si sono avvicinati al Sudan, alla Somalia e al Somaliland per assorbire i palestinesi di Gaza in cambio di vantaggi finanziari, diplomatici e di sicurezza. La CBS ha poi riferito che l’amministrazione Trump ha anche contattato il nuovo governo provvisorio in Siria attraverso un interlocutore terzo.
Non è chiaro se uno di questi regimi possa effettivamente accettare una proposta del genere. Ma se abbiamo imparato qualcosa dagli Accordi di Abraham, è che, al giusto prezzo, ci sarà chi accetta.
Rendere Gaza invivibile
Naturalmente non ci sarà alcuna “emigrazione volontaria” da Gaza; i palestinesi hanno rifiutato inequivocabilmente il piano di Trump, rispondendo che gli unici luoghi in cui si trasferiranno volentieri sono i villaggi, i paesi e le città all’interno di Israele da cui sono stati espulsi nel 1948. Netanyahu, Smotrich e Katz lo sanno ancora meglio di Trump – ed è per questo che, in pratica, l’idea di sradicare la popolazione di Gaza è sempre stata collegata a una ripresa dell’assalto militare di Israele al territorio.
Far sfollare con la forza oltre 2 milioni di persone, anche con il sostegno di una superpotenza globale, non è un compito semplice. Per prima cosa, richiederebbe l’eliminazione di Hamas come forza di resistenza vitale, cosa che Israele non è riuscito a fare in oltre 15 mesi di combattimenti. Trump non avrebbe mai accettato di mettere gli stivali americani sul terreno per realizzare la sua fantasia; sarebbe sempre stato lasciato nelle mani di Israele il compito di risolvere le questioni pratiche. E mentre non sappiamo ancora come l’esercito intensificherà esattamente la sua nuova offensiva – se davvero, come suggeriscono i rapporti, intende farlo – abbiamo degli indizi dal modo in cui ha condotto la guerra fino ad ora.
In particolare, l’operazione di tre mesi dell’esercito nel nord di Gaza che ha preceduto il cessate il fuoco ha fornito una sorta di banco di prova per l’espulsione di massa, basata sul cosiddetto “Piano dei generali”. Isolando tre città dal resto della Striscia, sottoponendole a intensi bombardamenti e negando l’ingresso di qualsiasi aiuto umanitario, Israele è riuscito a sfollare con la forza centinaia di migliaia di persone. Non è difficile immaginare che una nuova invasione di terra possa preannunciare una mossa simile, che si estenda a tutta l’enclave. Quanto successo avrebbe una simile impresa è ancora da vedere.
Ma l’assalto di 15 mesi di Israele ha mostrato anche un altro impulso che, sebbene non sia un obiettivo di guerra ufficiale, sembra aver guidato gran parte della politica militare a Gaza: lo sforzo di creare condizioni che rendano impossibile la vita agli abitanti.
Non c’è altro modo per spiegare l’affamamento di un’intera popolazione mentre si attaccano i centri di distribuzione del cibo e i convogli di aiuti; la chiusura delle condutture dell’acqua e la negazione dell’elettricità agli impianti di desalinizzazione; la distruzione sistematica delle strutture sanitarie, il rapimento del personale medico e le restrizioni agli operatori sanitari stranieri; la distruzione di intere città e quartieri; il tentativo di porre fine all’unica organizzazione in grado di prevenire il collasso umanitario totale. Anche dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Israele ha continuato a impedire l’ingresso di case mobili a Gaza in violazione dell’accordo, suggerendo così che la vita stabile non possa tornare nella Striscia.
In questo senso, Israele aveva già posto le basi per lo sradicamento della popolazione di Gaza prima ancora che Trump entrasse in carica. Il discorso del presidente alla Casa Bianca ha semplicemente dato alle visioni di pulizia etnica di Israele un timbro di approvazione “Made in America”.
È ancora possibile che questa nuova escalation si esaurisca con la stessa rapidità con cui è iniziata; che il massacro di oggi di Israele sia stato solo un atto di grande abilità per fare pressione su Hamas affinché rilasciasse gli ostaggi rimanenti senza un impegno a porre fine alla guerra, o un’ultima manovra per riportare Ben Gvir nella coalizione in tempo per far passare il bilancio. Ma anche se Israele tornasse al tavolo dei negoziati – domani, tra una settimana o tra due mesi – nulla impedirebbe il prossimo massacro o quello successivo, fino a quando, con o senza ostaggi, Israele deciderà che è il momento giusto per portare a compimento il piano di Trump.
Che questa sia la direzione di marcia è innegabile. Finché le condizioni e gli equilibri di potere attuali prevarranno, la spinta a sfollare con la forza la popolazione di Gaza in massa appare inevitabile, se non imminente.
* redattore senior di +972 Magazine e membro del collettivo editoriale di Vashti Media. Articolo apparso su +972
Questo articolo è stato inviato da Boris Kagarlitsky, socialista e prigioniero politico russo contro la guerra, il 18 febbraio dalla colonia penale di Torzhok, in Russia, dove sta scontando una condanna a cinque anni per “giustificazione del terrorismo”. Il ritardo nella pubblicazione è dovuto alle difficoltà di trasmissione in Occidente.
L’inverno politico della Russia è iniziato già prima dello scoppio del conflitto armato con l’Ucraina, che i documenti ufficiali chiamano eufemisticamente “operazione militare speciale” (OMS). La pandemia Covid-19 del 2020 era già servita da pretesto per limitare fortemente la libertà di riunione. A ciò hanno fatto seguito gli emendamenti costituzionali che hanno prolungato il governo del presidente russo Vladimir Putin – già durato 20 anni – di altri 12 anni anticipati, rendendolo di fatto a vita. La pandemia ha anche giustificato la modifica delle leggi elettorali in modo da rendere quasi impossibile il monitoraggio del voto e il conteggio dei voti.
Ciononostante, nell’autunno del 2021, durante le elezioni della Duma di stato, gli elettori di Mosca hanno tentato di eleggere i candidati dell’opposizione nella maggior parte dei distretti. Uno scandalo del genere nella capitale era inaccettabile. Il problema è stato risolto con il voto elettronico a distanza (REV). Non appena i risultati del REV sono stati aggiunti al conteggio complessivo, i candidati dell’opposizione (che spesso erano in testa con margini impressionanti) sono stati improvvisamente superati dai candidati del partito al potere. L’opposizione parlamentare ufficialmente sancita, essendosi rassegnata a questo risultato, ha perso ogni significato politico. Questi partiti non erano nemmeno più percepiti come un canale attraverso il quale i cittadini potevano segnalare l’insoddisfazione per le politiche del governo.
Rimaneva solo l’opposizione non sistemica, il cui rappresentante più influente era Alexei Navalny. Tuttavia, la nuova legislazione repressiva ha rapidamente distrutto la rete nazionale di attivisti che aveva costruito. I loro leader sono stati arrestati o costretti all’esilio. Lo stesso Navalny, tornato dalla Germania dove era stato curato in seguito a un (sospetto) tentativo di avvelenamento, è stato trattenuto all’aeroporto ed è morto in custodia il 16 febbraio 2024. Recentemente, un tribunale russo ha stabilito che anche il solo nominare il nome “Alexei” può essere considerato un segno di estremismo.
Nell’ambito di una più ampia repressione del dissenso, è stata promulgata la famigerata legge sugli “agenti stranieri”. In base a questa legge, qualsiasi cittadino russo ritenuto sotto influenza straniera può essere etichettato come agente straniero senza alcun controllo giudiziario. A coloro che sono stati designati come agenti stranieri viene impedito di insegnare nelle università statali, di partecipare alle campagne elettorali e persino di ottenere un reddito da lavori creativi o di affittare proprietà. La legge continua a essere ampliata con nuovi divieti e restrizioni.
Le autorità hanno esercitato pressioni attive su chi è identificato come “agente straniero” affinché emigri, mentre coloro che sono rimasti in Russia hanno dovuto soddisfare numerosi e umilianti requisiti burocratici sotto la minaccia di multe e, eventualmente, di carcere. Inoltre, è stato creato un registro dei terroristi e degli estremisti, nel quale è possibile includere qualsiasi cittadino in base a una decisione amministrativa. Una volta inserito nell’elenco, un individuo non solo perde l’accesso ai propri conti bancari, ma gli viene anche proibito di effettuare transazioni in contanti attraverso le banche senza un permesso speciale.
Pertanto, ancor prima che i carri armati russi si dirigessero verso Kiev il 24 febbraio 2022, era già stato messo in atto un ampio sistema di misure repressive, che di fatto congelavano la vita politica del paese. Il conflitto armato è servito solo come pretesto per stringere ulteriormente le maglie. Sono state emanate o inasprite decine di ulteriori leggi repressive. Le stime indicano che il numero di prigionieri politici varia da 1.000 a 3.000, anche se ci sono ragioni per credere che queste cifre siano significativamente sottostimate.
Tutti i partiti della Duma hanno sostenuto all’unanimità le politiche del governo. Ciononostante, anch’essi sono stati sottoposti a epurazioni sistematiche. Attivisti e politici ritenuti inaffidabili sono stati etichettati come agenti stranieri (come Oleg Shein di Russia Giusta ed Evgeny Stupin del Partito Comunista della Federazione Russa). Queste persone sono state rimosse dalle posizioni di partito, escluse dalle liste elettorali e costrette a lasciare il paese. Molti hanno taciuto per paura, ma anche questo non ha sempre garantito la sicurezza.
Un’ondata di purghe ha investito le università, portando al licenziamento di professori sospettati di essere liberi di pensiero. Giornali, riviste e siti web sono stati chiusi. Sono stati fatti diversi tentativi, non andati a buon fine, di bloccare i social media, ma lo stato ha incontrato ostacoli tecnologici. L’esodo di massa di persone insoddisfatte della situazione, insieme alla fuga dei giovani che si sottraggono alla mobilitazione nell’autunno del 2022, sembra aver messo fine all’attività civica indipendente, trasformando il paese in un deserto politico. Almeno, questa è l’impressione che si potrebbe ricavare da uno sguardo superficiale, senza prestare attenzione a processi più profondi che spesso sfuggono agli osservatori occasionali.
La realtà dell’accesso dei russi alle risorse online dell’opposizione suggerisce un quadro più complesso. Non si tratta solo del fatto che i critici del regime sono in grado di trasmettere dall’estero, proprio come le “voci nemiche” che un tempo si infiltravano nelle case sovietiche attraverso le onde radio. La lotta in corso su Internet dimostra una resistenza di base diffusa. Ogni volta che YouTube viene rallentato o un altro servizio o social network viene bloccato in Russia, innumerevoli individui esperti di tecnologia sviluppano acceleratori e software per aggirare le restrizioni, molti dei quali sono completamente gratuiti.
Anche il numero crescente di prigionieri politici indica un aumento del dissenso. Inoltre, il loro profilo sociale e culturale è cambiato radicalmente. In passato, il tipico prigioniero politico era un giovane dell’intellighenzia, ma oggi un numero crescente di detenuti è di mezza età, spesso con un livello di istruzione inferiore e impegnato in lavori manuali. Le loro opinioni politiche differiscono significativamente da quelle dell’opposizione liberale metropolitana. Ad esempio, tendono a considerare il passato sovietico in modo molto più positivo, soprattutto le sue politiche sociali. In questo senso, il movimento di protesta sta diventando più popolare, più orientato socialmente e più di sinistra.
Un importante indicatore della disponibilità della società al cambiamento si è avuto nel gennaio 2024 con la campagna per la nomina di Boris Nadezhdin a candidato presidenziale. Il solo fatto che gli sia stato permesso di raccogliere le firme ha suggerito che una fazione all’interno dell’élite al potere era almeno preoccupata di mantenere l’apparenza di procedure democratiche. Nadezhdin, nonostante la sua posizione politicamente moderata, si è presentato come “candidato contro la guerra”. Ma la sorpresa più grande è stata la rapida crescita a livello nazionale degli uffici della sua campagna, che sono spuntati “come funghi dopo la pioggia”, con una partecipazione significativa di vari gruppi di sinistra. Quando la campagna di Nadezhdin ha raccolto 300.000 firme – superando di gran lunga le 100.000 richieste – è stato prevedibilmente squalificato dalla corsa. Tuttavia, questo episodio ha dimostrato chiaramente la presenza di un significativo potenziale di protesta nel paese.
Mentre gli esuli liberali hanno visto la campagna di Nadezhdin con scetticismo nel migliore dei casi, gli attivisti di sinistra rimasti in Russia l’hanno ampiamente sostenuta, anche se in modo critico. È inoltre degno di nota il fatto che le piattaforme online di sinistra, nonostante tutti i rischi e le sfide, si sforzino di continuare a operare dall’interno della Russia. Ciò richiede spesso una maggiore cautela nelle critiche, ma assicura che rimangano in contatto con il loro pubblico. Anche i pochi media liberali rimasti in Russia sono stati costretti ad affidarsi a giornalisti e commentatori di sinistra.
Dopo la morte di Navalny, l’opposizione in esilio è stata afflitta da numerosi scandali e conflitti. Naturalmente, non tutti i membri dell’emigrazione liberale hanno preso parte a queste dispute. Ad esempio, Vladimir Kara-Murza, che ha trascorso un periodo significativo in prigione ed è stato rilasciato nell’agosto 2024 nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra la Russia e l’Occidente, ha concentrato tutti i suoi sforzi sul sostegno ai prigionieri politici ancora in Russia. Tuttavia, l’atmosfera generale all’interno della comunità degli esuli non ha contribuito a migliorare la sua credibilità.
Al contrario, gli attivisti rimasti in Russia, insieme ai gruppi all’estero che mantenevano i collegamenti con loro, hanno favorito un ambiente di solidarietà e aiuto reciproco. Il sostegno ai prigionieri politici è diventato un punto focale delle loro attività. Le persone raccolgono fondi, inviano pacchetti di assistenza e scrivono migliaia di lettere per esprimere solidarietà a chi è dietro le sbarre. L’esperienza della raccolta fondi per i prigionieri ha dimostrato l’emergere di una cultura autosufficiente, che opera senza sovvenzioni straniere, sussidi oligarchici o sostegno statale.
Come prima conclusione, possiamo osservare che i processi sottostanti stanno rimodellando l’equilibrio di potere nella società. Quando inizierà la prossima primavera politica, il paesaggio rivelato sotto lo scioglimento dei ghiacci sarà significativamente diverso da quello che esisteva prima del gelo.
Ma abbiamo motivo di sperare in una primavera, per non dire di aspettarcela presto? Sembra di sì.
L’ascesa dell’autoritarismo negli anni 2020 non è stata né casuale né il risultato della cattiva volontà dei veterani dei servizi di sicurezza che avevano conquistato posizioni chiave nello stato. Al contrario, l’escalation del conflitto con l’Ucraina e la marcia su Kiev nel 2022 sono state in gran parte guidate non solo dalle tensioni internazionali, ma anche dalle contraddizioni interne. L’aspettativa era che una “piccola guerra vittoriosa” avrebbe consolidato la società, proprio come l’annessione della Crimea nel 2014. Ma mentre quella vittoria fu rapida e incruenta, questa volta gli eventi si sono svolti in modo molto diverso. La guerra non solo non ha risolto nessuno dei problemi esistenti in Russia, ma ne ha creati di nuovi. Il conflitto ha permesso al governo di rinviare indefinitamente le riforme da tempo necessarie, ma le contraddizioni e le tensioni si sono solo accumulate, anche all’interno dell’élite al potere.
Molti, ovviamente, hanno tratto profitto dalla guerra in Ucraina e dai contratti militari, ma i settori civili dell’economia ne hanno risentito. Allo stesso tempo, la prospettiva di un imminente accordo di pace porta con sé nuove sfide. L’economia russa non è crollata sotto le sanzioni e anzi mostra una notevole crescita, ma è diventata sempre più contraddittoria. La riduzione dei legami con l’Occidente non ha portato a un riorientamento coerente verso i partner commerciali dei BRICS (Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica). Ciò è diventato particolarmente evidente quando Cina e India hanno ridotto gli acquisti di petrolio russo, evidenziando il fatto che, al di là delle esportazioni di materie prime, le aziende russe hanno poco da offrire ai mercati globali.
Nel frattempo, i settori socialmente rilevanti si stanno riducendo rapidamente e la spesa militare è diventata il principale motore della crescita economica. Tuttavia, sostenere questo livello di spesa per la difesa dopo il cessate il fuoco sarà difficile, non solo finanziariamente, ma anche politicamente. La lotta all’inflazione si è basata sull’aumento del tasso di interesse di riferimento della banca centrale, rendendo il credito inaccessibile a gran parte del settore imprenditoriale e soffocando la domanda non militare. È sempre più chiaro che una transizione verso uno sviluppo pacifico richiederà un’enorme ridistribuzione delle risorse e un cambiamento delle priorità e degli approcci, impossibile senza una trasformazione radicale dei processi decisionali – il che significa che il cambiamento politico è inevitabile.
Anche una parte significativa dell’élite al potere sta iniziando a comprendere questa realtà. La maggioranza della società e della classe dominante può sognare di tornare ai giorni “felici” del 2019, ma purtroppo ciò è impossibile – a causa del mutevole panorama geopolitico dell’era Trump, delle sfide economiche e della profonda stanchezza che si è accumulata in tutti gli strati della società dopo il “lungo dominio” di Putin. L’insieme di questi fattori rende il cambiamento non solo atteso, ma inevitabile.
Gli accordi di pace possono ridurre le tensioni globali, ma non risolvono i problemi interni della Russia; al contrario, li esacerbano (uno dei motivi per cui lo stesso processo di pace è così irto di difficoltà). Il cambiamento è in arrivo: l’unica domanda è di chi saranno gli interessi che lo determineranno e su quali principi verranno formulate le nuove priorità.
Le contraddizioni sociali ed economiche richiedono soluzioni politiche. La campagna repressiva del 2020-24 è riuscita solo a congelare temporaneamente la situazione, ma nel farlo ha anche creato nuove condizioni che inevitabilmente influenzeranno gli sviluppi futuri. Come ha osservato il noto blogger di sinistra Konstantin Syomin nel 2023, le richieste di partecipazione alla vita politica vengono ora presentate attraverso il sistema penitenziario. Né gli esuli liberali né gli attuali burocrati saranno in grado di formulare nuove idee per lo sviluppo del paese: entrambi rimangono intrappolati nel passato.
Se inizia il cambiamento, sarà la società stessa a proporre nuovi leader. Alcuni di loro sono attualmente seduti in trincea in Ucraina, altri stanno lavorando per sostenere le iniziative locali o preservare i resti dei media indipendenti. I prigionieri politici di oggi potrebbero trovarsi in prima linea negli sforzi per costruire nuove istituzioni sociali e ripulire le “stalle di Augia” dai problemi accumulati. Sono pronti a lavorare per trasformare il loro paese e il mondo. Ma per ora hanno bisogno soprattutto di sostegno e solidarietà. Da lì, gli eventi seguiranno il loro corso naturale. Come questo possa accadere è ben noto alla storia russa.
Il patto Trump-Putin mira alla spartizione dell’Europa e all’imposizione di regimi autoritari, all’insegna di politiche di austerità, reazionari e guerrafondai nelle rispettive zone di influenza.
A breve termine, questo piano implica lo schiacciamento del popolo ucraino a Est e ad Ovest il sostegno ai partiti trumpisti, nazionalisti e sovranisti di estrema destra. Trump e Putin puntano entrambi sulla frammentazione della società e alla disintegrazione europea. Inoltre, i due despoti perseguono i propri obiettivi: separare la Russia dalla Cina da una parte, riportare la Russia entro i confini dell’impero zarista per l’altra. Come era avvenuto con il patto di spartizione della Polonia tra Hitler e Stalin, sono probabili dei cambiamenti, a seconda dei rapporti di forza, con nuove minacce di guerra. In ogni caso, da ora in poi, il patto tra Trump e Putin mette in crisi profonda il progetto borghese concepito nel dopoguerra: la costruzione di un’Unione Europea ultraliberale, alleata privilegiata dell’imperialismo statunitense e pilastro europeo della NATO. Ma è proprio attraverso questo che la borghesia europea ha cercato di imporsi come uno dei principali protagonisti della lotta concorrenziale per l’egemonia capitalista mondiale. Ora che il suo progetto è minacciato di fallimento, la classe dominante europea sta elaborando in fretta e furia una risposta ancora più completamente allineata agli interessi del grande capitale. Il patto Mosca-Washington funge da acceleratore: rimilitarizzazione a tutto spiano, più austerità, più regali ai padroni, messa in discussione delle misure ecologiche già del tutto insufficienti, inasprimento delle vergognose politiche di respingimento dei migranti… Senza dimenticare le sottomissioni a Trump, nella speranza di condividere la torta ucraina della “ricostruzione”. Quando si tratta di dare al popolo ucraino i mezzi necessari per la sua legittima difesa, i governi europei sono riluttanti. Quando si tratta di produrre armi per la “potenza europea”, nulla li ferma. Il dogma del pareggio di bilancio, improvvisamente, non si applica più… tranne che per “giustificare” l’austerità, la repressione delle libertà e la distruzione ecologica, che continuano a pieno ritmo. La “difesa dell’Ucraina” serve da pretesto. In realtà, sono tre anni che i leader dell’UE frenano il sostegno a Kiev. Da un lato, nonostante tutto, il popolo ucraino resiste eroicamente. Dall’altro, la Russia è esausta per le enormi perdite di uomini e materiali. Se l’Ucraina dovesse cadere, la Moldavia e la Georgia saranno nel mirino. Ma, al di là di questo, Putin punta sulla decomposizione politica molto più che sulla conquista militare per aumentare il suo potere. L’idea che le sue armate si stiano preparando a invadere l’Europa occidentale è pura manipolazione. Nelle attuali condizioni, la messa a disposizione da parte dell’UE dei suoi mezzi militari esistenti, la cancellazione del debito ucraino, il trasferimento a Kiev dei 200 miliardi di fondi russi congelati, uno speciale prelievo sui grandi patrimoni, il sostegno della società civile e una vasta mobilitazione internazionalista di massa per la democrazia e la pace (attraverso lo scioglimento di tutti i blocchi militari e il rispetto dei confini) creerebbero la possibilità di destabilizzare il neofascismo poutiniano. Di conseguenza, si aprirebbe un’altra prospettiva per il continente e per il mondo. In ogni caso, non c’è nulla da aspettarsi da un’Unione europea non democratica, che sostiene il genocidio di Netanyahu contro il popolo palestinese, provoca ogni anno la morte in mare di migliaia di migranti, impone scambi iniqui ai paesi della periferia e si definisce “un’economia di mercato aperta dove la concorrenza è libera”. La “politica di difesa” di questa UE non può che essere una politica di difesa degli interessi capitalisti, a spese dei lavoratori, dei giovani, delle donne , dei popoli oppressi e del pianeta. Se vogliono rifiutare di essere trascinati nella lotta tra Stati Uniti e Cina per l’egemonia mondiale, con la Russia come perno, se vogliono essere artefici della loro storia comune, i popoli del vecchio continente non hanno altra scelta che unire i loro movimenti sociali e i loro sindacati nella lotta per un altro Europa, democratica, sociale, aperta, generosa, ecosocialista. • Un’Europa che metta il grande capitale al suo posto socializzando la finanza, l’energia, l’industria degli armamenti e altri settori chiave; • Un’Europa che aumenti i salari, sviluppi la sicurezza sociale, rafforzi i servizi pubblici, combatta le disuguaglianze, elimini la povertà; • Un’Europa che prenda i soldi dove sono per finanziare una transizione ecologica degna di questo nome, senza combustibili fossili, senza nucleare, senza tecnologie di maghi apprendisti e senza agrobusiness; • Un’Europa che cancelli i debiti dei paesi del Sud, rinunci alla rapina neocoloniale e condivida le scoperte indispensabili per la decarbonizzazione dell’economia; • Un’Europa in cui le classi popolari avranno a cuore di assicurare da sole la difesa in caso di necessità, dove la coscrizione sostituisca gli eserciti di mestiere. Il percorso verso la fondazione di questa Europa è politico: passa attraverso la lotta contro il ripiegamento nazionale e la mobilitazione per l’elezione di un’assemblea costituente europea. È urgente. L’Europa e il mondo sono al crocevia della storia. I diritti democratici e sociali sono nati in Europa nel XIX° e XX° secolo dalla lotta del mondo del lavoro contro lo sfruttamento capitalista. È il loro destino ad essere in gioco, su un pianeta in fiamme che i despoti sognano di sottomettere al diktat senza limiti del capitale.
Il 28 febbraio 2023, poco prima di mezzanotte, un treno da Atene a Salonicco (nord), con oltre 350 passeggeri a bordo, si è scontrato frontalmente con un treno merci nella valle di Tempe, circa 350 km a nord della capitale. Criticato dall’associazione dei genitori delle vittime e da tutta la società greca, che accusano il governo di voler nascondere non solo le vere cause dell’incidente, ma anche le responsabilità politiche e penali dei membri del governo dell’epoca e di manipolare la giustizia e i media, il capo del governo si trova ad affrontare la più grande crisi politica dei suoi sei anni al potere.
No alla mortale copertura! Giustizia! “Non abbiamo più ossigeno!” »
Il 28 febbraio 2025, anniversario del disastro, è stato organizzato uno sciopero generale a cui ha aderito quasi il 100% delle persone e anche i grandi supermercati ancora aperti hanno chiuso questo venerdì. Un milione di persone hanno manifestato ad Atene, Salonicco e in 260 città e villaggi della Grecia, ma anche in tutto il mondo. Rispetto alla popolazione della Grecia, questa cifra è pari a quasi il 10%. “Eravamo circa 60.000 nella più grande città di Creta (in totale 120.000 dimostranti a Creta, per un’isola di 700.000 abitanti…”), ha dichiarato il regista attivista Yannis Youlountas.
A Bruxelles, 1.500 persone si sono radunate in Place du Luxembourg per protestare contro il “no alla copertura” e chiedere giustizia per le vittime. Non si assisteva a una manifestazione così imponente nei confronti della Grecia dai tempi delle grandi proteste del 2015.
La folla ha ripetuto la frase “Non ho più ossigeno”, le ultime parole pronunciate da uno studente in una chiamata ai servizi di emergenza subito dopo la collisione e prima della grande esplosione che ha ucciso 57 persone, la maggior parte delle quali studenti tra i 18 e i 28 anni che stavano tornando a Salonicco dopo le vacanze di Carnevale.
Entro la fine di gennaio, più di 100.000 persone avevano già marciato ad Atene, Salonicco e in altre città del Paese. Va notato che queste manifestazioni sono nate spontaneamente grazie alle pressioni della base per sostenere l’ormai nota Associazione delle famiglie delle vittime di Tempé, la cui presidente Marie Karystianou ha perso la figlia diciannovenne nell’incidente. Gli attacchi nauseabondi dei membri del governo e di alcuni giornalisti contro i parenti delle vittime, quando decisero di condurre indagini parallele per scoprire la verità sull’incidente, fecero infuriare e mobilitarono la stragrande maggioranza della società greca, tra cui le persone che partecipavano alle manifestazioni per la prima volta e gran parte degli elettori di Mitsotakis. Le rivendicazioni che uniscono questa folla eterogenea sono innanzitutto che venga fatta giustizia per le vittime, che venga respinta la repressione che il governo ha tentato di attuare fin dall’inizio della tragedia e, infine, che vengano condannati anche i vertici politici e non solo i lavoratori, come il capostazione locale incriminato.
Le cause della tragedia: la privatizzazione della rete ferroviaria, lo sperpero di denaro pubblico, una losca vicenda di contrabbando di sostanze infiammabili e la fretta del governo di nascondere le prove.
La sera del 28 febbraio 2023, il treno passeggeri Intercity 62 della Hellenic Train, partito da Larissa e diretto a Salonicco con a bordo 350 passeggeri, per lo più studenti, ha viaggiato per 12 minuti su binari dissestati e alle 23:22 si è scontrato con un treno commerciale della stessa compagnia.
Ne seguì una violenta esplosione che uccise 57 persone e ne ferì centinaia. Secondo le denunce dei sopravvissuti, la risposta dell’apparato statale è stata inadeguata: sono arrivate sul posto solo poche ambulanze, personale sanitario e vigili del fuoco. Tutti i resoconti dei sopravvissuti indicano che non furono inviati soccorritori. Quel che è peggio, tre giorni dopo l’incidente e in violazione delle norme internazionali sui disastri ferroviari, il governo diede ordine di rimuovere i vagoni distrutti, tonnellate di terra attorno ai due treni e di cementificare (!) il luogo dell’incidente. Diversi mesi dopo, i genitori trovarono DNA ed effetti personali dei loro figli gettati nei campi intorno al luogo dell’incidente!
A parte l’errore umano attribuito al capostazione locale quella sera, nessun altro è stato accusato. Tuttavia, i lavoratori avevano da tempo denunciato gravi negligenze sulla rete ferroviaria, tra cui il mancato aggiornamento dei sistemi di sicurezza nonostante i fondi ricevuti dall’UE a tale scopo.
La società pubblica TrainOSE è stata ceduta nel 2017 per 45 milioni di euro al gruppo italiano Ferrovie dello Stato Italiane. La decisione fu presa dall’allora governo Syriza-Anel, poiché la privatizzazione era un obiettivo chiave dell’Unione Europea (UE) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e un “obbligo di memorandum” imposto alla Grecia dal 2011.
Dal 2019, l’attuale governo ha continuato a sovvenzionare i nuovi proprietari con decine di milioni di euro all’anno per mantenere l’azienda redditizia e servire le destinazioni “meno frequentate”, tra cui la linea più grande e trafficata del Paese tra Atene e Salonicco, ignorando le continue lamentele dei ferrovieri sulla drammatica carenza di personale e sulle misure di sicurezza. Al contrario, i funzionari hanno continuato a licenziare e ridurre il personale, con l’obiettivo di completare il “consolidamento” dell’azienda.
Di recente, una perizia finanziata dalla Victims’ Families Association ha concluso che il treno merci trasportava un carico illegale e non dichiarato di sostanze chimiche esplosive, che potrebbe aver contribuito alla grande esplosione e all’elevato numero di vittime che non sono morte immediatamente a causa dell’incidente. 112 registrazioni nascoste (tra cui quella usata dai manifestanti “Non ho ossigeno”) sono state pubblicate da media indipendenti.
Giovedì scorso (27/02), un giorno prima dello sciopero e delle grandi manifestazioni, un altro rapporto schiacciante dell’agenzia greca per la sicurezza aerea e ferroviaria ha rivelato carenze sistemiche nella sicurezza e la distruzione di prove cruciali nei giorni successivi all’incidente. Gli esperti hanno anche affermato che sul luogo dell’incidente c’era una “possibile presenza” di un “carburante sconosciuto”.
Oggi in Grecia la stragrande maggioranza della popolazione è convinta che il governo abbia fatto tutto il possibile per cercare di nascondere un crimine prevenibile, insultando i genitori, ostacolando la giustizia, corrompendo i media e manipolando le commissioni investigative e le prove. Chi ancora sostiene il governo appare sospetto: o ha qualcosa da nascondere o ha interessi e privilegi che non vuole perdere. Il governo e il primo ministro hanno perso la fiducia e la legittimità del popolo, ma l’opposizione è troppo debole per imporre un cambiamento di politica. Cosa ci resta dunque? Il movimento di massa, i lavoratori, gli studenti e gli alunni che restano mobilitati, che chiedono giustizia per le vittime, la condanna dei dirigenti politici e la deprivatizzazione, senza indennizzo, della compagnia ferroviaria privata, la cui gestione deve restare sotto il controllo dei lavoratori! Li sosteniamo esprimendo la nostra solidarietà alle lotte dei nostri ferrovieri qui in Belgio, che si oppongono al degrado e alla privatizzazione delle nostre ferrovie. Perché le nostre vite valgono più dei loro profitti!
Articlo pubblicato sul sito: www.gaucheanticapitaliste.org
Pubblichiamo il testo con il quale i compagni di SolidaritéS rendono conto del licenziamento di Hoseph Daher da parte dell’Università di Losanna. Un licenziamento chiaramente politico, legato evidentamente all’impegno di Daher nella lotta di sostegno al popolo palestinese ed ai movimenti di emancipazione in Medio Oriente. Invitiamo tutte e tutti a firmare la petizione di sostegno. (Red)
A seguito delle mobilitazioni studentesche a sostegno della Palestina all’Università di Losanna (Unil), la direzione pubblicava a metà gennaio un rapporto in cui concludeva che l’istituto deve sospendere gli accordi con le istituzioni universitarie israeliane colpevoli di violazione dei diritti umani. Appena due settimane dopo questo importante successo, la direzione procede a un licenziamento, quello del professor Joseph Daher.
Il 30 gennaio, la direzione dell’Unil ha annunciato il “mancato rinnovo” del contratto del professore invitato di storia contemporanea Joseph Daher, con effetto dal giorno successivo. Alcuni mesi prima, nell’ottobre 2024, era stata aperta un’indagine amministrativa contro di lui per aver prestato la sua campus card (la tessera di accesso dei membri dell’università) a una studentessa esterna durante l’occupazione studentesca dell’edificio Géopolis nel maggio 2024.
Un’indagine che alla fine non ha portato a sanzioni, ma che è stata a breve seguita dall’annuncio della sospensione del suo contratto; con l’effetto dell’annullamento all’ultimo minuto di un corso di storia contemporanea delle relazioni internazionali nel semestre primaverile 2025 e l’interruzione improvvisa della supervisione delle tesi di master di cui era responsabile.
Non appena il caso è stato reso pubblico, è arrivata una ondata di sostegno da parte di ex insegnanti e ricercatori dell’Unil e di altre università svizzere o internazionali, sindacati, ex studenti e anche da parte dei compagni di SolidaritéS, di cui Joseph Daher è stato militante per molti anni. Nell’ambiente accademico circolano petizioni per chiedere il suo reintegro. Il Consiglio della Facoltà di Scienze Sociali e Politiche dell’Unil è unanime sul caso.
La conferenza stampa organizzata dal sindacato SSP-Hautes Écoles lo scorso 20 febbraio ha attirato una folla molto numerosa. I sostenitori del professor Daher denunciano il carattere arbitrario della decisione, che sembra motivata dal suo sostegno al movimento studentesco per la Palestina, in particolare durante l’occupazione.
Pertanto, l’unica accusa avanzata nel corso dell’indagine avviata nell’ottobre 2024 lascia perplessi: se il prestito della campus card è effettivamente contrario al regolamento, diverse fonti rilevano che si tratta di una pratica comune. Questa decisione è stata presa anche in un contesto specifico: dall’autunno 2023 e dalle sue dichiarazioni che denunciano il genocidio a Gaza, Joseph Daher è stato oggetto di vergognosi attacchi mediatici diffamatori, ma classici in questo tipo di casi, accusandolo di antisemitismo, attivismo, propaganda o di essere un sobillatore.
Un’altra accusa rivolta a Joseph Daher nei media è quella di imporre il proprio punto di vista nell’ambito dei suoi insegnamenti e di mancare alla “neutralità accademica”. Un’accusa a geometria variabile che, ad esempio, non sembra applicarsi alle scuole di economia che da decenni sostengono gli effetti positivi del neoliberismo sull’economia, ma soprattutto alle prese di posizione riguardanti il crimine genocida a Gaza, denunciato in particolare dai rapporti della Corte internazionale di giustizia.
In occasione del terzo anniversario dell’aggressione della Russia all’Ucraina pubblichiamo questa intervista, condotta da Francesca Barca, ad Hanna Perekhoda, storica e ricercatrice dell’Università di Losanna (Istituto di studi politici e Centro di storia internazionale e studi politici sulla globalizzazione), specializzata sul nazionalismo nel contesto della storia dell’Impero russo e dell’Unione sovietica. La sua ricerca esamina le strategie politiche dei bolscevichi in Ucraina tra il 1917 e gli anni venti. Perekhoda si occupa anche dello sviluppo, dal punto di vista storico, dell’immaginario politico russo, con particolare attenzione al ruolo dell’Ucraina nell’ideologia di stato russa. Fa anche parte di Sotsialnyi Rukh (“Movimento sociale”), un gruppo politico di sinistra fondato da militanti e sindacalisti sulla scia di Euromaidan, la rivolta del 2013-14 che ha portato alla destituzione del presidente filorusso Viktor Janukovyč.
Con il ritorno di Donald Trump, dovrebbe essere ormai chiaro che l’impunità della Russia sta alimentando l’ascesa delle forze fasciste nei nostri paesi e viceversa. Queste forze stanno lavorando attivamente per smantellare ogni struttura internazionale che limiti le loro ambizioni. La lotta per la libertà in Ucraina è quindi intimamente legata alla lotta globale contro queste tendenze distruttive. Ma bisogna dirlo con chiarezza: le probabilità di una liberazione diminuiscono di minuto in minuto.
L’ascesa di forze che uniscono autoritarismo e libertarismo negli Stati Uniti e in Europa va presa molto sul serio. La razionalità capitalista, con il suo culto della crescita illimitata e del profitto, pone quest’ultimo al di sopra di tutto: dalla vita privata alla sicurezza collettiva. In questo mondo, se non si rompe questa dinamica, l’Ucraina non avrà futuro. Ma che sia chiaro: non ci sarà futuro per nessuno.
Parte del dibattito in Occidente, soprattutto a sinistra ma non solo, si è concentrata da un lato sul pacifismo e dall’altro sul pericolo rappresentato dalle forze di estrema destra – se non neonaziste – in Ucraina.Ci può dare il suo punto di vista?
Immaginate di affacciarvi alla finestra e di vedere una persona aggredita, picchiata e violentata. Questa persona si accorge di voi e vi implora di aiutarla. Avete gli strumenti necessari per permetterle di difendersi, ma scegliete di non fare nulla, lasciandola morire. Quando si tratta di una persona, è ovvio che non intervenire equivale a incoraggiare il crimine o ad aggravarne le conseguenze. Se qualcuno giustificasse la propria inazione dicendo di essere pacifista e contro ogni forma di violenza, questa argomentazione sarebbe considerata inappropriata, per non dire assurda.
Pur non ricadendo nel penale, un simile atteggiamento di solito viene considerato profondamente immorale. Allora mi chiedo: perché questo stesso atteggiamento tutto a un tratto diventa accettabile quando la situazione passa dal livello di un individuo aggredito a quello di una società sotto attacco? Come per miracolo, il rifiuto di prestare soccorso diventa pacifismo e trova una legittimazione morale.
La realtà è che quando manca il sostegno alle vittime, gli aggressori si sentono incoraggiati. È chiaro nelle relazioni personali, all’interno delle famiglie, dei gruppi di lavoro o di qualsiasi istituzione sociale. Ma vale anche nella politica internazionale. Abbandonare al loro destino le vittime di aggressioni militari è come dire a tutti gli psicopatici in posizione di potere che ora sono liberi di ricorrere alle guerre per risolvere i loro problemi di legittimità.
L’impunità concessa a chi sostiene la legge del più forte sulla scena internazionale alimenta inevitabilmente l’ascesa di forze che difendono gli stessi principi in patria. Forze come Alternative für Deutschland (Afd) in Germania, il Rassemblement National in Francia, Donald Trump negli Stati Uniti e Vladimir Putin in Russia condividono lo stesso culto della forza bruta: in altre parole, del fascismo. In definitiva, qualsiasi aggressione, per quanto lontana, se normalizzata, ha implicazioni che prima o poi si ripercuotono su tutti noi.
L’argomentazione secondo cui la presenza dell’estrema destra in Ucraina giustificherebbe il rifiuto di inviare armi si basa su un errore di logica piuttosto lampante. Rifiutarsi di aiutare un popolo con questo pretesto significa punire un’intera società per una realtà che esiste ovunque. Sì, in Ucraina ci sono gruppi di estrema destra, come in molti altri paesi. Nelle elezioni precedenti a quelle del 2022, questi gruppi hanno ottenuto percentuali marginali e non sono riusciti a entrare in parlamento. In Francia e in Germania ci sono movimenti di estrema destra infinitamente più influenti che in Ucraina, eppure nessuno metterebbe in dubbio il loro diritto all’autodifesa in caso di aggressione. Questo atteggiamento non è piuttosto frutto del pregiudiziooccidentale di un “Est” reazionario e retrogrado, che persiste anche quando le società occidentali stesse sono alle prese con una fascistizzazione contro cui la sinistra di questi paesi sembra del tutto impotente?
Questo argomento è tanto più ipocrita se si considera che molte di queste stesse voci non esitano a sostenere movimenti di resistenza che includono attori più che problematici. Perché pretendere dall’Ucraina sotto attacco una purezza che nessun’altra società è tenuta a mostrare quando si tratta di difendersi?
È innegabile che la guerra, che dura da più di dieci anni, abbia già contribuito a rafforzare e banalizzare simboli e discorsi nazionalisti che prima non erano così rilevanti. Le guerre non rendono migliore nessuna società.
“Questo atteggiamento non è piuttosto frutto del pregiudizio occidentale di un ‘Est’ reazionario e retrogrado, che persiste anche quando le società occidentali stesse sono alle prese con una fascistizzazione contro cui la sinistra di questi paesi sembra del tutto impotente?”
Tuttavia, il rapporto tra l’invio di armi e il rafforzamento dell’estrema destra in Ucraina è inversamente proporzionale. Le armi servono innanzitutto a difendere la società nel suo complesso da un esercito invasore. La vittoria dell’Ucraina garantisce l’esistenza stessa di uno stato in cui i cittadini possono scegliere il proprio futuro in modo democratico. Al contrario, nulla rafforza i movimenti di estrema destra o le organizzazioni terroristiche più dell’occupazione militare e dell’oppressione sistematica che ne consegue.
Infatti, se l’Ucraina ottiene la pace alle condizioni russe – la pace delle tombe – è più che probabile che i gruppi radicali, che capitalizzeranno la frustrazione e il senso di ingiustizia, si rafforzeranno rapidamente a scapito degli attori moderati.
Il ruolo delle lingue (ucraino e russo) è molto importante per comprendere i dibattiti (spesso artificiali) e le polemiche.Può aiutarci a meglio definire la questione?
È effettivamente utile collocare la questione nel suo contesto storico. Fin dal XIX secolo, lo stato russo ha cercato di emarginare la lingua ucraina presentandola come una forma inferiore di russo. Le élite russe ritenevano che il riconoscimento di una lingua ucraina a sé stante minacciasse l’unità del loro stato nazionale in costruzione. Sotto l’Unione sovietica, il russo era stato imposto come l’unica lingua legittima della modernità e del progresso. Dopo l’indipendenza ucraina [nel 1991], questa gerarchia linguistica è rimasta.
Fino al 2014, parlare ucraino nelle grandi città era malvisto, mentre il russo continuava a essere ammantato di un prestigio superiore. Per gli ucraini, quindi, la promozione dell’ucraino nello spazio pubblico non è un attacco ai russofoni, ma un tentativo di correggere secoli di emarginazione. Considerare tutto ciò come prova di un nazionalismo aggressivo significa ignorare il contesto (post-)imperiale che sottende queste dinamiche, un contesto spesso invisibile a chi appartiene a nazioni storicamente imperialiste e non a gruppi culturalmente oppressi.
Quindi la questione della lingua è strumentalizzata?
Sì, ciò che è importante considerare è il modo in cui la Russia ha usato la questione linguistica per legittimare la sua aggressione contro l’Ucraina. Nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea e dell’inizio della guerra nel Donbass, il Cremlino ha giustificato le sue azioni sostenendo di voler proteggere la popolazione russofona, presunta vittima di un “genocidio linguistico”. Se prima, nel quotidiano, l’ucraino e il russo coesistevano in modo abbastanza pacifico, l’uso delle questioni linguistiche come arma di manipolazione politica ha esacerbato le divisioni.
È fondamentale ricordare che parlare russo in Ucraina non significa essere filo-russi o appoggiare il Cremlino. Dovremmo evitare di ripetere pedissequamente la narrativa della propaganda russa, che fa di tutto per legittimare l’attacco alla sovranità degli stati democratici vicini.
Solo con l’aggressione russa del 2014 lo stato ucraino ha rotto lo status quo di relativo non intervento nelle questioni linguistiche. Nel 2018, il Parlamento ha approvato una legge che impone l’uso dell’ucraino nella maggior parte degli aspetti della vita pubblica, obbligando i funzionari pubblici e le persone che lavorano nella sfera pubblica a conoscerlo e a usarlo nelle loro comunicazioni.
L’ucraino è diventato obbligatorio nelle scuole. Questo non ha necessariamente portato a cambiamenti radicali: molte persone utilizzavano sia l’ucraino che il russo nella loro vita quotidiana, per non parlare di chi parlava un misto dei due. La realtà dell’Ucraina è quella della porosità linguistica.
La guerra e le atrocità commesse dai russi hanno portato molti ucraini a parlare solamente ucraino e a guardare con sospetto chi continua a parlare “la lingua dell’occupante”. Non è raro che i sopravvissuti russofoni ai bombardamenti siano accusati di mancanza di patriottismo dai residenti di lingua ucraina delle città lontane dai combattimenti. Il rifiuto radicale della lingua russa, inesistente nel 2014 ma brandito da Putin per legittimare l’aggressione militare, a distanza di dieci anni è diventato una profezia che si è autoavverata.
“Quello non sempre chiaro in Europa occidentale, è che in Europa orientale l‘Ue rappresenta un‘alternativa a un modello autoritario e oppressivo, un modello che la Russia impone con la forza ai suoi vicini”
Per i russofoni d’Ucraina, il problema è che lo stato che dice di voler proteggere la loro lingua la usa per diffondere narrazioni che negano il diritto all’esistenza dell’Ucraina. Al momento, i russofoni non hanno dei portavoce in grado di articolare la loro esperienza senza sfruttarla a fini politici. Se la Russia non sfruttasse la lingua e la cultura come strumenti di espansione, e se la presenza di una popolazione russofona non fosse stata usata per giustificare una dominazione politica e poi l’invasione militare, la coesistenza delle due lingue probabilmente porrebbe pochi problemi.
Allo stesso tempo, aggiungo, l’autoproclamata élite intellettuale ucraina si sta dimostrando particolarmente arretrata e francamente ridicola, perché costruisce l’identità nazionale secondo le ricette del XIX secolo. In realtà, è impossibile richiudere la popolazione ucraina contemporanea in uno dei due sistemi oscurantisti che le vengono proposti: il nazionalismo etnolinguistico ucraino da un lato, e il nazionalismo imperiale russo dall’altro.
Prima del 2022, esisteva ancora la possibilità di costruire in Ucraina una cultura russofona alternativa, non infettata dall’immaginario imperiale russo e indipendente dalle priorità politiche dello stato russo. L’invasione ha reso questo progetto completamente impossibile.
Putin ne sarà probabilmente contento, perché il suo timore principale non è che l’Ucraina tagli tutti i legami con i russi, bensì che l’Ucraina condivida la loro lingua, ma che sviluppi un solido sistema politico democratico, “infettando” i russi con il virus della libertà.
L’Unione europea è spesso percepita come “superata” nel migliore dei casi, se non “neoliberale” e “antidemocratica” dalla sinistra e dagli attivisti dell’Europa occidentale; in Europa orientale, invece, che si tratti di Moldova, Romania, Ucraina o Georgia, i cittadini si mobilitano dietro questa idea… Come si spiega questa differenza?Cosa rappresenta l’Ue nell’est del continente?E in particolare in Ucraina?
Dall’interno l’Ue può essere vista come un progetto in cui le logiche di mercato hanno la precedenza sulla giustizia sociale, in cui le decisioni sono spesso prese a porte chiuse e in cui gli interessi di grandi potenze economiche come la Germania impongono le loro priorità. In questo contesto, non sorprende che alcuni vedano l’Ue come un ostacolo di cui liberarsi.
Ma per i paesi europei non appartenenti all’Ue, e in particolare per l’Ucraina, incarna qualcosa di diverso. “L’Europa” è soprattutto un’aspirazione, un’idea di futuro in cui prevalgono lo stato di diritto, le libertà individuali e un certo livello di prosperità. Quello non sempre chiaro in Europa occidentale, è che qui l’Ue rappresenta un’alternativa a un modello autoritario e oppressivo, un modello che la Russia impone con la forza ai suoi vicini.
Per i cittadini dell’Ue, l’Unione è innanzitutto un progetto economico. Per chi non ne fa parte, invece, è in primo luogo un progetto culturale e di civiltà. Che la ammirino o la odino, i suoi sostenitori e i suoi detrattori al di fuori dell’Unione la considerano una forza innanzitutto politica. La Russia, del resto, è esplicita da questo punto di vista: almeno dal 2013 tratta l’Ue non come un concorrente economico, ma come un rivale geopolitico e ideologico.
Questa dimensione è diventata ancora più evidente nel 2014, con l’Euromaidan, quando gli ucraini hanno letteralmente dato la vita per difendere il futuro “europeo” del proprio paese. È stato un atto che molti europei non hanno compreso, o hanno addirittura guardato con condiscendenza o pena. Eppure, per questi manifestanti, “l’Europa” non era un’area economica, ma un simbolo di dignità e libertà.
Gli europei faticano a riconoscere che dietro l’idea di un’Europa politicamente unita c’è davvero della sostanza, perché appare screditata dalle sue politiche neoliberiste. Tuttavia, come ogni progetto nato dalla modernità, l’Unione europea porta dentro di sé tendenze contraddittorie. Per usare le parole del filosofo ed economista Cornelius Castoriadis, essaporta in sé sia l’espansione illimitata del controllo razionale del mondo, che si manifesta nel neoliberismo, sia il potenziale di autonomia e apertura politica che assume la forma della democrazia.
Quale tendenza prevarrà? Dipende dalle forze politiche che investiranno in questo progetto. Certo è, però, che se, pur combattendo legittimamente le politiche neoliberiste dell’Ue, abbandoniamo anche l’idea di un’Europa politicamente unita, buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Mentre l’Europa si cullava nel sogno di una pace post-nazionale, di una prosperità basata sugli idrocarburi russi e le merci cinesi, le élite di questi paesi accumulavano eserciti, risorse e, soprattutto, risentimento.
E questo risentimento è rivolto proprio all’immaginario democratico dell’Europa, non al suo liberalismo economico.
Può sembrare paradossale…
Questo paradosso è tristemente logico: il potenziale democratico del progetto europeo sembra più evidente da fuori. È un po’ come i vaccini: più sono efficaci, più vengono denigrati. In un paese dove i vaccini sono appena arrivati, dove è ancora alto il tasso di bambini che muoiono di poliomielite, un movimento anti-vaccinazione risulterebbe assurdo. Allo stesso modo, gli europei che abbandonano così facilmente l’idea dell’unità europea appaiono ingenui agli occhi di quanti stanno combattendo un esercito deciso a distruggerli.
Detto questo, gli attivisti ucraini di sinistra non si lasciano ingannare dalle realtà economiche dell’Europa. Hanno osservato attentamente ciò che è accaduto in Grecia, per esempio. Ma bisogna capire che l’Ucraina è già un paese fortemente neoliberista, con élite predatorie e un diritto del lavoro precario.
In alcuni settori, la legislazione europea potrebbe effettivamente smantellare ciò che resta delle protezioni sociali. In altri, invece, potrebbe introdurre standard e regole inesistenti in questo capitalismo selvaggio. Non ci sono quindi risposte facili.
In ogni caso, per la stragrande maggioranza degli ucraini, i dettagli contano poco. “L’Europa” rappresenta una promessa di giustizia, democrazia ed emancipazione. Di fronte all’abisso dell’occupazione russa, gli ucraini – come i georgiani – si aggrappano all’unica alternativa di unità politica che offre il continente.