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  • Libano. Il calcolo sbagliato di Hezbollah

    Libano. Il calcolo sbagliato di Hezbollah

    Di Gilbert Achcar

    Il partito di Hezbollah è caduto nella trappola tesa da Israele, insistendo e continuando nello scambio di missili con lo Stato sionista “fino al cessate il fuoco a Gaza”, mentre era diventato chiaro che il peso della battaglia si stava spostando dalla devastata Striscia di Gaza al Libano.

    La settimana scorsa ci chiedevamo “se l’improvvisa escalation di quella che abbiamo definito ‘strategia israeliana di intimidazione’ sia un preludio a un’aggressione su larga scala contro il Libano, che includerebbe un bombardamento intensivo indiscriminato di tutte le aree in cui è presente Hezbollah, compresi i popolosi sobborghi meridionali di Beirut”. Questo ci porta ad un’altra domanda: il Presidente degli Stati Uniti Biden “eserciterà una pressione sufficiente su Netanyahu per evitare una guerra […] o sosterrà ancora una volta l’impresa criminale del suo amico, esprimendo persino rammarico e rancore per schivare la colpa nel modo ipocrita in cui lui e il suo Segretario di Stato Blinken sono soliti fare?” (cfr. Riflessioni strategiche sull’escalation di intimidazioni israeliane in Libano, 24 settembre 2024).

    La risposta a queste due domande tra loro collegate non si è fatta attendere: il Ministero dell’Aggressione israeliano (falsamente chiamato Ministero della “Difesa”) ha annunciato mercoledì scorso che il suo direttore generale aveva ricevuto un nuovo pacchetto di aiuti del valore di 8,7 miliardi di dollari durante la sua visita al comando militare statunitense al Pentagono. Il ministero ha commentato che ciò conferma “la forte e duratura partnership strategica tra Israele e gli Stati Uniti e il fermo impegno per la sicurezza di Israele”. Due giorni dopo, venerdì sera, il continuo assalto delle forze armate sioniste a Hezbollah è culminato nell’assassinio del segretario generale del partito, Hassan Nasrallah, e di diversi suoi leader, completando quella che si è rivelata una decapitazione sistematica di Hezbollah dopo aver sabotato la sua rete di comunicazione, come preludio a ulteriori passi sulla strada di un assalto a tutto campo alle aree dominate dal partito, assalto che finora ha previsto bombardamenti intensi e concentrati e il graduale avvio di un’espansione attraverso un’invasione di terra che, secondo fonti israeliane, dovrebbe rimanere “limitata”.

    Appare quindi chiaro che l’appello dell’amministrazione statunitense per un cessate il fuoco di tre settimane tra Hezbollah e lo Stato sionista, lanciato su istigazione francese e annunciato congiuntamente a Parigi, non era affatto sincero, non essendo accompagnato da alcuna reale pressione americana. A questo proposito, vale la pena notare che il Washington Post ha pubblicato, mercoledì scorso, un’inchiesta che mostra come le opinioni sul cessate il fuoco siano diverse all’interno dell’amministrazione Biden, con alcuni membri che vedono nell’escalation militare di Israele “un modo potenzialmente efficace per degradare il gruppo militante libanese”. La risposta dell’amministrazione all’assassinio di Hassan Nasrallah, a partire dallo stesso Biden, è stata quella di applaudire e lodare l’operazione, descrivendola come “un atto di giustizia”, mentre ha definito Hezbollah e il suo Segretario generale come terroristi. Questa reazione ha confermato la totale complicità militare e politica di Washington nell’aggressione in corso contro il Libano, dopo la sua palese complicità nella guerra genocida in corso a Gaza.

    L’ipocrisia dell’amministrazione Biden ha raggiunto un nuovo livello, con l’etichettatura del partito libanese come organizzazione terroristica in netto contrasto con i negoziati che l’amministrazione sta conducendo con esso da diversi mesi alla ricerca di quella che ha definito una “soluzione diplomatica” al conflitto tra il partito e lo Stato sionista. Come può Washington negoziare con una “organizzazione terroristica”, attraverso la mediazione del presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, alleato politico (ma non militare) di Hezbollah, e cercare una soluzione diplomatica con una simile organizzazione? Per non parlare del fatto che non c’è atto che possa essere definito terroristico che lo Stato sionista non abbia commesso con un’intensità e una brutalità omicida che supera tutto ciò che Washington ha descritto e continua a descrivere come terroristico (ignorando tutto ciò che esso stesso ha commesso, ovviamente).

    Ancora una volta, dopo la guerra genocida in corso a Gaza, si giustifica in modo subdolo una guerra volta a sradicare un’organizzazione di massa che ha membri eletti in parlamento e supervisiona un vasto apparato civile quasi statale, definendola nel suo insieme come terrorista, senza nemmeno distinguere tra la sua ala militare e le sue istituzioni civili. A differenza di Hamas, la cui operazione “Diluvio di Al-Aqsa” è stata ampiamente sfruttata per attribuirle questa etichetta, Hezbollah, sotto la guida di Hassan Nasrallah, non ha commesso alcun atto che possa essere definito terroristico nel senso di attaccare deliberatamente civili o non combattenti israeliani o americani. Di conseguenza, gli attacchi del 1983 all’ambasciata statunitense e alle forze americane e francesi che partecipavano alla “Forza multinazionale” in Libano sono stati ricordati e persino attribuiti ad Hassan Nasrallah, che all’epoca non era un membro della leadership del partito e aveva solo 23 anni! In realtà, Nasrallah ha curato la trasformazione del partito verso il coinvolgimento nella vita politica libanese con la sua prima partecipazione alle elezioni legislative nel 1992, anno in cui ha assunto la carica di Segretario generale.

    La scorsa settimana abbiamo mostrato come il calcolo di Hezbollah di condurre una battaglia limitata contro Israele a sostegno di Gaza abbia iniziato a ritorcersi contro, fino a ritrovarsi “intrappolato in una deterrenza reciproca ma ineguale” con l’esercito sionista. In realtà, il partito è caduto nella trappola tesa da Israele, insistendo nel continuare a scambiare colpi di artiglieria con lo Stato sionista “fino al cessate il fuoco a Gaza”, mentre diventava sempre più chiaro che il peso della battaglia si stava spostando dalla devastata Striscia di Gaza al Libano. Sarebbe stato più appropriato per il partito annunciare pubblicamente l’accettazione dell’appello franco-americano per un cessate il fuoco di tre settimane (soprattutto perché aveva urgente bisogno di riprendere fiato e ripristinare il suo apparato dirigente dopo l’esplosione della sua rete di comunicazione) e la cessazione delle operazioni militari da parte sua, cosa che avrebbe messo in imbarazzo il governo sionista e lo avrebbe esposto a intense pressioni internazionali affinché facesse altrettanto.

    Gli ultimi giorni hanno dimostrato che la percezione di Hezbollah della “deterrenza reciproca” tra sé e lo Stato sionista non teneva sufficientemente conto della natura diseguale di questa deterrenza (un errore di calcolo simile a quello di Hamas, anche se molto meno grave), e che la percezione dell’impegno del suo sponsor a Teheran a difenderlo era anch’essa illusoria, dal momento che l’Iran ha risposto ai ripetuti attacchi che Israele ha lanciato direttamente contro di lui solo una volta, lo scorso aprile, e solo in modo quasi simbolico.

    Sembra che Hezbollah abbia confermato la sua volontà di tornare ad applicare la risoluzione 1701 del 2006 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiede il ritiro delle sue forze a nord del fiume Litani, riconoscendo così la disparità di forze tra lui e lo Stato sionista e accettando la condizione imposta dalla mediazione americana. Questa intenzione è stata confermata dal primo ministro libanese ad interim, Najib Mikati, dopo il suo incontro con Nabih Berri. Vale quindi la pena di chiedersi se valga la pena insistere nel continuare a combattere fino a quando non verrà concordato un cessate il fuoco a Gaza, offrendo così al governo sionista un pretesto per intensificare l’aggressione al Libano, e a Hezbollah in particolare.

    Gilbert Achcar E’ Professore, SOAS, Università di Londra. Questo articolo apparso sul blog in francese che l’autore tiene su Mediapart (https://blogs.mediapart.fr/gilbert-achcar/blog/021024/l-erreur-de-calcul-du-hezbollah ) il 2 ottobre 2024. Si tratta della traduzione della rubrica che l’autore tiene sul quotidiano londinese in lingua araba Al-Quds al-Arabi. Questo articolo è apparso online il 1° ottobre e nell’edizione cartacea il 2 ottobre.

    Leonardo De Angelis

    3 Ottobre 2024
    Internazionale, Palestina
  • Israele. Il conflitto è tra falchi e avvoltoi

    Israele. Il conflitto è tra falchi e avvoltoi

    di Gilbert Achcar

    Qual è il conflitto all’interno dell’élite di potere sionista? Non pensate che sia un conflitto tra falchi e colombe, come viene dipinto dai media occidentali. No, non pensate nemmeno che la maggioranza delle masse israeliane che manifestano per chiedere un accordo che porti a un nuovo scambio di prigionieri tra il loro governo e Hamas vogliano porre fine alla tragedia di Gaza e ritirare l’esercito di occupazione. No, come abbiamo sottolineato in diverse occasioni, l’esercito sionista non si ritirerà dalla Striscia di Gaza una seconda volta, poiché anche i “moderati” nelle sue file ritengono che un nuovo ritiro rappresenterebbe la ripetizione dello stesso errore.

    Il conflitto politico israeliano non è tra coloro che chiedono un ritiro completo dalla Striscia di Gaza e coloro che insistono a rimanervi, ma piuttosto tra l’estrema destra, che chiede l’annessione della Striscia di Gaza allo stato sionista espellendo la maggior parte dei suoi abitanti dalla maggior parte del suo territorio e sostituendoli con coloni ebrei, e il “centro” sionista, che si rende conto che il prezzo dell’annessione e dell’espulsione è più alto di quanto il suo stato possa sopportare. Preferisce quindi attenersi al quadro del “Piano Allon” del 1967, che regola la situazione in Cisgiordania, dove Israele controlla i siti strategici e le strade che circondano le aree di concentrazione della popolazione palestinese.

    In altre parole, il conflitto politico all’interno dell’élite di potere sionista, come abbiamo già detto, non è tra falchi e colombe, ma tra falchi e avvoltoi. Questo è il caso del conflitto tra Benyamin Netanyahu e il “centro” sionista, che comprende i partiti all’opposizione dell’attuale governo, nonché una minoranza all’interno dello stesso Likud, rappresentata nel governo dal ministro della Difesa Yoav Galant. La stampa israeliana ha riportato il recente scontro avvenuto durante una riunione di gabinetto tra Galant e Netanyahu, sottolineando che il ministro stava esprimendo il punto di vista dell’apparato militare e di sicurezza. Qual è stato l’oggetto del confronto? La discussione si è incentrata sull’accordo di cessate il fuoco che Washington, con l’aiuto del Cairo e di Doha, sta cercando di concludere tra il governo e Hamas.

    Abbiamo messo in guardia fin dall’inizio contro qualsiasi illusione che questo accordo possa porre fine all’occupazione israeliana di Gaza, sottolineando che la questione principale, dal punto di vista israeliano, è l’accettazione di una tregua temporanea con un ritiro limitato delle forze di occupazione da alcune parti della Striscia di Gaza, per consentire il rilascio della maggior parte delle persone detenute da Hamas, prima di continuare l’aggressione nel tentativo di raggiungere pienamente i propri obiettivi. In questo contesto, a maggio, abbiamo descritto il dilemma di Netanyahu come segue:
    Egli è stretto tra due fuochi della politica interna israeliana: da un lato, coloro che chiedono di dare priorità al rilascio degli israeliani detenuti a Gaza, naturalmente guidati dalle famiglie dei prigionieri, e dall’altro, coloro che rifiutano qualsiasi tregua e insistono per continuare la guerra senza interruzioni, guidati dai ministri più estremisti dell’estrema destra sionista. Le maggiori pressioni su Netanyahu provengono da Washington. Queste pressioni coincidono con i desideri delle famiglie dei prigionieri israeliani, che sperano in una tregua “umanitaria” di poche settimane, la quale permetterebbe all’amministrazione Biden di mostrarsi pacifica e preoccupata per la sorte dei civili, dopo essere stata e rimanere pienamente corresponsabile della guerra genocida di Israele, che non avrebbe potuto condurre senza il sostegno militare degli Stati Uniti.

    Da allora nulla è cambiato nell’equazione politica. L’amministrazione Biden non ha ancora realizzato nulla che dimostri la sua buona fede all’opinione pubblica americana e internazionale, e questo è ormai diventato un requisito della campagna elettorale di Kamala Harris, a favore della quale Biden si è ritirato dalla corsa. Il “centro” sionista è sempre desideroso di creare un’opportunità per liberare il maggior numero possibile di ostaggi, soprattutto perché la pressione popolare in tal senso coinvolge principalmente i suoi sostenitori. Tuttavia, tutti concordano sul mantenimento del controllo israeliano su Gaza nel lungo periodo. Differiscono sulla forma e sull’estensione del controllo, non sul suo principio.

    Non c’è prova più evidente del disaccordo tra Galant e Netanyahu di ciò che il ministro della Difesa avrebbe detto durante la riunione del gabinetto sionista in cui i due uomini si sono scontrati. La discussione si è concentrata sulla richiesta di Hamas, sostenuta dal Cairo, di ritirare l’esercito di occupazione dal “corridoio di Filadelfia”, al confine tra Gaza e l’Egitto. Mentre l’esercito e l’apparato di sicurezza sionista sono favorevoli a questo ritiro, l’estrema destra sionista, rappresentata nel gabinetto, lo rifiuta categoricamente e minaccia di sciogliere la coalizione con Netanyahu se egli accettasse l’accordo. Ciò porterebbe a nuove elezioni che potrebbero porre fine definitivamente alla carriera politica di Netanyahu. Abbiamo quindi visto Netanyahu aggrapparsi alla sua posizione di rifiuto di ritirarsi dal corridoio di confine con argomenti di sicurezza che nessun membro dell’élite di potere sionista può confutare, poiché tutti sanno che armi e attrezzature per la costruzione di tunnel sono entrate nella Striscia di Gaza dal Sinai egiziano e non hanno fiducia nella parte egiziana quando si tratta di monitorare il corridoio, né in nessun altro.

    La risposta di Galant e dell’opposizione sionista non è stata che non sia necessario che Israele controlli il corridoio. Al contrario, alcuni hanno fatto leva sulla proposta dei servizi di sicurezza di effettuare una sorveglianza elettronica della striscia di confine senza il dispiegamento permanente di truppe israeliane, mentre Galant ha riassunto il disaccordo tra lui e Netanyahu, come riportato dai media israeliani, come una scelta “tra la vita degli ostaggi o la permanenza nel corridoio di Filadelfia per sei settimane”. In altre parole, secondo Galant, si tratterebbe solo di ritirarsi dal corridoio per sei settimane per consentire il rilascio della maggior parte delle persone detenute da Hamas, sapendo che l’esercito di occupazione riprenderebbe il controllo diretto del confine una volta completata la prima fase dell’accordo voluto da Washington. Tutti sanno che l’ipotetica seconda fase di questo accordo, che prevede il ritiro completo dell’esercito di occupazione dalla Striscia di Gaza, non avverrà mai. Sono tutti ipocriti.

    *articolo apparso il 4 settembre 2024 sulla rubrica settimanale che l’autore tiene sul quotidiano  londinese in lingua araba Al-Quds al-Arabi 

    Leonardo De Angelis

    9 Settembre 2024
    Internazionale, Palestina
  • Francia. Dopo il 7 luglio, che fare? Trasformare la tregua in un’alternativa di potere

    Francia. Dopo il 7 luglio, che fare? Trasformare la tregua in un’alternativa di potere

    di Stathis Kouvelakis

    Il Presidente francese Emanuele Macron ha mostrato tutte le sue concezioni autoritarie antidemocratiche, assumendo la decisione di mantenere in piedi fino alla fine dei Giochi Olimpici il suo vecchio governo, quello di Attal, nettamente sconfitto dal voto popolare, inventandosi lui stesso una “tregua olimpica”, che altro non è che un “congelamento della democrazia”. Contemporaneamente si è rifiutato di prendere in considerazione la candidatura a Presidente del governo della giovane Lucie Castets, avanzata unitariamente dal Nuovo Fronte Popolare (NFP), la forza maggioritaria presente all’interno della Assemblea Nazionale che unisce tutte le forze della sinistra e che ha il sostegno delle organizzazioni sindacali e dei movimenti sociali.
    E’ in questo contesto che si sta sviluppando all’interno delle forze della sinistra un forte dibattito su come far avanzare un progetto sociale e politico alternativo, dopo che la formazione del NFP, la mobilitazione popolare e il voto del 7 luglio hanno bloccato l’ascesa, che sembrava inevitabile, delle forze dell’estrema destra e aperto uno scenario del tutto inedito ed imprevisto in Francia, con profonde ripercussioni su tutto il resto del continente europeo.
    Il 10 luglio scorso, diversi collettivi, organizzazioni e media alternativi, tra cui la rivista “Contretemps”, hanno organizzato a Pantin (Parigi) un incontro sul tema “Dopo il 7 luglio, che fare?
    “. Riproduciamo qui il discorso tenuto da Stathis Kouvélakis.

    La domanda a cui cerchiamo di rispondere questa sera è: che cosa possiamo fare per garantire che il soprassalto del 7 luglio sia più di una semplice tregua? Non possiamo ingannarci: con più di 10 milioni di voti, cioè più di un terzo dei voti espressi, e 140 parlamentari all’Assemblea e con un intero sistema mediatico al suo servizio e la legittimazione ormai acquisita come forza di governo accettabile per la borghesia, l’estrema destra è in agguato pronta a capitalizzare il diffuso sentimento di disgregazione che permea settori della società francese.

    Per trovare qualche elemento di risposta, dobbiamo esaminare più da vicino le forze motrici di questo soprassalto.

    Può averci sorpreso e sollevato, ma non è stato affatto un miracolo. Possiamo anche dire che viene da lontano, dai sedimenti lasciati dalle battaglie sociali e politiche degli ultimi anni.

    Questa sedimentazione è composta da due strati. Il primo strato è quello della successione di mobilitazioni che hanno messo in moto settori diversi e massicci della società francese.

    Per citare solo le principali: la lotta contro la legge sul lavoro, i Gilet Gialli, le mobilitazioni femministe o antirazziste, le rivolte dei quartieri, il movimento contro la riforma delle pensioni, senza dimenticare la decisiva battaglia di solidarietà con il popolo palestinese.

    Certo, nessuno di questi movimenti è stato vittorioso. Ma è grazie a loro che si è creata un’atmosfera di politicizzazione nel paese, una capacità di azione, un sentimento diffuso di appartenenza a un campo sociale identificabile nelle sue grandi linee. È stato questa accumulazione di esperienze che ha permesso la mobilitazione dal basso, in gran parte auto-organizzata; è il segreto del rovesciamento della dinamica avvenuta tra i due turni e della battuta d’arresto inflitta all’ascesa dell’ondata bruna.

    Il secondo strato è l’emergere di un polo di rottura a sinistra, sulle rovine lasciate dalla conversione socialdemocratica alla gestione neoliberista e dalla sua discesa all’inferno nei cinque anni di Hollande.

    Lanciato nel 2012, questo polo si è affermato nel 2017 con La France Insoumise e la candidatura di Jean-Luc Mélenchon alle elezioni presidenziali. Nel 2022 ha confermato la sua centralità a sinistra ed è riuscito a riunire il resto della sinistra in un quadro comune attorno a un programma di rottura. Nonostante i suoi limiti e la sua fragilità interna, che hanno portato alla sua disgregazione, questo precedente ha reso possibile la formazione del Nuovo Fronte Popolare (NFP). Ed è stato proprio questo NFP che ha permesso di sventare il piano di Macron durante la dissoluzione (dell’Assemblea). Un piano basato sulla frammentazione della sinistra e il ritorno al faccia a faccia con l’estrema destra, che è l’unico (e letale) programma del macronismo.

    È stato questo NFP che ha permesso di sconfiggere anche l’altro asse della strategia del governo: stigmatizzare e isolare La France Insoumise, per tornare al vecchio quadro, quello di una sinistra addomesticata. Una sinistra che si accontenti di occupare una posizione subordinata in un sistema politico dominato dal binomio del blocco borghese e da quello dell’estrema destra, entrambi al servizio degli stessi interessi di classe.

    Di fronte all’imminenza della minaccia fascista, la formazione del NFP ha permesso di superare la cartellizzazione dei partiti che era ancora quella della NUPES. Ha facilitato il coinvolgimento dei sindacati, delle associazioni e del movimento sociale, gettando così le basi per un vero e proprio fronte unito di forze popolari.

    Siamo chiari: l’esistenza di questo quadro fa parte dell’acquisizione del periodo. La sua disgregazione non può che aprire la via diretta al disastro.

    Le difficoltà del compito stanno nella capacità di difenderlo preservando il percorso della rottura con il passato che ne ha permesso l’emergere, che è di fatto l’unico modo per radicarlo e dispiegarlo. Per dirla in altro modo, la regola d’oro in questo campo è sempre quella di lasciare ai settori più a destra la responsabilità di eventuali rotture del quadro unitario, dovendone pagare questi il costo.

    Quindi non partiamo da zero. Questa acquisizione è tanto più preziosa in quanto è il frutto di lotte incessanti, lotte che fanno parte della lunga storia di quella che dobbiamo chiamare la grande tradizione rivoluzionaria di questo Paese e di questo popolo. Nessun altro paese in Europa oggi ha una configurazione simile. Il significato della battaglia che stiamo conducendo si estende ben oltre i nostri confini, e la sera del 7 luglio abbiamo visto quanto la nostra gioia fosse stata condivisa in tutto il mondo. La nostra responsabilità è quindi immensa.

    Non ci può essere nessun autocompiacimento, nessun rilassamento, perché è l’unico modo per difendere una acquisizione e farla fruttificare.

    Il compito è tanto più urgente perché la situazione rimane irta di gravissimi pericoli. Uno degli aspetti che resta da chiarire è l’ipotesi strategica in cui collocare quanto abbiamo acquisito.

    In questo caso sono costretto a scommettere forte, semplificando al massimo. Formulerò questa ipotesi: un governo di coalizione di forze popolari, basato su un programma come unico mezzo per costruire un’alternativa di potere.

    Infatti, quando il fascismo si presenta come alternativa e arriva alle porte del potere, non può essere sostenuto a lungo; può essere sconfitto in modo duraturo solo da un’altra alternativa di potere, un’alternativa vera, perché vuole rompere con l’ordine esistente. Ma per fare questo, ed è il punto decisivo, questa forma alternativa di governo popolare deve essere inserita in una dinamica che vada oltre, grazie alla mobilitazione delle forze che l’hanno portata al potere. La lunga esperienza internazionale ci insegna che se i due estremi di questa difficile dialettica non sono tenuti insieme, il fallimento e persino il disastro sono dietro l’angolo.

    In un momento in cui una parte della sinistra, da Marine Tondelier a François Ruffin e Clémentine Autain, non fa altro che pronunciare le parole “pacificazione” e “riparazione”, bisogna dirlo con forza: non si predica la “pacificazione” quando si ha di fronte un avversario scatenato. E, per quanto ne so, si cerca di “riparare” un oggetto solo se si è deciso in anticipo che deve funzionare come prima, cioè se si è rinunciato a cercare di trasformarlo.

    Non si tratta di ostentare un radicalismo narcisistico, ma fare prova un elementare realismo politico. Essere al governo e prendere il potere sono due cose molto diverse. Perché la maggior parte del potere nella società non risiede in istituzioni rappresentative, ma là dove si concentra il potere economico, dove si concentra il nocciolo duro dell’apparato statale, nelle alte sfere dell’amministrazione e dell’apparato di repressione, senza dimenticare il potere tentacolare dei media, sempre più direttamente integrato al potere economico. A questo si aggiunge il quadro internazionale che è per definizione avverso a qualsiasi tentativo di rottura, e che si concretizza in particolare nell’Unione europea e nei cosiddetti “mercati” della finanza internazionale.

    E per completare il quadro, occorre menzionare la struttura militare imperialista sotto dominazione USA, di cui la Francia fa parte e di cui è un elemento importante, anche se secondario rispetto all’superpotenza americana.

    Sarebbe del tutto irresponsabile credere che queste forze lascerebbero andare avanti senza reagire, la realizzazione di un progetto che rimettesse in discussione anche solo una piccola parte del loro potere.

    L’unico modo per vincere questa prova di forza è combinare l’azione dall’alto con quella dal basso, quella di un governo che attua misure di rottura, con la mobilitazione dal basso, per superare le resistenze e andare oltre.

    Questa è la possibilità strategica contenuta in germe nella doppia realizzazione della sequenza di eventi che abbiamo appena vissuto: un fronte unito di forze popolari che, prima o poi, in una configurazione o in un’altra, vada al potere attraverso le lotte e la cui azione sia capace di amplificarne la dinamica.

    Solo una tale articolazione di forze può permettere di mantenere il percorso della rottura e di rafforzare il polo politico che la sostiene. È l’unico modo per contrastare le pressioni soffocanti dall’interno e dall’esterno che punteranno alla resa e alla capitolazione, com’è avvenuto in tante altre esperienze di governi di sinistra in Francia e altrove.

    Uniamoci, organizziamoci, senza alcun indugio, per costruirlo.

    admin

    7 Agosto 2024
    Internazionale
  • Francia. Una vittoria a sorpresa e una nuova possibilità contro il Rassemblement National

    Francia. Una vittoria a sorpresa e una nuova possibilità contro il Rassemblement National

    Di Leon Cremieux

    Il Nuovo Fronte Popolare (NFP) – una coalizione costruita in pochi giorni dai partiti di sinistra, ancora del tutto divisi fino a pochi giorni prima in occasione delle ultime elezioni europee – ha appena conquistato 182 seggi all’Assemblea Nazionale, lasciandosi alle spalle il Rassemblement National e i suoi alleati, con 143 seggi, e il campo macronista con 168 seggi. Si tratta di una spettacolare inversione di tendenza: in Francia siamo passati dalla minaccia di una conquista da parte dell’estrema destra dell’apparato statale a una maggioranza relativa di sinistra nell’Assemblea, eletta sulla base di un programma di rottura con le politiche neoliberali. Questa inversione di tendenza non può essere compresa senza considerare la massiccia mobilitazione delle ultime settimane grazie alle forze militanti del movimento operaio e democratico di fronte all’estrema destra, che ha portato prima alla formazione di questo Nuovo Fronte Popolare – con La France insoumise, Europe Ecologie Les Verts (EELV), il Partito Socialista, il Partito Comunista e altri, tra cui l’NPA-anticapitaliste -, poi a una grande mobilitazione alle urne e a un voto ampiamente sostenuto per respingere il RN.

    Dopo il risultato del 31,34% alle elezioni europee del 9 giugno, il Rassemblement National ha ottenuto oltre il 33% dei voti al primo turno delle elezioni legislative del 30 giugno e tutto lasciava presagire che avrebbe ottenuto un numero molto elevato di deputati al secondo turno: tutti i sondaggi lo davano ben al di sopra dei 200 deputati e forse anche con una possibile una maggioranza assoluta di 289 seggi.

    I meccanismi elettorali

    In Francia, i parlamentari sono eletti con il sistema uninominale a due turni nelle 577 circoscrizioni del Paese. In pratica, se nessun candidato ottiene il 50% dei voti espressi al primo turno, la domenica successiva si tiene un secondo turno, al quale hanno diritto di partecipare i candidati che hanno ottenuto più del 12,5% degli aventi diritto di voto. I candidati possono anche ritirarsi spontaneamente nei due giorni successivi al primo turno. 76 deputati sono stati eletti al 1° turno. Nei restanti 501 collegi elettorali, solo 191 sono passati automaticamente a un ballottaggio a due, poiché gli altri candidati non hanno raggiunto la soglia del 12,5%. Ma in 310 circoscrizioni sono rimasti in corsa tre o addirittura quattro candidati. Il RN e i suoi alleati repubblicani – attorno a Eric Ciotti, presidente di LR – avevano conquistato 39 seggi al 1° turno ed erano in testa nelle 260 circoscrizioni rimanenti. C’erano quindi buone probabilità, in caso si fossero mantenuti ballottaggi triangolari, che il RN conquistasse un’ampia maggioranza di questi seggi.

    Domenica sera, il Nouveau Front populaire ha annunciato che avrebbe ritirato i propri candidati ovunque i propri candidati si trovassero in terza posizione per evitare l’elezione di candidati di estrema destra. Per tutta la serata di domenica e lunedì, il campo macronista ha tentennato, rifiutandosi esplicitamente di chiedere di fare sbarramento contro il Rassemblement National. Diverse voci, come quella dell’ex primo ministro Edouard Philippe o quella del presidente dell’Assemblea nazionale Yaël Braun Pivet, hanno mantenuto un rifiuto mettendo sullo stesso piano il RN e La France Insoumise (LFI). Infine, martedì sera, cedendo alla pressione pressione, 81 dei 95 candidati dell’Ensemble arrivati in terza posizione si sono ritirati, portando a 221 il numero totale di ritiri contro il RN.

    Soprattutto, nei giorni successivi al 1° turno, c’è stata una forte crescita delle forze militanti, dei sindacati e delle associazioni del movimento operaio e democratico, per bloccare il Rassemblement National e impedirgli di arrivare al governo. Questo si è manifestato appelli, manifestazioni e, soprattutto, sui social network, in una spettacolare denuncia della realtà del Rassemblement National, una forza di estrema destra nata da correnti fasciste francesi e che sviluppa, come i suoi corrispondenti europei del gruppo “Identità e Democrazia”, una politica razzista che mina i diritti sociali e democratici.

    Gli attivisti e i leader del RN sono stati un po’ troppo precipitosi nel lasciarsi andare tra i due turni, sicuri della vittoria, e la patina di rispettabilità che avevano spalmato per mesi sui media ha cominciato a incrinarsi. I commenti e gli attacchi razzisti sono aumentati nelle città e nei quartieri e il RN ha dichiarato che avrebbe condotto la sua prima battaglia contro i cittadini francesi con doppia nazionalità, affermando che non erano idonei a ricoprire cariche. A loro avviso, ad esempio, l’ex ministro dell’Istruzione di François Hollande, Najat Vallot-Belkacem, non avrebbe mai dovuto ricoprire quella carica essendo anche franco-marocchina. Allo stesso modo, i social network e i media indipendenti hanno rivelato la realtà di decine di candidati del RN che esponevano simboli nazisti, rendendosi responsabili di azioni violente o di commenti apertamente razzisti.

    La paura cambia campo

    In pochi giorni, Gabriel Attal, il primo ministro uscente, ha dovuto fare una svolta di 180°. Dopo aver stigmatizzato il NFP, criminalizzato La France Insoumise, “antisemiti che si rifiutano di chiamare Hamas terrorista“, dopo aver chiesto il rifiuto degli “estremi“, ha dovuto fare pubblicamente appello affinché i candidati del RN venissero sconfitti e respinta ovunque “minaccia dell’estrema destra“.

    La realtà del Rassemblement National, una forza che rappresenta un pericolo non solo per i diritti e la sicurezza delle classi lavoratrici razzializzate, ma anche per i diritti e la sicurezza delle donne, delle persone LGBTQ+, delle libertà democratiche e di tutti i diritti sociali, è diventata chiara. La profonda natura antisemita e antisociale del Rassemblement National è stata denunciata con forza, rompendo un clima di rassegnazione e benevolenza distillato in particolare dai mezzi di informazione 24 ore su 24 nelle mani di alcuni miliardari francesi.

    Se Macron e i suoi candidati fossero apparsi come l’unica alternativa al RN, questa ondata non si sarebbe mai verificata. Inoltre, Macron si stava già posizionando come il presidente “eroico” che si oppone a un governo del RN, dopo aver creato lui stesso la possibilità che tale prospettiva si affermasse. La dinamica del rifiuto è stata resa possibile dall’esistenza del NFP, che è emerso come alternativa al RN. Il consolidamento del NFP è stato a sua volta reso possibile dallo slancio del movimento sociale, in particolare del e nel sindacato CGT. La sera dell’annuncio delle elezioni parlamentari anticipate, Sophie Binet, segretaria della CGT, ha chiesto la creazione di un fronte popolare contro l’estrema destra. Questa mobilitazione sociale si è tradotta in un appello intersindacale congiunto dei sindacati CGT, CFDT, FSU, Solidaires e UNSA affinché i cittadini votassero contro l’estrema destra.

    Il 7 luglio, il movimento per votare contro i candidati del RN ha superato tutte le previsioni e i sondaggi, con desistenze che non hanno portato a un calo dell’affluenza e a trasferimenti di voti in gran parte a scapito del RN. L’estrema destra è ancora massicciamente osteggiata nel Paese e la maggioranza degli elettori non è disposta a lasciare che essa acceda al potere politico.

    Ma anche se ridotto a 143 deputati, il blocco RN rappresenta comunque un aumento molto significativo per questo partito, cresciuto di più di 50 deputati,  e anche inferiore al suo peso elettorale, avendo solo il 25% dei seggi malgrado abbia ottenuto il 33% dei voti.

    La vittoria del Nuovo Fronte Popolare (NFP)

    Il Nuovo Fronte Popolare è quindi il gruppo più numeroso dell’Assemblea Nazionale e, insieme ai vari partiti di sinistra, può contare su 190 seggi. Detto questo, nulla è ancora deciso.

    La pretesa del NFP di vedersi assegnato l’incarico per il Primo Ministro è più che legittima, in quanto il Presidente della Repubblica deve, secondo la prassi istituzionale in atto dal 1958, nominare un rappresentante del gruppo che è giunto primo alle elezioni legislative. Questo non dovrebbe essere messo in discussione ma, come sempre, Macron non vuole riconoscere i suoi fallimenti politici, sostenendo che il NFP non dispone di una maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, visto che la sinistra dispone solo di  190 seggi. Eppure lui stesso ha governato  a partire dal giugno 2022 con una maggioranza relativa di 250 seggi, imponendo le sue politiche con decreti e  il ricorso all’articolo 49.3 della costituzione che permette di aggirare il voto dell’Assemblea.

    I macronisti vorrebbero quindi ostacolare il NFP agendo come se avessero loro stessi una maggioranza, cercando di costruire ex nihilo, con le loro mani, una nuova coalizione fittizia, a geometria variabile secondo le diverse ipotesi avanzate dai leader di Ensemble: un’alleanza di Ensemble (163 seggi) con il piccolo gruppo di LR (Les Républicains, 66 seggi), o anche l’ipotesi di un fronte di centro-destra e di centro-sinistra senza LFI, con socialisti ed ecologisti alleati ai macronisti.

    È chiaro che oggi all’Assemblea nazionale Macron è bloccato, ma c’è anche una presa di distanza generale, dovuta al funzionamento istituzionale della Quinta Repubblica francese, nata per evitare le coalizioni parlamentari e saldare gli schieramenti di maggioranza attorno al presidente, sulla base del voto uninominale. Dal 1958, il sistema gollista ha rifiutato le alleanze parlamentari della Quarta Repubblica, imponendo maggioranze costruite attorno al partito presidenziale. Poi, dal 1986 in poi, il sistema si è dovuto evolvere, accettando “coabitazioni” tra un presidente di sinistra o di destra e maggioranze parlamentari opposte. Ma il sistema non ha mai permesso coalizioni composte da più partiti che negoziano un programma di governo, relegando così il Presidente della Repubblica a un ruolo secondario. Inoltre, Macron immagina ancora di organizzare una pseudo-maggioranza in cui lui continuerebbe ad essere il direttore d’orchestra. Lunedì mattina ha riconfermato Gabriel Attal come primo ministro. Avendo perso quasi 100 seggi – una perdita che sarebbe stata molto maggiore senza il riporto dei voti provenienti dalla sinistra al secondo turno – Macron vorrebbe apparire come il vincitore di queste elezioni e non riconoscere la propria sconfitta. Vedremo come si svolgerà questo braccio di ferro nei prossimi giorni.

    Il Nuovo Fronte Popolare resiste

    Finora, i partiti del NFP hanno resistito alle forze centrifughe che avevano portato un anno fa alla rottura della NUPES (Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale). Ciò è il risultato della pressione del movimento sociale e della minaccia del RN. Nonostante i migliori sforzi dei media dedicati al governo di Macron, i rappresentanti dei quattro partiti che formano la spina dorsale della coalizione hanno parlato finora con una sola voce negli ultimi quindici giorni, evitando qualsiasi iniziativa discordante. È chiaro che nei prossimi giorni verrà esercitata la massima pressione sui leader del PS, dell’EELV e persino del PCF, nonché su figure di spicco dell’LFI come François Ruffin, per cercare di rompere questo fronte.

    Finora, i leader del PS e dell’EELV hanno capito che cedere alle sirene del social-liberismo o a un discutibile accordo con Macron significherebbe ricadere nei solchi che hanno fatto prosperare l’estrema destra e hanno portato alla crisi di alcuni partiti verdi a livello europeo.

    La presenza di François Hollande [Presidente della Repubblica dal maggio 2012 al maggio 2017] come deputato del NFP in Corrèze non ha cambiato la sua natura. Senza essere un programma di rottura con il capitalismo, il programma del NFP si concentra in modo particolare sulle rivendicazioni sociali in materia di pensioni, salari, prezzi e servizi pubblici, rappresentando un’estensione delle mobilitazioni degli ultimi anni e corrispondenti alle richieste del movimento sociale e alle esigenze delle classi lavoratrici di fronte ai danni causati dal capitalismo neoliberista. Questo è ciò che ha compreso la grande maggioranza del movimento sociale e sindacale, anche nelle sue componenti più radicali. Questo è anche il significato dato dall’NPA- L’Anticapitaliste alla sua partecipazione al NFP, con la candidatura di Philippe Poutou nella regione dell’Aude. Per ragioni identitarie, gruppi come Lutte Ouvrière, il POID (Parti Ouvrier Indépendant Démocratique), Révolution Permanente e il NPA-Révoluttinaire si sono collocati ai margini di questo movimento delle ultime settimane; ma sicuramente quest’ultimo atteggiamento non corrisponde a una postura diffusa negli ambienti militanti, anche radicali, che hanno compreso l’urgenza e non hanno confuso le diverse tappe del processo in atto. È il caso, ad esempio, della posizione dell’Union Communiste Libertaire.

    Il NFP ha dichiarato che se riuscisse a formare un governo, le sue prime decisioni sarebbero l’aumento del salario minimo (SMIC) da 1.400 a 1.600 euro netti, l’aumento del 10% dei salari dei dipendenti pubblici, l’indicizzazione dei salari ai prezzi, l’abrogazione della riforma delle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile a 64 anni imposti da Macron un anno fa, l’introduzione di un blocco dei prezzi di prima necessità e l’aumento del 10% dell’indennità di alloggio. Tutto ciò, è evidente, rappresenterebbe un primo passo estremamente positivo.

    Nessuno può prevedere in che direzione si svilupperà la situazione nelle prossime settimane in termini di governo o di nuovi colpi di scena.

    D’altra parte, alcuni punti sono importanti, a partire dal mantenimento del Nuovo Fronte Popolare come coalizione politica unitaria attorno a un progetto politico e a un programma di rottura con il sistema, anche se questo programma è limitato nelle sue proposte di sfida al sistema (niente, tra l’altro, sulla proprietà pubblica di settori chiave dell’economia). Allo stesso modo, non ci saranno progressi sociali né resistenza a tutti i blocchi che saranno messi in atto dalle forze neoliberali se il NFP non si estenderà oltre il quadro elettorale, mettendo in movimento un fronte politico nelle città e nei quartieri, in particolare dove il RN è riuscito a ingannare le classi lavoratrici sostenendo di essere il difensore delle loro condizioni di vita.

    Questo movimento sociale dovrà inoltre continuare a svolgere un ruolo politico diretto e contribuire a costruire un fronte comune di forze politiche e sociali in grado di contrastare l’avanzata del RN. Certo, l’avanzata del RN è stata fermata a livello della sua presenza all’Assemblea Nazionale, ma questo non significa che la sua influenza nella società sia diminuita. L’azione antifascista, la mobilitazione antirazzista e la denuncia della vera natura del RN sono fondamentali nei prossimi mesi, ma per sradicare il RN dalla sua base popolare sarà necessario costruire, ascoltare e organizzare un progetto politico e sociale basato sui bisogni sociali e combattere le idee del capitalismo neoliberista e le politiche liberali, securitarie e razziste su cui prospera l’estrema destra in Francia e in Europa. Se un’alternativa antiliberale e anticapitalista non riuscirà ad affermarsi tra le classi lavoratrici, sarà difficile costruire un ostacolo duraturo al Rassemblement National.

    Leonardo De Angelis

    14 Luglio 2024
    Internazionale
  • Cosa c’è dietro il “conflitto” tra Biden e Netanyahu?

    Cosa c’è dietro il “conflitto” tra Biden e Netanyahu?

    Di Gilbert Achcar

    Se fosse necessaria un’ulteriore prova dei limiti della tradizionale “democrazia rappresentativa”, la scena politica israeliana offre un esempio eccellente. Sebbene l’Operazione Al-Aqsa Flood abbia cambiato il clima politico israeliano a scapito di Netanyahu e del blocco di governo che ha formato con l’estrema destra sionista alla fine del 2022, egli rimane al potere, in grado di mantenerlo costituzionalmente fino al 2026. Netanyahu è riuscito ad assorbire parte della rabbia popolare israeliana che lo riteneva responsabile di non aver impedito l’attacco armato del 7 ottobre, creando un piccolo “gabinetto di guerra” con la partecipazione di uno dei due principali poli dell’opposizione sionista. Questo gli ha permesso di apparire come un uomo amante della “unità nazionale” sionista per affrontare il popolo palestinese.

    Oltre alla dimensione politica della manovra, Netanyahu ha voluto coinvolgere i suoi avversari politici nella responsabilità di gestire l’assalto alla Striscia di Gaza. Lo ha fatto coinvolgendo due uomini che avevano assunto successivamente la carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano tra il 2011 e il 2019, ovvero Benny Gantz e Gadi Eisenkot, entrambi appartenenti al blocco di opposizione Unità Nazionale alla Knesset. Il gabinetto di guerra incarnava il consenso sionista revanscista che ha portato alla distruzione di Gaza e allo sterminio di circa cinquantamila dei suoi residenti fino ad oggi, con l’aiuto degli Stati Uniti.

    Ma il consenso sionista rappresentato da quel gabinetto di guerra è terminato quando la rioccupazione della Striscia di Gaza è stata completata e la questione del suo destino politico è venuta alla ribalta. A quel punto, il gabinetto di guerra si è diviso sulla posizione da assumere nei confronti dell’”accordo” voluto da Joe Biden e dall’amministrazione statunitense da lui guidata. Questo “accordo” consiste nell’unire frammenti del territorio della Striscia di Gaza e della Cisgiordania in uno “stato palestinese” nominalmente governato da una “Autorità palestinese” leggermente modificata. La Striscia sarebbe soggetta a una supervisione militare congiunta israeliana e araba (principalmente egiziana). Sebbene l’opposizione sionista sostenga questo “accordo”, Netanyahu non può dichiarare di accettarlo senza rompere l’alleanza che ha stretto con l’estrema destra, il che lo farebbe dipendere da ciò che i suoi attuali avversari politici decidono in merito.

    Il problema per Netanyahu è che l’equilibrio di potere è completamente diverso nei due casi. Mentre la partecipazione dei suoi alleati “neonazisti” al governo dipende da lui, in quanto non avrebbero potuto sognare tale partecipazione se non fosse stato per il profondo opportunismo di Netanyahu e la sua disponibilità a fare qualsiasi cosa per rimanere al potere (ed evitare di essere perseguito in giudizio), l’opposizione sionista può sperare di assumere il potere senza di lui attraverso elezioni parlamentari anticipate, con buone speranze di ottenere la maggioranza alla Knesset. 

    In effetti, dopo il 7 ottobre, i sondaggi di opinione in Israele indicano che l’opposizione è più popolare dell’attuale blocco al potere.

    La manovra di Netanyahu di includere i suoi rivali nel gabinetto di guerra, insieme al suo apparire come un ostinato difensore degli interessi sionisti di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, ha cambiato in qualche modo la direzione dell’opinione pubblica. Due sondaggi pubblicati pochi giorni fa hanno mostrato un aumento della popolarità di Netanyahu, accompagnato da un calo della popolarità del suo rivale Gantz rispetto all’apice raggiunto da quest’ultimo dopo il 7 ottobre e la sua partecipazione nel gabinetto di guerra in nome dell’unità nazionale sionista. 

    Questo perché Gantz ha iniziato ad addossare a Netanyahu la responsabilità della mancata eliminazione della resistenza armata all’interno della Striscia di Gaza dopo otto mesi di frenetica aggressione, in assenza di una chiara visione per “the day after”, come viene ora chiamato il destino politico e di sicurezza di Gaza. Questa nuova tendenza dell’opinione pubblica israeliana è stata senza dubbio un fattore chiave nella decisione di Gantz di porre fine alla sua partecipazione al gabinetto di guerra.

    Tuttavia, i sondaggi continuano a indicare una possibile sconfitta dell’alleanza esistente tra il partito Likud di Netanyahu e i “neonazisti” contro i blocchi di opposizione. Mentre uno dei due recenti sondaggi indica che l’opposizione potrebbe ottenere la maggioranza dei seggi alla Knesset (61 su 120), l’altro indica che avrebbe bisogno di tre seggi per raggiungere questo obiettivo. Questi seggi potrebbero essere forniti dal blocco arabo-islamico guidato da Mansour Abbas, che non ha smesso di esprimere la sua volontà di continuare a partecipare al gioco politico sionista, o da uno dei gruppi sionisti affiliati all’attuale coalizione di governo, o da qualsiasi altro piccolo blocco della Knesset.

    Netanyahu non rischierà quindi di rompere la sua alleanza con l’estrema destra sionista e di affrontare la possibilità di una battaglia elettorale anticipata a meno che non ottenga benefici e garanzie, soprattutto per quanto riguarda i suoi problemi giudiziari. Può rimanere al potere con i suoi alleati anche se i sondaggi confermano che sono diventati una minoranza nel paese, anche se il periodo attuale è uno dei più gravi che lo stato sionista abbia attraversato nella sua breve storia. Netanyahu punta chiaramente anche sulla possibilità che Donald Trump vinca le elezioni presidenziali statunitensi di inizio novembre.

    Tutto ciò è fonte di grande imbarazzo per Biden, che ha bisogno di ottenere l’”accordo” che cerca prima delle elezioni. Per questo motivo l’amministrazione statunitense ha invitato Yoav Galant, ministro della Difesa dell’attuale governo sionista e rivale di Netanyahu all’interno dello stesso partito Likud, a visitare Washington nei prossimi giorni, prima che Netanyahu venga a tenere il quarto discorso al Congresso degli Stati Uniti il 24 luglio (che, per inciso, è un privilegio che nessun altro capo di stato straniero ha mai ricevuto nella storia degli Stati Uniti). Non c’è dubbio che l’amministrazione Biden stia esplorando modi per fare pressione su Netanyahu attraverso Gallant, compresa la possibilità che quest’ultimo possa rompere con Netanyahu assieme a un numero di deputati del Likud nella Knesset sufficiente a far cadere l’attuale governo e a portare a nuove elezioni.

    * articolo apparso su Al-Quds al-Arabi il 20 giugno 2024

    Leonardo De Angelis

    25 Giugno 2024
    Internazionale, Palestina
  • Imprese e leggi per bloccare l’azione per il clima

    Imprese e leggi per bloccare l’azione per il clima

    Di Nick Dearden

    Le aziende utilizzano da tempo i trattati internazionali per cercare di impedire ai paesi del Sud del mondo di affermare la propria sovranità economica. Negli ultimi decenni, le aziende hanno utilizzato questi testi per ostacolare i tentativi dei governi europei di affrontare la crisi climatica. 

    Il governo del Regno Unito può giocare con il nostro futuro trattando il cambiamento climatico come se fosse una partita di calcio politica, ma c’è una realtà che non può negare: l’azione per il clima è necessaria. Questo è il motivo per cui, contro la sua volontà, il mese scorso il governo ha annunciato che la Gran Bretagna avrebbe abbandonato il trattato più dannoso per il clima: il Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT).

    TCE è il prodotto di un’altra epoca. È stato ideato negli anni ’90 per proteggere gli interessi energetici occidentali nei paesi dell’ex Unione Sovietica. Al centro del trattato c’è un meccanismo chiamato Investor-State Dispute Settlement (ISDS), una sorta di tribunale arbitrale che consente alle multinazionali e agli investitori di citare in giudizio i governi per modifiche normative che danneggiano i loro bilanci.

    Per decenni, i paesi hanno incluso clausole ISDS negli accordi commerciali e di investimento. I baroni del petrolio e della finanza li progettarono negli anni ’50, mentre i paesi di tutto il mondo si liberavano dai loro vincoli imperiali, questi leader aziendali si chiedevano come proteggere i loro interessi economici dai governi di liberazione nazionale che prendevano il potere nei paesi del Sud del mondo.

    La nazionalizzazione del petrolio iraniano ha segnato un punto di svolta. Sebbene gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano orchestrato un colpo di stato per rovesciare il governo iraniano, è stato riconosciuto che questo non era un modo sostenibile di governare il mondo. Sarebbe stato molto meglio creare una serie di obblighi giuridici. Grazie all’ISDS, se un governo espropriasse i beni di un’impresa straniera, l’impresa potrebbe bypassare l’ordinamento giuridico locale e rivolgersi direttamente all’arbitrato internazionale dove, senza trasparenza, senza un giudice competente a valutare i diversi interessi, senza diritto di appello e senza Nonostante il peso del diritto internazionale a sostegno di qualsiasi richiesta di successo, le società avevano effettivamente un proprio sistema legale unilaterale.

    Avanti veloce fino agli anni ’90. Il crollo dell’Unione Sovietica ha aperto nuove opportunità per le aziende occidentali, ma queste non volevano correre il rischio che i nuovi governi saliti al potere potessero cambiare idea sulle loro attività. L’ECT è stato progettato per eliminare questo rischio e stabilire uno standard favorevole alle imprese per il lontano futuro.

    Ciò che i paesi occidentali non sapevano è che un giorno anche loro sarebbero diventati il ​​bersaglio di questi tribunali economici.

    Occidente contro Occidente

    All’inizio degli anni 2000, le aziende si sono rese conto che la minaccia più grande da affrontare non era il sequestro delle loro piattaforme petrolifere da parte del governo, ma la lotta contro il cambiamento climatico, visto come una necessità crescente in tutta Europa.

    Gli avvocati delle città hanno fatto gli straordinari per ampliare la tipologia di casi che possono essere gestiti ai sensi dell’ECT, e i paesi sono stati più volte citati in giudizio per aver introdotto misure volte a migliorare la qualità ambientale e ad eliminare gradualmente l’esplorazione dei combustibili fossili. Le compagnie carbonifere tedesche hanno fatto causa ai Paesi Bassi per aver eliminato gradualmente il carbone. La Slovenia è stata denunciata per aver vietato il fracking. La Danimarca è stata citata in giudizio per la sua tassa sui profitti petroliferi in eccesso.

    Inoltre le aziende non hanno semplicemente intentato azioni legali per recuperare il denaro già investito nei progetti. Spesso veniva loro offerto un risarcimento per compensare questi costi. Invece, hanno fatto causa per importi molto più alti, basando le loro pretese sulla perdita di profitti futuri.

    La compagnia britannica Rockhopper ha citato in giudizio l’Italia dopo che i manifestanti hanno costretto il governo a vietare l’esplorazione petrolifera al largo della costa adriatica del paese, un’area che la compagnia petrolifera sperava di esplorare. Il risarcimento richiesto da Rockhopper ammontava a circa 350 milioni di dollari, ovvero sette volte la somma investita nella prospezione. La società ha quindi annunciato che avrebbe investito in un nuovo progetto al largo delle Isole Falkland. La lezione qui è che l’ECT non solo sposta il costo dell’azione climatica dal settore privato a quello pubblico, ma sostiene attivamente l’economia dei combustibili fossili.

    Molti di questi casi somigliano a tentativi di punire i governi per aver preso decisioni in risposta a proteste e campagne contro progetti minerari impopolari. In altre parti del mondo, le clausole ISDS sono state introdotte appositamente per prevedere che i governi, nell’interesse del capitale straniero, non facciano ciò che è necessario per reprimere i movimenti di protesta. Non sorprende quindi che questi movimenti di protesta abbiano concentrato la loro attenzione sulla questione dell’ECT come ostacolo alla sovranità popolare.

    I politici di tutto lo spettro sono sembrati sinceramente scioccati dall’esistenza dell’ECT e costernati dal modo in cui influisce in modo così fondamentale sulla loro sovranità. Dal governo di sinistra spagnolo a quello polacco di destra, le proteste hanno convinto i politici a lasciare il patto energetico.

    Nel 2023, nove paesi, tra cui Italia, Francia, Germania e Paesi Bassi, hanno annunciato la loro uscita. Per molti di questi paesi, l’ECT rappresenta ora un pericolo chiaro e attuale per la necessità di far evolvere le proprie economie fino al punto in cui affrontare la transizione climatica, aggiungendo ostacoli legali e costi esorbitanti a questo processo già difficile.

    Tuttavia, devono ancora affrontare un problema. L’ECT prevede una clausola di scadenza ventennale profondamente antidemocratica, il che significa che anche se un paese abbandonasse il trattato oggi, le azioni legali potrebbero ancora essere intentate per i prossimi due decenni. All’interno dell’UE sono stati compiuti notevoli sforzi diplomatici per trovare un modo per abrogare questa clausola, e i governi hanno proposto la seguente soluzione: se abbandonassero il trattato tutti insieme, in modo coordinato, potrebbero firmare un accordo che eviterebbe almeno il deposito di azioni legali l’uno contro l’altro, il che limiterebbe il loro rischio.

    La particolarità britannica

    Al di fuori dell’UE, la Gran Bretagna vedeva le cose diversamente. Ancora aggrappato alla vecchia idea che “il mercato sa meglio” e che possiamo superare le nostre gravi difficoltà economiche impegnandoci in infinite trattative commerciali (la maggior parte delle quali non portano da nessuna parte), il governo britannico ha ritardato. Forse sperava addirittura di attrarre maggiori investimenti nei combustibili fossili, diventando l’ultimo baluardo della protezione degli investitori in Europa.

    È chiaro che Rishi Sunak sta cercando di provocare una guerra culturale con la sua pericolosa campagna per “massimizzare” le riserve di combustibili fossili nel Mare del Nord. Non importa quanto si opponga al diluvio, non sarà in grado di arginarlo. La realtà ci raggiunge.

    Da quando Joe Biden è diventato presidente degli Stati Uniti, è stato riconosciuto che il cambiamento climatico richiede un cambiamento negli atteggiamenti economici. Ora è una gara tra i grandi blocchi di potere, che stanno usando il denaro e il potere del governo per costruire le industrie di domani.

    Sotto questo aspetto la Gran Bretagna è molto indietro. Mentre una parte della comunità imprenditoriale – in particolare le aziende di combustibili fossili e parte del settore finanziario – sostiene l’ECT, un’altra parte si rende conto che l’approccio laissez-faire del governo britannico sta danneggiando cronicamente la loro competitività.

    Quando i paesi dell’UE hanno iniziato a lasciare l’ECT, la consapevolezza che la Gran Bretagna avrebbe dovuto affrontare ostacoli proporzionalmente maggiori ad una transizione verde ha cominciato a preoccupare i sindacati manifatturieri, parte della comunità imprenditoriale e persino alcuni parlamentari conservatori. Ciò ha cominciato a mettere sotto pressione il governo, e nell’ultimo anno la linea si è spostata dal sostegno incondizionato all’accettazione, il mese scorso, che i costi per mantenerlo erano troppo alti.

    Niente di tutto ciò mette in discussione il ruolo svolto dalle mobilitazioni per arrivarci. Nel senso più ampio, solo una grande campagna decennale da parte del movimento per il clima ha prodotto il massiccio cambiamento che rende l’azione per il clima ora vista come una necessità. I cittadini hanno sconfitto l’economia “il mercato sa meglio”, anche se ovviamente abbiamo ancora molta strada da fare per ottenere il cambiamento economico di cui abbiamo bisogno.

    Più precisamente, è stato solo grazie alle mobilitazioni realizzate in tutta Europa che la questione dell’ECT è stata sollevata al punto che i leader politici hanno cominciato a considerarne il ritiro. E nella maggior parte dei paesi sono state le mobilitazioni a costringerli a farlo. Questo è anche il caso della Gran Bretagna, dove le divisioni sull’ECT sono state rafforzate dagli attivisti per quattro anni, con il movimento per il clima (dalla Green Alliance a Extinction Rebellion) che si è unito alla critica del sistema.

    Prossimi passi

    Naturalmente, l’annuncio del mese scorso è solo un primo passo, volto a rimuovere un ostacolo strutturale alla transizione climatica. Non è meno importante. Il ritiro del Regno Unito potrebbe segnare la fine dell’ECT nel suo complesso. Ora è considerato un cadavere che solo coloro che traggono profitto dalla distruzione del nostro pianeta possono piangere. A sua volta, ciò significa che un elemento piccolo ma significativo della nostra economia di mercato neocoloniale è stato smantellato.

    Le persone più colpite dall’ISDS vivono nei paesi del Sud del mondo. In molti accordi commerciali, l’ISDS viene utilizzato per intimidire ed estorcere denaro ai paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Honduras e Colombia stanno attualmente affrontando cause legali esorbitanti semplicemente per aver protetto gli interessi dei loro cittadini contro il capitale rapace.

    Recentemente, le aziende hanno utilizzato l’ISDS per avere accesso ai minerali essenziali di cui hanno bisogno per la transizione ecologica e per ottenerli alle condizioni richieste. Se questi metalli sono necessari per l’industria verde, non possiamo costruire un’economia del futuro sulla povertà e sullo sfruttamento di coloro che hanno contribuito meno al cambiamento climatico. Spetta a questi paesi decidere come utilizzare le proprie risorse per stimolare il proprio sviluppo.

    La buona notizia è che paesi come Pakistan, Sud Africa e Bolivia, così come il Regno Unito, si stanno ritirando dai trattati che li sottopongono a questo trattamento. Più recentemente, il governo di sinistra dell’Honduras ha annunciato che si ritirerà dal sistema dei tribunali arbitrali della Banca Mondiale, il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Controversie sugli Investimenti (ICSID). La vittoria sull’ECT li aiuterà a mettere in luce l’ipocrisia di un’economia globale che consente sempre più al Nord del mondo di impegnarsi nella pianificazione economica (anche se è ancora tristemente insufficiente) ma richiede il dominio del mercato per tutti gli altri.

    Più di ogni altra cosa, è ormai chiaro che il dibattito sul cambiamento climatico si è spostato decisamente a un punto in cui è almeno possibile sostenere la causa di una trasformazione economica radicale. La vittoria del mese scorso è un chiaro progresso.

    Pubblicato da Jacobin America Latina , 12 aprile 2024. Tradotto da Laurent Creuse.

    Leonardo De Angelis

    5 Giugno 2024
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Cosa si nasconde dietro l’accusa di antisemitismo lanciata contro Karim Khan?

    Cosa si nasconde dietro l’accusa di antisemitismo lanciata contro Karim Khan?

    Di Gilbert Achcar

    Se tutta questa rabbia sionista e filo-israeliana contro la posizione del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan indica qualcosa, è la sua importanza, che non è esagerato definire storica.

    La cosa era talmente ovvia che non valeva la pena scommetterci sopra. Era abbastanza ovvio e assolutamente certo che la richiesta del procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Ahmed Khan, di emettere mandati di arresto internazionali contro il primo ministro israeliano e ministro della “difesa” avrebbe portato l’establishment sionista a livellare l’accusa di antisemitismo contro di lui e quella del tribunale. Come i cani dello scienziato russo Ivan Pavlov, che confermò il suo famoso studio sul riflesso condizionato, Netanyahu e Gallant, così come l’intera élite sionista al potere, compreso Gantz, il leader del blocco di opposizione che attualmente collabora con il Likud, il partito della i due accusati e Lapid, il leader del principale blocco dell’opposizione che rifiuta di unirsi a loro, hanno immediatamente e violentemente condannato la posizione del pubblico ministero definendola “antisemita”.

    È infatti quasi all’unanimità che la classe politica sionista – 106 dei 120 membri della Knesset, il parlamento israeliano (oltre ai dieci membri delle liste “arabe”, i quattro deputati del partito laburista sono rimasti ai margini della consenso sionista a causa della loro forte ostilità nei confronti di Netanyahu) – ha approvato un comunicato in cui condanna il procuratore e definisce la sua accusa contro il governo sionista e i leader di Hamas per crimini contro l’umanità un “paragone oltraggioso” che costituisce “un crimine storico indelebile e una chiara espressione di antisemitismo.” Netanyahu ha visto la sua condanna da parte di Karim Ahmad Khan come un’opportunità per rafforzare la sua popolarità in declino presentandosi come un simbolo dello stato sionista. Ha detto che il “mandato assurdo e spurio del procuratore dell’Aia è diretto non solo contro il primo ministro e il ministro della difesa israeliani, ma contro l’intero Stato di Israele”. Ha poi aggiunto, rivolgendosi direttamente al pubblico ministero: “Con quale coraggio osi paragonare i mostri di Hamas ai soldati dell’IDF, l’esercito più morale del mondo? Alla posizione di Netanyahu si è unito Gantz, il suo partner nel gabinetto di guerra israeliano, che ha affermato che l’esercito israeliano “combatte con uno dei codici morali più severi della storia”.

    Naturalmente è un’audacia senza precedenti per chiunque descrivere le forze genocide sioniste come “l’esercito più morale del mondo”, ma questa impudenza è diventata un luogo comune. Ripetendo ciò definendo impudente una critica alle azioni dell’esercito sionista, che la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto rientranti nella categoria di genocidio, si porta la sfacciataggine a un livello unico per Netanyahu e molto difficile da eguagliare. Come di consueto, il primo ministro israeliano è ricorso a quelle che in inglese chiamiamo insinuazioni “dog fischio” accennando indirettamente alla discendenza di Karim Ahmed Khan da una famiglia di origine pakistana appartenente alla comunità musulmana Ahmadiyya. L’insinuazione è arrivata nella dichiarazione di Netanyahu secondo cui il “nuovo antisemitismo” – una frase spesso usata per descrivere l’ostilità verso lo Stato di Israele quando espressa da musulmani – “si è spostato dai campus occidentali verso la corte dell’Aja”!

    Se Hamas avesse aggiunto alla sua parallela condanna del pubblico ministero per averlo messo sul banco degli imputati accanto al governo sionista, l’affermazione che la posizione di quest’ultimo rifletteva l’odio verso l’Islam (o l’islamofobia), tutti nel mondo avrebbero riso di questo movimento. Ma Hamas non rivendica e non può rivendicare il monopolio sulla rappresentanza musulmana nello stesso modo in cui lo Stato sionista rivendica il monopolio sulla rappresentanza ebraica, con l’approvazione della maggior parte dei leader occidentali. Quindi, anche se l’amministrazione americana non ha definito “antisemita” la posizione di Karim Khan, Biden si è affrettato a definirla scandalosa e a rinnovare il suo impegno a “stare sempre al fianco di Israele contro le minacce alla sua sicurezza”. Da parte sua, il suo Segretario di Stato, Blinken, ha ribadito la descrizione dell’operazione al-Aqsa Flood di Hamas come “il peggior massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto” – una descrizione che è diventata un mantra il cui scopo è quello di rappresentare l’ostilità palestinese verso Gli israeliani come ostilità verso gli ebrei ispirata dall’“antisemitismo” piuttosto che ostilità verso la feroce persecuzione sionista che insiste nel descriversi come ebreo.

    Se tutta questa rabbia sionista e filo-israeliana contro la posizione di Karim Khan indica qualcosa, è la sua importanza, che non è esagerato definire storica. In effetti, la CPI, dalla sua creazione fino ad oggi, si è occupata solo di denunce contro persone provenienti dai paesi del Sud del mondo, del continente africano in particolare, oltre ai leader russi recentemente incriminati a causa dell’invasione dell’Ucraina da parte del loro esercito. . Era diventato consuetudine considerare questo tribunale, creato nel 2002 in piena egemonia occidentale, come uno degli strumenti politici dell’Occidente, al punto che le famiglie di 34 israeliani morti o rapiti durante l’operazione Flood di al-Aqsa ha presentato una denuncia contro Hamas, pochi giorni dopo i fatti. È infatti molto significativo che le uniche accuse emesse dalla Corte penale internazionale nei confronti dell’Iraq riguardino l’organizzazione dello Stato islamico e non l’esercito e il governo americano.

    È quindi la prima volta che la Corte incrimina due leader di un paese considerato di parte occidentale, il che spiega il risentimento espresso nei confronti della posizione del pubblico ministero da parte del governo americano e del governo britannico, suo fedele partner (in particolare nell’occupazione dell’Iraq), così come alcuni altri governi occidentali. Ecco perché la posizione del pubblico ministero è molto preoccupante agli occhi del governo sionista e dei suoi alleati più fedeli. Si aggiunge alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia per voltare pagina sull’egemonia occidentale sugli organi giudiziari internazionali, in generale, e confermare la crescente condanna globale del comportamento criminale dello Stato sionista alla luce di la guerra genocida che sta conducendo a Gaza, in particolare.

    Articolo tratto da: https://blogs.mediapart.fr/gilbert-achcar/

    Leonardo De Angelis

    22 Maggio 2024
    Internazionale, Palestina
  • OCCUPARE IL MONDO: VERSO IL PIÙ GRANDE MOVIMENTO INTERNAZIONALE MAI CONOSCIUTO?

    OCCUPARE IL MONDO: VERSO IL PIÙ GRANDE MOVIMENTO INTERNAZIONALE MAI CONOSCIUTO?

    Di David Lhotellier

    Occupazioni ovunque. In circa due settimane, il movimento studentesco lanciato negli Stati Uniti si è diffuso in tutto il mondo, assumendo una portata senza precedenti. Al punto che l’elenco delle università mobilitate sembra impossibile da tenere: vi sono state, al momento in cui scrivo queste righe, occupazioni o tentate occupazioni in decine di paesi, in tutti i continenti (1) . E in Belgio, ovviamente, d’ora in poi in tutte le principali università del paese: ULB e VUB, Gand, Anversa, Lovanio, Liegi, Louvain-la-Neuve.

    In alcuni paesi le autorità stanno adottando il metodo delicato; in altri reprimono frontalmente. Ma qualunque sia il grado di violenza, le ricette sono le stesse: far passare gli studenti come una minoranza radicalizzata e accusarli di antisemitismo, o addirittura di sostegno al terrorismo.

    LA PALESTINA È IL NUOVO VIETNAM?

    La caratteristica dei movimenti di solidarietà internazionale è che sono difficili da avviare, data la difficoltà di interessarsi a ciò che accade dall’altra parte del globo (avremmo certo voluto vedere mobilitazioni simili a sostegno dei paesi ucraini, iraniani, popoli siriani, yemeniti, sudanesi, congolesi e mapuche); ma una volta partiti, nulla li ferma, e tanto meno i confini. Mai prima d’ora un movimento si è diffuso così rapidamente in così tanti paesi: se vogliamo cercare un paragone sensato, l’unico che ci viene in mente riguarda probabilmente il maggio 1968, che spesso dimentichiamo fu in realtà l’inizio del 22 marzo, ad opera di un occupazione a sostegno degli studenti arrestati durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Rare ma potenti, queste esplosioni ricordano agli attivisti rivoluzionari una verità di cui potremmo, per il resto, dubitare: scioperare e organizzarsi insieme, su scala internazionale, è del tutto possibile, ed è certamente l’unico modo per scuotere una situazione classe capitalista che non ha problemi a giocare con i confini quando gli fa comodo.

    Scioperare e organizzarsi insieme, su scala internazionale, è del tutto possibile, ed è certamente l’unico modo per scuotere una classe capitalista che non ha problemi a ignorare i confini quando si tratta di “organizzarsi”.

    Gli studenti, generalmente ben collegati e spesso mobili, hanno sempre avuto un vantaggio in questo settore. Ma per creare equilibri di potere più forti sono ovviamente necessarie mobilitazioni più ampie: nel 1968 furono infatti gli studenti a lanciare le prime scintille, ma le vittorie furono ottenute solo quando dieci milioni di lavoratori ∙se scioperarono. Tutto sommato, il movimento in corso oggi mostra segni di tale effetto a catena: da ottobre, le manifestazioni hanno raggiunto proporzioni gigantesche in molti paesi, e i quartieri operai sono fortemente mobilitati contro un imperialismo che percepiscono (giustamente) come l’altra faccia del razzismo di stato che devono affrontare in patria. E nel resto della società, la rabbia che cova come brace da sette mesi si materializza sempre più attraverso azioni spontanee e inaspettate, come lo sciopero della VRT durante l’esibizione del candidato israeliano all’Eurovision. Quando ci sarà lo sciopero generale contro l’imperialismo?

    NE PARLIAMO IN ASSEMBLEA

    Nel frattempo gli studenti occupano le università. E già questo non è male.

    Certamente, rispetto ad uno sciopero, la capacità di una tale mobilitazione di bloccare i flussi finanziari e di fare pressione su questa o quella entità attaccandola attraverso il portafoglio, è piuttosto limitata. Ma si tratta di mobilitazioni visibili, simbolicamente forti, e questo non è poco, data la dipendenza di Israele dal suo softpower e dal suo sostegno diplomatico. E soprattutto danno agli occupanti lo spazio per organizzarsi – e il tempo, laddove i rapporti di forza permettono di bloccare le lezioni e di annullare gli esami.

    La questione chiave è allora sapere se saranno utilizzati come tali, se potranno essere la base di un movimento rivolto all’esterno, o se si chiuderanno in se stessi, pensati come fini a se stessi e piuttosto come uno strumento di lotta. . Questo è ciò che ha ucciso, tra l’altro, la mobilitazione studentesca del 2018 in Francia, che aveva assunto una forma analoga: mentre metà delle università del paese venivano bloccate, le manifestazioni si svuotavano e, gradualmente, nessuno vedeva più interesse ad unirsi alle occupazioni all’esterno. delle persone che vi abitavano stabilmente. E il governo è riuscito finalmente a sceglierne l’ultimo dopo aver giocato all’usura. Mantenere lo sguardo rivolto all’esterno, non considerare l’occupazione come fine a se stessa: questa è la parola d’ordine da tenere a mente. Perché va detto che la tentazione è forte.

    Bisogna immaginare l’atmosfera: queste righe sono scritte nella sala dove solitamente si svolgono le riunioni del consiglio dell’ULB, su un enorme tavolo ovale. Il design, sobrio e chic, è lontano anni luce dal nostro fatiscente pubblico. Ma il luogo, ora coperto di bandiere palestinesi e manifesti con slogan decoloniali, femministi o rivoluzionari, è stato trasformato in un’aula di studio silenziosa, dove gli studenti mobilitati che ne hanno bisogno rivedono i loro esami. E di notte funge da grande dormitorio: i JAC hanno installato i loro materassi al centro, nel ritaglio centrale del tavolo. Altrove nell’edificio c’è una stanza per soli uomini, una dispensa, una sala di preghiera per i praticanti di varie religioni… e naturalmente l’auditorium in cui, ogni giorno, si tengono le assemblee generali, dove si tengono sia la direzione strategica del vengono discussi il movimento e l’organizzazione della vita comunitaria in loco.

    Il doppio significato della parola “occupazione” porta regolarmente a situazioni strane. Se fino ad oggi è stata utilizzata in numerosi slogan in riferimento all’occupazione dei territori palestinesi da parte dello Stato di Israele, è diventata anche una parola portatrice di emancipazione, quando si riferisce alla forma assunta dalla lotta. Attraverso “l’occupazione” , gli studenti rivendicano un luogo che spesso è stato, per loro, luogo di violenza e dominio. La nozione di proprietà privata scompare senza che ce ne accorgiamo: tutti ovviamente tengono il telefono, il sacco a pelo e lo spazzolino da denti (tutti beni per i quali esiste un’evidente nozione di proprietà d’uso ), ma non verrebbe mai in mente a nessuno che lo stock delle mele portate dal vicino appartengano a qualcuno, né che una persona possa privare del diritto di utilizzarle un’altra persona, diversa dalla comunità degli occupanti nel suo insieme, riunita in un’assemblea generale o da una delle sue emanazioni. Costringendoci ad organizzarci, l’occupazione apre una parentesi nel capitalismo e una finestra su un possibile futuro.

    Non si tratta di far credere alla gente che sia un piccolo paradiso. La pratica della democrazia diretta richiede un lungo apprendistato, che a tutti noi manca molto: questo può rendere le assemblee generali lunghe e i processi decisionali inefficaci, anche se ogni giorno facciamo qualche progresso. L’occupazione costituisce anche un luogo formidabile per la liberazione della parola, che salva, ma allo stesso tempo getta una luce cruda sulla sofferenza e sull’oppressione che attraversa la nostra società – e che non si ferma ai nostri muri, anche se vengono combattuti attivamente. Là.

    Questo movimento ha il potenziale per ottenere una vera vittoria contro lo Stato di Israele, isolandolo attraverso un boicottaggio accademico, culturale, diplomatico ed economico.

    Non facile tutti i giorni, ma senza dubbio liberatorio: l’occupazione è una piccola rivoluzione. E come tutte le rivoluzioni, o si diffonde o muore. Questo movimento ha il potenziale per ottenere una vera vittoria contro lo Stato di Israele, isolandolo attraverso boicottaggi accademici, culturali, diplomatici ed economici; e, allo stesso tempo, ridisegnare considerevolmente gli equilibri di potere e il know-how militante in tutti i paesi in cui è schierato, dando nuova vita alle organizzazioni e alle prospettive rivoluzionarie. Da lì a una rivoluzione globale forse non siamo ancora arrivati. Ma avremo almeno fatto un piccolo passo avanti su questo cammino verso un mondo nuovo, dove i confini, l’imperialismo, il colonialismo, l’estrema destra e il genocidio saranno riportati al loro posto: nelle pattumiere della Storia.

    Leonardo De Angelis

    20 Maggio 2024
    Internazionale, Palestina
  • Ilaria Salis ai domiciliari in Ungheria

    Ilaria Salis ai domiciliari in Ungheria

    Di redazione dell’associazione Culturale Karl&Rosa

    Primo piccolo spiraglio di luce per Ilaria Salis detenuta e maltrattata nelle prigioni ungheresi: ieri la corte Ungherese ha concesso gli arresti domiciliari ad Ilaria in Ungheria: la famiglia è in attesa di ricevere dalla corte l’Iban dove versare la cauzione, dopo di che Ilaria potrà lasciare il carcere anche se sarà costretta ad indossare il braccialetto elettronico.

    Da quando è arrivata la notizia è iniziato il consueto balletto per accreditarsi il merito di quanto sta succedendo:  Il vicepremier Tajani nelle scorse ore ha attribuito la svolta dei domiciliari «al merito dell’azione sinergica, del governo e della nostra ambasciata, che hanno lavorato intensamente, in silenzio, senza fare propaganda, senza rulli di tamburi, come abbiamo sempre fatto, come stiamo facendo con Falcinelli e con tutti.

    Il padre di Ilaria ha dichiarato che la svolta è arrivata grazie alla candidatura alle elezioni europee di Alleanza Verdi e Sinistra. Anche noi crediamo che questa sia la motivazione corretta. Nei giorni scorsi infatti avevamo chiesto ad AVS di candidare Ilaria, come capolista, in tutte le circoscrizioni ma siamo rimasti inascoltati ed Ilaria è stata candidata solo nella circoscrizione Nord ovest e nelle isole.

    Affinchè Ilaria venga eletta al parlamento europeo e possa, di conseguenza, usufruire dell’immunità parlamentare ed essere quindi libera di tornare in Italia devono verificarsi due condizioni: Alleanza Verdi e Sinistra deve raggiungere e superare il quorum del 4% a livello nazionale ed Ilaria, in una delle due circoscrizioni dove è candidata, deve prendere più preferenze rispetto agli altri candidati della lista AVD.

    Pur rimarcando le nostre differenze rispetto alla lista AVD riteniamo utile e significativo alle prossime elezioni europee un voto alla lista di AVD per permetterle di superare il quorum del 4% a livello nazionale e, dove possibile, cioè nelle circoscrizioni Nord Ovest e Isole, indicando la preferenza per Ilaria!

    Un voto antifascista, un voto contro Orban, un voto contro la Meloni!

    Leonardo De Angelis

    16 Maggio 2024
    Internazionale
  • L’estrattivismo nell’Antropocene

    L’estrattivismo nell’Antropocene

    Di John Bellamy Foster

    Negli ultimi quindici anni, il concetto di estrattivismo è diventato un elemento determinante per la comprensione della crisi ecologica planetaria. Sebbene lo sviluppo di industrie estrattive su scala globale sia stato parte integrante del modo di produzione capitalistico fin dal suo inizio, a cominciare dall’espansione coloniale del lungo XVI secolo, tale sviluppo ha assunto un significato mondiale molto più ampio con l’avvento della Rivoluzione Industriale della fine del XVIII e del XIX secolo, segnando l’inizio dell’era del capitale fossile. Tuttavia, è solo con la Grande Accelerazione, iniziata a metà del XX secolo e protrattasi fino a oggi, che l’espansione quantitativa della produzione globale e, in particolare, dell’estrazione di risorse, ha condotto a una trasformazione qualitativa del rapporto umano con il Sistema Terra nel suo complesso. Ciò ha dato origine, nella storia geologica, all’Epoca dell’Antropocene, in cui i fattori antropogenici (rispetto a quelli non antropogenici) costituiscono per la prima volta nella storia della Terra le determinanti principali del cambiamento del Sistema Terra.1 Nell’Antropocene, l’estrattivismo è diventato un sintomo centrale della malattia planetaria del tardo capitalismo/imperialismo, che minaccia l’umanità e gli abitanti della Terra in generale.

    Una serie di ventiquattro grafici, ad opera dell’Anthropocene Working Group dell’International Commission on Stratigraphy, illustra la drammatica rappresentazione della Grande Accelerazione*. Ciascun grafico mostra una curva simile a una mazza da hockey relativa all’economia, all’esaurimento delle risorse e al sovraccarico dei pozzi di assorbimento planetari, che descrive un’improvvisa accelerazione e ascesa dell’impatto umano sulla Terra, simile al famoso grafico a mazza da hockey relativo all’aumento della temperatura media globale associata ai cambiamenti climatici.2 Considerata in questo modo, la Grande Accelerazione viene vista come se avesse portato gli ultimi 11.700 anni di storia geologica (epoca dell’Olocene) ad una fine improvvisa, inaugurando l’epoca dell’Antropocene e l’attuale crisi planetaria.

    Recenti ricerche hanno messo in evidenza due periodi distinti durante i quali l’uso delle risorse globali – comprese tutte le biomasse, i minerali, l’energia da combustibili fossili e la produzione di cemento – è aumentato molto più rapidamente delle emissioni globali di carbonio: la prima accelerazione dell’uso delle risorse si è verificata nel periodo 1950-70 e la seconda accelerazione nel periodo 2000-15.3 La prima accelerazione è associata alla rapida espansione economica del Nord America, dell’Europa occidentale e del Giappone dopo la Seconda guerra mondiale; la seconda è coincisa con la rapida crescita della Cina, dell’India e di altre economie emergenti a partire dal 2000 circa. Negli ultimi anni, nei ricchi Paesi capitalisti o “economie sviluppate”, l’uso delle risorse pro capite ha seguito una tendenza alla stabilizzazione, pur rimanendo a livelli ben oltre la sostenibilità complessiva dal punto di vista dei limiti alla crescita. Tuttavia, gran parte di questo apparente livellamento nell’uso pro capite delle risorse naturali nel Nord globale è dovuto all’esternalizzazione della produzione industriale mondiale in direzione del Sud globale, mentre il consumo mondiale di beni e servizi è rimasto altamente concentrato nel Nord globale, associato a un “modo di vita imperiale”.4 Nel 2016, il Global Material Flows and Resource Productivity Report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha indicato che «dal 1990, l’efficienza globale dei materiali [cioè l’efficienza nell’estrazione e nell’uso di materiali primari per unità di PIL] è migliorata di poco. Infatti, l’efficienza ha iniziato a diminuire intorno al 2000».5 L’estrazione globale di materiali era triplicata nei quattro decenni precedenti al rapporto del 2016.6 Queste condizioni hanno provocato un’accelerazione delle pressioni estrattive in regioni chiave del pianeta, in particolare nel Sud globale.

    In molti Paesi del Sud globale, in particolare in America Latina e in Africa, i beni primari, tra cui l’agricoltura e i combustibili fossili/minerali, reminiscenze di un’epoca passata, dominano l’economia relativa alle esportazioni. Nel 2019, le percentuali dei beni primari nelle esportazioni di merci hanno raggiunto il 67% in Brasile e l’82% in Cile e Uruguay. In Algeria, la dipendenza dall’esportazione di combustibili fossili è quasi totale, e rappresenta ora il 94% del valore delle sue esportazioni di merci.7 In America Latina, in particolare, all’era dell’industrializzazione basata sulla promozione del settore manifatturiero in sostituzione delle importazioni del secondo dopoguerra, è subentrata la recente era dell’accelerazione dell’estrazione delle risorse e di una nuova dipendenza dai beni primari, che comprende sia i beni agricoli che i combustibili/minerali. Nel 2017, le rendite derivate da risorse naturali (comprese quelle da minerali, petrolio, gas naturale e foreste) rappresentavano il 43% del PIL della Repubblica del Congo.8 In Africa, la ricerca di risorse e di nuovi terreni agricoli ha alimentato ingenti accaparramenti di terre in tutto il continente, resi possibili dal fallimento del processo di decolonizzazione nel garantire i diritti delle popolazioni indigene alla terra.9 Nelle nazioni insulari di tutto il mondo, i diritti di pesca e di sfruttamento delle risorse su vasti territori oceanici sono stati ceduti alle multinazionali, mentre i beni comuni oceanici vengono sfruttati in modo intensivo.10 Le nuove tecnologie hanno portato a una corsa globale per la ricerca di nuovi minerali rari, come nel caso dell’estrazione del litio.11 È in corso una massiccia finanziarizzazione della terra, nella quale la finanza internazionale, con sede nel Nord globale, sta assumendo il controllo della circolazione delle merci e della gestione dei servizi ecosistemici, soprattutto nel Sud globale.12

    Questa accelerazione dell’estrazione delle risorse e delle infrastrutture estrattive non è limitata alla periferia dell’economia mondiale capitalista. Gli Stati Uniti sono oggi il più grande produttore di petrolio al mondo, oltre che il suo più grande consumatore su scala globale. Nel mondo ci sono 730.000 miglia di oleodotti e gasdotti, pari a trenta volte la circonferenza della Terra. Gli Stati Uniti ed il Canada contano da soli circa 260.000 miglia di oleodotti per combustibili fossili, ovvero più di un terzo del totale mondiale.13 In Canada, nel 2019 i prodotti primari hanno raggiunto il 43% del valore delle esportazioni di merci, mentre in Australia si è superato l’80%.14

    Le conseguenze ecologiche di tutte queste tendenze sono catastrofiche e si estendono dalla devastazione della terra e delle comunità al cambiamento climatico e alla distruzione di un pianeta abitabile per l’uomo. Cinquant’anni dopo la pubblicazione del rapporto I limiti dello sviluppo del Club di Roma, l’esaurimento delle risorse sta seguendo quello che il rapporto stesso definiva il suo minaccioso «scenario standard», con il risultato di mettere in pericolo l’esistenza stessa del pianeta Terra come casa per l’umanità e per innumerevoli altre specie.15

    In America Latina, queste condizioni e i loro effetti sul suolo, hanno portato all’elaborazione di “estrattivismo” come concetto critico, che nelle recenti discussioni teoriche ha spesso assunto un significato più esteso, includendo ampi aspetti del capitalismo e delle sue forme di sfruttamento. Numerose analisi accademiche hanno cercato di estendere tale nozione per rendere conto dell’insieme degli attuali problemi economici, politici, culturali ed ecologici, rimuovendo in larga parte il capitalismo stesso, e inglobando questioni diverse come la modernità, la violenza, la produzione, lo sfruttamento, la distruzione ambientale, la digitalizzazione e i nuovi “assemblaggi ontologici” dei cosiddetti “nuovi materialisti”.16 Per questi pensatori, l’estrattivismo rappresenta la fonte insaziabile della spinta distruttiva e non sostenibile della modernità capitalista, tesa a mercificare e consumare tutta la vita e tutta l’esistenza, ciò che alcuni teorici definiscono “estrattivismo totale” o “divoratore di mondi”. Tali prospettive finiscono per spostare il concetto critico di accumulazione del capitale, oltre a distogliere l’attenzione dalle lotte popolari molto concrete che si svolgono a livello locale contro il capitale estrattivista.17

    Per questo motivo, il critico ecologico uruguaiano Eduardo Gudynas, uno dei principali analisti latinoamericani dell’estrattivismo, ha insistito sul fatto che il concetto debba essere affrontato in relazione ai modi di produzione/appropriazione, dando all’estrattivismo un significato ben preciso, diretto allo sviluppo di un’ampia critica politico-economica-ecologica. In particolare, Gudynas si oppone a quello che considera un approccio accademico poco rigoroso che oggi propone «etichette vaghe e ambigue per l’estrattivismo come: “finanziario”, “culturale”, “musicale” ed “epistemologico”», creando infinite fonti di confusione e allontanando il concetto dalle sue basi di economia politica e di critica ecologica. «L’estrattivismo», scrive, «non può essere usato come sinonimo di sviluppo o di economia primaria esportatrice. Non esiste uno sviluppo estrattivista […]. L’estrattivismo […] non tiene conto della struttura e del funzionamento di un’intera economia nazionale, che comprende molti altri settori, attività e istituzioni».18

    La genesi della teoria dell’estrattivismo di Gudynas, sulla quale ci concentreremo in seguito, può essere ricondotta ad un’ampia tradizione storico-materialista. Pertanto, per comprendere il significato del suo lavoro, è necessario collocarlo all’interno di questa tradizione, che risale all’analisi classica di Karl Marx e Friedrich Engels, relativa alle questioni dell’appropriazione/espropriazione della natura, delle industrie estrattive e della frattura metabolica. In questo modo, è possibile fornire le basi per una critica dell’estrattivismo nell’Antropocene.

    Marx e l’espropriazione della natura

    La nozione di “industria estrattiva” venne elaborata da Marx a metà del XIX secolo. Egli divise la produzione in quattro sfere: industria estrattiva, agricoltura, manifattura e trasporti. Marx riteneva l’industria estrattiva il settore della produzione «che trova in natura il suo oggetto di lavoro, come l’attività mineraria, la caccia, la pesca (l’agricoltura solo in quanto dissoda la terra vergine, in prima istanza)».19 In generale, Marx separava l’industria estrattiva dall’agricoltura, in quanto quest’ultima non dipendeva da materie prime provenienti dall’esterno, ma da materie prime prodotte al proprio interno, date le caratteristiche riproduttive dell’agricoltura. Questo, tuttavia, non gli impedì, nella sua teoria della frattura metabolica, di riconoscere il carattere espropriativo dell’agricoltura industriale capitalista, nei modi che oggi definiamo estrattivisti.

    Alcune delle osservazioni più critiche di Marx riguardo al modo di produzione capitalista erano rivolte all’industria mineraria come quintessenza dell’industria estrattiva. Nella sua discussione sull’estrazione del carbone nel terzo volume del Capitale, Marx trattava l’assoluta negligenza riservata alle condizioni di vita dei minatori, che portava, in Inghilterra, ad una perdita media di quindici vite al giorno. Questo lo portava a rilevare come il capitale sia «un dilapidatore di uomini, di lavoro vivente, un dilapidatore non solo di carne e sangue ma pure di nervi e di cervelli.».20 Ma per Marx, gli effetti distruttivi dell’industria estrattiva e del capitale, nel suo complesso, non si limitavano allo sperpero di carne e sangue, ma si estendevano anche allo sperpero di materie prime.21 Inoltre, com’è noto, nella sua corrispondenza con Marx, Engels discusse sullo “sperpero” dei combustibili fossili, e del carbone in particolare.22

    Nelle interviste rilasciate in risposta ai movimenti radicali e indigeni contro l’estrattivismo, il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha chiesto retoricamente: «Señores marxistas, Marx era forse contrario allo sfruttamento delle risorse naturali?». Sostenendo implicitamente che Marx non si sarebbe opposto all’estrattivismo contemporaneo. In risposta, l’economista ecologista Joan Martinez-Alier ha ricordato la famosa analisi di Marx, secondo cui «il capitalismo conduce a una “frattura metabolica”. Il capitalismo non è in grado di rinnovare le proprie condizioni di produzione; non sostituisce i nutrienti, erode i terreni, esaurisce o distrugge le risorse rinnovabili (come la pesca e le foreste) e quelle non rinnovabili (come i combustibili fossili e i minerali)». Su questa base, Martínez-Alier sostiene che Marx, sebbene non sia vissuto tanto a lungo da assistere al cambiamento climatico globale, «si sarebbe schierato dalla parte della giustizia climatica».23 In effetti, la straordinaria crescita della critica ecologica marxiana, basata sull’analisi del «lato negativo, cioè distruttivo» della produzione capitalistica, presente nella teoria della frattura metabolica contenuta nel Capitale, ha consegnato al mondo intuizioni penetranti su ogni aspetto della crisi planetaria contemporanea.24

    La chiave per un’indagine storico-materialista dell’estrattivismo si trova nell’analisi fornita da Marx su ciò che egli chiamava “espropriazione originaria”, un termine che preferiva, rispetto a quello che gli economisti politici classico-liberali denominavano “accumulazione precedente o originaria” (spesso tradotto in modo fuorviante con “accumulazione primitiva”).25 Per Marx, la «cosiddetta accumulazione primitiva [originaria]», come sottolineava ripetutamente, non era affatto un’accumulazione, ma piuttosto un’espropriazione o un’appropriazione senza eguali.26 Prendendo spunto da Karl Polanyi – e in linea con l’argomentazione di Marx – possiamo anche riferirci all’espropriazione come appropriazione senza reciprocità.27 L’espropriazione era evidente nella violenta confisca dei beni comuni in Gran Bretagna. Ma «i momenti principali della [cosiddetta] accumulazione primitiva» nell’era mercantilista, che fornì le condizioni per “la genesi dell’industria capitalistica”, risiedevano nell’espropriazione di terre e corpi attraverso la “conquista e il saccheggio” coloniale dell’intera area esterna/periferia dell’emergente economia mondiale capitalista. A ciò si associano, scrive Marx, «lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere» delle Americhe, l’intera tratta transatlantica degli schiavi, la brutale colonizzazione dell’India e un massiccio drenaggio di risorse/eccedenze dai paesi colonizzati, aree che hanno alimentato lo sviluppo europeo.28

    Cruciale, per questa analisi, è stata l’accurata distinzione proposta da Marx tra l’appropriazione, intesa nel suo senso più generale come base di tutte le forme di proprietà e di tutti i modi di produzione, e quelle forme particolari di appropriazione, come l’espropriazione a scopo di lucro e lo sfruttamento salariale, che hanno caratterizzato il regime del capitale. Marx riteneva che l’appropriazione in generale avesse le sue radici nella libera appropriazione della natura, e quindi fosse un prerequisito materiale dell’esistenza umana, che portava alla formazione di varie tipologie di proprietà, di cui la proprietà privata ne rappresentava solo un caso, divenuto dominante soltanto con il capitalismo. Questo approccio storico-teoretico generale ha dato origine al concetto di Marx di “modo di appropriazione”, alla base del modo di produzione.29 Tali distinzioni avrebbero giocato un ruolo importante nei suoi scritti etnologici successivi e nella sua identificazione con la resistenza attiva all’espropriazione delle terre delle comunità indigene in Algeria e altrove.30

    Non solo l’espropriazione della terra e dei corpi era presente nell’analisi di Marx, ma la terra stessa era espropriabile, nel senso che le condizioni della sua riproduzione non erano conservate e le risorse naturali erano “derubate” o “sperperate”.31 Questo era il caso del capitalismo, in cui l’appropriazione della natura assumeva generalmente una forma chiaramente espropriativa. Nell’analisi di Marx, la libera appropriazione della natura da parte delle comunità umane, che costituisce la base di tutta la produzione, si è trasformata con il capitalismo nella forma più distruttiva di «un libero dono della natura al capitale», non più rivolto anzitutto alla riproduzione della vita, della terra e della comunità come un tutt’uno indivisibile, ma piuttosto dedicato esclusivamente alla valorizzazione del capitale.32 Il furto della terra e la frattura metabolica – o l’«incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale» tra l’umanità e la natura – erano quindi strettamente intrecciate.33 Sebbene alcuni teorici contemporanei abbiano tentato di definire l’estrattivismo come non reproduction of nature [non riproduzione della natura], è più significativo dal punto di vista teorico considerare questo fenomeno, in linea con l’ecologia marxiana, nei termini di ciò che Marx chiamava il furto o l’espropriazione della natura, di cui l’estrattivismo rappresenta una forma particolarmente estrema e cruciale.

    Gudynas e il surplus estrattivista

    Queste basi concettuali derivanti dalla critica ecologica classica di Marx ci permettono di apprezzare le innovative intuizioni sull’estrattivismo elaborate da Gudynas nel suo recente libro, Extractivisms. Un punto di partenza cruciale della sua analisi è il concetto di modo di appropriazione. Nella sua opera pionieristica del 1985, Underdeveloping the Amazon, il sociologo ambientale Stephen G. Bunker introdusse la nozione di “modo di estrazione” per affrontare la questione dell’industria estrattiva e il suo carattere non rinnovabile, contrapponendola al più ampio concetto marxiano di “modo di produzione”.34 Gudynas ritiene che Bunker fosse nel complesso sulla strada giusta. Tuttavia, a differenza di Bunker, Gudynas non adotta la categoria di “modi di estrazione”. Né reimpiega la nozione di “modi di produzione” di Marx, sostenendo inspiegabilmente che il concetto di Marx è stato “abbandonato”, citando l’antropologo e attivista anarchico David Graeber. Anzi, Gudynas si rivolge al concetto di “modi di appropriazione”, apparentemente ignaro della connessione teorica tra appropriazione e produzione e tra modi di appropriazione e modi di produzione che Marx aveva costruito nei Grundrisse, ignaro anche di come ciò sia correlato all’attuale ricerca marxiana dedicata a queste categorie.35 Tuttavia, l’approccio ai modi di appropriazione consente a Gudynas di distinguere tra l’appropriazione umana dell’ambiente naturale in generale e ciò che egli definisce “modi di appropriazione estrattivisti”, che violano le condizioni della riproduzione naturale e sociale.

    Gudynas definisce l’estrattivismo stesso in termini di pratiche eccessive, misurate su tre caratteristiche: (1) indicatori fisici (volume e peso), (2) intensità ambientale e (3) destinazione. L’estrattivismo, da questa prospettiva, è ritenuto intrinsecamente legato al colonialismo e all’imperialismo, poiché richiede che il prodotto sia esportato sotto forma di beni primari.36 Non tutte le appropriazioni della natura effettuate dalle industrie estrattive sono estrattiviste. Questa posizione è forse più chiara nel suo breve contributo Would Marx Be an Extractivist? [Marx sarebbe forse un estrattivista?]. Come nella risposta di Martínez-Alier a Correa, Gudynas afferma:

    «Marx non ha rifiutato l’estrazione mineraria. La maggior parte dei movimenti sociali non la rifiuta e, se si ascoltano attentamente le loro rivendicazioni, si scopre che si concentrano su un particolare tipo di impresa: quella su larga scala, con enormi volumi asportati, intensiva e a cielo aperto. In altre parole, non bisogna confondere l’attività mineraria con l’estrattivismo […]. Marx, oggi in America Latina non sarebbe un estrattivista, perché ciò significherebbe abbandonare l’obiettivo di trasformare i modi di produzione, diventando un economista borghese. Al contrario, egli promuoverebbe alternative al [modo di] produzione dominante, e questo significa, nel contesto attuale, andare in direzione del post-estrattivismo.»37

    L’estrattivismo globale di oggi, quello che Martin Arboleda ha chiamato The Planetary Mine, si identifica con il “capitale monopolistico generalizzato” e con le condizioni del “tardo imperialismo”.38 Una preoccupazione centrale del lavoro di Gudynas è la critica della rinnovata dipendenza imperiale nel Sud globale, derivante dal neo-estrattivismo, che solleva la questione della “delinking from globalization“** [disconnessione dalla globalizzazione], quale – forse – unica alternativa radicale.39 Una visione simile è stata sviluppata con forza da James Petras ed Henry Veltmeyer nel loro Extractive Imperialism, che hanno descritto il nuovo estrattivismo come un nuovo modello imperialista, che costringe i Paesi a una nuova dipendenza, il cui terreno è stato preparato dalla ristrutturazione neoliberale che ha praticamente annientato molte delle precedenti forze di produzione nell’agricoltura e nell’industria.40

    Tuttavia, il contributo più significativo di Gudynas si trova nel suo tentativo di collegare l’estrattivismo al concetto di surplus, per spiegare le perdite economiche ed ecologiche associate alla dipendenza da modi di appropriazione estrattivisti. In questo contesto, egli si basa sul concetto di surplus economico sviluppato da Paul A. Baran in The Political Economy of Growth negli anni Cinquanta, concetto sviluppato per rendere operativo il calcolo del plusvalore di Marx in conformità con una critica che aveva come metro di paragone la pianificazione economica razionale.41 Gudynas sostiene che nel concetto di surplus economico di Baran, in conformità con il plusvalore di Marx, «l’affitto del terreno e l’interesse sul capitale monetario» sono componenti del surplus totale piuttosto che costi di produzione. Introducendo il concetto di surplus economico, Baran cercò di rivelare, come dice Gudynas, quelle che erano, nella contabilità capitalista, forme essenzialmente mascherate di «appropriazione del surplus».42

    Facendo leva su questa idea, Gudynas cerca di aggiungere alla dimensione economica o sociale del surplus, basata sullo sfruttamento del lavoro nel contesto dei modi di appropriazione estrattivisti, due dimensioni ambientali del surplus. La prima di queste, il surplus ambientale rinnovabile, è correlata alla classica teoria ricardiano-marxiana dell’affitto del terreno agricolo, incentrata principalmente sull’industria delle fonti rinnovabili. Il suo scopo è quello di cogliere non solo il surplus associato alle rendite di monopolio e quindi integrato direttamente nel calcolo economico, ma anche, secondo Gudynas, di fare i conti col modo in cui i servizi ecosistemici, come l’impollinazione, vengono appropriati/espropriati secondo modalità estrattive. Gudynas segnala che, trascurando aspetti ambientali cruciali come la conservazione del suolo e dell’acqua, si crea un maggiore “surplus monetario” per le imprese, generando in questo modo un surplus artificialmente maggiore basato sull’appropriazione estrattiva delle risorse rinnovabili. Ciò è legato a quello che Marx chiamava “furto” o espropriazione della terra, che fa parte della sua teoria della frattura metabolica.43

    Secondo Gudynas, la terza dimensione del surplus (la seconda dimensione ambientale) è il surplus ambientale non rinnovabile legato alle risorse non rinnovabili, come i minerali e i combustibili fossili. «La distinzione fondamentale, in questo caso», scrive, «è che la risorsa prima o poi si esaurirà, e perciò il surplus acquisito dal capitalista sarà sempre proporzionale alla perdita di patrimonio naturale che non potrà essere recuperato. Allo stesso modo, lo spazio occupato da un’enclave mineraria sarà impossibile da utilizzare per altri scopi, come l’agricoltura». Qualsiasi surplus ottenuto con l’estrattivismo deve essere messo in relazione con la perdita di ricchezza naturale associata all’esaurimento delle risorse, cosa che viene occultata dall’uso comune del concetto di “capitale naturale”, oggi concepito non più in termini di valore d’uso, come nell’economia politica classica, ma piuttosto, in accordo con l’economia neoclassica, in termini di valore di scambio e di sostituibilità.44 L’attuale crisi ecologica planetaria deve essere vista come produzione di un’espropriazione distruttiva della natura, che deve essere trascesa nel processo di superamento del capitalismo.

    Nel materialismo storico classico di Marx ed Engels, riguardo all’espropriazione delle risorse non rinnovabili, veniva adottato un approccio analitico molto simile a quello presentato da Gudynas nella sua analisi del surplus ambientale non rinnovabile. Per Marx ed Engels, l’espropriazione distruttiva delle risorse non rinnovabili non poteva essere trattata come un semplice caso di furto, come nel caso del suolo, delle foreste, della pesca e così via. Per questo motivo essi si sono approcciati all’estrattivismo delle risorse non rinnovabili descrivendolo come sperpero di tali risorse, un concetto che è stato utilizzato soprattutto in relazione alla rapace espropriazione di minerali e combustibili fossili, in special modo del carbone, ma applicato anche agli immensi “sacrifici umani” nelle industrie estrattive, legati a ciò che oggi viene talvolta chiamato “corporeal rift” [frattura corporea].45 Il rapporto del capitalismo con le risorse rinnovabili e non rinnovabili è stato quindi visto, nella prospettiva storico-materialista classica, come un’espropriazione distruttiva della terra, sia come “furto” che come “sperpero” della natura, un approccio che corrisponde da vicino alle due forme di appropriazione/espropriazione del surplus estrattivo teorizzate da Gudynas.

    L’approccio di Gudynas verso ciò che egli chiama il “surplus estrattivista”, associato alle sue due dimensioni ambientali del surplus, intende includere le esternalità, evidenziando il fatto che il’”surplus effettivo” di cui si appropria – per usare i termini di Baran – è, in alcuni casi, artificialmente maggiore, rispetto ad un più razionale “surplus pianificato”, in quanto non tiene conto dell’esaurimento dei combustibili fossili e di altre risorse naturali.46 Questo approccio di base viene utilizzato nel resto dell’analisi di Gudynas per affrontare le lotte sul terreno contro l’emorragia delle economie estrattiviste e la loro connessione con il tardo imperialismo, che estende tale emorragia su scala sempre più ampia, cosa che a lungo termine va a scapito delle economie periferiche o semiperiferiche [cioè emergenti] che ne dipendono. Come sostiene l’autore in Extractivisms, si tratta in definitiva di una questione di «estrattivismo e giustizia».47

    Estrattivismo e crisi dell’Antropocene


    Dato che l’Antropocene, sebbene non ancora ufficialmente, è stato definito come l’epoca in cui i fattori antropogenici – piuttosto che quelli non antropogenici – rappresentano le principali determinanti del cambiamento del Sistema Terra (per la prima volta nella storia geologica) ed è chiaro che esso continuerà finché sopravviverà la civiltà industriale globale. L’attuale crisi dell’Antropocene, definita come una “frattura antropogenica” nei cicli biogeochimici del Sistema Terra, è strettamente associata al sistema di accumulazione del capitale e sta portando la società verso un Anthropocene extinction event [evento di estinzione antropocenico].48  Per evitarlo, l’umanità dovrà superare la «società cumulativa» dominante imposta dal capitalismo.49 Ma nel futuro prossimo non avverrà nessuna fuoriuscita progressiva dall’Antropocene, poiché l’umanità, anche in un modo di produzione socialista ecologicamente sostenibile, rimarrà sul filo del rasoio, dato l’attuale stadio di sviluppo economico e tecnologico su scala planetaria, e considerato il fatto che i limiti della crescita dovranno essere presi in considerazione nella determinazione di tutti i futuri percorsi di sviluppo umano sostenibile.

    È stato il riconoscimento di queste condizioni che ha portato Carles Soriano, scrivendo su Geologica Acta, a proporre Capitaliana quale nome della prima età geologica dell’Epoca dell’Antropocene.50 Secondo questa prospettiva, l’attuale crisi ecologica planetaria deve essere vista in termini di produzione di un’espropriazione distruttiva della natura, che deve essere trascesa nel processo di superamento del capitalismo e dell’Età Capitaliana. Altri hanno proposto, autonomamente, il nome di Capitalinian per questa nuova età geologica, indicando anche la nozione di Communian – che sta per communal, community, commons – come la futura età geologica dell’Antropocene, che deve essere creata in coevoluzione con la natura e che necessita di un “great climacteric” [grande climaterio]*** entro la metà del ventunesimo secolo.51

    Nel secolo attuale, la lotta contro l’espropriazione capitalistica della natura e in particolare contro l’estrattivismo, che sta sempre più dominando il nostro tempo – insieme al superamento dell’attuale sistema di accumulazione – deve avere la priorità a tutti i livelli e in tutte le forme di lotta sociale. Nella prospettiva storico-materialista classica, la produzione nel suo complesso – non solo l’industria estrattiva, ma anche l’agricoltura, la manifattura e i trasporti – deve essere affrontata per superare le contraddizioni dell’accumulazione di capitale basata sulle classi sociali. A questo proposito, le intuizioni della lunga tradizione storico-materialista sono fondamentali. Come osservava Marx: «Poiché il lavoro effettivo è l’appropriazione della natura per il soddisfacimento dei bisogni umani, l’attività che media il ricambio materiale tra l’uomo e la natura – essendo la capacità di lavoro spogliata dei mezzi di lavoro, delle condizioni oggettive dell’appropriazione della natura attraverso il lavoro – è spogliata ugualmente dei mezzi di sussistenza. La capacità di lavoro spogliata dei mezzi di lavoro e dei mezzi di sussistenza è quindi l’assoluta povertà come tale».52

    La crescita dell’accumulazione ha comportato la distruzione dei mezzi di sussistenza sul pianeta, privando il lavoro del suo ruolo di mediatore diretto del metabolismo tra l’umanità e la natura, e sostituendolo con il capitale attraverso il controllo delle condizioni oggettive dell’appropriazione della natura stessa. L’unica risposta è la creazione di una forma superiore di società in cui i produttori associati regolino direttamente e razionalmente il metabolismo tra l’umanità e la natura, in accordo con le esigenze del proprio sviluppo umano in coevoluzione con la terra nella sua totalità.

    * 
    N.d.T. Per vedere la serie di ventiquattro grafici che illustra la “Grande Accelerazione”: Clicca qui

    **
     Delinking: concetto coniato all’interno degli studi economico-sociali. In ambito produttivo delinking significa: disaccoppiamento del benessere dalla crescita economica, dalla produzione. N.d.T.

    ***
     Qui, Bellamy Foster usa il termine climacteric per riferirsi alla necessaria transizione sociale epocale riferita all’attuale emergenza planetaria. Vedi: John Bellamy Foster, “The Great Capitalist Climacteric” Monthly Review 67, no. 6 (November 2015). N.d.T.

    * Traduzione e revisione a cura di Giovanni Fava, Walter Dal Cin e Luciano Dal Mas, pubbicata sul sitohttps://antropocene.org/. La versione originale è apparsa su Monthly Review vol. 75, n. 11 del 1° aprile 2024. John Bellamy Foster è direttore della rivista socialista indipendente Monthly Review. È professore di sociologia presso l’Università dell’Oregon e autore di The Ecological Revolution, The Great Financial Crisis (con Fred Magdoff), Critique of Intelligent Design (con Brett Clark e Richard York), Naked Imperialism, Ecology Against Capitalism, Marx’s Ecology, The Vulnerable Planet e The Theory of Monopoly Capitalism.

    1. Sull’Antropocene, vedi Jan Zalasiewicz, Colin N. Waters, Mark Williams e Colin P. Summerhayes, The Anthropocene as a Geological Time Unit, Cambridge University Press, Cambridge, 2019; Ian Angus, Facing the Anthropocene, Monthly Review Press, New York, 2016, trad. it.Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios, Trieste, 2020. ↩︎
    2. Vedi Zalasiewicz, Waters, Williams e Summerhayes, The Anthropocene as a Geological Time Unit, pp. 256–57; Angus, Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, pp. 75-76. ↩︎
    3. Christoph Gorg et al., “Scrutinizing the Great Acceleration: The Anthropocene and Its Analytic Challenges for Social-Ecological Transformations,” Anthropocene Review 7, no. 1, 2020, pp. 42–61. ↩︎
    4.  Ulrich Brand e Markus Wissen, The Imperial Mode of Living, Verso,  Londra,2021. ↩︎
    5. Alicia Bárcena Ibarra, United Nations Environmental Programme Press Release, “Worldwide Extraction of Materials Triples in Four Decades, Intensifying Climate Change and Air Pollution,” July 20, 2016. ↩︎
    6. United Nations Environment Programme, Global Material Flows and Resource Productivity, 2016, p. 5. ↩︎
    7. World Trade Organization, Trade Profiles 2021. Vedi anche Martin Upchurch, “Is There a New Extractive Capitalism?,” International Socialism 168, 2020. ↩︎
    8. Eduardo Gudynas, Extractivisms, Fernwood, Halifax Nova Scotia, 2020, p. 82. ↩︎
    9. Mark Bowman, “Land Rights, Not Land Grabs, Can Help Africa Feed Itself,” CNN, 18.06.2013. ↩︎
    10. Guy Standing, “How Private Corporations Stole the Sea from the Commons,” Janata Weekly, 07.08.2022; Stefano Longo, Rebecca Clausen e Brett Clark, The Tragedy of the Commodity, Rutgers University Press, New Brunswick, New Jersey, 2015. ↩︎
    11. Vijay Prashad e Taroa Zúñiga Silva, “Chile’s Lithium Provides Profit to the Billionaires but Exhausts the Land and the People,” Struggle-La Lucha, 30.07.2022. ↩︎
    12. John Bellamy Foster, “The Defense of Nature: Resisting the Financialization of the Earth,” Monthly Review 73, n. 11, aprile 2022, pp. 1–22. ↩︎
    13. Mohammed Hussein, “Mapping the World’s Oil and Gas Pipelines,” Al Jazeera, 16.12.2021. ↩︎
    14. World Trade Organization, Trade Profiles 2021, 22, 70; “USA: World’s Largest Producer of Oil and Its Largest Consumer,” China Environment News, 29.07.2022, china-environment-news.net. ↩︎
    15. Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III, The Limits to Growth, Potomac Associates, Washington, DC 1972; Dennis Meadows intervistato da Juan Bordera, “Fifty Years After ‘The Limits to Growth,’” MR Online, 21.07.2022, trad. it. La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro, Antropocene.org, 27.08.2022. ↩︎
    16. edi John-Andrew McNeish e Judith Shapiro, introduzione a Our Extractive Age: Expressions of Violence and Resistance, a cura di Shapiro e McNeish, Routledge, Londra, 2021, p. 3; Christopher W. Chagnon, Sophia E. Hagolani-Albov, e Saana Hokkanen, “Extractivism at Your Fingertips” in Our Extractive Age, pp. 176–88; Christopher W. Chagnon et al., “From Extractivism to Global Extractivism: The Evolution of an Organizing Concept,” Journal of Peasant Studies 94, n. 4, maggio 2022, pp. 760–92. ↩︎
    17. Alexander Dunlap e Jostein Jakobsen, The Violent Technologies of Extraction, Macmillan, Cham: Palgrave, 2020, pp. 34, 100, 120–21. ↩︎
    18. Gudynas, Extractivisms, p. 4, 10. ↩︎
    19. Karl Marx, Il capitale, Libro primo, in Marx Engels, Opere vol. 30, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, p. 207; Karl Marx, Manoscritto economico 1861-1863, in Marx Engels, Opere, vol. 36, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, p. 145; Marx e Engels, Collected Works, vol. 35, p. 191. Gudynas attribuisce la diffusione del termine “industria estrattiva” alle istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale. Egli respinge il termine in quanto connota il settore estrattivo come parte dell’industria e quindi produttivo. È importante notare che Marx ha utilizzato il termine come parte di un’analisi settoriale della produzione nel suo complesso, e quindi non separata dalla produzione. Vedi Gudynas, Extractivisms, pp. 3, 8. ↩︎
    20. Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni, 2022, p. 120 ↩︎
    21. Marx, Il capitale, Libro 3, p. 836. ↩︎
    22. Marx, Capital, Libro 3, p. 836; Marx e Engels, Collected Works, vol. 30, p. 62; Marx e Engels, Collected Works, vol. 46, p. 411. ↩︎
    23. oan Martínez-Alier, “Rafael Correa, Marx and Extractivism,” EJOLT, 18.03.2013. Vedi anche Eduardo Gudynas, “Would Marx Be an Extractivist?,” Post Development, Social Ecology of Latin America Center, 31.03.2013. ↩︎
    24. Vedi “Metabolic Rift: A Selected Bibliography,” MR Online, 16.10.2013; Marx, Il capitale, vol. 1, p. 638. ↩︎
    25. Marx e Engels, Collected Works, vol. 20, p. 129. Sono in debito con Ian Angus per aver attirato la mia attenzione su questo passaggio. ↩︎
    26. Marx ha usato il termine espropriazione circa trenta volte nell’ottava parte di Il capitale in relazione alla “cosiddetta accumulazione primitiva”, e ha usato “accumulazione primitiva” – che ha ripetutamente preceduto con “cosiddetta” o messo tra virgolette, e usato in passaggi grondanti di ironia – circa dieci volte. In diversi punti Marx ha indicato esplicitamente che la realtà (e la definizione storica) della “cosiddetta accumulazione primitiva” era l’espropriazione, mentre i titoli del secondo e del terzo capitolo di questa parte includono entrambi “espropriazione” o “espropriato”. Per una discussione generale sui concetti di appropriazione/espropriazione di Marx, si veda John Bellamy Foster e Brett Clark, The Robbery of Nature, Monthly Review Press, New York, 2020, pp. 35–63. ↩︎
    27. Su Polanyi, l’appropriazione e la reciprocità, vedi Karl Polanyi, Primitive, Archaic and Modern Economies, Beacon, Boston, 1968, pp. 88–93, 106–7, 149–56; Foster e Clark, The Robbery of Nature, pp. 42–43. ↩︎
    28. Marx, Il capitale, Libro primo, p. 763. ↩︎
    29. Marx e Engels, Collected Works, vol. 29, p. 461. ↩︎
    30. John Bellamy Foster, Brett Clark e Hannah Holleman, Marx and the Indigenous, Monthly Review 71, no. 9, febbraio 2020, pp. 1–19. ↩︎
    31. Marx, Il capitale, Libro primo, p. 638; Marx, Il capitale, Libro terzo, p. 120, 836. ↩︎
    32. Marx e Engels, Collected Works, vol. 37, p. 733, sottolineatura aggiunta. ↩︎
    33. Marx, Il capitale, Libro primo, 638; Marx, Il capitale, Libro terzo, p. 120, 836. ↩︎
    34. Stephen G. Bunker, Underdeveloping the Amazon: Extraction, Unequal Exchange, and the Failure of the Modern State, University of Chicago Press, Chicago, 1985, p. 22. ↩︎
    35. Gudynas, Extractivisms, pp. 26–27; Marx e Engels, Collected Works, vol. 28, p. 25; Marx e Engels, Collected Works, vol. 29, p. 461. Sui recenti lavori marxiani sull’espropriazione, vedi Nancy Fraser “Behind Marx’s Hidden Abode,” Critical Historical Studies, 2016, p. 60; Nancy Fraser, “Roepke Lecture in Economic Geography—From Exploitation to Expropriation,” Economic Geography, 94, n. 1; Michael C. Dawson, “Hidden in Plain Sight,” Critical Historical Studies 3, n. 1, 2016, p. 149; Peter Linebaugh, Stop, Thief!, PM Press, Oakland, 2014, p. 73; Foster e Clark, The Robbery of Nature. ↩︎
    36. Gudynas, Extractivisms, pp. 4–7. ↩︎
    37. Gudynas, “Would Marx Be an Extractivist?” ↩︎
    38. Martin Arboleda, Planetary Mine: Territories of Extraction under Late Capitalism, Verso, Londra, 2020. Generalized-monopoly capital è un termine introdotto da Samir Amin per designare le condizioni politico-economiche mondiali del XXI secolo in cui il capitale monopolistico, con il suo quartier generale per la maggior parte nella triade imperiale costituita da Stati Uniti/Canada, Europa occidentale e Giappone, ha esteso i suoi tentacoli in tutto il mondo, con la globalizzazione della produzione. Il tardo imperialismo è un termine che indica come queste condizioni abbiano promosso nuove forme di drenaggio del plusvalore dalla periferia al cuore del sistema capitalistico. Vedi Samir Amin, Modern Imperialism, Monopoly Finance Capital, and Marx’s Law of Value, Monthly Review Press, New York, 2018, p. 162; John Bellamy Foster, “Late Imperialism,” Monthly Review 71, n.3, luglio-agosto 2019, pp. 1–19. ↩︎
    39. Gudynas, Extractivisms, pp. 143–44. ↩︎
    40. James Petras e Henry Veltmeyer, Extractive Imperialism in the Americas, Brill, Leida, 2014, pp. 20–48. ↩︎
    41. Paul A. Baran, The Political Economy of Growth, Monthly Review Press, New York, 1962, pp. 22–43. Nello sviluppare la sua nozione di surplus e la sua relazione con l’ambiente, Gudynas ha dichiarato che la teoria della rendita di Marx è utile, «ma anche così la prospettiva marxista è limitata, in particolare perché non affronta le considerazioni ambientali». La sua argomentazione si scontra con due problemi. In primo luogo, non ha riconosciuto gli enormi progressi nella comprensione della critica ecologica di Marx negli ultimi decenni, che hanno generato una vasta letteratura a livello globale. In secondo luogo, rivolgendosi a Baran ed alla sua all’analisi del surplus, per produrre una critica politico-economica ed ecologica dell’estrattivismo, Gudynas si è ispirato a uno dei principali economisti marxisti del XX secolo. ↩︎
    42. Gudynas, Extractivisms, p. 83. Sulla relatione tra il concetto di surplus di Baran e quello di plusvalore di Marx, vedi John Bellamy Foster, The Theory of Monopoly Capitalism, Monthly Review Press, New York, 2014, pp. 24–50. ↩︎
    43. Gudynas, Extractivisms, pp. 83–84. ↩︎
    44. Gudynas, Extractivisms, pp. 84–85. Sul modo in cui il concetto di “capitale naturale” è stato convertito da una categoria di valore d’uso nell’economia classica a una categoria di valore di scambio nell’economia neoclassica, vedi John Bellamy Foster, “Nature as a Mode of Accumulation,” Monthly Review 73, n. 10, marzo 2022, pp. 1–24. ↩︎
    45. Marx e Engels, Collected Works, vol. 46, p. 411; Marx e Engels, Collected Works, vol. 30, p. 62; Marx e Engels, Collected Works, vol. 34, p. 391; Marx, Il capitale, Libro terzo, UTET, Milano 2017, p. 1002. Sebbene Marx ed Engels abbiano talvolta applicato il concetto di “sperpero” alla distruzione del suolo o dei corpi umani, anch’essi visti come forme di rapina, la distruzione di risorse non rinnovabili è stata semplicemente qualificata come sperpero. Sulla frattura corporea, vedi Foster e Clark, The Robbery of Nature, pp. 23–32. ↩︎
    46. Baran, The Political Economy of Growth, p. 42. ↩︎
    47. Gudynas, Extractivisms, pp. 112–13. ↩︎
    48. Clive Hamilton e Jacques Grinevald, “Was the Anthropocene Anticipated?,” Anthropocene Review 2, n.1, 2015, p. 67. ↩︎
    49. La nozione di “società cumulativa” è tratta da Henri Lefebvre, Critica della vita quotidiana, volume secondo, Dedalo, Bari, 1977, p. 378. ↩︎
    50. Carles Soriano, “On the Anthropocene Formalization and the Proposal by the Anthropocene Working Group,” Geologica Acta 18, n. 6, 2020, pp. 1–10. ↩︎
    51. ohn Bellamy Foster e Brett Clark, “The Capitalinian: The First Geological Age of the Anthropocene,” Monthly Review 73, n. 4, settembre 2021, p. 1–16, trad. it. Il Capitaliniano: la prima età geologica dell’Antropocene, Antropocene.org, 06.11.2021; John Bellamy Foster, “The Great Capitalist Climacteric,” Monthly Review 67, n. 6, novembre 2015, p. 1–17, ↩︎
    52. Marx, Manoscritto economico 1861-1863, in Marx Engels, Opere, vol. 36, p. 110. ↩︎

    Leonardo De Angelis

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