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  • L’ORIGINALITÀ E L’IMPORTANZA DELLA 1A CONFERENZA MONDIALE ANTIFASCISTA CHE SI RIUNISCE A PORTO ALEGRE DAL 17 AL 19 MAGGIO 2024

    L’ORIGINALITÀ E L’IMPORTANZA DELLA 1A CONFERENZA MONDIALE ANTIFASCISTA CHE SI RIUNISCE A PORTO ALEGRE DAL 17 AL 19 MAGGIO 2024

    Di Eric Toussaint

    La sinistra anticapitalista sarà rappresentata alla I Conferenza Internazionale Antifascista che si svolgerà dal 17 al 19 a Porto Alegre, Brasile. L’articolo che pubblichiamo di seguito è stato scritto da Éric Toussaint per il sito web CADTM . La Sinistra Anticapitalista si unisce alla solidarietà espressa dal CADTM alle vittime delle inondazioni che hanno colpito lo stato del Rio Grand do Sul. La solidarietà viene organizzata sul posto, dove almeno 66 persone sono morte e 80.000 persone sono state sfollate. Il comitato organizzatore del convegno valuta giorno per giorno la situazione.

    QUAL È L’ORIGINALITÀ DELLA CONFERENZA CHE SI SVOLGERÀ A PORTO ALEGRE DAL 17 AL 19 MAGGIO 2024?

    Negli ultimi anni, di fronte alla (ri)ascesa dell’estrema destra a livello globale, si sono svolte diverse conferenze internazionali. Generalmente erano organizzati da un partito politico o dalla stessa famiglia politica, oppure da una fondazione particolare, ad esempio la Fondazione Rosa Luxembourg.

    L’originalità di questa iniziativa: è organizzata da più partiti e gode del sostegno di altri partiti politici di sinistra che per questa occasione hanno messo da parte i disaccordi che li separano. In questo caso, due partiti di sinistra che hanno una storia diversa, il PT e il PSOL di Porto Alegre, capitale dello stato del Rio Grande do Sul, hanno deciso di convocare insieme questa conferenza e formare un comitato organizzatore unitario locale. Hanno ottenuto il sostegno della loro organizzazione nazionale. Questa è la prima originalità. Ciò non è banale quando sappiamo quanto è divisa la sinistra nei quattro angoli del pianeta.

    La seconda originalità: altri partiti di sinistra hanno seguito l’esempio e sostengono questa conferenza, in particolare il Partito Comunista del Brasile (PCdoB di origine maoista) e Unità Popolare.

    La terza originalità: danno il loro sostegno attivo importanti movimenti sociali, si tratta del Movimento Senza Terra (MST, aderente a La Via Campesina) e sindacati, come quelli del corpo docente (CEPRS), degli uffici tecnico-amministrativi delle università (Assufrgs) e del Centrale Unica dei Lavoratori (CUT) dello Stato di Rio Grande do Sul. Anche altri movimenti sociali sostengono.

    La quarta originalità: tutti i continenti e quasi tutte le principali regioni del mondo saranno rappresentati, anche se in modo disomogeneo. Saranno presenti delegati dal Nord America, da tutta (o quasi) l’America Latina e i Caraibi, dal Nord Africa e dalla regione “araba”, dall’Africa sub-sahariana, dall’Europa, dall’Australia,…

    La quinta originalità: saranno presenti anche reti internazionali come CADTM o ATTAC, fondazioni come CLACSO (Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali), l’Istituto Transnazionale con sede ad Amsterdam o la Fondazione Copernic con sede in Francia. Saranno presenti organizzazioni o forum politici internazionali: il Forum di San Paolo, la Quarta Internazionale , la Lega Socialista Internazionale (LIS), la Tendenza Socialista Internazionale (IST in inglese) e, come speriamo, l’Internazionale Progressista e probabilmente altre. Dalla Francia saranno presenti La France Insoumise e l’NPA; dallo Stato spagnolo, da Anticapitalistas, dalla CUP (Catalogna) e da ATTAC; dal Portogallo il Blocco di Sinistra (Bloco de Esquerda),… Dagli Stati Uniti: DSA (Democrat Socialist of America). Dall’Australia: Sinistra Verde. Dall’Argentina: Movimento Socialista dei Lavoratori, Libres del Sur, Unidad Popular, Marabunta, MULCS, FOL, CPI, ma anche Autoconvocatoria per la sospensione del pagamento del debito, Crisis Magazine, ATTAC-CADTM Argentina, gli economisti di sinistra, sindacati come il CTA. Per vedere l’elenco delle “personalità” la cui partecipazione è confermata, visitare https://antifas.org/appel/ (l’elenco a discesa si trova in fondo al programma).

    La sesta originalità: mentre nell’ambito dei Forum Sociali Mondiali e dei loro omologhi a livello continentale i partiti politici non sono ammessi come tali, in questo caso saranno presenti insieme partiti politici, movimenti sociali, associazioni di cittadini.

    Settima originalità: non si tratta solo di interpretare il mondo dell’estrema destra, si tratta di provare a lanciare un’iniziativa per cercare di cambiare la situazione. Certo, lo faremo in modo modesto perché siamo solo all’inizio del processo, ma se la tappa di Porto Alegre sarà incoraggiante potremo progredire passo dopo passo. Ciò comporterà il superamento delle divisioni che stanno indebolendo drammaticamente la sinistra per confrontarsi con l’estrema destra.

    COME PROCEDONO I PREPARATIVI A PORTO ALEGRE?

    È molto incoraggiante notare che al 2 maggio 2024, due settimane prima dell’inizio della conferenza, sono 1.376 le persone che si sono registrate tramite il sito https://antifas.org/ per partecipare di persona. Diverse organizzazioni sindacali di Porto Alegre stanno mettendo a disposizione alloggi collettivi e sale riunioni per la conferenza. Sono stati messi anche degli autobus per trasportare le persone dai quartieri popolari al punto di partenza della marcia di apertura che avrà luogo venerdì 17 maggio dalle 18:00. A questa marcia sono attesi migliaia di partecipanti. Anche questo non è banale, perché negli ultimi tempi la sinistra non ha raccolto grandi concentrazioni in Brasile. E nel mondo non abbiamo recentemente assistito a grandi manifestazioni di piazza contro l’estrema destra, tranne che in Germania all’inizio del 2024. Naturalmente, e questo è incoraggiante, ci sono, in tutto il pianeta, massicce mobilitazioni in solidarietà con i palestinesi persone che si trovano ad affrontare il governo di estrema destra di Netanyahu. Inoltre, durante la conferenza di Porto Alegre, faremo il collegamento con le mobilitazioni che colpiscono massicciamente i campus universitari degli Stati Uniti.
    Va notato anche che in altri stati, oltre al Rio Grande do Sul, si stanno adottando iniziative unitarie in preparazione della conferenza di Porto Alegre, in particolare nello stato del Ceara.

    QUALI ATTIVITÀ SONO PREVISTE NEL PROGRAMMA DELLA CONFERENZA OLTRE ALL’EVENTO DEL 17 MAGGIO?

    Saranno 8 le successive assemblee plenarie organizzate sotto la responsabilità del comitato organizzatore locale tra sabato 18 mattina e domenica 19 maggio pomeriggio. E in più ci saranno decine di attività autorganizzate. Vedi il programma della plenaria: https://antifas.org/appel/ Ci saranno probabilmente visite sul campo per i partecipanti che arriveranno prima dell’inizio della conferenza o che rimarranno dopo domenica 19 maggio. Non mancheranno anche le attività culturali. Va notato che il PT e il PSOL sono all’opposizione nella capitale Porto Alegre e nello stato di Rio Grande do Sul, dominato dalla destra. Tutta la logistica è organizzata senza alcun supporto istituzionale. Tutto richiede sforzi attivisti e il sostegno finanziario fornito dalle organizzazioni politiche e sociali che sostengono questa iniziativa.

    PERCHÉ PORTO ALEGRE È UN BUON LUOGO PER QUESTA CONFERENZA E PER AVVIARE UN PROCESSO CHE DOVREBBE RAFFORZARSI IN SEGUITO?

    Porto Alegre è stata la culla nel 2001 del Forum Sociale Mondiale che vi si è riunito più volte con una partecipazione molto numerosa: fino a 100.000 partecipanti. Era ovviamente un’altra epoca: eravamo al culmine delle grandi mobilitazioni internazionali contro l’offensiva capitalista neoliberista e nacque quello che fu chiamato il movimento alter-globalizzazione o alter-globalista con i seguenti temi: “Un altro mondo è possibile. » «Il mondo non è una merce. » Poi il FSM e queste grandi mobilitazioni sono diminuite. In un contesto francamente sfavorevole, con una massiccia ascesa dell’estrema destra e un declino della sinistra in molte parti del pianeta, si tratta di cercare di contribuire a rilanciare una dinamica di accumulazione di forze. Non sarà facile. Ripartire da Porto Alegre, luogo di nascita del Forum Sociale Mondiale, è quindi una buona scelta.

    C’è un secondo motivo per ritenere che Porto Alegre sia il luogo adatto per tenere questo primo convegno: la relativa vicinanza all’Argentina (di strada sono circa 1.300 km, meno di 1.000 se passiamo dall’Uruguay). È possibile viaggiare su strada con i mezzi pubblici per andare da Buenos Aires o altre parti dell’Argentina a Porto Alegre. Una dozzina di organizzazioni di sinistra argentine si stanno coordinando per inviare due autobus a Porto Alegre, in rappresentanza di un centinaio di attivisti. La presenza attiva dei compagni argentini è particolarmente fondamentale dato che lì opera il governo di Javier Milei, che cerca di attuare un programma shock contro le conquiste sociali e che aderisce chiaramente alle idee di estrema destra.

    Il terzo motivo: in questa città il PT e il PSOL sono alleati e hanno superato le loro divergenze per presentarsi insieme, ad esempio, alle elezioni comunali che si terranno nel novembre 2024. Non sono soli, con loro c’è anche il PCdoB, il partito REDE,… C’è anche il sostegno dei movimenti sociali come il MST e dei sindacati.

     PERCHÉ CONVOCARE UNA CONFERENZA DEL GENERE NEL 2024 E PERCHÉ IN BRASILE?

    Avremmo dovuto tenere una conferenza del genere qualche tempo fa. Va infatti ricordato che Bolsonaro e i suoi sostenitori hanno tentato, invadendo i centri dei tre poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo di Brasilia l’8 gennaio 2023, di fare un remake del 6 gennaio 2021 organizzato da Trump e dai suoi sostenitori quando fu invaso. Congresso a Washington. Da quel momento abbiamo avuto la conferma che Bolsonaro stava preparando il suo ritorno destabilizzando il governo Lula appena eletto. Inoltre, Bolsonaro e i suoi sostenitori hanno appena ripetuto, nel febbraio 2024, con una manifestazione di quasi 200.000 persone a San Paolo, la dimostrazione che possono mobilitare in maniera massiccia i loro sostenitori nelle strade. La sinistra ha dimostrato, unendosi elettorale, di poter battere Bolsonaro alle urne, ma la vittoria è stata molto breve e i brasiliani non si sono sbarazzati definitivamente di Bolsonaro e dell’estrema destra, tutt’altro. Più recentemente, a fine 2023, c’è stata la vittoria elettorale di Javier Milei in Argentina, questo è un altro gravissimo segnale d’allarme a livello continentale.

    Nel corso del 2024, l’estrema destra, che ha guadagnato punti in diversi paesi europei tra la fine del 2023 e l’aprile 2024, in particolare nei Paesi Bassi, in Portogallo, in Germania… si rafforzerà ulteriormente durante le elezioni europee del giugno 2024 e in altre elezioni nazionali. Allo stesso modo, è probabile che il governo di estrema destra di Modi esca più forte dalle elezioni di maggio in India. Bukele in El Salvador è stato rieletto all’inizio del 2024, Putin è stato rieletto e ovviamente c’è il rischio di una vittoria elettorale di Trump alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2024. Per non parlare del genocidio in corso perpetrato contro il popolo palestinese da parte dei governo fascista di Netanyahu.
    Per tutto questo nel 2024 era giunto il momento di lanciare un’iniziativa di respiro internazionale e il Brasile è un buon posto per farlo.

    L’ESTREMA DESTRA È ALL’INIZIATIVA A LIVELLO INTERNAZIONALE?

    Ovviamente, l’estrema destra sta approfittando della crisi capitalista nelle sue varie forme per progredire ed esprimere che ha il vento in poppa a livello internazionale. Gli incontri di estrema destra si moltiplicano a livello internazionale e il fatto di essere a capo dei governi le dà le ali. L’insediamento di Milei alla fine del 2023 è stata un’altra occasione per mostrare la convergenza, nonostante la loro diversità, tra Victor Orban, il primo ministro ungherese, Donald Trump, Bolsonaro, Netanyahu, l’estrema destra spagnola,… Nel luglio 2024, i rappresentanti dell’estrema destra si incontreranno a San Paolo.

    E IN FUTURO?

    Se l’alleanza PT-PSOL dovesse mai vincere la carica di sindaco di San Paolo alle elezioni dell’ottobre 2024, la capitale economica del Brasile potrebbe forse ospitare una seconda conferenza antifascista nel 2025. Perché no ? E se così non fosse, bisognerà trovare un luogo adeguato per continuare lo sforzo iniziato.

    Sarebbe anche molto utile avere iniziative continentali o di grandi dimensioni regionali. Dopo lo shock che causerà il rafforzamento dell’estrema destra al Parlamento europeo, ci sarà una reazione salutare da parte di un numero significativo di forze di sinistra per convocare una grande conferenza europea unita? E in Nord America (Stati Uniti, Canada, Messico, ecc.) anche la sinistra potrebbe organizzare un’iniziativa? Altre regioni del pianeta potrebbero vedere l’emergere di iniziative…

    QUALI SONO LE DIFFICOLTÀ DA SUPERARE PER AVVIARE UN PROCESSO POTENTE?

    Siamo solo all’inizio di un processo e un esito positivo non è garantito. Ciò che è garantito è che se non proviamo a costruire un potente movimento internazionale contro l’estrema destra, questo avrà buone possibilità di continuare la sua progressione e di rafforzarsi. Le divisioni all’interno della sinistra nei diversi continenti costituiscono un elemento importante della debolezza della risposta all’ascesa dell’estrema destra. Tra i tanti problemi che si pongono nel tentativo di costruire una grande iniziativa unitaria, si possono citare i seguenti: il desiderio di favorire la propria costruzione come forza politica; il rifiuto di favorire il successo di un’iniziativa unitaria per il timore che questa rafforzi un concorrente politico; resistenza all’unità con partiti le cui politiche di governo incoraggiano la disillusione che porta parte dell’elettorato di sinistra o chi vota per la prima volta a votare a destra; la mancanza di collaborazione previa, la difficoltà di mettere insieme partiti, movimenti sociali e associazioni di cittadini; riunire organizzazioni e individui… Tutto ciò corrisponde a problemi molto reali e non è facile superarli. Inoltre, nella costruzione di un vasto movimento internazionale contro l’estrema destra, dobbiamo essere capaci di dibattere questi problemi, di comprenderli, di provare a risolverli o di metterli temporaneamente da parte per rafforzare le convergenze su una piattaforma operativa unitaria.

    L’adozione di tale approccio di fronte unico non implica affatto che ciascuna organizzazione rinunci alla propria autonomia, al proprio programma e alla propria azione. Per gli anticapitalisti, la costruzione di un’alleanza anti-estrema destra e antifascista, che possa includere partiti di sinistra che partecipano ai governi, che praticano la collaborazione di classe, dovrebbe andare di pari passo con il raddoppiamento degli sforzi per creare una prospettiva e una pratica rivoluzionarie. credibile. In ogni caso, affrontare con successo l’ascesa dell’estrema destra dipenderà dalla capacità di sviluppare grandi mobilitazioni popolari e di aiutarle a portare a cambiamenti politici che rompano con il sistema capitalista favorendo un esito ecologico-socialista (“ecosocialista”), femminista,. antirazzista, internazionalista…

    Leonardo De Angelis

    7 Maggio 2024
    Internazionale
  • Chiediamo ad Alleanza Verdi Sinistra di regalarci la voglia di tornare a votare candidando Ilaria Salis in tutte le circoscrizioni come capolista!!

    Chiediamo ad Alleanza Verdi Sinistra di regalarci la voglia di tornare a votare candidando Ilaria Salis in tutte le circoscrizioni come capolista!!

    Di redazione dell’associazione Culturale Karl&Rosa

    Molto ci divide da AVS ma riteniamo profondamente significativo ed utile il voto alle prossime elezioni europee, come valido strumento per provare a liberare la compagna antifascista detenuta e maltrattata (tutti abbiamo visto le immagini di Ilaria trascinata in catene) nelle carceri ungheresi del regime di Orban, a cui si ispira Giorgia Meloni.

    Il voto per Ilaria avrebbe più significati: il primo è quello di dare la possibilità alla compagna di lasciare le carceri ungheresi e sedersi nell’europarlamento dando così uno schiaffo metaforico all’intera estrema destra europea, a Meloni e a Orban!

    Diamo la possibilità ad Ilaria di portare la sua voce antifascista all’interno delle istituzioni!

    Ci appelliamo ad AVS affinché candidi Ilaria in tutte le circoscrizioni per regalare a lei una opportunità di libertà e a noi un motivo per andare a votare!

    Molto ci divide da AVS ma riteniamo profondamente significativo ed utile il voto alle prossime elezioni europee, come valido strumento per provare a liberare la compagna antifascista detenuta e maltrattata (tutti abbiamo visto le immagini di Ilaria trascinata in catene) nelle carceri ungheresi del regime di Orban, a cui si ispira Giorgia Meloni.

    Il voto per Ilaria avrebbe più significati: il primo è quello di dare la possibilità alla compagna di lasciare le carceri ungheresi e sedersi nell’europarlamento dando così uno schiaffo metaforico all’intera estrema destra europea, a Meloni e a Orban!

    Diamo la possibilità ad Ilaria di portare la sua voce antifascista all’interno delle istituzioni!

    Ci appelliamo ad AVS affinché candidi Ilaria in tutte le circoscrizioni per regalare a lei una opportunità di libertà e a noi un motivo per andare a votare!

    Leonardo De Angelis

    30 Aprile 2024
    Internazionale
  • Il prossimo attacco di Israele contro l’Iran

    Il prossimo attacco di Israele contro l’Iran

    Di Gilbert Achcar

    Non vi sono dubbi sul fatto che Israele risponderà al lancio di trecentoventi droni, missili da crociera e missili balistici sul suo territorio con un attacco massiccio all’Iran,  e questo per diversi motivi. Il primo è che lo Stato sionista ha deliberatamente intensificato gli attacchi alla “Repubblica islamica” bombardando il consolato iraniano adiacente all’ambasciata iraniana a Damasco. Il mondo intero ha potuto prendere atto di questo attacco, considerandola una pericolosa escalation della guerra a bassa intensità che Israele sta conducendo contro l’Iran da alcuni anni, soprattutto da quando quest’ultimo ha iniziato a estendere la propria rete militare in territorio siriano nel contesto della guerra scoppiata in quel paese più di dieci anni fa. Senza dubbio, Israele si rende conto che non può continuare ad attaccare obiettivi iraniani, e tanto meno intensificare  i propri attacchi, senza che Teheran sia costretta a reagire.

    Il fatto è che il leader dell’”asse della resistenza”, come l’Iran ama definirsi, negli ultimi anni, si è trovato in una condizione di grande imbarazzo dovuta alla propria incapacità a tradurre le ripetute minacce in azioni all’altezza delle parole. Il colpo più pericoloso che ha subito prima dell’attacco al suo consolato è stato l’assassinio da parte delle forze statunitensi del comandante della forza Qods del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Qassem Soleimani, proprio all’inizio del 2020 nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. La risposta iraniana è stata poco incisiva: si è esaurita nel lancio di dodici missili contro le forze americane dalla base aerea di Ain al-Asad, nel governatorato iracheno di Anbar, dopo aver avvertito dell’attacco in modo che nessun soldato americano rimanesse ferito (tranne alcune vittime di una commozione cerebrale). Donald Trump ha così potuto fare a meno di una rappresaglia, poiché era ovvio che l’assassinio di Soleimani era assai più grave della reazione iraniana, e corrispondeva di fatto a quanto Teheran si aspettava.

    Tutto lascia pensare che con il suo recente attacco allo Stato sionista le intenzioni dell’Iran fossero assai simile: salvare la faccia con una rappresaglia, ma limitare l’efficacia della risposta in modo da non suscitare un contrattacco. L’Iran ha lanciato 170 droni e 30 missili da crociera dal proprio territorio, da una distanza di 1.500 chilometri, sapendo che avrebbero impiegato diverse ore per coprire tale distanza, cosicché Israele avrebbe avuto tutto il tempo di prepararsi al loro arrivo, riuscendo così ad abbatterne un grande numero prima ancora che entrassero nel suo spazio aereo, tanto più che aveva l’aiuto dei suoi alleati, guidati dagli Stati Uniti. Teheran sostiene addirittura di aver informato Washington dell’ora dell’attacco, cosa che Washington nega, mentre le sue fonti sostengono di aver saputo in anticipo l’ora dell’attacco grazie all’intelligence (non è chiaro se americana o israeliana).

    Comunque sia, il risultato è che nessuno degli ordigni in questione è esploso sul territorio dello Stato sionista. Peggio ancora, dei 120 missili balistici lanciati da Teheran, solo quattro hanno colpito Israele! Lo Stato sionista ha così potuto vantarsi di aver abbattuto “il 99%” di quelli lanciati dall’Iran. Se è vero che l’intenzione dell’Iran era quella di mitigare in qualche misura l’effetto del suo attacco, la portata del fallimento ha certamente superato le aspettative di Teheran, cosicché l’effetto deterrente dell’attacco è stato in ultima analisi molto limitato, e persino controproducente poiché incoraggia Israele a proseguire e a intensificare il confronto. Colpendo il territorio dello Stato sionista, l’Iran è caduto in una trappola tesa da quest’ultimo, che potrebbe permettergli ora di lanciare un contrattacco aperto sul territorio iraniano. Se Teheran si fosse limitata a rispondere in modo proporzionato all’attacco al suo consolato, attaccando, ad esempio, un’ambasciata israeliana nel Bahrein o negli Emirati Arabi Uniti, la sua risposta sarebbe apparsa legittima e non avrebbe dato a Israele una sorta di “diritto all’escalation” di fronte al mondo.

    Non è un segreto che Israele si stia preparando da anni a colpire l’Iran, con l’obiettivo di distruggere le strutture nucleari del suo più grande nemico. Questo attacco è diventato molto urgente agli occhi di Israele, poiché Teheran ha notevolmente intensificato l’arricchimento dell’uranio da quando Trump ha ripudiato nel 2018 l’accordo nucleare concluso con l’Iran dal suo predecessore Barack Obama nel 2015. Si stima che Teheran possieda ora abbastanza uranio arricchito, oltre alle capacità tecnologiche, per costruire non meno di tre bombe nucleari in pochi giorni. Questo mette Israele in stato di massima allerta, in quanto la perdita del monopolio regionale sulle armi nucleari sarebbe un grave passo indietro dal punto di vista strategico. Peggio ancora, accrescerebbe i suoi timori di annientamento come piccolo Paese di fronte a nemici che vogliono distruggerlo e la cui ideologia si basa sullo sfruttamento intensivo della memoria del genocidio nazista degli Ebrei europei. Ciò rafforza l’ipotesi che l’attacco al consolato sia stato una provocazione deliberata, parte di un’escalation volta a creare un’opportunità per lo Stato sionista di colpire all’interno del territorio iraniano, in particolare il potenziale nucleare dell’Iran.

    È solo la posizione americana a porre un problema, poiché Israele non può rischiare uno scontro totale con il suo nemico iraniano senza la garanzia di protezione fornita dal suo sponsor americano. Israele ha la capacità di colpire l’Iran in profondità, utilizzando i suoi aerei “stealth” F-35, che sfuggono al rilevamento radar. Dispone di quasi 40 di questi aerei, che possono volare per più di 2’200 chilometri a pieno carico, ancora più lontano dopo essersi liberati di metà del proprio carico di armi e carburante. Tuttavia, probabilmente avrebbero bisogno di essere riforniti in volo al ritorno da un attacco in Iran. Ciò richiede l’assistenza degli Stati Uniti o il permesso di utilizzare lo spazio aereo di uno degli alleati arabi dello Stato sionista situato geograficamente tra esso e l’Iran, poiché il processo di rifornimento non potrebbe sfuggire alla sorveglianza radar.

    La copertura americana rimane comunque necessaria per Israele e potrebbe sembrare irraggiungibile visto che Washington ha ripetutamente messo in guardia da un’escalation israeliana che potrebbe scatenare una guerra in tutto il Medio Oriente. Il timore degli Stati Uniti non è certo motivato da una preoccupazione pacifista, quanto dal timore che una chiusura dello Stretto di Hormuz e un forte aumento dei prezzi del petrolio possano portare a una nuova crisi dell’economia mondiale. Per lo stesso motivo, Washington non è disposta a intensificare le sanzioni contro l’Iran al punto da imporre un divieto totale sulle sue esportazioni di petrolio. D’altro canto, Washington condivide la preoccupazione di Israele per la possibilità che l’Iran acquisisca armi nucleari e le amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca hanno ripetuto di considerare questo problema come una linea rossa che richiede il loro intervento.

    È quindi possibile dubitare della sincerità degli appelli di Joe Biden alla moderazione, dato che si è spinto più in là del suo predecessore Trump nel sostenere lo Stato sionista fino a partecipare pienamente alla guerra genocida che quest’ultimo ha condotto e sta ancora conducendo contro Gaza. Biden ha invitato alla pazienza e alla de-escalation, confermando che gli Stati Uniti non parteciperanno a un attacco israeliano sul territorio iraniano, ma rimarranno determinati a proteggere il loro alleato regionale, che è esattamente ciò di cui quest’ultimo ha bisogno per lanciare il proprio attacco. Israele è consapevole che l’amministrazione statunitense non può correre il rischio di partecipare a un attacco il cui esito è incerto e il cui fallimento potrebbe avere ripercussioni su di essa e portare alla sconfitta di Joe Biden alle elezioni presidenziali del prossimo autunno. La conclusione che si può trarre da tutto ciò è che la logica strategica impone a Teheran di accelerare l’acquisizione di armi nucleari e di renderlo noto una volta che l’abbia fatto, poiché questo è il mezzo di deterrenza più efficace che l’Iran possa procurarsi.

    *professore al SOAS di Londra. L’articolo è apparso  sulla tribuna settimanale che l’autore tiene su quotidiano in lingua araba Al-Quds al-Arabi di Londra, mercoledì 17 aprile 2024.

    Leonardo De Angelis

    22 Aprile 2024
    Internazionale, Palestina
  • Israele-Iran, attacco e contrattacco

    Israele-Iran, attacco e contrattacco

    A colloquio con Gilbert Achcar

    “Teheran si è trovata con le spalle al muro a causa dell’attacco al suo consolato”. Lo studioso franco-libanese ripercorre l’attacco israeliano contro il consolato di Damasco e analizza la risposta di Theran e gli effetti sui negoziati in corso per porre fine alla guerra a Gaza.

    Cosa voleva Israele colpendo il consolato iraniano a Damasco?

    L’attacco israeliano ha proseguito la lunga serie di attacchi contro obiettivi iraniani in Siria iniziata circa dieci anni fa, quando l’Iran ha iniziato a insediarsi nel paese cogliendo l’opportunità creata dalla guerra civile seguita alla rivolta popolare del 2011.

    Tuttavia, le autorità israeliane non potevano ignorare che la distruzione del consolato, adiacente all’ambasciata iraniana, costituiva un’escalation importante, anche al di là dell’identità delle vittime che comprendevano un alto membro del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC), il braccio armato ideologico del regime iraniano, e altri sette ufficiali.

    Mi sembra quindi che si sia trattato di una provocazione deliberata, volta a provocare una risposta iraniana e a mettere in moto una spirale che potrebbe portare a un’azione su larga scala contro l’Iran.

    Ci sono due ragioni principali, una “banale” e l’altra strategica. La ragione banale è che la corsa militare è nell’interesse di Benjamin Netanyahu, il cui mantenimento del potere è condizionato dallo stato di guerra, come tutti sanno. È anche nell’interesse dell’intero governo israeliano, che sta affrontando una crescente antipatia nell’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, un confronto con l’Iran, che ha un’immagine molto negativa, è probabile che ripristini la solidarietà occidentale con Israele. Questo vale anche per l’amministrazione Biden, che ha recentemente sofferto del deterioramento dell’immagine del suo alleato israeliano.

    Quanto alla ragione strategica, è ovvia: da quando Donald Trump ha ripudiato nel 2018 l’accordo nucleare concluso nel 2015 con l’Iran, quest’ultimo ha accelerato notevolmente la sua attività di arricchimento dell’uranio, al punto che oggi si stima che Teheran impiegherebbe pochi giorni per produrre almeno tre bombe nucleari. Se aggiungiamo la capacità di attacco a distanza dell’Iran, che abbiamo visto dimostrata sabato scorso, è facile comprendere il timore di Israele di perdere il monopolio regionale delle armi nucleari, e quindi la sua capacità di dissuasione.

    Certo, Israele possiede un numero considerevole di testate nucleari, ma il suo territorio è molto più piccolo di quello dell’Iran. Si teme quindi che l’attacco al consolato sia stato concepito come la prima salva di un’escalation militare che porti a un attacco israeliano contro il potenziale nucleare dell’Iran.

    Cosa possiamo leggere nella risposta iraniana?

    Possiamo leggere un grande imbarazzo. Teheran si è trovata con le spalle al muro a causa dell’attacco al suo consolato. La sua “credibilità” di deterrente è stata notevolmente erosa negli anni da ripetute promesse di vendetta mai mantenute, almeno a livello significativo, come dopo l’assassinio in Iraq, ordinato da Trump nel gennaio 2020, del capo della forza Al-Quds dell’IRGC, Qasem Soleimani.

    È mancato anche un intervento diretto contro la guerra di Israele a Gaza, contrariamente alle sollecitazioni di Hamas. L’Iran si è accontentato di coinvolgere i suoi alleati libanesi e yemeniti, con una chiara autolimitazione nel caso degli Hezbollah libanesi.

    Teheran ha quindi dovuto agire questa volta per non perdere completamente la faccia. Allo stesso tempo, i leader iraniani sono consapevoli dell’obiettivo della provocazione israeliana e temono che un attacco sul loro territorio possa avvenire prima che abbiano raggiunto l’equilibrio del terrore con l’acquisizione di armi nucleari.

    Per questo motivo hanno optato per un attacco apparentemente massiccio, che sapevano non avrebbe avuto un grande impatto. Lanciare un attacco contro uno stato dotato della migliore difesa aerea del mondo e aiutato da potenti alleati, in primis gli Stati Uniti, per mezzo di droni e missili da crociera da 1.500 chilometri di distanza, per un viaggio di diverse ore, significa aspettarsi che ben poco arrivi a destinazione. Solo pochi missili balistici sono riusciti a sfuggire alla rete di protezione israeliana.

    Fonti iraniane si sono affrettate a dichiarare chiusa la questione per quanto riguarda l’Iran. Questo è davvero molto ingenuo. Se avessero attaccato una rappresentanza diplomatica israeliana negli Emirati Arabi Uniti o in Bahrein, ad esempio, nessuno avrebbe potuto biasimarli seriamente. Ma lanciando centinaia di ordigni direttamente sul territorio israeliano, sono caduti nella trappola, legittimando così un attacco israeliano diretto sul proprio territorio.

    Non è molto difficile capire che hanno dimostrato allo stesso tempo la minaccia che rappresentano per Israele, rafforzando così l’argomentazione israeliana per una distruzione preventiva del loro potenziale, e la loro debolezza strategica di fronte a un avversario molto più attrezzato di loro. A mio avviso, si tratta di un errore che potrebbe rivelarsi altrettanto monumentale di quello commesso da Hamas con il lancio dell’operazione del 7 ottobre 2023.

    Quali sono le conseguenze per la guerra a Gaza e per i negoziati?

    I negoziati erano già bloccati prima di tutto questo. Ora, le prospettive di un accordo sono diventate molto scarse, soprattutto perché la pressione occidentale su Israele molto probabilmente diminuirà d’intensità e perché l’incertezza aleggia sul destino degli ostaggi.

    Israele ha già distrutto la maggior parte di Gaza, trasformandola in un poligono di tiro e in un campo di intervento occasionale delle sue forze armate. Resta Rafah, che Israele si prepara a invadere dopo aver sfollato la popolazione civile. Questo richiede uno sforzo molto minore rispetto all’offensiva condotta fino allo scorso gennaio.

    Inoltre, il confronto con l’Iran non richiede ulteriori mobilitazioni di terra, se non nel nord per scongiurare una possibile offensiva di Hezbollah. Per quanto riguarda il potenziale israeliano di attacco a distanza, esso rimane intatto poiché l’amministrazione Biden fa in modo di mantenerlo ad alti livelli attraverso continue consegne di armi, oltre al suo contributo diretto alla spinta bellica israeliana.

    *l’intervista è apparsa sul giornale l’Humanité a cura di Pierre Barbance. La traduzione in italiano è stata curata da Andrea Martini.

    Leonardo De Angelis

    17 Aprile 2024
    Internazionale
  • Tutte le colpe di Ilaria

    Tutte le colpe di Ilaria

    Di Alessandro Ghebreigziabiher

    C’erano una volta i processi. Quelli in tribunale, hai presente? Di cui sentivi parlare al telegiornale o ne leggevi i vari passaggi fino all’esito finale, la più o meno indiscutibile sentenza, al netto dei vari gradi di giudizio.

    Ma non sono mai stati gli unici, no? Anche allora e più che mai dall’avvento di internet e soprattutto dall’infestazione di quest’ultima da parte dei social network e dei portavoce di partiti e gruppi di potere travestiti da organi di stampa, c’è un’altra aula di pseudo giustizia dove si processano le persone che in qualche modo abbiano violato le regole stabilite.
    Stabilite da chi, è semplice intuirlo. Basta guardarsi alle spalle ed essenzialmente in alto per capire chi trattenga strette fra le mani le potenziali ali di libertà con cui in teoria ciascuno di noi dovrebbe poter andare dove gli pare con il corpo, o anche solo con la parola e la penna.
    Su quali siano le leggi più o meno tacite, ti accorgi – o meglio ti ricordi – della loro presenza quando le infrangi. O forse dovrei dire allorché ti ritrovi con le catene ai polsi durante l’ennesima pubblica gogna.
    A tal proposito, parliamo quindi di Ilaria Salis.

    La triste vicenda che l’ha resa nota ai più ha inizio l’11 febbraio del 2023 quando la nostra fu arrestata in Ungheria. Ma la vera ribalta l’ha ottenuta a causa delle vergognose immagini che l’hanno vista sfilare incatenata il 29 gennaio di quest’anno in occasione dell’inizio del processo che la vede imputata.

    Un processo del primo tipo, per intenderci, nel quale ha rinunciato al patteggiamento dichiarandosi innocente, e che a oggi, 5 aprile del 2024, non è ancora terminato. Il che vuol dire che nessuno dovrebbe a questo punto, ancor meno prima di oggi, emettere alcun tipo di sentenza sulla sua colpevolezza.

    Poi però c’è l’altro processo e dai, su, lo sappiamo tutti che oramai è quello che conti di più. Perché il giurato, l’accusa e perfino il giudice, li puoi fare da casa. In poltrona, sbracato sul divano o disteso nel letto sotto le coperte. Puoi restare in vestaglia, in pigiama o perfino in mutande. Ma è una specie di processo democratico anche questo, sai? Perché possono partecipare tutti, a prescindere dal ruolo, dall’identità di genere, mo’ ci vuole, dalla professione e dall’appartenenza politica o ideologica. Non serve una laurea in giurisprudenza, neppure una conoscenza minima dei vari codici giuridici e neanche essere sufficientemente informati sull’accaduto. Ti svegli al mattino e dici la tua. Il che vuol dire pollice su o in basso a seconda di come ti giri quel giorno. O, magari, anche a seconda di quali siano i tuoi interessi.

    Se poi ricopri una importante carica di governo, ecco che dove questi ultimi convergono si capiscono perfettamente quali siano quelle leggi non scritte di cui sopra, la cui violazione ti mette nei casini.

    Da ciò, seguono le colpe di Ilaria Salis: in ordine sparso, la prima è quella di essere antifascista. Poi, quella di andare a rompere le scatole proprio a uno dei governi più scomodi tra quelli amici del nostro. Quindi la colpa di essere una donna, già, la quale – nonostante la presenza di “una” premier dalle nostre parti – nel pensiero comune della maggioranza dei leader dell’esecutivo in vigore, in quanto tale se ne sarebbe dovuta restare a casa, preferibilmente in cucina o al massimo a letto, con tutte le volgari allusioni del caso. Come non citare anche la colpa più paradossale, ovvero quella di essersi dichiarata innocente. E poi la colpa di aver fatto presente al mondo le barbare condizioni incivili in cui vengono tenuti i prigionieri nel Paese del governo amico del nostro. La colpa di avere un padre che si comporta come un padre dovrebbe, denunciando ovunque e con chiunque l’indegno trattamento che sta subendo impunemente sua figlia.

    Potrei andare avanti, ma aggiungo infine la colpa di essere italiana, esatto, andando a disturbare un luogo comune secondo il quale ci facciamo i fatti nostri e ci pensiamo bene a mettere a rischio la nostra incolumità per un ideale più alto dei meri interessi nazionali o in generale campanilistici. Be’, guarda un po’, tale sovvertimento di codesta datata narrazione sta accadendo sempre più spesso e ciò dovrebbe far riflettere, credo.
    In ogni caso, questo processo il suo giudizio l’ha già emesso. L’avrebbe fatto venendo a conoscenza anche solo della primissima delle colpe fin qui elencate.

    Ma riguardo all’altro tipo, la versione canonica, e alla presunta imparzialità di coloro che dovranno valutare le prove ed emettere una giusta sentenza, dovrebbe altrettanto far riflettere il fatto che per il governo di Orban, per bocca del portavoce di quest’ultimo tale Zoltan Kovacs, l’imputata è colpevole ancora prima di essere processata. Perché – cito testualmente, sono parole di oggi – questo dicono i fatti. Inoltre, secondo quest’ultimo, da un esito o l’altro dipende la reputazione e l’integrità della magistratura ungherese, oltre che del governo stesso. Nonché quella di tutti, ma proprio tutti, i suoi amici.

    Articolo pubblicato su: https://comune-info.net

    Leonardo De Angelis

    9 Aprile 2024
    Internazionale
  • L’ipocrisia dell’amministrazione USA e l’insolenza di Israele

    L’ipocrisia dell’amministrazione USA e l’insolenza di Israele

    Di Gilbert Achcar

    È davvero sorprendente che Washington si sia astenuta dal votare la risoluzione adottata lunedì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sebbene la risoluzione sia coerente con la posizione statunitense che rifiuta la richiesta di un cessate il fuoco permanente, in quanto chiede solo “un cessate il fuoco immediato per il mese di Ramadan” (di cui è già trascorsa la metà), aggiungendo come buon auspicio che questo “porti a un cessate il fuoco sostenibile e duraturo” (la risoluzione non ha usato il termine “permanente”, ma “duraturo”, che si riferisce a una durata invece che a una cessazione definitiva). In effetti, le parti che hanno redatto la risoluzione hanno fatto uno sforzo particolare per utilizzare espressioni e concetti che soddisfacessero Washington, in modo che il testo conciliasse la posizione statunitense con quella araba. Così, la risoluzione deplora “tutti gli attacchi contro i civili e gli edifici residenziali, così come tutte le violenze e le ostilità contro i civili, e tutti gli atti di terrorismo” ricordando che “la presa di ostaggi è proibita dal diritto internazionale”.

    Questa volta la risoluzione è stata tale che la stessa Gran Bretagna ha potuto votarla, dopo che finora aveva seguito la posizione degli Stati Uniti, non osando contraddirla se non astenendosi una volta mentre Washington usava il suo diritto di veto. Quanto alla giustificazione dell’amministrazione statunitense per l’astensione di lunedì, ossia che la risoluzione non nominava “Hamas”, si tratta di un pretesto del tutto inconsistente che non può ingannare nessuno, dal momento che la risoluzione non nominava nemmeno Israele, neanche quando si parlava della necessità di consentire l’ingresso degli aiuti internazionali! Evitare le due denominazioni dirette ha costituito uno dei compromessi su cui si basa la risoluzione.

    La verità è che l’astensione di Washington aveva lo scopo di cercare di attenuare il risentimento della parte israeliana, in modo che Washington non sembrasse partecipare al consenso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su una risoluzione che Israele rifiuta. Proprio sabato scorso, il ministro degli Esteri del Likud-sionista, Israel Katz, aveva accusato le Nazioni Unite di essere diventate, sotto la guida dell’attuale segretario generale Antonio Guterres, “un organismo antisemita e anti-israeliano che dà rifugio e incoraggia il terrore”! Con ciò, la consueta politica di Israele di etichettare ogni critica alle sue politiche come anti-ebraica ha raggiunto un nuovo picco di decadenza e volgarità.

    Per quanto riguarda l’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, essa ha raggiunto un nuovo livello di ipocrisia. Continua a rifornire Israele di armi e munizioni, come ha iniziato a fare fin dall’inizio della guerra genocida sionista contro Gaza, così da diventare pienamente complice dell’assalto in corso, di fatto la prima guerra completamente congiunta tra gli Stati Uniti e lo Stato sionista. Mentre Benjamin Netanyahu ha annullato la visita a Washington prevista per una delegazione guidata da uno dei suoi consiglieri per gli affari strategici, lunedì è arrivato a Washington il ministro della “Difesa” del suo governo, Yoav Galant, che ovviamente è anche un membro del gabinetto di guerra ristretto formato all’inizio dell’attuale assalto. La sua visita è molto più importante di quella che Netanyahu ha cancellato. Al suo arrivo nella capitale statunitense, Gallant ha dichiarato che le sue forze armate invaderanno inevitabilmente Rafah. È venuto a consultarsi con l’amministrazione Biden su come preparare l’invasione di Rafah, in modo che entrambe le parti possano affermare di aver tenuto conto delle considerazioni umanitarie, che sono diventate una questione molto sensibile per l’amministrazione statunitense.

    Inutile dire che questa sensibilità non deriva da alcuna interesse per tali considerazioni umanitarie. Come potrebbero essere così dopo che Washington ha partecipato pienamente all’uccisione di circa quarantamila persone e al ferimento di altre decine di migliaia, compresa un’alta percentuale di feriti gravi; alla distruzione della Striscia di Gaza in una misura che la storia non ha mai visto per quanto riguarda l’entità dei danni raggiunti in pochissimi mesi; e allo spostamento della stragrande maggioranza della popolazione della Striscia nell’area di Rafah? Gli aiuti alimentari che Washington fa cadere dall’alto sono gesti che sono ben lungi dal poter riabilitare l’amministrazione statunitense come previsto, poiché tutti i responsabili degli aiuti umanitari internazionali hanno confermato che si tratta di un modo costoso e inefficace per eliminare la carestia mortale che si sta diffondendo tra i gazawi. Si parla invece delle migliaia di camion allineati sul lato egiziano del confine, a cui Israele impedisce l’accesso, mentre basterebbe che Washington esercitasse una reale pressione sullo Stato sionista minacciando seriamente di interrompere il suo sostegno militare per costringerlo ad aprire le porte agli aiuti via terra, che è l’unico modo veramente in grado di ridurre la crisi umanitaria e prevenire la diffusione della carestia e il suo aggravamento.

    Quanto al porto che stanno costruendo sulla costa di Gaza, anch’esso non è in grado di risolvere la crisi. Inoltre, la gente ha tutto il diritto di mettere in dubbio le vere intenzioni che vi stanno dietro, poiché potrebbe essere usato per incoraggiare i gazawi a emigrare se le porte del Sinai rimarranno chiuse per loro. In effetti, il governo sionista fascista intende completare la seconda Nakba sradicando ancora una volta i palestinesi dalla terra di Palestina, questa volta dalla Striscia di Gaza. La loro prima intenzione era quella di deportarli nel Sinai, ma il rifiuto di questa prospettiva da parte del regime di Abdel Fattah al-Sisi (per considerazioni di sicurezza, non umanitarie, ovviamente) li ha portati a considerare la possibilità di deportarli in varie parti del mondo. A tal fine hanno preso contatti con diversi Paesi, secondo la testimonianza dello stesso Netanyahu.

    Recentemente, in Israele si sono levate voci che suggerivano di concentrare i gazawi in qualche angolo del deserto del Negev al confine con l’Egitto, in modo che lo Stato sionista potesse annettere la Striscia di Gaza come una proprietà ben più preziosa, soprattutto grazie alla sua fascia costiera. Tutto ciò ha preoccupato Washington, che ha invitato Benny Gantz, un membro del gabinetto di guerra che si oppone a Netanyahu e al governo del Likud, per discutere con lui della questione. Ha ricevuto anche Gallant, anch’egli oppositore di Netanyahu, ma interno al Likud. L’amministrazione statunitense è preoccupata per il progetto di deportazione, che contraddice la sua posizione che chiede di preservare il quadro di Oslo e di far tornare l’”Autorità palestinese” a supervisionare la Striscia di Gaza, principalmente sotto la tutela israeliana, che potrebbe essere accompagnata dal dispiegamento di forze regionali o internazionali.

    *articolo apparso il 26 marzo sul blog www.gilbert-achcar.net

    Leonardo De Angelis

    29 Marzo 2024
    Internazionale, Palestina
  • LENIN: LA POLITICA COME ORGANIZZAZIONE

    LENIN: LA POLITICA COME ORGANIZZAZIONE

    Di Guillaume Fondu

    Nel suo lavoro recentemente pubblicato dalle Editions Critiques, Guillaume Fondu situa alcune delle principali tesi di Lenin nel contesto polemico del loro sviluppo, cercando di riflettere sulla loro attualità.

    In questo primo capitolo, dedicato alla nozione di organizzazione, trattiamo uno dei primi grandi testi di Lenin, Che fare? Il lavoro offre una riflessione su come produrre collettivi politici vitali in grado di influenzare gli sviluppi sociali. Nella polemica contro gli “economisti”, che l’autore fornisce nel testo, Lenin difende la necessità di non ridurre la politica alla sola espressione degli interessi comuni di questo o quel gruppo sociale.

    Per esistere politicamente, secondo lui, è importante organizzarsi attorno ad uno scenario politico in cui i gruppi in questione sono chiamati a svolgere un ruolo decisivo, in particolare portando idee e un progetto politico chiaramente espresso.

    Lenin è passato ai posteri soprattutto come leader politico: leader di un partito, prima di tutto, poi leader di uno Stato. Ci concentreremo qui sul militante Lenin, un capitolo successivo tratterà della sua attività di statista (vedi capitolo 4). E affronteremo questa questione partendo da una sequenza specifica, quella che circonda la fondazione del Partito socialdemocratico dei lavoratori di Russia (d’ora in poi RSDLP) e dà origine alla stesura, nel 1902, di  Che fare?  che rimane una delle opere più note di Lenin. Questa sequenza è segnata da un importante dibattito attorno alla nozione di organizzazione. Anche se troviamo successivamente diverse considerazioni su questo argomento provenienti dalla penna di Lenin, è innegabile che le riflessioni e le discussioni svolte in questo periodo tracciano un quadro importante per tutti i successivi dibattiti che attraverseranno il socialismo russo e, oltre, i partiti comunisti che rivendicano l’eredità di Lenin.

    ESISTERE POLITICAMENTE: LA QUESTIONE ORGANIZZATIVA

    La nozione di organizzazione è cruciale per la politica,  in particolare  per la politica socialista. Infatti, se cerchiamo di definirla da un punto di vista attivista, possiamo dire che l’organizzazione è una delle principali risorse politiche, soprattutto quando ci rivolgiamo a settori altrimenti privi delle consuete risorse politiche: i lavoratori (e più in generale i dominati) ) non hanno, per definizione, né ricchezza materiale, né relazioni sociali, ecc. ciò consentirebbe loro di esistere politicamente, vale a dire di influenzare attivamente il funzionamento della società, sia a livello di leggi ufficiali che di pratiche più informali.

    La politica consiste quindi innanzitutto nel creare collettivi capaci di costituire dal nulla una forza reale o, più precisamente, se ci poniamo subito in una prospettiva marxista, nel convertire i numeri – unica vera risorsa dei dominati – in forza reale. Definiremo quindi “politicizzazione” il fatto di unirsi a questo tipo di collettivo per ottenere una reale influenza sul corso delle cose. Ma ciò presuppone conferire una certa consistenza al collettivo in questione, consistenza che si divide in due dimensioni, la dimensione ideologica e la dimensione pratica: un’organizzazione deve sia esprimere alcune idee precise sia essere in grado di coordinare le azioni dei suoi membri, in una modalità per identificarsi come opzione ideologica e agire come soggetto collettivo. Questa era già l’ambizione di Marx nel  Manifesto comunista  : conferire un’identità politica a un comunismo che era ancora solo uno “spettro” dai contorni vaghi.

    La storia russa e sovietica sarà ricca di esempi dei problemi posti da questo collettivo e dal suo funzionamento: può essere centralizzato in modo patologico, e il collettivo non serve più obiettivi politici reali ma lavora solo per riprodursi per soddisfare gli interessi di coloro che esistono attraverso di essa (parleremo poi di burocrazia); possiamo, al contrario, diluirlo in una pseudo-organizzazione dai contorni vaghi, incapace di esistere realmente sia sul piano ideologico che su quello pratico, come accadrà al più grande partito socialista russo (per numero di iscritti), il Partito Socialista -rivoluzionario (che scomparirà rapidamente dopo la rivoluzione del 1917). Queste due insidie continuano a segnare la nostra vita politica, come dimostrano i tentativi contemporanei di andare oltre la forma partito per trovare altri metodi di organizzazione, tentativi che si concludono con un fallimento poiché il più delle volte evacuano la questione di questa coerenza per ridurre l’organizzazione a essendo solo l’espressione di un programma politico al quale si può aderire solo passivamente, essendo l’unico vero coinvolgimento militante solo elettorale, e quindi puntuale e scandito da un calendario imposto.

    L’altra questione della sequenza che studieremo riguarda una tensione costitutiva dell’attività politica: quest’ultima deve entrambe poggiare su una determinata base sociale, vale a dire esprimere gli interessi di gruppi sociali definiti da un certo posto nei rapporti di potere. , proponendo un progetto universale che deve applicarsi alla società nel suo insieme. Anche in questo caso, la tensione in questione rischia di condurre a due trappole simmetriche: il rifiuto di comprendere la società in termini di gruppi con interessi antagonisti rischia di trasformare la politica in pura predicazione morale o utopica, l’oblio della dimensione universale del progetto fa degenerare la politica in pura difesa corporativa di interessi parziali.

    PREISTORIA DELLA SOCIALDEMOCRAZIA RUSSA

    Il mondo in cui Lenin compì il suo apprendistato politico era notevolmente segnato da una storia specificamente russa di cui Lenin era a conoscenza e nella quale era consapevolmente coinvolto. Alle soglie del XX secolo  la situazione politica in Russia sembrava completamente chiusa per gli attivisti socialisti. Dal 1825 e dal fallito tentativo di rivolta dei Decabristi, giovani aristocratici sensibili agli ideali rivoluzionari, la Russia sembra condannata allo zarismo. Nel corso del secolo sorsero vari movimenti socialisti, segnati da diverse dottrine, ma tutti rimasero marginali e quando i giovani intellettuali (studenti, piccoli insegnanti, impiegati statali, ecc.) tentarono di andare “al popolo” nel decennio del 1870 e predicando il socialismo ai contadini russi, questi li accolsero, nella migliore delle ipotesi, con denunce alla polizia imperiale.

    Dal punto di vista delle dottrine, la Russia ha visto contrapposte due tesi sul suo futuro, quella degli “occidentalisti”, convinti che la strada da seguire sia quella dell’Europa occidentale (con le sue varie rivoluzioni politiche, sociali ed economiche). quello degli “slavofili”, considerando che la Russia può e deve trovare una specifica via di sviluppo. All’interno della corrente socialista, questa opposizione si incarna in particolare in due correnti opposte, il populismo slavofilo, teso a dimostrare il potenziale socialista delle vecchie istituzioni comunitarie dei contadini russi, e il nascente marxismo, attento alla progressiva formazione di una classe operaia russa in i grandi centri urbani allora in pieno sviluppo. Di fronte al fallimento nel creare un movimento di massa, i populisti hanno intrapreso la strada del terrorismo, difendendo l’idea che un improvviso scuotimento dell’autorità imperiale avrebbe potuto scatenare rivolte su larga scala. I marxisti sono favorevoli a un percorso più lento, convinti che lo sviluppo storico giochi a loro favore e che i compiti del momento siano soprattutto di natura organizzativa.

    Dal 1883, un gruppo di autoproclamati marxisti che adottarono il nome “Liberazione del lavoro” diffusero i testi di Marx su scala relativamente ampia e iniziarono a considerare la creazione di un partito socialista russo sul modello del partito socialdemocratico tedesco. Lì troviamo i futuri grandi nomi del marxismo russo, in particolare Plekhanov, che, nel 1889, sorprese i partecipanti al Congresso di fondazione della Seconda Internazionale  rivendicando per la Russia un posto nel socialismo europeo, anche se la maggior parte dei militanti presenti considerava la Russia come un paese arretrato. , paese reazionario e molto lontano da ogni prospettiva socialista. Tuttavia, è riuscito a convincere e si è guadagnato una reputazione di successo.

    Negli anni Novanta dell’Ottocento il movimento subì un’accelerazione e gli attivisti, sparsi in vari gruppi su tutto il territorio russo, decisero di unificarsi. Sarà il caso innanzitutto dei giornali, che conferiscono unità ideologica alla socialdemocrazia russa: per primo la  Rabochaïa Gazeta  , del 1897, di cui usciranno solo due numeri. Ma soprattutto, nel 1898, le discussioni portarono alla necessità di costituire un partito. Il primo passo verrà fatto durante il Congresso di fondazione del POSDR, organizzato a Minsk  1. Ma tutti i delegati presenti furono immediatamente arrestati e imprigionati e ci vollero infatti altri cinque anni e il secondo Congresso del POSDR, nel 1903, perché il partito cominciasse davvero ad esistere, con statuti, dirigenti, ecc.

    Ciò premesso, l’attività ideologica continuò e diede rapidamente luogo al primo grande dibattito nella socialdemocrazia russa, quello che si oppose ai fautori di una lotta prevalentemente economica (gli “economisti”, quindi legati a quell’attività che oggi chiameremmo “ sindacale”) ai difensori della necessità di una lotta politica operaia contro lo zarismo, Lenin si colloca molto chiaramente nel secondo campo. La questione, come vedremo, risiede nel rapporto tra il mondo del lavoro e le élite liberali, sostenitrici di uno stato di diritto e di un capitalismo liberato dal controllo statale, élite stesse allora in – latente – lotta – contro lo zarismo.

    Gli economisti possedevano allora due giornali 2  :  Rabotchoye Delo  [La Causa degli Operai], organo dell’Unione dei socialdemocratici russi all’estero, considerato come l’espressione del POSDR tra gli emigranti europei. La rivista apparve tra l’aprile 1899 e il febbraio 1902, in un’epoca in cui l’Unione era passata nelle mani degli economisti. Fanno parte del suo comitato editoriale i grandi nomi dell’economia, Kritchevskij e Martynov in particolare. Ma è soprattutto nella  Rabochaïa Mysl’  [Pensiero operaio] che gli economisti si esprimono poiché questa rivista ha il vantaggio di non essere legata ad alcun gruppo ufficiale, il che le permette di beneficiare di una libertà di espressione di tono assoluto. Apparve tra l’ottobre 1897 e il dicembre 1902, sotto la direzione di attivisti meno famosi (con la possibile eccezione di Invanchine, presente anche nella redazione di  Rabotchoïe Delo ). Di fronte, i socialdemocratici contrari all’economicismo tengono l’ Iskra  (dicembre 1900-ottobre 1905 3 ), che diventerà l’organo ufficiale del POSDR e nel cui comitato di redazione figurano nomi più illustri: Axelrod, Zassoulitch, Lenin, Martov, Plekhanov e Potresov.

    IL SOCIALISMO EUROPEO, UN MODELLO PER IL SOCIALISMO RUSSO?

    Il conflitto sull’economicismo in realtà cristallizza molti dibattiti più antichi e in un certo senso costituisce la nascita della socialdemocrazia russa. Gli attivisti fanno infatti il punto su un secolo di socialismo (in senso molto ampio) in Russia, in occasione di un importante evento storico, i primi grandi scioperi operai in Russia, nel 1896, e la formazione di massicci, forme di organizzazione, seppure embrionali, (fondi di sostegno, comitati di sciopero, ecc.).

    Gli economisti rappresentano, per così dire, l’ala più occidentale della socialdemocrazia, difendendo un marxismo ai loro occhi del tutto ortodosso, come la formulazione che si trova nei testi più deterministici di Marx, la prefazione al Libro I del  Capitale  , costituendo un esempio particolarmente significativo con, tra l’altro, questa formula rimasta famosa: “Il paese più industrialmente sviluppato mostra ai paesi meno sviluppati solo l’immagine del proprio futuro 4. »

    Poiché la Russia si trova più o meno al livello di sviluppo raggiunto dagli Stati europei all’inizio del XIX secolo  , deve, come loro, lasciare che sia la borghesia a guidare la lotta politica e adottare una prospettiva puramente economica, incoraggiando i lavoratori a lottare per i loro interessi immediati. e ad organizzarsi nei luoghi di lavoro e direttamente contro i datori di lavoro. La tesi degli economisti è quindi innanzitutto una tesi storiografica, che consiste nel postulare un piano di sviluppo universale in due fasi: innanzitutto una certa sequenza politica, di cui la borghesia è l’attore principale (da qui la necessità che il proletariato la sostenga, facendo valere solo esigenze economiche); poi, in secondo luogo, la lotta socialista propriamente detta, cioè la costituzione della classe operaia come soggetto politico propriamente detto.

    Ma in realtà, il modello storico occidentale è più complesso tra gli autori economisti. Il “Credo 5 ” del 1899, uno dei testi principali del movimento, che spiega e radicalizza un certo numero delle loro tesi al punto da essere ripudiato da molti economisti, difende in realtà una tesi storiografica più sottile. Il socialismo europeo si sarebbe sviluppato in un quadro democratico e non può quindi offrire un modello reale al movimento operaio russo, intrappolato in un mondo in cui la nozione di libertà politica è inesistente. Tuttavia, l’autrice del “Credo”, Kouskova, difende la tesi storica dello sviluppo secondo “la linea di minor resistenza”: un’organizzazione politica sarebbe chiamata a svilupparsi nella/e zona/e dove corre il minor rischio di essere soffocato e può quindi svolgersi con relativa libertà, mentre ogni altra attività porta ad una inefficiente ed estenuante dispersione di energia. Il socialismo occidentale, di fronte alle difficoltà della lotta antipadronale e allo spazio offerto dalla Repubblica, avrebbe investito maggiormente l’arena politica per Kouskova, come testimoniano l’importanza elettorale del partito socialdemocratico ma anche il revisionismo bernsteiniano, che vale a dire la volontà di fare del partito socialista un partito come gli altri all’interno del gioco parlamentare. Ma il contesto attuale della Russia è l’opposto di queste coordinate:

    [Se] in Occidente le forze lavoratrici deboli, coinvolte nella lotta politica, ne sono state rafforzate, si sono formate, lì, nel nostro Paese, queste forze deboli, al contrario, si trovano di fronte al muro del giogo politico e non solo non hanno alcuna possibilità di combatterlo, quindi nessuna possibilità di sviluppo, ma soffocano sotto questo giogo, non possono nemmeno cominciare ad esistere. […] Anche la lotta economica è infinitamente difficile ma è possibile ed è finalmente nella pratica delle masse stesse. Organizzandosi in questa lotta e scontrandosi in ogni momento contro il regime politico, l’operaio russo finirà per creare quella che possiamo chiamare una forma di movimento operaio, creando l’organizzazione, qualunque essa sia, corrispondente a le condizioni dell’attività russa. Oggi possiamo dire con certezza che il movimento operaio russo è ancora in uno stato ameboide e non ha creato alcuna forma. Il movimento di sciopero, che esiste indipendentemente dalle forme di organizzazione, non può essere considerato per il momento come la cristallizzazione della forma del movimento russo e le organizzazioni illegali, anche solo dal punto di vista quantitativo, non meritano alcuna attenzione (mi riferisco senza parlare della loro utilità nelle condizioni attuali). Questa è la situazione. 6

    Secondo Kouskova, il movimento socialista russo deve quindi adattarsi alla specificità del suo terreno e non intraprendere compiti politici che possano esaurirlo e stroncarlo sul nascere.

    QUALE LOTTA PER QUALE COSCIENZA POLITICA?

    La tesi del “Credo” è particolarmente marcata, poiché consiste né più né meno nel difendere la necessità di un puro e semplice atteggiamento politico di attendismo da parte della socialdemocrazia, di fronte a un universo in cui le possibilità sono inesistenti e dove l’organizzazione – anche economica – non è quindi un compito attuale ma una prospettiva a lungo termine che non è possibile anticipare. Tuttavia, altri economisti, meno radicali, offrono un’analisi un po’ diversa e molto più positiva degli scioperi del 1896. È il caso in particolare dell’editoriale del primo numero della Rabochaïa  Mysl’ , non firmato e anteriore al “Credo”. ma che può essere considerato più come il manifesto di un economicismo ragionevole o moderato. Lì troviamo la seguente analisi dei principali scioperi del 1896:

    Possiamo considerare gli scioperi del 1896 come la prima e per il momento unica manifestazione del pensiero operaio autonomo, incarnato in forme solide, se si lasciano da parte gli scioperi precedenti, nati più o meno spontaneamente, come un’esplosione e non come una lotta condotta secondo un piano ben ponderato. Una volta che è chiara la questione contro chi combattere, una volta che il nemico è davanti ai suoi occhi, l’operaio russo è capace di combattere e lo ha dimostrato. La lotta per gli interessi economici è la lotta più feroce e potente, per il numero di anime che la comprendono e per l’eroismo con cui l’uomo più comune difende il suo diritto all’esistenza. Questa è una legge di natura. La politica segue sempre docilmente l’economia e alla fine il giogo politico si spezza lungo il percorso. Lotta per la situazione economica, lotta contro il capitale sulla base degli interessi vitali quotidiani e scioperi come mezzo di questa lotta: questo è il motto del movimento operaio . 7

    Qui il tema non è più di carattere storiografico ma costituisce una vera e propria tesi sulla genesi e lo sviluppo della coscienza di classe. Quest’ultima nascerà e si svilupperà soprattutto sul terreno della lotta concreta per l’esistenza, nell’esperienza del dominio e del contatto diretto e faccia a faccia con gli sfruttatori (o con i dominanti di ogni genere). Poiché qui la lotta è una realtà e una necessità, è allo stesso tempo più massiccia e più intensa. Ritroviamo quindi anche qui una forma apparentemente ortodossa di marxismo: la politicizzazione è definita dalla consapevolezza di una situazione sociale reale (classe “in sé”) che diventa identità vissuta (classe “per sé”) quando è colta affettivamente nella dominazione e nella la resistenza che quest’ultimo suscita sul luogo stesso dello sfruttamento (qui la fabbrica). Ed è quindi questo terreno che la socialdemocrazia deve investire, quello degli interessi materiali in contrapposizione agli ideali politici, più astratti, più discutibili e presenti con molta meno intensità nella coscienza operaia.

    SOLIDARIETÀ PRATICA O UNITÀ TEORICA?

    La tesi qui proposta dall’editoriale della  Rabochaïa Mysl’  trova un’immediata traduzione pratica, offerta più avanti nel testo:

    I mezzi [della lotta] devono essere forniti dai combattenti stessi e il minimo soldo investito nella causa varrà mille volte di più di quelli provenienti da altre fonti. Lo sforzo operaio per istituire fondi [di sciopero] segna il passaggio all’era della piena coscienza del movimento.  Questi fondi dovranno offrire in futuro mezzi destinati soprattutto non alle varie occupazioni, ai lavori, ma al pane quotidiano necessario quando esplode la lotta , nei periodi di sciopero. È attorno ai fondi che devono raggrupparsi i lavoratori e ognuno di loro ha più valore per il movimento di cento altre organizzazioni. […] Che i lavoratori conducano la lotta sapendo che non combattono per non so quali generazioni future ma per se stessi e per i loro figli, si ricordino che la più piccola cosa strappata al nemico è un progresso sulla strada che porta al loro benessere […]. 8

     Anche in questo caso troviamo una tesi forte sulla nozione di organizzazione: quest’ultima non deve essere concepita anzitutto nella sua dimensione ideologica o teorica, vale a dire come l’affermazione di un insieme di idee a cui aderiremo, ma nella sua dimensione dimensione pratica, cioè nella solidarietà reale che suppone e suscita nei suoi partecipanti. Ecco perché qui è centrale la nozione di “fondo” (di sciopero ma più in generale di solidarietà). In un certo senso, costituisce la traduzione pratica, in un contesto attivista, del materialismo storico di Marx e della centralità data all’economia poiché dà un significato immediato, e politico, all’identità degli interessi della classe operaia. Anche in questo caso, la definizione di una classe attraverso un insieme di interessi condivisi diventa una realtà cosciente e tanto più forte in quanto è dotata di uno sbocco pratico, cioè di una parola di carattere concreto: il contributo alle casse di sciopero. Da lì, i lavoratori esistono come collettivo poiché sono coinvolti in rapporti di solidarietà reale che li associano tra loro. I fondi sono quindi sia uno strumento di lotta assolutamente necessario, per resistere durante i periodi di sciopero, ma anche il modo migliore per dare realtà all’organizzazione dei lavoratori.

    Anche se l’editoriale non lo dice esplicitamente, questi fondi si contrappongono, come forma di organizzazione, ai “circoli” allora presenti in Russia, istituzioni ereditate dal movimento populista orientate principalmente alla formazione intellettuale e al dibattito politico. Spesso formati da intellettuali 9 che riuscivano ad attrarre al loro fianco pochi lavoratori qualificati, questi circoli giocarono un ruolo importante nella diffusione delle idee socialiste in Russia ma alla fine del XIX secolo  sembravano un vicolo cieco  poiché lottavano per sia per unire che per proporre qualcosa di diverso dal solo dibattito di idee. È quindi soprattutto contro questa forma di organizzazione che  la Rabochaïa Mysl’ polemizza , vedendo negli scioperi del 1896 e nella creazione di fondi di aiuto un gradito ulteriore passo avanti nel movimento operaio russo.

    L’AFFERMAZIONE POLITICA DELLA CLASSE OPERAIA

    Di fronte agli economisti, all’interno del futuro partito socialdemocratico esisteva un’ala “politica”, eterogenea 10  ma maggioritaria e raggruppata in particolare attorno al “Manifesto” del POSDR redatto in occasione del Congresso di Minsk. Vi troviamo sia Lenin che i suoi futuri avversari menscevichi e, più a destra, i cosiddetti marxisti “legali” che passarono alla borghesia liberale dopo la fallita rivoluzione del 1905. È il caso in particolare di Strouvé, direttore del “ Manifesto”. in questione. Il testo proclama l’apparizione della classe operaia sulla scena politica e si conclude con queste parole:

    Come movimento ma anche come corrente socialista, il Partito socialdemocratico russo perpetua la causa e le tradizioni dell’intero movimento rivoluzionario che lo ha preceduto in Russia; affermando che il compito più importante e urgente del partito nel suo insieme è la conquista della libertà politica, la socialdemocrazia persegue gli obiettivi chiaramente espressi dai gloriosi attivisti dell’ex  Narodnaya Volya 11. Ma i mezzi e i percorsi che la socialdemocrazia intraprende sono diversi. La loro scelta è determinata dal fatto che, consapevolmente, intende essere e rimanere il movimento di classe delle masse lavoratrici organizzate.

    Crede fermamente che “l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi” e agirà ostinatamente in conformità con questo principio fondamentale della socialdemocrazia internazionale.

    Viva la socialdemocrazia russa, viva la socialdemocrazia internazionale! 12

    Ritroviamo in questo manifesto l’ambizione condivisa dai primi socialdemocratici russi quando aderirono alla Seconda Internazionale  : considerare il socialismo europeo non come un semplice modello, inteso principalmente attraverso il suo passato, ma come una forza esistente nel presente, capace di modificare il situazione europea e in cui si inserisce la socialdemocrazia russa 13 . Ciò presuppone collocare il movimento operaio russo non in un semplice faccia a faccia locale con i propri datori di lavoro, ma assegnargli un compito molto più importante, sia in termini di dimensioni che di contenuti: l’emancipazione politica di tutta la Russia, anche internazionale. , classe operaia per i valori che porta con sé: solidarietà, uguaglianza, collettività, ecc.

    Contro gli economisti, l’ala politica della socialdemocrazia ritiene quindi che la vera politicizzazione della classe operaia richieda una comprensione della sua missione storica e un ampliamento delle sue prospettive. Il movimento operaio non è, infatti, un semplice fenomeno generato dal nascente capitalismo ma anche e soprattutto protagonista di una storia più antica, combattente di un conflitto più generale volto all’emancipazione del popolo contro i suoi sfruttatori, i padroni. certamente, ma anche l’autocrazia zarista che gli impedisce di esistere come forza politica. La nozione di organizzazione che qui emerge è quindi più astratta, meno immediata di quella degli economisti poiché è quella che dovrebbe consentire alla classe operaia di riconoscere il proprio ruolo storico, essendo la coscienza di classe inseparabile da un ampliamento del proprio orizzonte per elevarsi alla dignità di un soggetto politico con ambizioni universali.

    LENIN, UN SOCIALDEMOCRATICO ORTODOSSO?

     Il  Cosa fare?  di Lenin, scritto tra la fine del 1901 e l’inizio del 1902, interviene in questa situazione ideologica. Si tratta soprattutto di una reazione al “Credo”, agli articoli della Rabochaïa Mysl’ ma anche ad una serie di articoli polemici scambiati tra la Rabochoïe Dielo e l’Iskra. Egli riprende il dibattito sopra descritto per difendere la prospettiva “politica” socialdemocratica contro l’eterodossia minoritaria rappresentata dall’economicismo e per privare quest’ultimo del diritto di esprimersi in nome del partito. Questo spiega lo schema un po’ strano dell’opera, che si compone di cinque parti:

    1. Dogmatismo e “libertà di critica”
    2. La spontaneità delle masse e la coscienza della socialdemocrazia.
    3. Politica sindacale e politica socialdemocratica
    4. Gli armeggi 14  degli economisti e l’organizzazione dei rivoluzionari
    5. Progetto di un giornale politico panrusso

    Schematicamente il ragionamento può essere così riassunto: poiché è l’unità ideologica a costituire la vera base dell’organizzazione, la critica interna deve essere mantenuta entro certi limiti, che gli economisti oltrepassano rifiutando l’opera di sensibilizzazione delle masse lavoratrici. Perché questo rifiuto equivale ad abbandonare il proletariato alle influenze ideologiche del tempo e, nella migliore delle ipotesi, alla semplice difesa dei suoi interessi immediati, che va di pari passo con una totale mancanza di ambizione in materia organizzativa. Per contro, è necessario dotare immediatamente la socialdemocrazia russa di un giornale nazionale, affinché possa esistere come forza politica con le dimensioni e le prospettive che le sono proprie. Contrariamente all’oscura leggenda di Lenin come leader di una setta, la teoria del partito proposta in  Che fare?  consiste in gran parte nel riprendere le basi della concezione socialdemocratica europea dell’organizzazione, adattandola ovviamente ad un contesto politico in cui ogni libertà pubblica è vietata.

    UN PARTITO DOGMATICO?

    Non possiamo qui ritornare, per mancanza di spazio, ai dettagli dei dibattiti attuali che strutturano l’opuscolo di Lenin, e il lettore frettoloso potrebbe rimanere sorpreso dal titolo e dal contenuto del primo capitolo. La questione posta da Lenin è quella della tolleranza verso le critiche interne a qualsiasi organizzazione, in questo caso quelle degli economisti nei confronti del POSDR. Lenin sembra adottare una linea dura, ritenendo che questa libertà debba essere fortemente limitata per mantenere l’unità ideologica dell’organizzazione.

    Questa tesi, che può sembrare problematica, è in realtà il contraltare dell’importanza attribuita al fattore ideologico: poiché un’organizzazione si definisce anzitutto come un insieme di idee che consentono a determinati gruppi sociali – qui il proletariato – di prendere coscienza della propria storia compito, qualsiasi discorso che contesti questo compito colloca immediatamente i suoi sostenitori al di fuori dell’organizzazione. Esiste infatti, secondo Lenin, un’alternativa nella strutturazione dello spazio politico russo: il progetto consistente nel conferire un vero ruolo storico al proletariato e quello consistente nell’abbandonare (anche temporaneamente) questo ruolo alla borghesia liberale. Tuttavia, questa idea di  ruolo storico  costituisce il cuore dell’analisi e del programma socialdemocratico, poiché stabilisce la legittimità della classe operaia a sviluppare un progetto autonomo che rivaleggia con quello della borghesia. La stessa condizione di possibilità per l’esistenza di un’organizzazione socialdemocratica non è negoziabile. L’idea di Lenin non era quella di vietare alcuna linea diversa da quella della direzione del partito – condannando così al silenzio ogni minoranza – ma semplicemente di porre dei limiti allo spazio di ciò che si può dire all’interno di un’organizzazione per mantenerla come tale.

    Questa tesi trova giustificazione solo quando si comprende l’importante ruolo assegnato da Lenin alla teoria, non come semplice strumento di conoscenza, ma come motore dell’autocoscienza storica. Questa è la sfida dei capitoli 2 e 3, che si oppongono alla “spontaneità” difesa dagli economisti. La parola non deve trarre in inganno: a differenza del termine francese, il termine russo –  stikhiïnost’  – ha una connotazione negativa poiché l’aggettivo costruito sulla stessa radice viene utilizzato, ad esempio, per descrivere le catastrofi naturali. Inoltre, l’opposizione tra spontaneità e coscienza gioca un ruolo cruciale in tutta la storia del socialismo russo poiché funge da operatore critico contro la routine, le tradizioni e la stupidità che plasmano, secondo i primi autori critici russi, la società russa, dal contadini alla burocrazia 15 . La spontaneità non è quindi affatto da intendersi in rapporto alla libertà, come nel caso francese, ma all’obbedienza cieca a leggi inconsce. La coscienza, al contrario, è costitutiva della storia e della possibilità di cambiamento poiché ci permette di uscire da questi meccanismi incorporati per accedere all’azione, in particolare all’azione politica.

    Ciò che Lenin rimprovera quindi al “culto della spontaneità” è che esso può essere accompagnato solo da un atteggiamento di attesa. Chiuso in una concezione oggettivante della realtà, che lo spinge a considerare la storia come uno sviluppo autonomo, l’economicismo non può tradursi in alcuna pratica politica per Lenin 16 . Contrariamente ad un’oscura leggenda, Lenin non è caratterizzato da una malsana sfiducia nella spontaneità delle masse russe. Tra i socialisti della sua generazione, è anche uno dei più ottimisti e più fiduciosi nelle capacità delle masse. Semplicemente, il riconoscimento di queste capacità non dovrebbe tradursi in quietismo politico poiché un leader politico si definisce proprio dalla sua capacità di determinare i compiti richiesti da una situazione.

    AUTOCONSAPEVOLEZZA COME CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO LUOGO STORICO

    Il capitolo centrale di  Cosa fare? , proponendo una teoria della coscienza di classe alternativa a quella degli economisti, costituisce il cuore delle osservazioni di Lenin, che la riassume così:

    La formula di Martynov – “dare alla lotta economica un carattere politico” – è preziosa per noi, non perché illustri la capacità di Martynov di mescolare tutto, ma perché esprime in modo particolarmente chiaro l’errore fondamentale di tutti gli “economisti”, il convinzione che si possa sviluppare la coscienza politica di classe a partire, per così dire, dall’interno della lotta economica, cioè partendo esclusivamente (o principalmente) da questa lotta, basandosi esclusivamente (o principalmente) su questa lotta. Una tale prospettiva è radicalmente errata – ed è proprio perché gli “economisti”, furiosi con noi a causa della nostra polemica contro di loro, si rifiutano di riflettere seriamente sull’origine dei disaccordi, che arriviamo a una situazione in cui non ci capiamo l’un l’altro. altro, letteralmente, dove parliamo lingue diverse.

    La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. L’unico ambito da cui possiamo trarre questa conoscenza 17 è l’ambito dei rapporti di tutte le classi e strati della società con lo Stato e il governo, il rapporto di tutti i rapporti reciproci tra le classi. Ecco perché alla domanda: cosa fare per portare la conoscenza politica ai lavoratori? – non possiamo, come gli attivisti pratici si accontentano il più delle volte (nemmeno parlando di attivisti inclini all’”economicismo”), limitarci alla seguente risposta: “Andate dai lavoratori”. Per portare la conoscenza politica ai lavoratori, i socialdemocratici devono raggiungere tutte le classi della popolazione, devono schierare distaccamenti del loro esercito su tutti i fronti. 18

    La tesi di Lenin è quindi molto chiara, e anche qui ben lontana dall’intellettualismo che gli viene attribuito, secondo cui la coscienza di classe sarebbe il prodotto della riflessione teorica condotta da intellettuali specializzati (e che detengono il monopolio della riflessione). Per Lenin non si tratta di considerare che la classe operaia è troppo stupida per sviluppare la sua coscienza politica e che un’altra classe sociale, quella degli intellettuali, dovrebbe instillargliela dall’esterno. Interno ed esterno non si riferiscono qui alle identità sociologiche – l’operaio e il suo “fuori”, l’intellettuale borghese – ma alla lotta di classe stessa. L’idea di Lenin è che la classe operaia, nel suo conflitto con i padroni, può essere colpita da una forma di miopia politica che la condanna alla difesa degli interessi immediati e all’inconsapevolezza del suo vero ruolo, tanto più che ciò avvantaggia la borghesia, che ha tutto l’interesse che la classe operaia si limiti alla lotta “tradunionista”, che noi chiameremmo “sindacalista”.

    Ecco perché il discorso socialdemocratico non deve essere rivolto esclusivamente ai lavoratori. Deve proclamare in tutta la società cosa è la classe operaia e cosa pretende di essere, il progetto sociale di cui è portatrice. Ed è confrontandosi  politicamente , difendendo il proprio progetto contro quello delle altre classi, che il proletariato potrà veramente esistere nell’arena politica. Questa idea della missione storica del proletariato e della necessità della sua proclamazione rimarrà una costante nel discorso di Lenin, che qui radicalizza la prospettiva del  Manifesto del Partito Comunista  dandogli una dimensione organizzativa ancora raramente presente nel discorso marxiano.

    Evidentemente questo proclama pone infiniti problemi in un universo in cui la libertà di riunione e la libertà di stampa sono inesistenti, e il capitolo 4, sul quale tendiamo a soffermarci troppo, in realtà non fa altro che adattare la forma dell’organizzazione politica socialdemocratica in contesto russo, sottolineando la necessità di disporre di rivoluzionari professionisti capaci di contrastare la repressione (ricorderemo che il primo congresso del RSDLP si era concluso, quattro anni prima, con l’arresto di  tutti  i suoi partecipanti). Il capitolo 5 getta finalmente le basi per uno dei compiti urgenti della socialdemocrazia, la fondazione di un giornale che esista definitivamente come voce politica identificabile nello spazio russo.

    L’ORGANIZZAZIONE OGGI

    Innegabilmente, molte pagine di  Cosa fare?  sono invecchiato. Ma i dibattiti contemporanei derivanti dalla moltiplicazione dei fronti di lotta rimangono in parte traducibili nei termini di questo dibattito condotto più di un secolo fa. La forza del marxismo, secondo Lenin, è quella di aver associato una lotta “identitaria”, cioè condotta in nome di una precisa identità sociale (il proletariato, la classe operaia, i lavoratori, ecc.), una politica politica universale progetto. L’identità operaia non deve quindi essere concepita come una semplice realtà sociologica ma come associata ad un certo numero di idee e di valori generali, il che permette di non limitare il dibattito alla questione di sapere come “esprimere” al meglio istanze che potrebbero essere consustanziale a questo o quel segmento della popolazione. Abbiamo potuto constatare in più occasioni i problemi posti da questa riduzione della politica all’espressione di interessi ritenuti spontaneamente condivisi da un dato gruppo sociale: molto spesso si verificano rivalità tra i diversi portavoce spontanei e autoproclamati (di popolo, quartieri popolari, donne, ecc.) e il dibattito politico si impantana nella questione della legittimità dell’uno e dell’altro a parlare semplicemente per “esprimere” rabbia, sofferenza, ecc.

    Ma questo non significa considerare che un’organizzazione politica sarebbe definita soltanto da un programma, da una semplice opzione ideologica nel campo delle possibilità politiche. Questo programma deve essere oggetto di un reale sviluppo collettivo e di una discussione continua capace di aggiornarlo di fronte agli eventi e di diffonderlo nella società, attraverso gli attivisti. Perché un’organizzazione appartenga veramente ai suoi membri, è necessaria una forma di democrazia collettiva (che Lenin difende anche nei passaggi più accentratori). Ma contrariamente a quanto si potrebbe credere, quest’ultima non è da concepirsi primariamente come orientata alle libertà individuali, anzi. Nella misura in cui gli attivisti partecipano alla costruzione di un’organizzazione, devono ovviamente dire la loro sul modo in cui funziona, ma, in cambio, le decisioni prese li impegnano e li vincolano, altrimenti la decisione collettiva rimarrebbe puramente fittizia. e gli sforzi di tutti ridotti a nulla.

    Questo è anche ciò che ci ricorda Lenin, e oltre a lui tutti i sostenitori di quello che più tardi venne chiamato “centralismo democratico”. Prima di diventare ridicola a causa delle pratiche quantomeno antidemocratiche delle grandi istituzioni staliniste, la formula descrive solo la condizione di ogni impegno politico: la certezza per tutti che il lavoro volontario prestato sarà effettivamente utile e che la voce degli attivisti sarà ascoltata effettivamente portato avanti dal collettivo, il che presuppone, in caso di disaccordo, che si accetti la sanzione della maggioranza, anche se ciò significa continuare i dibattiti all’interno dell’organizzazione. Tutto ciò presuppone modalità restrittive del processo decisionale collettivo, e il secolo aperto dalla pubblicazione di  Cosa fare?  offre numerosi esempi senza dubbio più diversificati e più interessanti dei recenti tentativi di andare oltre la “forma partito”, il più delle volte per costruire fabbriche di gas elettorali strutturate attorno ai soli rappresentanti eletti e che vivono collettivamente al ritmo delle campagne elettorali.

    *

    Articolo originariamente pubblicato su Contretemps , 21 gennaio 2024

    1. Per motivi di spazio non possiamo ritornare qui sui diversi gruppi presenti a questo congresso, in particolare su uno di essi che svolgerà in seguito un ruolo importante e complesso, il Bund, sindacato dei lavoratori ebrei, organizzazione di massa con rapporti complessi con il RSDLP.
      ↩︎
    2. Qui stiamo volutamente semplificando la situazione. 
      Le lotte di frazione sono infatti molto spesso accompagnate da una proliferazione di varie istituzioni – pubblicazioni e organizzazioni – la cui esatta genesi (e molteplici suddivisioni) è laborioso e inutile da tracciare. ↩︎
    3. Le date di fine dei diversi giornali non sono banali. 
      Se le pubblicazioni degli economisti si fermarono poco prima del secondo congresso del POSDR, che segnò la fine del loro movimento, fu la rivoluzione del 1905 che pose fine alla pubblicazione dell’Iskra . 
      Gli attivisti saranno impegnati in altri compiti e poi dovranno affrontare la repressione. ↩︎
    4. Marx, Il Capitale , Libro I [1867], trad. 
      J.-P. Lefebvre, Parigi, Les éditions sociales, 2016, p. 
      4. Marx tornò sull’argomento nelle edizioni successive, e cominciò a dubitare fortemente della possibilità di tracciare un diagramma dell’evoluzione di portata universale. 
      È stata, tra l’altro, la discussione con alcuni populisti russi a spingerlo a mettere in prospettiva la sua prima prospettiva. 
      Vedi il capitolo 2 di questo volume ↩︎
    5. Il testo, scritto da Koustova, una delle rare leader socialdemocratiche dell’epoca (insieme a Zassoulich), circolò informalmente senza essere realmente oggetto di una pubblicazione formale. 
      Ci siamo basati sull’opera seguente, che la riportiamo in appendice: V. Astrov, 
       Gli economisti, precursori dei menscevichi (L’economismo e il movimento operaio in Russia alle soglie del XX 
      secolo  )
       , Mosca, edizioni Krassnaïa Nov’, 1923, pag. 132-136. ↩︎
    6. V. Astrov, op. cit. , P. 134-135. ↩︎
    7. Il testo è riportato anche nel volume citato: V. Astrov, op. cit. , P. 130-131 ↩︎
    8. Ibid. , P. 131. ↩︎
    9. Prendiamo qui il termine nel senso russo del termine, cioè nel senso che designa uno strato sociale composto da persone con istruzione accademica in contrapposizione sia alla classe operaia e ai contadini, ma anche alla borghesia definita da il suo capitale economico. 
      Si tratta il più delle volte di piccoli dipendenti pubblici o di docenti politicizzati sui banchi universitari. ↩︎
    10. Vi troviamo infatti sia Lenin che i suoi futuri avversari menscevichi e, più a destra, i cosiddetti marxisti “legali” che si unirono alla borghesia liberale dopo la fallita rivoluzione del 1905. È in particolare il caso di Strouvé, editore del “Manifesto” di cui si parlerà. ↩︎
    11. Si tratta della principale organizzazione populista, passata ai posteri grazie ai suoi attentati spettacolari e la cui memoria è stata particolarmente coltivata nelle organizzazioni socialiste russe. ↩︎
    12. bbiamo tradotto il testo del manifesto dal facsimile (e la sua trascrizione) disponibile a questo indirizzo: 
       http://www.agitclub.ru/center/comm/zin/1898pr.htm  . ↩︎
    13. Troviamo qui, in un certo senso, una traduzione militante della famosa nozione di “sviluppo ineguale e combinato” proposta da Trotsky nella sua storia della rivoluzione russa: la Russia industriale non è semplicemente l’Inghilterra industriale con cinquant’anni di ritardo dalla sua nascita. fa parte di scambi internazionali che gli permettono di beneficiare di alcuni trasferimenti tecnologici, con le loro conseguenze sociali, pur mantenendolo in una posizione dominante all’interno del capitalismo internazionale. 
      Allo stesso modo, la socialdemocrazia russa si vede modificata dall’esistenza di una socialdemocrazia europea più “avanzata”. ↩︎
    14. Il termine russo “kustarnitchestvo” deriva dal termine che significa “artigiano” ma aveva già all’epoca una connotazione peggiorativa, che ci ha portato a tradurre con “fai da te” (un altro termine possibile è “dilettantismo”). ↩︎
    15. Lo troviamo in particolare nel grande romanzo che ha dato il titolo all’opuscolo di Lenin, Che 
       fare? di Chernyshevskij. ↩︎
    16. Discuteremo questa idea più in dettaglio nel prossimo capitolo. ↩︎
    17. Lenin fa qui una sorta di gioco di parole poiché la coscienza (soznanié) diventa conoscenza (znanié). 
      Il termine russo è costruito come il nostro, ma tradurre 
       znanié  con “scienza” (per stabilire il collegamento con “coscienza”) avrebbe forzato il russo. ↩︎
    18. Per ragioni di accessibilità, riportiamo i testi di Lenin nella loro edizione più disponibile: l’edizione francese delle 
       Opere , prodotta a partire dalla 4a
       edizione sovietica  e pubblicata congiuntamente, negli anni ’60, da Éditions du Progrès e Social Editions. 
      Abbreviamo come segue: Lenin, 
       Opere , volume 5, p. 431. ↩︎

    Leonardo De Angelis

    25 Marzo 2024
    Internazionale, Lenin
  • L’intelligenza artificiale potrebbe alterare la specie umana

    L’intelligenza artificiale potrebbe alterare la specie umana

    Di Asher Duuy-Spencer e David Calnitsky

    Traduzione di Florencia Oroz

    Alcune tecnologie aumentano la produttività, ma altre rimodellano non solo la nostra società ma anche la nostra fisiologia. Qualunque sia il futuro dell’intelligenza artificiale, la strategia socialista deve essere la stessa: aumentare il potere del lavoro.

    Fin dagli albori dell’umanità, la comparsa improvvisa di nuove tecnologie ha avuto conseguenze sociali profonde, anche se non tutte immediatamente evidenti. Man mano che il modo in cui viviamo cambia, cambiamo anche noi. A volte, profondamente.

    Ad esempio, il cervello dell’Homo sapiens sulla Terra è oggi più piccolo di quanto lo fosse 300.000 anni fa. Una delle tante teorie in competizione per spiegare questo fenomeno afferma che l’emergere del linguaggio e la distribuzione della conoscenza nella società hanno ridotto la complessità dei problemi che dovevano essere risolti dagli individui. In sostanza, le prime tecnologie umane – cultura e linguaggio – hanno ridotto enormemente il carico cognitivo sugli individui. Invece, è stato esternalizzato in storie, tradizioni, religioni e artigianato. Ora abbiamo cervelli più piccoli rispetto ai nostri primi antenati, ma sappiamo molto di più di quanto avrebbero potuto sognare di sapere.

    Consideriamo un altro esempio: l’uso di bastoni appuntiti, in particolare di proiettili, nelle prime società umane. Questo semplice progresso tecnologico ha aiutato i nostri antenati a cacciare grandi quadrupedi come i mammut, ma potrebbe anche aver svolto un ruolo cruciale nel promuovere una società più egualitaria diminuendo il potere dei maschi fisicamente dominanti. Per il famoso primatologo Christopher Boehm, questa improvvisa ridistribuzione del potenziale di violenza spiega il declino dei tipi di aggressività reattiva che osserviamo tra le altre grandi scimmie. I bastoni appuntiti hanno riorganizzato il potere tra gli esseri umani: la tecnologia ha favorito una cultura evoluta di egualitarismo politico che distingue nettamente gli ominidi dal violento scimpanzé, il nostro cugino più prossimo.

    Poi, circa dodicimila anni fa, le nuove tecnologie iniziarono a sfidare questo egualitarismo del “bastone appuntito”. Gli esseri umani hanno sfruttato il potere dell’evoluzione e hanno iniziato ad allevare selettivamente piante e animali, rendendo possibile un surplus duraturo e quantificabile. La cosiddetta Rivoluzione Neolitica non fu solo alimentare: portò con sé nuovi strumenti, relazioni e strutture sociali. Il surplus generato dall’agricoltura ha aperto la strada alla creazione di stati agrari. Fu allora che le società umane furono testimoni per la prima volta dell’emergere di gerarchie strutturate e di nascenti burocrazie statali, complete dei loro simboli di potere e sottomissione. Le armi che un tempo rendevano possibile la nostra natura egualitaria erano ora strumenti di potere, sfruttamento e dominio.

    I primi giardinieri sperimentali non cercavano di costruire una gerarchia partendo dai semi dell’erba selvatica. Questa è stata una conseguenza involontaria di un’innovazione molto utile. L’accumulo di ricchezza e potere, e le istituzioni statali emerse per difenderli, diedero origine anche alla civiltà e alla lingua scritta. Quando è emersa l’agricoltura, abbiamo assistito a un declino della salute e dell’aspettativa di vita; ma col passare del tempo ha facilitato vite più lunghe, più ricche e più sane e una popolazione umana molto più diffusa.

    L’emergere del capitalismo, tuttavia, ha segnato un cambiamento nel ritmo e nel modello del cambiamento tecnologico. Come saprà ogni studente di Karl Marx, il capitalismo è caratterizzato da rivoluzioni costanti, e talvolta radicali, nei modi in cui gli esseri umani producono ciò di cui hanno bisogno. Nelle modalità precapitaliste di organizzazione sociale, la crescita era lenta e caratterizzata da periodici collassi demografici. Sotto il capitalismo, la produzione per lavoratore è costantemente aumentata e tutti i limiti malthusiani sono stati superati.

    Negli ultimi cento anni, nonostante gli enormi progressi tecnologici, alcune caratteristiche centrali del capitalismo sono rimaste stabili: il potere statale, la dipendenza dai mercati, l’appropriazione privata del surplus sociale, ecc. Ma a giudicare dal passato, ogni nuovo progresso tecnologico può avere conseguenze epocali. La storia dell’umanità è una testimonianza del potere di trasformazione della tecnologia. I progressi del passato hanno amplificato le capacità produttive umane, ma alcuni hanno anche portato alla ristrutturazione della vita sociale e alla ridistribuzione del potere.

    Almeno a partire dai luddisti, e costantemente a partire dagli anni ’60, le persone di sinistra – e di tutto lo spettro politico, del resto – si sono preoccupate per le implicazioni sul mercato del lavoro di questi incessanti progressi tecnologici. Questo è logico. Le nuove tecniche di produzione hanno spesso eliminato la manodopera per ridurre i costi. Fortunatamente, l’aumento della produzione totale ha compensato nella maggior parte dei casi, consentendo la creazione di nuovi prodotti e mercati.

    Tuttavia, l’innovazione nell’era digitale finora non ha prodotto gli enormi aumenti della produttività totale attesi. Computer, robotica, algoritmi, comunicazioni Internet e, ora, intelligenza artificiale (AI) basata su grandi modelli linguistici sono stati integrati nel processo di produzione. Tuttavia, la crescita della produttività pro capite rimane significativamente inferiore rispetto al dopoguerra, soprattutto nei paesi che erano già all’avanguardia dal punto di vista tecnologico.

    Dall’arrivo di ChatGPT, le persone iniziano di nuovo a preoccuparsi. Lottando per venire a patti con le implicazioni dei recenti progressi nel campo dell’intelligenza artificiale, esperti e politici hanno accidentalmente riscoperto la natura a doppio taglio delle innovazioni tecnologiche. Mentre alcuni immaginano un futuro distopico in cui prevarrà la disoccupazione e i profitti andranno a beneficio solo dei proprietari di capitale, altri immaginano un mondo utopico senza manodopera. Come nel caso dei precedenti progressi tecnologici, le persone cominciano a chiedersi quali lavori saranno automatizzati e in che misura.

    Nessuno può essere sicuro di cosa riserva il futuro quando si tratta di tali progressi tecnologici. Ciò che abbiamo, tuttavia, sono alcune centinaia di anni di storia capitalista, e ciò consente di trarre alcune lezioni generali. L’automazione dell’occupazione ha tipicamente comportato l’assorbimento di manodopera in altri settori. Questi spostamenti di lavoro sono stati associati a cambiamenti significativi nella distribuzione del potere e del reddito nelle economie.

    La maggior parte delle innovazioni più importanti del secolo scorso si sono tradotte in un aumento delle prerogative manageriali, ed erano destinate a farlo. Il cambiamento tecnico raramente è neutrale rispetto agli effetti che ha sull’esperienza soggettiva del lavoro. Il potere delle istituzioni, dei sindacati e dei partiti della classe operaia può influenzare gli effetti dell’automazione sui redditi e sull’occupazione, ma raramente ha determinato la traiettoria del cambiamento tecnologico stesso.

    Di tanto in tanto, tuttavia, un progresso tecnologico riesce, di fatto, a trasformare radicalmente i termini in cui operiamo, non solo come classe o società, ma come specie. Come l’avvento del linguaggio o dell’agricoltura, l’ascesa dell’intelligenza artificiale potrebbe benissimo essere uno di quei cambiamenti epocali. Ma non è ovvio che l’effetto sull’occupazione sia il meccanismo attraverso il quale sperimentiamo questo disordine. Mentre scriviamo, la guerra alimentata dall’intelligenza artificiale infuria a Gaza e nell’Europa orientale. Nuove e terrificanti modalità di sorveglianza vengono implementate in tutto il pianeta. Ed è sempre più difficile distinguere immagini e suoni aumentati o prodotti digitalmente da quelli catturati dalla vita reale. Queste candidature non commerciali sono politicamente significative e, francamente, più spaventose di qualsiasi cambiamento di lavoro.

    La scienza e la tecnologia sono pronte a progredire in modi nuovi e potrebbero benissimo progredire in direzioni molto difficili da comprendere per molti, se non per tutti. Ciò comporta sia rischi che possibilità. Ad esempio, la promessa di un mondo più sano e più ricco è molto reale, ma lo è anche il terrificante accumulo di applicazioni militari distruttive alimentate dall’intelligenza artificiale.

    Come è avvenuto fin dagli albori del movimento operaio, i socialisti devono impegnarsi in politica in un panorama tecnologico in evoluzione. Combattere l’automazione, in quanto tale, può essere una battaglia persa, ma difendere l’autonomia e il potere dei lavoratori non deve esserlo. La distribuzione esigente del bottino derivante dai guadagni di efficienza è il minimo. Ma rispetto alle enormi incognite dell’intelligenza artificiale, non esiste un percorso ovvio.

    Ciò che sappiamo è che i lavoratori e la gente comune dovrebbero avere potere decisionale nel suo dispiegamento. In un famoso articolo, Claus Offe e Helmut Wiesenthal hanno scritto su come i problemi dell’azione collettiva differiscono per le élite e per i lavoratori comuni. Gli interessi delle élite sono trasparenti – tutti i bisogni vengono dopo il profitto – e questo può essere raggiunto se i tecnocrati e gli avvocati eseguono i loro ordini.

    Gli interessi della classe operaia, però, non sono mai trasparenti: implicano sempre il dialogo e devono essere scoperti. Alcune persone hanno semplicemente bisogno di più reddito; altri potrebbero concentrarsi sulla sicurezza sul lavoro; alcuni hanno bisogni legati alla salute o figli che necessitano di un’assicurazione; Altri ancora preferirebbero negoziare per avere più tempo libero. Il dialogo è sempre stato necessario non solo per raggiungere, ma anche per comprendere gli obiettivi della gente comune.

    Il futuro dell’intelligenza artificiale non è diverso e richiederà un dialogo continuo per scoprire quali sono realmente i nostri interessi. Questo processo sarà una condizione necessaria, se non sufficiente, per il governo umano delle nuove tecnologie. Un futuro dignitoso richiederà che la stragrande maggioranza delle persone abbia voce in capitolo quando si tratta di ricerca, sviluppo e diffusione della tecnologia. Ciò è possibile solo con sindacati più forti e partiti socialisti con la capacità di lottare per il potere. Esiste una notevole incertezza riguardo al ritmo e al contenuto dei prossimi anni di cambiamento tecnico. Dobbiamo fare in modo di lasciare il segno il più possibile.

    Ciò che va bene per pochi raramente va bene per molti, e ancor meno nel breve termine. A lungo termine, speriamo che, a differenza di quanto accaduto con l’avvento del linguaggio e della cultura umana, il nostro cervello non si rimpicciolisca nel processo.

    Articolo tratto da www.jacobinlat.com

    Leonardo De Angelis

    23 Marzo 2024
    Internazionale
  • Ucraina e Palestina, la battaglia del diritto

    Ucraina e Palestina, la battaglia del diritto

    Di Edwy Plenel

    Vladimir Putin e Benyamin Netanyahu hanno gli stessi obiettivi di guerra: la fine del diritto internazionale e l’avvento di un mondo senza altzra legge che quella della forza. Sostenere la guerra di Israele a Gaza significa quindi dare alla Russia la sua vittoria in Europa.

    Sono distanti due anni, ma i due comunicati hanno lo stesso titolo: “La Corte indica misure conservative”. Il primo, datato 16 marzo 2022, riguarda l’Ucraina; il secondo, datato 26 gennaio 2024, riguarda Gaza. In entrambi i casi, la Corte internazionale di giustizia (CIG), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite di cui tutti i suoi membri sono ipso facto parti, emette un ordine a due di questi stati che, precisa, “è vincolante”.

    I diritti a “geometria variabile”

    Nel 2022, in modo lapidario, ordina alla Russia di “sospendere immediatamente le operazioni militari iniziate il 24 febbraio 2022 sul territorio dell’Ucraina”. Nel 2024, in modo dettagliato, invita lo stato di Israele a “prendere tutte le misure in suo potere per prevenire che venga commesso, contro i palestinesi di Gaza, qualsiasi atto che rientri nel campo di applicazione” della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.

    Né la Russia né Israele hanno ottemperato alle richieste della CIG, nonostante l’articolo 94 della Carta delle Nazioni Unite stabilisca che “ogni membro si impegna a conformarsi alla decisione della Corte internazionale di giustizia in ogni controversia di cui è parte”. La Carta, adottata il 26 giugno 1945 al termine della Seconda guerra mondiale, inizia con le parole: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, determinati a salvare le generazioni successive dal flagello della guerra, che per due volte nel corso della nostra vita ha portato indicibili dolori all’umanità, riaffermiamo la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole…”.

    Naturalmente non è la prima volta, né sarà l’ultima, che gli Stati violano impunemente il diritto internazionale, rivendicandolo come proprio quando fa comodo. Ma è certamente la prima volta che la concomitanza di due guerre, con conseguenze potenzialmente devastanti per la pace mondiale, ha messo a nudo a tutti i popoli la cinica ipocrisia delle nazioni che si sono arrogate il privilegio dell’universale, del giusto e del buono, ovvero l’Europa e l’Occidente, quella realtà politica nata dalla proiezione del nostro continente sugli altri.

    È in realtà un fatto indiscutibile che gli attuali leader di Europa e Stati Uniti non attribuiscono la stessa importanza al diritto internazionale quando si tratta del destino del popolo ucraino o di quello palestinese. Di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, una legittima cascata di ritorsioni diplomatiche, sanzioni economiche e aiuti militari. Di fronte alla guerra di Israele contro la popolazione di Gaza, al massacro di civili e ora alla carestia, vaghi appelli alla moderazione e a un’azione umanitaria tardiva, ma nessun cessate il fuoco – anzi, l’esercito israeliano continua a beneficiare degli aiuti occidentali.

    Il nuovo imperialismo russo

    Questo squilibrio significa che l’Europa e gli Stati Uniti offrono a Vladimir Putin la vittoria ideologica che cerca. La propaganda che accompagna la sua sfrenata brama di potere, di cui le libertà del popolo russo sono le prime vittime, mira a unire i risentimenti accumulati contro la lunga storia della dominazione europea. Di fronte a un “Occidente collettivo”, come lo chiama Putin, designato come simbolo di decadenza dove, con il pretesto della democrazia, si perdono i valori della tradizione e i segni dell’identità, egli si presenta come il promotore di un nuovo ordine autoritario e reazionario di cui la Russia sarebbe la potenza protettrice.

    Ciò è dimostrato in Medio Oriente, dove, con la spietata guerra condotta contro il popolo siriano a sostegno di una barbara dittatura, è iniziata l’affermazione bellicosa di questo nuovo imperialismo russo. Nei giorni scorsi, nella capitale libanese si sono visti enormi cartelloni inneggianti a Vladimir Putin, alla vigilia delle elezioni presidenziali, che si ritiene abbia vinto. Secondo L’Orient-Le Jour, in un misto di multilateralismo e conservatorismo, si legge in arabo: “Un nuovo mondo multipolare”, “Usurpare il credo religioso altrui non può essere considerato libertà di espressione”, “Valori morali, famiglia e identità culturale”. Tra i quartieri scelti per questa campagna c’è la periferia sud di Beirut, dove si trova il quartier generale di Hezbollah.

    La “leva rivendicativa” del diritto internazionale

    Il diritto internazionale non può essere diviso. Non possiamo sostenere il popolo ucraino e abbandonare quello palestinese. Così come non possiamo difendere la causa palestinese abbandonando quella ucraina. In entrambi i casi sono in gioco gli stessi principi, che non hanno valore se sono soggetti a geometria variabile.

    Solo questo principio guida può costruire un baluardo contro Putin e la minaccia non solo imperialista ma anche fascista che rappresenta. Ed è proprio in relazione a Gaza che viene messo alla prova.

    Sostenere la guerra di Israele significa offrire alla Russia la vittoria in Europa. Perché questo è l’obiettivo bellico di Vladimir Putin: rovesciare il diritto internazionale, quell’intera impalcatura di norme, principi e valori sovrastatali e sovranazionali costruita sotto lo shock della catastrofe europea e dei suoi incommensurabili crimini, nell’improvvisa consapevolezza che non ci si può fidare degli stati nazionali per garantire la pace nel mondo.

    Così come la proclamazione dell’uguaglianza naturale dei diritti non porta automaticamente a un’uguaglianza reale, il diritto internazionale è più una promessa che una realtà. È una leva rivendicativa, una preoccupazione per l’umanità, un orizzonte universale. Ed è una vecchia promessa che l’Europa ha fatto al mondo. Il fatto che l’Europa stessa non sia stata affatto fedele a questa promessa non toglie nulla alla sua forza sovversiva. “Siamo arrivati a un punto in cui ogni violazione della legge in una parte del mondo si fa sentire in tutti”.  Sono praticamente le ultime parole di Verso la pace perpetua, il saggio del filosofo Immanuel Kant la cui pubblicazione nel 1795 è stata la prima affermazione di questo “diritto cosmopolitico”, fondamento dell’“ospitalità universale”.

    “Uno” e “tutti” vanno di pari passo: non c’è nessun mio diritto che non sia anche quello degli altri. Non c’è popolo che non sia responsabile del destino di altri popoli. Per farsi un’idea, basta seguire le recenti udienze della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, dal 19 al 26 febbraio, sulle “conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est”. Quarantanove stati membri dell’ONU e tre organizzazioni internazionali hanno partecipato a questo procedimento, nato da una richiesta di parere consultivo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che lo stato di Israele ha ignorato, ricevendo solo il vergognoso sostegno degli Stati Uniti.

    Il progetto di Putin e dei suoi


    Immanuel Kant (1724-1804), il cui nome è associato alla filosofia illuminista e alle sue speranze democratiche, è nato e morto a Königsberg, l’attuale Kaliningrad, un’enclave russa di un milione di abitanti incuneata tra Lituania e Polonia. Il suo attuale governatore, Anton Alikhanov, è un fedele sostenitore del partito di Vladimir Putin. All’inizio di febbraio, intervenendo a un “Congresso di scienziati politici” tenutosi lì, ha attaccato direttamente il filosofo, incolpandolo di tutto il disordine del nostro mondo, in uno sproloquio che riproponeva l’intero argomento politico del putinismo.

    “Voglio dimostrare che Immanuel Kant, che è nato qui quasi trecento anni fa, ha un legame quasi diretto con il caos globale che affrontiamo oggi. Ha anche un legame diretto con il conflitto militare in Ucraina”. Perché? Perché è “uno dei padri fondatori dell’Occidente moderno”, caratterizzato da “empietà e assenza di valori superiori”. Ha poi fatto di Kant “il padre di quasi tutto”: “È il padre della libertà, dell’idea dello stato di diritto, del liberalismo, del razionalismo e persino dell’Unione Europea. Alcuni dicono addirittura che l’idea delle Nazioni Unite sia sua”.

    In caso di dubbio, ecco un elenco delle cose che Putin cerca di distruggere: la speranza internazionalista di un mondo comune di solidarietà, uguaglianza e diritti universali. Ma è anche questa speranza che, per tanto tempo, è stata messa in pericolo dalla persistente ingiustizia fatta al popolo palestinese dall’ostinata negazione del diritto internazionale da parte dei leader dello stato di Israele. Un rifiuto spinto al nichilismo dalla coalizione di governo estremista guidata da Benjamin Netanyahu, che lo scorso gennaio ha dichiarato: “Nessuno ci fermerà. Né l’Aia, né l’Asse del Male, né nessuno. Questa è la guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre”.  Putin e i suoi ideologi dicono lo stesso sull’Ucraina e sulla loro determinazione a condurre fino in fondo una vitale guerra di identità e di civiltà. Per quanto fragile e imperfetto, il balzo in avanti che nel 1945 ha legittimato un diritto internazionale vincolante per tutte le nazioni è nato proprio dalla convinzione, alimentata dalla tragedia, che è così che le tenebre vincono. Sia in Europa che in Medio Oriente.

    Leonardo De Angelis

    18 Marzo 2024
    Internazionale
  • Gaza-Israele, la fase terminale del colonialismo sionista

    Gaza-Israele, la fase terminale del colonialismo sionista

    Di Ilian Pappe*

    L’idea che il sionismo sia un colonialismo di insediamento coloniale non è nuova. Gli studiosi palestinesi che negli anni ’60 lavoravano a Beirut nel Centro di ricerca dell’OLP avevano già capito che quello che stavano affrontando in Palestina non era un progetto coloniale classico.

    Non inquadravano Israele solo come una colonia britannica o americana, ma lo consideravano un fenomeno che esisteva in altre parti del mondo, definito come settler colonialism (colonialismo dei coloni).

    È interessante notare che per 20-30 anni la nozione di sionismo come colonialismo dei coloni è scomparsa dal discorso politico e accademico. È ritornata quando gli studiosi di altre parti del mondo, in particolare Sudafrica, Australia e Nord America, hanno convenuto che il sionismo è un fenomeno simile al movimento degli europei che hanno creato Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.

    Questa idea ci aiuta a comprendere molto meglio la natura del progetto sionista in Palestina dalla fine del XIX secolo a oggi e ci dà un’idea di cosa aspettarci in futuro.

    Credo che questa particolare idea degli anni ’90, che collegava in modo così chiaro le azioni dei coloni europei, soprattutto in luoghi come il Nord America e l’Australia, con le azioni dei coloni che arrivarono in Palestina alla fine del XIX secolo, abbia delineato chiaramente le intenzioni dei coloni ebrei che colonizzarono la Palestina e la natura della resistenza locale palestinese a tale colonizzazione.

    I coloni seguirono la logica più importante adottata dai movimenti coloniali dei coloni, ovvero che per creare una comunità coloniale di successo al di fuori dell’Europa è necessario eliminare i nativi del paese in cui ci si è insediati. Ciò significa che la resistenza indigena a questa logica è stata una lotta contro l’eliminazione, e non solo per la liberazione.

    Questo è importante se si pensa alle iniziative di Hamas e ad altre operazioni di resistenza palestinese fin dal 1948.

    Gli stessi coloni, come nel caso di molti europei che sono arrivati in Nord America, America Centrale o Australia, erano rifugiati e vittime di persecuzioni. Alcuni di loro erano meno sfortunati e cercavano semplicemente una vita e delle opportunità migliori.

    Ma la maggior parte di loro erano emarginati in Europa e cercavano di creare un’Europa in un altro luogo, una nuova Europa, invece dell’Europa che non li voleva. Nella maggior parte dei casi, scelsero un luogo dove già viveva qualcun altro, gli indigeni. E quindi il nucleo più importante tra loro era quello dei loro leader e ideologi che fornivano giustificazioni religiose e culturali per la colonizzazione di terre altrui.

    A questo si può aggiungere la necessità di affidarsi a un Impero per iniziare la colonizzazione e mantenerla, anche se poi i coloni si ribellavano all’Impero che li aveva aiutati e chiedevano e ottenevano l’indipendenza, che in molti casi ottenevano per poi rinnovare l’alleanza con l’Impero. Il rapporto anglo-sionista che si è trasformato in alleanza anglo-israeliana è un caso emblematico.

    L’idea che si possa eliminare con la forza il popolo della terra che si vuole è probabilmente più comprensibile – non giustificata – sullo sfondo del XVI, XVII e XVIII secolo, perché si accompagnava alla piena legittimazione dell’imperialismo e del colonialismo. Si basava sulla comune disumanizzazione degli altri popoli non occidentali e non europei. Se si disumanizzano le persone, è più facile eliminarle.

    La particolarità del sionismo come movimento coloniale dei coloni è che è apparso sulla scena internazionale in un momento in cui le persone di tutto il mondo avevano iniziato a ripensare al “diritto” di eliminare gli indigeni, di eliminare i nativi e quindi possiamo capire lo sforzo e l’energia investiti dai sionisti e successivamente dallo stato di Israele nel cercare di nascondere il vero obiettivo di un movimento coloniale dei coloni come il sionismo, che era l’eliminazione dei nativi.

    Ma oggi a Gaza stanno eliminando la popolazione nativa davanti ai nostri occhi. Quindi come mai hanno quasi rinunciato a 75 anni di tentativi di nascondere le loro politiche di eliminazione? Per capirlo dobbiamo analizzare la trasformazione della natura del sionismo in Palestina nel corso degli anni.

    Nelle prime fasi del progetto colonialista sionista, i suoi leader portarono avanti le loro politiche di eliminazione con un genuino tentativo di quadratura del cerchio, sostenendo che era possibile costruire una democrazia e allo stesso tempo eliminare la popolazione nativa. C’era un forte desiderio di appartenere alla comunità delle nazioni civilizzate e i leader presumevano, in particolare dopo l’Olocausto, che le politiche di eliminazione non avrebbero escluso Israele da tale associazione.

    Per far quadrare il cerchio, la leadership ha insistito sul fatto che le sue azioni di eliminazione contro i palestinesi fossero una “rappresaglia” o una “risposta” alle azioni palestinesi. Ma molto presto, quando questa leadership ha voluto passare ad azioni di eliminazione più sostanziali, ha abbandonato il falso pretesto della “rappresaglia” e ha smesso di giustificare le sue azioni.

    A questo proposito, esiste una correlazione tra il modo in cui si è sviluppata la pulizia etnica nel 1948 e le operazioni degli israeliani a Gaza oggi.

    Nel 1948, la leadership giustificava a se stessa ogni massacro commesso, compreso il famigerato massacro di Deir Yassin del 9 aprile, come reazione a un’azione palestinese: poteva trattarsi del lancio di pietre contro l’autobus o dell’attacco a un insediamento ebraico, ma doveva essere presentato all’interno e all’esterno come qualcosa che non arriva dal nulla, come autodifesa. È per questo che l’esercito israeliano si autodefinisce “Forze di Difesa Israeliane”. Ma poiché si tratta di un progetto coloniale dei coloni, non può contare sempre sulla “rappresaglia”.

    Le forze sioniste iniziarono la pulizia etnica durante la Nakba nel febbraio 1948, per un mese tutte queste operazioni furono presentate come ritorsioni all’opposizione palestinese al piano di spartizione delle Nazioni Unite del novembre 1947. Il 10 marzo 1948, la leadership sionista smise di parlare di rappresaglia e adottò un piano generale per la pulizia etnica della Palestina. Dal marzo 1948 alla fine del 1948 la pulizia etnica della Palestina, che portò all’espulsione di metà della popolazione palestinese, alla distruzione di metà dei suoi villaggi e alla de-arabizzazione della maggior parte delle sue città, avvenne come parte di un piano generale sistematico e intenzionale di pulizia etnica.

    Allo stesso modo, dopo l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel giugno 1967, ogni volta che Israele ha voluto cambiare radicalmente la realtà o impegnarsi in un’operazione di pulizia etnica su larga scala, ha rinunciato alla necessità di una giustificazione.

    Oggi assistiamo a uno schema simile. All’inizio le azioni sono state presentate come ritorsione all’operazione Tufun al-Aqsa, ma ora si tratta della guerra denominata “Spade di ferro” che mira a riportare Gaza sotto il diretto controllo israeliano, ma ripulendo etnicamente la sua popolazione attraverso una campagna di genocidio.

    La grande domanda è: perché politici, giornalisti e accademici occidentali sono caduti nella stessa trappola in cui erano caduti nel 1948? Come possono ancora oggi credere all’idea che Israele si stia difendendo nella Striscia di Gaza? Che stia reagendo alle azioni del 7 ottobre?

    O forse non stanno cadendo nella trappola. Forse sanno che ciò che Israele sta facendo a Gaza è usare il 7 ottobre come pretesto.

    In ogni caso, finora, la rivendicazione di un pretesto da parte di Israele ogni volta che aggredisce i palestinesi ha aiutato lo stato a sostenere lo scudo dell’immunità che gli ha permesso di perseguire le sue politiche criminali senza temere alcuna reazione significativa da parte della comunità internazionale.

    Il pretesto ha contribuito ad accentuare l’immagine di Israele come parte del mondo democratico e occidentale, e quindi al di là di qualsiasi condanna e sanzione. L’intero discorso della difesa e della rappresaglia è importante per lo scudo immunitario di cui Israele gode presso i governi del Nord globale.

    Ma come nel 1948, anche oggi Israele, con la sua operazione, rinuncia al pretesto, e questo è il momento in cui anche i suoi maggiori sostenitori hanno difficoltà ad approvare le sue politiche.

    La portata delle distruzioni, le uccisioni di massa a Gaza, il genocidio, sono a un livello tale che gli israeliani hanno sempre più difficoltà a persuadere persino se stessi che ciò che stanno facendo è in realtà autodifesa o reazione. Pertanto, è possibile che in futuro sempre più persone abbiano difficoltà ad accettare questa spiegazione israeliana del genocidio a Gaza.

    Per la maggior parte delle persone è chiaro che ciò che serve è un contesto e non un pretesto. Storicamente e ideologicamente, è molto chiaro che il 7 ottobre viene usato come pretesto per completare ciò che il movimento sionista non è riuscito a portare a termine nel 1948.

    Nel 1948 il movimento coloniale del sionismo utilizzò un particolare insieme di circostanze storiche, di cui ho scritto in dettaglio nel mio libro La pulizia etnica della Palestina, per espellere metà della popolazione palestinese. Come già detto, in questo processo hanno distrutto metà dei villaggi palestinesi, demolito la maggior parte delle città palestinesi, eppure la metà dei palestinesi è rimasta all’interno della Palestina.

    I palestinesi che divennero rifugiati al di fuori dei confini della Palestina continuarono la resistenza e quindi l’ideale coloniale dei coloni di eliminare gli autoctoni non si realizzò e Israele usò progressivamente tutto il suo potere dal 1948 a oggi per continuare con l’eliminazione degli autoctoni.

    L’eliminazione del nativo, dall’inizio alla fine, non comprende solo un’operazione militare, con la quale si occupa un luogo, si massacra la gente o la si espelle. L’eliminazione deve essere giustificata o diventa un’inerzia e il modo per farlo è la costante disumanizzazione di coloro che si intende eliminare.

    Non si può uccidere massicciamente o genocidare un altro essere umano se non lo si disumanizza. Pertanto, la disumanizzazione dei palestinesi è un messaggio esplicito e implicito trasmesso agli ebrei israeliani attraverso il loro sistema educativo, il loro sistema di socializzazione nell’esercito, i media e il discorso politico. Questo messaggio deve essere trasmesso e mantenuto se si vuole completare l’eliminazione.

    Stiamo quindi assistendo a un nuovo, crudele tentativo di completare l’eliminazione. Eppure, non è tutto senza speranza.

    Infatti, ironia della sorte, questa particolare distruzione disumana di Gaza mette in luce il fallimento del progetto coloniale del sionismo. Può sembrare assurdo, perché sto descrivendo un conflitto tra un piccolo movimento di resistenza, il movimento di liberazione palestinese, e un potente stato con una macchina militare e un’infrastruttura ideologica che si concentra esclusivamente sulla distruzione del popolo indigeno della Palestina.

    Questo movimento di liberazione non ha una forte alleanza alle spalle, mentre lo stato che affronta gode di una potente alleanza alle spalle, dagli Stati Uniti alle multinazionali, alle imprese di sicurezza dell’industria militare, ai media mainstream e al mondo accademico mainstream. Stiamo parlando di qualcosa che sembra quasi senza speranza e deprimente, perché c’è questa immunità internazionale per le politiche di eliminazione che iniziano dalle prime fasi del sionismo fino a oggi.

    Sembrerà probabilmente il peggior capitolo del tentativo israeliano di portare le politiche di eliminazione a un nuovo tipo di livello, in uno sforzo molto più concentrato di uccidere migliaia di persone in un breve periodo di tempo, come non hanno mai osato fare prima.

    Come può quindi essere anche un momento di speranza? Prima di tutto, questo tipo di entità politica, uno stato, che deve mantenere la disumanizzazione dei palestinesi per giustificare la loro eliminazione, è una base molto debole se guardiamo a un futuro più lontano.

    Questa debolezza strutturale era già evidente prima del 7 ottobre e parte di questa debolezza è il fatto che, se si toglie il progetto di eliminazione, c’è ben poco che unisce il gruppo di persone che si definiscono come nazione ebraica in Israele.

    Se si esclude la necessità di combattere ed eliminare i palestinesi, rimangono due campi ebraici in guerra, che abbiamo visto combattere nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme fino al 6 ottobre 2023.

    Enormi manifestazioni di ebrei laici, quelli che si definiscono tali (per lo più di origine europea) e che credono che sia possibile creare uno stato democratico e pluralista mantenendo l’occupazione e l’apartheid nei confronti dei palestinesi all’interno di Israele, che si sono confrontati con un nuovo tipo di sionismo messianico che si è sviluppato negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, quello che altrove ho chiamato lo stato di Giudea, che è apparso improvvisamente in mezzo a noi, credendo di avere ora un modo per creare una sorta di teocrazia sionista senza alcuna considerazione per la democrazia, e credendo che questa sia l’unica visione per un futuro stato ebraico.

    Non c’è nulla in comune tra queste due visioni, a parte una cosa: entrambi i campi non si preoccupano dei palestinesi, entrambi i campi credono che la sopravvivenza di Israele dipenda dalla continuazione delle politiche di eliminazione nei confronti dei palestinesi.

    Questo non reggerà. La situazione si disintegrerà e imploderà dall’interno, perché nel XXI secolo non è possibile tenere insieme uno stato e una società sulla base del fatto che il loro senso di appartenenza comune è quello di far parte di un progetto genocida di eliminazione. Può funzionare per alcuni, ma non per tutti.

    Abbiamo già visto un’indicazione in tal senso prima del 7 ottobre: gli israeliani che hanno opportunità in altre parti del mondo grazie alla loro doppia nazionalità, alle loro professioni e alle loro capacità finanziarie, stanno pensando seriamente di trasferire sia i loro soldi che loro stessi fuori dallo stato di Israele.

    Ciò che rimarrà è una società economicamente debole, guidata da questo tipo di fusione tra sionismo messianico, razzismo e politiche di eliminazione nei confronti dei palestinesi.

    Sì, all’inizio il rapporto di forza sarebbe dalla parte dell’eliminazione, non non dalla parte delle vittime dell’eliminazione, ma il rapporto di forza non è solo locale, il rapporto di forza è regionale e internazionale, e più le politiche di eliminazione sono oppressive (ed è terribile dirlo, ma è vero), meno possono essere coperte come una “risposta” o una “rappresaglia” e più vengono viste come una brutale politica di genocidio.

    Pertanto, è meno probabile che l’immunità di cui gode oggi Israele continui in futuro.

    Quindi, penso davvero che in questo momento così buio che stiamo vivendo – ed è un momento buio perché l’eliminazione dei palestinesi è passata a un nuovo livello – sia senza precedenti.

    Per quanto riguarda il discorso utilizzato da Israele, l’intensità e lo scopo delle politiche di eliminazione, non c’è stato un periodo storico simile, questa è una nuova fase della brutalità contro i palestinesi. Persino la Nakba, che fu una catastrofe inimmaginabile, non è paragonabile a ciò che stiamo vedendo ora e a ciò che vedremo nei prossimi mesi.

    A mio avviso, siamo nei primi tre mesi di un periodo di due anni che vedrà il peggior tipo di orrori che Israele possa infliggere ai palestinesi.

    Ma anche in questo momento buio dovremmo capire che quando i progetti coloniali dei coloni si disintegrano, questi usano sempre i mezzi peggiori per cercare di salvare il loro progetto. È successo in Sudafrica e in Vietnam. Non lo dico come un pio desiderio e non lo dico come un attivista politico: Lo dico come studioso di Israele e Palestina, con tutta la sicurezza delle mie qualifiche di studioso. Sulla base di un sobrio esame professionale, affermo che stiamo assistendo alla fine del progetto sionista, non c’è dubbio.

    Questo progetto storico è giunto alla fine ed è una fine violenta – tali progetti di solito crollano violentemente e quindi è un momento molto pericoloso per le vittime di questo progetto, e le vittime sono sempre i palestinesi insieme agli ebrei, perché anche gli ebrei sono vittime del sionismo.

    Quindi, il processo di collasso non è solo un momento di speranza, è anche l’alba che spunterà dopo le tenebre, ed è la luce alla fine del tunnel.

    Un crollo come questo produce però un vuoto. Il vuoto appare all’improvviso; è come un muro che viene lentamente eroso da crepe, ma poi crolla in un breve momento. E bisogna essere pronti a questi crolli, alla scomparsa di uno stato o alla disintegrazione di un progetto coloniale colonizzatore. Abbiamo visto cosa è successo nel mondo arabo, quando il caos del vuoto non è stato riempito da alcun progetto costruttivo e alternativo; in questo caso il caos continua.

    Una cosa è chiara: chi pensa all’alternativa allo stato sionista non deve cercare in Europa o in Occidente modelli che sostituiscano lo stato che sta crollando.

    Ci sono modelli molto migliori che sono locali e sono eredità del passato recente e più lontano del Mashraq (il Mediterraneo orientale) e del mondo arabo nel suo complesso. Il lungo periodo ottomano ha tali modelli e retaggi che possono aiutarci a prendere spunti dal passato per guardare al futuro.

    Questi modelli possono aiutarci a costruire un tipo di società molto diverso, che rispetti le identità collettive e i diritti individuali e che sia costruito da zero come un nuovo tipo di modello che tragga vantaggio dall’apprendimento degli errori della decolonizzazione in molte parti del mondo, compreso il mondo arabo e l’Africa. In questo modo si spera di creare un diverso tipo di entità politica che avrebbe un impatto enorme e positivo sul mondo arabo nel suo complesso.

    *professore di storia e direttore del Centro europeo di studi sulla Palestina dell’Università di Exeter, articolo apparso sul sito www.mps-ti.ch

    Leonardo De Angelis

    5 Marzo 2024
    Internazionale, Palestina
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