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  • Stati Uniti/Israele, cessate ogni intervento militare! Nessuna liberazione con le bombe americane!

    Stati Uniti/Israele, cessate ogni intervento militare! Nessuna liberazione con le bombe americane!

    Di Bureau esecutivo della IV Internazionale

    1. Dopo che vari governi americani, per molti anni, hanno minacciato l’Iran di un attacco militare, gli Stati Uniti, alleati con Israele, hanno lanciato attacchi missilistici e bombardamenti contro il Paese. Trump ha intimato alle forze armate iraniane di arrendersi sotto pena di “morte certa”. L’Iran ha risposto con attacchi contro basi militari americane nel Golfo, e ora incombe la minaccia di una guerra regionale più estesa.
    2. Il pretesto di questa guerra è il fallimento dei negoziati sul programma nucleare iraniano e l’affermazione di Trump secondo cui l’Iran starebbe sviluppando missili a lungo raggio in grado di colpire l’Europa e persino gli Stati Uniti. Lo stesso argomento era stato utilizzato da George W. Bush e Tony Blair nel 2003, quando sostenevano che l’Iraq potesse colpire obiettivi occidentali con un preavviso di soli «45 minuti». L’ipocrisia delle maggiori potenze militari è palese: esse, che dispongono di forze di attacco globali e di armi nucleari, sostengono che l’Iran rappresenti una minaccia reale per popolazioni lontane come quelle di New York. L’Iran aveva acconsentito ad alcune concessioni riguardo al suo programma di arricchimento dell’uranio e si era impegnato ad aprire i suoi giacimenti di gas e petrolio ai mercati americani. Ciò non è bastato a un tiranno bellicoso come Trump, che esige sottomissione e obbedienza totale, sia sul piano personale che geopolitico.
       
    3. Le azioni militari devono essere comprese nel contesto della svolta apertamente aggressiva e colonialista degli Stati Uniti – guidati da un neofascista – nel quadro di una crescente concorrenza tra le potenze imperialiste per l’accesso diretto alle risorse, mentre l’ordine neoliberista e globalizzato si disintegra. Il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores in Venezuela e la conseguente presa di controllo del governo, le minacce di Trump contro la Groenlandia, il genocidio in corso contro i palestinesi e il progetto di “ricostruzione” di Gaza, l’annessione della Cisgiordania e, ora, i bombardamenti su Teheran, fanno parte di questo nuovo ordine mondiale. I primi missili sono stati lanciati da Israele, seguiti da attacchi militari statunitensi condotti dalle sue navi da guerra e portaerei nella regione. Ciò dimostra ancora una volta gli stretti legami militari e politici che uniscono i due paesi.
    4. Se quest’ultima aggressione è in linea con il disprezzo mostrato dalle amministrazioni Trump per il diritto internazionale, la sovranità delle nazioni e il ricorso a minacce e violenza per servire quelli che considerano gli interessi americani, l’attacco di Trump all’Iran è solo l’ultimo capitolo di una lunga storia di aggressioni americane contro l’Iran e il suo popolo. Gli Stati Uniti non hanno mai perdonato all’Iran di aver rovesciato il regime repressivo dello Scià, sostenuto dagli Stati Uniti, durante la rivoluzione popolare del 1979 che pose fine alla monarchia Pahlavi. Da allora, tutti i presidenti americani hanno fatto ricorso a boicottaggi economici e, occasionalmente, ad azioni militari contro il Paese. Tutti hanno cinicamente preteso di sostenere il popolo iraniano contro la dittatura dei mullah, un pretesto fallace per nascondere la loro volontà di controllare la regione e le sue risorse petrolifere.
    5. La recente rivolta popolare contro il governo iraniano e la brutale repressione da parte del regime teocratico iraniano potrebbero indurre alcuni a sostenere l’attacco americano-israeliano, nella speranza di un cambio di regime. Cogliendo l’opportunità di tornare al potere, gli attacchi militari sono stati accolti con favore dai sostenitori di Reza Pahlavi, figlio dello Scià, leader monarchico iraniano in esilio, la cui famiglia è stata rovesciata durante la rivoluzione del 1979. Pahlavi si è recato in Israele nell’aprile 2023 per discutere di un cambio di regime in Iran e non ha mai nascosto la sua speranza che Netanyahu potesse aiutarlo nei suoi progetti di restaurazione.
    6. Nel momento in cui le bombe hanno iniziato a cadere, Trump ha dichiarato al popolo iraniano: «L’ora della vostra libertà è vicina». Questo attacco non ha nulla a che vedere con la liberazione, e nessuno dovrebbe credere che gli Stati Uniti o Israele, le cui mani sono macchiate di sangue a Gaza e altrove, abbiano a cuore la libertà o la felicità dell’umanità. Si tratta di una considerazione strategica geopolitica da parte delle forze dell’imperialismo americano che mirano ad affermare il loro controllo sulla regione. Come abbiamo dichiarato il 5 gennaio: «Rifiutiamo i progetti di “cambio di regime” di Trump e Netanyahu che cercano di imporre una soluzione dall’alto finanziando la corrente monarchica e minacciando un nuovo intervento militare contro l’Iran. Dietro i progetti di Trump si nasconde l’obiettivo esplicito di mettere le mani sulle riserve di energia fossile, come ha chiaramente espresso riguardo al Venezuela» (Contro il regime teocratico e autoritario dell’Iran e le ingerenze imperialiste: solidarietà con la lotta dei popoli dell’Iran).
    7. Il popolo iraniano lotta da anni per rovesciare il governo teocratico iraniano. Le donne iraniane, in particolare, sono state in prima linea in questi movimenti, soprattutto durante il movimento «Donna, Vita, Libertà» nel 2022. L’Iran ha un’importante classe operaia e sindacati attivi, in particolare nel settore petrolifero. Recentemente, dopo il massacro di migliaia di persone da parte del regime nel mese di gennaio, si sono svolte massicce manifestazioni studentesche. Il governo iraniano è debole e si regge solo sulla violenza e sulla paura.
    8. Il rovesciamento del regime iraniano è compito del popolo iraniano, e la Quarta Internazionale sostiene le forze democratiche, anti-imperialiste e di lotta di classe nella loro lotta. 

    Per mobilitazioni mondiali contro la guerra!

    No alla guerra condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran!

    Solidarietà con il popolo iraniano!

    Basta con l’imperialismo americano e il colonialismo israeliano!

    Leonardo De Angelis

    1 Marzo 2026
    Internazionale
  • A Lione, le conseguenze deplorevoli del fascismo imperante

    A Lione, le conseguenze deplorevoli del fascismo imperante

    Di NPA-L’Anticapitaliste

    La morte di un attivista di estrema destra, avvenuta il 14 febbraio a Lione, ha dato il via a un’offensiva politica e mediatica contro il movimento antifascista e la sinistra, in un contesto di crescente violenza dell’estrema destra e di crescente fascismismo.

    Dopo anni di allarmi sulla creazione di violenti gruppi neonazisti, la deplorevole morte di un attivista nazionalista di estrema destra, che era stato coinvolto nel gruppo monarchico Action française ed era membro del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin, ha riportato in primo piano la situazione del movimento sociale di opposizione all’estrema destra a Lione.

    Il contesto di Lione

    È stato a margine di un incontro pubblico con Rima Hassan, membro del Parlamento europeo del gruppo LFI, che il collettivo Nemesis è venuto, come fa regolarmente da più di due anni in molti luoghi, per provocare.

    Questa volta è successo a Lione, dove gruppi politici di sinistra, collettivi antirazzisti, gruppi di solidarietà con la Palestina, librerie e persone razzializzate sono da anni vittime di attacchi da parte di gruppi violenti, razzisti e virili, sviluppando di conseguenza strategie di autodifesa.

    Questi gruppi di estrema destra prendono di mira luoghi, eventi o persone, senza alcuna reazione da parte dello Stato.

    L’estrema destra e il razzismo uccidono

    L’estrema destra e la sua ideologia uccidono. Secondo alcuni studi, dei 53 omicidi motivati ideologicamente commessi tra il 1986 e il 2021, il 90% è stato perpetrato dall’estrema destra. Pensiamo a Federico Martín Aramburú, ucciso a colpi d’arma da fuoco da Loïk Le Priol e Romain Bouvier nel 2022, membri del GUD (un gruppo fascista di estrema destra). Ricordiamo anche Clément Méric, attivista antifascista ucciso dall’estrema destra nazionalista nel 2013.

    Non dimentichiamo il recente omicidio razzista di Ismaël Aali, vittima di un omicidio razzista a sud di Lione, o quelli di Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Mustafa e Ahmid, Hichem Miraoui o Aboubakar Cissé, anch’essi per motivi razzisti, e in particolare islamofobi per quest’ultimo.

    La demonizzazione della sinistra radicale

    La copertura mediatica è sproporzionata. Serve gli interessi di coloro che, da anni, demonizzano una sinistra che non si arrende e degli attivisti che si oppongono al fascismo sul campo.

    Solo pochi giorni fa, il Ministero dell’Interno aveva classificato LFI come partito di estrema sinistra per le elezioni comunali. Oggi, Gérald Darmanin lo definisce “la milizia di Mélenchon ” .

    La normalizzazione e la banalizzazione dell’estrema destra e delle sue idee razziste, maschiliste e LGBTQIAfobe hanno raggiunto nuovi picchi negli ultimi due anni.

    Sono la conseguenza di politiche antisociali e securitarie perseguite per decenni da governi successivi, che riecheggiano idee razziste e frontiere chiuse. Sono la conseguenza di un’unione e di un’opposizione politica messe a tacere e represse dai vari governi Macron.

    Costruire un fronte di massa

    Negli ultimi giorni a Lione, fascisti armati hanno “pattugliato” le strade per vendetta. Hanno attaccato le sedi di organizzazioni politiche e sindacali come La France Insoumise (LFI) e Solidaires, così come la libreria La Plume Noire. Attivisti antifascisti, in particolare quelli dell’ex Jeune Garde (Giovane Guardia), sono stati pubblicamente accusati di omicidio e hanno ricevuto minacce di morte, poiché i loro dati personali sono trapelati online. Offriamo loro il nostro pieno sostegno.

    I fascisti idealizzano e romanticizzano la violenza e la morte e minacciano la nostra fazione, quella degli sfruttati e degli oppressi, mentre l’antifascismo lotta per l’uguaglianza e la giustizia.

    Esistono diverse forme di lotta. Ma non ci sono scorciatoie per combattere il fascismo. Per contrastarlo, è necessaria l’unità – e non solo nelle elezioni – tra le forze sindacali e politiche impegnate nella trasformazione sociale.

    Più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte di massa unito, capace di respingere i fascisti alle urne, ma soprattutto nelle strade, nei quartieri, nelle attività commerciali.

    C’è un bisogno urgente di mantenere una linea antifascista unita, popolare e di massa di fronte all’imminente ondata di razzismo. Antifascisti finché sarà necessario!

    Articolo pubblicato sul sito:

    https://inprecor.fr/npa-lanticapitaliste

    Leonardo De Angelis

    24 Febbraio 2026
    Internazionale
  • Una flotilla per l’Avana, sfida agli Usa nei Caraibi

    Una flotilla per l’Avana, sfida agli Usa nei Caraibi

    Di Claudia Fanti

    Cuba non va lasciata sola: se la risposta dei governi al blocco petrolifero deciso da Trump è in generale timida e inadeguata, è ora che intervengano i popoli. Per questo, seguendo l’esempio della Global Sumud Flotilla per Gaza del 2025, l’Internazionale Progressista – l’organizzazione ispirata da Bernie Sanders e Yanis Varoufakis e sostenuta dall’ex leader laburista britannico Jeremy Corbyn, dalla deputata democratica Usa Rashida Tlaib e dall’attivista statunitense David Adler – ha annunciato il lancio di una flotilla con l’obiettivo di portare a Cuba alimenti, medicinali e altri beni essenziali il prossimo marzo, aggirando simbolicamente il blocco imposto da Washington.

    «We are sailing to Cuba», si legge sul sito della Progressive International, dove viene presentata la missione, denominata «Nuestra América», che terrà oggi la sua prima assemblea: «L’amministrazione Trump – si legge nel primo comunicato ufficiale – sta strangolando l’isola, interrompendo il rifornimento di carburante, i voli e le forniture di beni di prima necessità», con conseguenze letali per la popolazione, e in particolare per neonati, anziani e malati. Così, per forzare l’embargo Usa – di cui le Nazioni Unite hanno chiesto 30 volte la revoca, l’ultima delle quali nell’ottobre scorso – la flotilla salperà da più punti del Mar dei Caraibi, proprio dove i militari statunitensi fanno fuoco contro le presunte imbarcazioni di narcotrafficanti: già una quarantina gli attacchi, l’ultimo dei quali venerdì, quando sono state uccise tre persone, per un totale di 133 vittime in cinque mesi.

    «Quando i governi impongono punizioni collettive, la gente comune ha la responsabilità di agire: rompere l’assedio, portare cibo e medicine e dimostrare che la solidarietà può attraversare qualsiasi confine o mare», ha dichiarato David Adler, che ha già preso parte alla flotilla per Gaza. E la gente comune ha risposto: da Città del Messico a Bogotà, da Barcellona a Detroit, i volontari si stanno facendo avanti per equipaggiare le navi, raccogliere rifornimenti e «aprire nuove rotte di solidarietà». Nella consapevolezza, come ha evidenziato Thiago Avila, coordinatore della Global Sumud Flotilla, che «questa iniziativa porterà più di semplici aiuti. Rompendo il blocco statunitense sull’isola, la missione trasmette il messaggio che il popolo cubano non è solo».

    Tanto più che quel blocco, ha denunciato Corbyn, «ha cercato per più di sessant’anni di soffocare l’esempio di un paese che, nonostante l’incessante pressione economica, ha costruito un sistema sanitario universale e un’aspettativa di vita paragonabile o addirittura superiore a quella degli Usa».

    Articolo pubblicato su: https://ilmanifesto.it/

    Leonardo De Angelis

    23 Febbraio 2026
    Internazionale
  • 2022-2026 (24 febbraio), Russia-Ucraina, un’occasione per scegliere

    2022-2026 (24 febbraio), Russia-Ucraina, un’occasione per scegliere

    Di Fabrizio Burattini

    Si avvicina (manca ormai solo una settimana) il quarto anniversario dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Come sappiamo, ogni anniversario, dal banale capodanno alle ricorrenze più significative, è solo una formalità, un modo come un altro per ricordare un evento, per misurare, a colpi di multipli di 365, quanti giorni ci separano da quell’evento, con il solo scopo, come ci dice Francesca Mannocchi, di “ridurne l’enormità a una coordinata riconoscibile, un giorno, una data, un numero tondo… che ci invita a tornare lì, come se bastasse fissare un punto sul calendario per mettere in fila ciò che è accaduto… per cercare un appiglio nel disordine della storia”.

    Dunque, cogliamo l’occasione, quell’occasione che abbiamo cercato di inseguire per tutti i 1.460 giorni che ci separano da quel 24 febbraio 2022, per fare il punto. Quella data l’abbiamo vista e rivista in tutti i nostri vecchi e nuovi media, come un urto squassante, che ci risvegliava dal torpore di chi si pensava lontano dalle decine di guerre che devastavano il mondo. Il risveglio dall’ipocrisia del “rispetto del diritto internazionale”, dalla falsità delle letture geopolitiche che trascurano le sofferenze dei popoli, un risveglio che ci ha riportati alla cruda realtà della legge del “più forte”. Vedevamo all’opera in città come Mariupol, Kharkiv, Odessa, la stessa Kiev, cioè in città che assomigliavano in tutto e per tutto alle nostre, il sangue e le distruzioni della guerra, di una guerra imperiale.

    Ma, nella sinistra, solo per poche e per pochi quell’urto ha avuto il significato di avrebbe meritato. Per i più quell’aggressione è apparsa (o meglio è convenuto che apparisse) per quello che non era. La quasi totalità della sinistra, in particolare quella italiana (pur con le sue diverse sfumature), ha voluto descriverla come un’inevitabile risposta all’”aggressione dell’Occidente”, come una “guerra proxy” tra la malvagia NATO e la “povera” Russia. Con una sinistra che, in Italia, ma purtroppo non solo, è riuscita a non fare nessuna minima mobilitazione, se non per rivendicare in maniera idiota e criminale, la “fine delle sanzioni” contro l’aggressore e il “disarmo” dell’aggredito, interpretando, in maniera (scusate la ripetizione) idiota e criminale, il fastidio di tanti italiani per una guerra che metteva in discussione i traffici con gli oligarchi capitalisti russi come “pacifismo”, e trascurando al contrario la commozione che tanti altri italiani (certamente molti di più dei “pacifisti”) provavano per le immagini di sofferenza e distruzione che venivano da oriente. E interpretando la solidarietà popolare con la resistenza del popolo ucraino come “subalternità alla propaganda imperialista”.

    Per non parlare di coloro (non pochi e soprattutto “autorevoli”, come gli storici Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero, il vignettista Vauro e il grillino della prima ora Alessandro Di Battista), che si mobilitavano contro la “russofobia”, per cercare di suscitare (occorre dire con innegabili successi nella bolla della cosiddetta “sinistra radicale”) una solida “russofilia”.

    In realtà, Putin, prima di Trump e dello stesso Netanyahu, comprese che era giunta l’ora di lasciar perdere l’ipocrisia delle “guerre giuste”, del rispetto formale delle “regole”, del “diritto internazionale” e di tutte quelle altre sciocchezze “woke” e “buoniste”. Occorre riconoscergli il “merito” di essere stato l’apripista della nuova epoca, il maestro che magari poi potrà essere superato dagli allievi, ma che resta sempre l’esempio, il modello, l’“originale”.

    Non a caso (lo abbiamo citato più volte, ma ribadirlo non fa mai male) Lavrov, il braccio destro di Putin, ha paragonato il genocidio di Netanyahu a Gaza all’operazione speciale del Cremlino in Ucraina. E, soprattutto, a dimostrare la “connessione sentimentale” c’è stato l’incontro del ferragosto 2025 in Alaska tra Trump e Putin, con tanto di tappeto rosso e strette di mano tra “compari”.

    Ma quell’urto del 24 febbraio 2022, per me e, ahimé, per poche e pochi altri della sinistra, è stato anche un brusco risveglio di fronte a una crisi della sinistra che certo preesisteva ma che credo nessuno di noi riteneva così devastante e irreparabile. Abbiamo assistito ad una sinistra che civettava in maniera sfacciata con il “pacifismo” di certa destra, che, in nome del “no agli aiuti militari all’Ucraina”, guardava con sempre maggiore interesse al Movimento 5 Stelle, tanto da esaltarne l’ingresso nel gruppo europarlamentare della Sinistra a Strasburgo (dopo il fallimento dello sposalizio tra lo stesso M5S con gli ultrareazionari inglesi di Farage), tanto da abbracciare le fake news propagate dal Cremlino sul “sangue finto” e sulla “messa in scena” dell’eccidio di Bucha.

    Tanto, soprattutto, in 4 anni, in 48 mesi, in 1.460 giorni, da non dire una parola sulle responsabilità di quella guerra e di quei massacri, salvo attribuirle al “fascista Zelensky” o a Joe Biden e Boris Johnson, assolvendo in tutto e per tutto il neozarismo di Putin e della sua oligarchia. Tanto da non dare mai la parola alla sinistra di quelle parti (né a quella ucraina né a quella russa), considerata in blocco “filoimperialista”, una delle tante “marionette” dell’Occidente.

    Peraltro, gran parte di quella stessa sinistra ha guardato con un certo compiacimento al “cambio della guardia” verificatosi alla Casa Bianca di Washington poco più di un anno fa, ritenendo che la fine dell’era dei certamente pessimi democratici (Joe Biden e Kamala Harris) segnasse un passo avanti nella crisi del giustamente odiato Occidente. E neanche le imprese che Trump è riuscito a inanellare in poco più di 12 mesi di “regno” non sono bastate a suscitare un qualche ripensamento. Neanche il vedere che Trump, dopo aver acquisito la partecipazione al suo “Board of Peace” della Bielorussia del vassallo di Putin, Aljaksandr Lukašėnka, ha invitato lo stesso suo amico Putin a entrare a farne parte, neanche quello ha suscitato anche solo un fremito di nuova e più attenta e più ponderata considerazione nella nostra “sinistra”.

    Durante questi anni, dopo aver digerito nei decenni scorsi sequele di epiteti usati come insulti, ma che io invece potevo interpretare come giusti riconoscimenti della mia pratica politica (“estremista”, “comunista”, “sovversivo”, “trotskista”, ecc.), ho cominciato a sentire, da persone, “compagni” con i quali avevo condiviso idee e battaglie, altri e più malevoli insulti, come “filoamericano”, “servo della Nato”, “filoimperialista”, per i meno cattivi “democraticista”. Epiteti che inizialmente mi hanno ferito ma che poi mi sono serviti solo a considerare purtroppo conclusa una stagione nella quale c’era una “sinistra”, della quale (pur tra tante discussioni aperte e altrettanti distinguo) mi ritenevo parte. 

    In questi quattro anni, parecchi mi hanno detto “Sei fissato sull’Ucraina”. Sì, sono fissato, non perché ritenga che i crimini di Putin in Ucraina siano più gravi di quelli di Netanyahu a Gaza o di quelli perpetrati da Trump in Iran, nei Caraibi, in Venezuela, o prima dai due Bush o dai presidenti “democratici” Clinton, Obama, Biden, in giro per il mondo. No, ma perché ritengo che l’indifferenza di parte della sinistra sull’Ucraina non sia distrazione, ma costituisca una chiara e persino rivendicata complicità con i criminali di questa nuova fase della storia, una complicità dalla quale, per coerenza con me stesso, voglio chiamarmi fuori.

    Leonardo De Angelis

    19 Febbraio 2026
    Internazionale
  • No Kings: il 28 marzo a Roma mobilitazione nazionale contro le destre

    No Kings: il 28 marzo a Roma mobilitazione nazionale contro le destre

    Di Redazione Karl&Rosa

    In contemporanea con la manifestazione “Together” a Londra

    Le cifre dell’assemblea di Bologna: oltre 2mila presenze e più di 3mila persone collegate online, per 160 interventi in due giorni.

    Appuntamento il prossimo 28 marzo a Roma per la mobilitazione nazionale “Together”, in contemporanea con l’omonima manifestazione indetta dai movimenti sociali a Londra contro le destre. È questa la data verso cui converge l’agenda politica emersa dall’Assemblea nazionale “O Re o Libertà”, svoltasi il 24 e 25 gennaio al TPO di Bologna, che prevede anche un’assemblea nazionale di preparazione il 1° marzo a Roma.

    «Lanciamo un appello a tutte e tutti gli artisti, e agli esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo, ad aderire all’iniziativa per una giornata di protesta internazionale nella Capitale, con un concerto finale, così come si sta organizzando a Londra».

    La due giorni di Bologna è stata promossa, tra gli altri, dalla Rete No DL Sicurezza “A Pieno Regime” e dalla Campagna europea Stop Rearm Europe, che insieme hanno dato vita al percorso di Convergenza sociale “No Kings – Contro i Re e le loro guerre”. Un percorso che ha coinvolto centinaia di reti e organizzazioni sociali e politiche in un confronto che segna una nuova fase di programmazione del movimento contro guerra e autoritarismo.

    Oltre 2mila le persone presenti e più di 3mila quelle collegate in streaming, per un totale di 160 interventi in due giorni: numeri che raccontano il successo di un’assemblea caratterizzata da una partecipazione ampia e dal basso, a dimostrazione del forte bisogno di confronto e di autorganizzazione. Un’esigenza che nasce dalla necessità di elaborare nuove pratiche di resistenza per difendere la democrazia dall’economia di guerra e dall’avanzata dello Stato di polizia, alimentata dal piano di riarmo europeo e dalle nuove misure repressive, dai pacchetti sicurezza ai DDL Gasparri-Delrio.

    «Oggi apriamo insieme uno spazio politico nuovo che, per nascere, rompe con il mondo vecchio che, da Minneapolis all’Iran, pur di conservare il potere reprime e uccide. Lo abbiamo fatto attraversando la nostra pluralità: dagli spazi sociali attaccati dal governo Meloni alle associazioni cattoliche, dai sindacati alle ONG, fino ai partiti. Da qui non torniamo indietro. Nelle prossime settimane attraverseremo l’Italia e l’Europa con un calendario di respiro nazionale e internazionale: Roma, Napoli, Torino. E ancora Berlino, Zagabria, Bruxelles, verso uno sciopero generale europeo».

    Il calendario “No Kings”

    Verso l’asse Roma–Londra “Together” del 28 marzo

    • 31 gennaio – Torino: con Askatasuna, al corteo nazionale contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali.
    • 14 febbraio – Napoli: manifestazione regionale per la difesa degli spazi sociali.
    • 21 febbraio – Roma: manifestazione antifascista per Valerio Verbano.
    • 5 marzo – Germania e Italia: giornata di mobilitazione territoriale contro la guerra, durante la manifestazione contro la leva militare in Germania “Guerra alla guerra”.
      In questo periodo sono previste anche azioni conflittuali diffuse nei territori contro l’industria bellica, come a Vicenza contro la base militare statunitense Dal Molin.
    • 22–23 marzo: referendum sulla giustizia. Posizione netta per il NO alla riforma Nordio e partecipazione attiva alle campagne territoriali.
    • 23–29 marzo: Housing Action Days, settimana di mobilitazione europea per il diritto all’abitare.
    • 28 marzo – Roma: TOGETHER, insieme. In parallelo con la grande manifestazione di Londra contro l’estrema destra, mobilitazione nazionale della convergenza No Kings.
      È prevista un’assemblea di preparazione il 1° marzo a Roma.
    • Data territoriale intermedia (marzo): mobilitazioni contro la torsione autoritaria (nuovo DL Sicurezza, DDL Gasparri) e contro le zone rosse.
    • 1° maggio: Festa delle lavoratrici e dei lavoratori. Giornata transnazionale di lotta, dagli Stati Uniti all’Europa.
    • 7–8 maggio – Venezia: manifestazione contro la presenza del padiglione israeliano alla Biennale.
    • Maggio – Zagabria: incontro europeo per discutere il nuovo spazio politico continentale.
    • 14 giugno – Bruxelles: mobilitazione contro riarmo e guerra, in un percorso condiviso che coinvolga anche il mondo del lavoro e i sindacati europei.

    Leonardo De Angelis

    12 Febbraio 2026
    Ecosocialismo, Internazionale
  • Le libertà curde dovrebbero essere sacrificate in nome della centralizzazione della Siria?

    Le libertà curde dovrebbero essere sacrificate in nome della centralizzazione della Siria?

    Di Daher Joseph

    Nonostante il cessate il fuoco tra il governo di al-Sharaa e le SDF, il presidente non fornisce sufficienti garanzie in merito alla protezione dei curdi siriani, afferma Joseph Daher. 

    Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha firmato un accordo di cessate il fuoco con le Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi il 18 gennaio 2026. © GETTY

    Nonostante l’accordo raggiunto martedì tra il governo di Ahmed al-Sharaa e le Forze democratiche siriane curde (SDF) su un nuovo cessate il fuoco, nel Paese continuano gli scontri e le tensioni interne.

    Le SDF hanno chiesto una mobilitazione generale dei curdi per difendere i loro territori dalle offensive militari del governo, che mirano a consolidare il suo potere in Siria.

    Settimane di combattimenti hanno visto le forze armate governative avanzare nei quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh ad Aleppo, provocando lo sfollamento forzato di oltre 100.000 civili. Ciò è culminato nella conquista da parte delle forze governative di ampie porzioni delle province di Deir ez-Zor e Raqqa in seguito al ritiro delle SDF.

    L’offensiva militare di Damasco ad Aleppo, così come in altre aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF), è avvenuta dopo la scadenza del 31 dicembre 2025, prevista dall’accordo del 10 marzo 2025. Mediato da Washington tra il presidente siriano ad interim Ahmed al-Sharaa e Mazloum Abdi, capo delle SDF, questo accordo mirava a integrare le ali civili e militari delle SDF nello Stato. Tuttavia, la situazione di stallo politico persisteva.

    Inoltre, l’escalation militare è avvenuta appena due giorni dopo un incontro a Damasco tra le autorità siriane e le SDF, a cui ha partecipato personale militare statunitense. È chiaro che, durante i negoziati in corso, le autorità siriane stavano elaborando un piano per lanciare un’operazione militare prima ad Aleppo e poi estenderla ad altre aree controllate dalle SDF. Hanno mobilitato diverse tribù arabe – che erano in contatto con al-Sharaa da tempo – a Deir ez-Zor e Raqqa per preparare un’offensiva generale contro le SDF.

    Tutto ciò è stato fatto con il sostegno della Turchia e con il via libera di Washington.

     Incertezze

    Il cessate il fuoco iniziale del 18 gennaio e l’accordo in 14 punti prevedevano l’ingresso delle forze armate siriane nel nord-est del Paese e l’integrazione delle SDF nell’esercito nazionale. Tuttavia, ciò non ha impedito l’escalation militare del governo.

    Martedì 20 gennaio è stato raggiunto un nuovo accordo. L’agenzia di stampa araba siriana (SANA) ha annunciato che le forze governative siriane non sarebbero entrate nei centri urbani di al-Hasakah e Qamishli e sarebbero rimaste nelle periferie. Damasco ha inoltre dichiarato che le forze militari siriane non sarebbero entrate nei villaggi curdi e che non vi sarebbero state presenti forze armate, ad eccezione delle forze di sicurezza locali composte dagli abitanti della regione.

    Inoltre, secondo SANA, Abdi dovrebbe “proporre un candidato delle SDF per la carica di viceministro della Difesa, nonché un candidato per la carica di governatore di Hasakah, nomi per la rappresentanza parlamentare e un elenco di persone da impiegare nelle istituzioni statali siriane”. Tuttavia, permane una notevole incertezza circa la fattibilità di questi accordi e la loro attuazione.

    Allo stesso tempo, la situazione nel famigerato campo di al-Hol a Hassakeh, che ospita famiglie e affiliati dello Stato Islamico (IS), sta suscitando reale preoccupazione, con allarmanti segnalazioni di centinaia di membri dell’IS in fuga.

     Sostegno estero

    Mentre gli Stati Uniti (insieme alla Francia) stavano ufficialmente lavorando per allentare le tensioni tra i due attori e nonostante la loro partnership di lunga data con le SDF nella lotta contro lo Stato islamico, Washington non ha esercitato alcuna pressione significativa per porre fine alle azioni militari del governo siriano.

    In realtà, gli Stati Uniti sono diventati un importante sostenitore delle nuove autorità al potere, come dimostrano i numerosi incontri tra Trump e al-Shara, nonché la revoca delle sanzioni Caesar nel dicembre 2025. Da parte sua, Ankara sta facendo pressione sulle SDF affinché si sciolgano e si integrino nell’esercito siriano. Vale la pena notare che la Turchia considera questo gruppo una propaggine del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che classifica come organizzazione terroristica. I funzionari turchi hanno ripetutamente ribadito, fin dall’inizio dell’offensiva militare del governo siriano, la loro disponibilità a combattere le forze curde siriane al fianco dell’esercito siriano.

    Dalla caduta del regime di Assad, la Turchia è diventata uno degli attori regionali più importanti in Siria, in particolare nel nord del Paese. Sostenendo le autorità siriane dominate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), Ankara ha consolidato la sua influenza sul Paese.

    Oltre alla pressione per il ritorno dei rifugiati siriani e al desiderio di sfruttare le opportunità economiche offerte dalla ricostruzione, l’obiettivo principale della Turchia è quello di impedire le aspirazioni curde all’autonomia, percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale, e di smantellare l’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES).

     Punti deboli

    In pochi giorni, le autorità siriane al potere hanno conquistato due terzi del territorio controllato dalle SDF. Oltre alle immediate implicazioni geostrategiche, questa rapida avanzata evidenzia anche i limiti del progetto politico dell’AANES tra le popolazioni non curde, in particolare quelle arabe. Nel corso degli anni, segmenti della popolazione araba hanno protestato contro la discriminazione, le pratiche di “sicurezza” mirate, l’incarcerazione di attivisti e la mancanza di una vera rappresentanza all’interno delle istituzioni dell’AANES.

    Invece di elaborare strategie per ottenere il consenso delle classi lavoratrici arabe nelle aree sotto il loro controllo, la leadership delle SDF ha collaborato con i capi tribù per gestire le popolazioni locali. Questi capi tribù sono noti per cambiare le loro alleanze a seconda degli attori politici più potenti del momento e per concentrarsi sulla difesa dei propri interessi materiali. Quando l’equilibrio di potere si è spostato a favore di Damasco, i capi tribù hanno seguito l’esempio.

    Inoltre, la fiducia mal riposta della leadership delle SDF nel continuo sostegno americano, unita alla sua mancanza di interesse nel costruire alleanze politiche più ampie e profonde con le forze democratiche e progressiste del Paese, ha indebolito la sostenibilità del suo progetto politico. La Turchia ha anche bombardato aree di Qamishli la scorsa notte, ed è ampiamente riconosciuto che ha fornito un significativo supporto logistico durante le recenti operazioni militari.

     Centralizzazione del potere

    In definitiva, la recente offensiva militare delle forze armate governative deve essere intesa come parte del tentativo in corso da parte delle attuali élite al potere in Siria di centralizzare il potere e rifiutare qualsiasi percorso più inclusivo per il futuro della Siria.

    Questo è quanto accaduto dopo la caduta di Assad. Nei mesi successivi, sotto la guida di Ahmed al-Sharaa, sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani, tra cui massacri di popolazioni alawite e druse sulla costa e a Sweida. Parallelamente a questi attacchi, le autorità al potere hanno anche cercato di limitare i diritti e le libertà democratiche.

    Inoltre, le autorità al potere e i loro sostenitori sono accusati di aver rilasciato dichiarazioni aggressive contro i curdi e le SDF, con numerose accuse di marcato razzismo e violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative e dai gruppi armati affiliati.

    Ad esempio, il ministro siriano degli Affari religiosi (Awqaf), Mohammad Abu al-Khayr Shukri, ha emanato una direttiva religiosa invitando le moschee di tutto il Paese a celebrare quelle che ha definito le “conquiste e le vittorie” delle forze schierate con Damasco nella Siria orientale e a pregare per il successo dei soldati dell’Esercito arabo siriano.

    Inoltre, il suo specifico incoraggiamento alla menzione del versetto 6 della Sura Al-Anfal del Corano suggerisce il desiderio di fare riferimento alla campagna militare di Anfal di Saddam Hussein del 1988 contro i curdi in quello che oggi è il Kurdistan iracheno, una campagna segnata da attacchi chimici, massacri e distruzione diffusa. Nonostante questo contesto profondamente preoccupante, i leader regionali e internazionali continuarono a sostenere le autorità siriane al potere, legittimando e rafforzando così il loro controllo sul Paese.

    Pertanto, nonostante al-Charaa conceda diritti linguistici, culturali e di cittadinanza alla popolazione curda della Siria, nonché posizioni ufficiali all’interno dello Stato, persistono timori legittimi.

    La priorità assoluta per le forze progressiste e democratiche in Siria oggi è porre fine allo spargimento di sangue, consentire il ritorno in sicurezza dei civili sfollati e combattere l’incitamento all’odio e le pratiche settarie nel Paese. Il futuro della Siria è in gioco. In effetti, le nuove autorità al potere hanno dimostrato che i loro piani non rappresentano una rottura radicale con le pratiche autoritarie del vecchio regime.

    Damasco non ha ancora proposto alcun piano per una rappresentanza politica democratica e inclusiva o per la condivisione del potere. Tutti i siriani che aspirano alla democrazia, alla giustizia sociale e all’uguaglianza dovrebbero essere consapevoli di queste dinamiche e combatterle con tutte le loro forze.

    Leonardo De Angelis

    26 Gennaio 2026
    Internazionale
  • Elezioni presidenziali in Portogallo: una nuova avanzata neofascista

    Elezioni presidenziali in Portogallo: una nuova avanzata neofascista

    Di Jorge Costa

    Un ex leader del Partito Socialista e il capo dei neofascisti si affronteranno al secondo turno delle elezioni presidenziali che confermano la svolta a destra del Portogallo. La concentrazione dei voti sul Partito Socialista ha relegato la sinistra a nuovi minimi storici.

    I voti complessivi espressi dai candidati del governo di destra e dei partiti ultraliberali e neofascisti hanno superato la metà del totale. Ciononostante, il candidato in testa è stato António José Seguro (31%, 1,7 milioni di voti). Seguro ha guidato il Partito Socialista tra il 2011 e il 2014, anni durante i quali il PS, pur non facendo parte del governo, ha collaborato all’attuazione del programma di austerità sotto la Troika.

    Marques Mendes, sostenuto dai partiti al governo PSD e CDS, si è classificato al quinto posto (11%), dietro ad André Ventura, leader del partito neofascista Chega (23,5%), e Cotrim Figueiredo, eurodeputato ultraliberale (16%). La sera delle elezioni, con sorpresa generale, il candidato del PSD e il Primo Ministro, così come l’Iniziativa Liberale, hanno annunciato che non avrebbero appoggiato alcun candidato per il secondo turno, previsto per l’8 febbraio.

    Sebbene favorito nei primi sondaggi, l’ufficiale militare Gouveia e Melo, ex capo della Marina, si è classificato quarto con il 12% dei voti. La notte delle elezioni, questo outsider senza alcuna formazione politica – che si è fatto un nome come responsabile del programma di distribuzione del vaccino contro il Covid-19 e che si definisce “né di sinistra né di destra” – è rimasto in silenzio sul secondo turno.

    Nonostante la forte presenza dei candidati dell’estrema destra, i risultati del primo turno sono stati accolti con sollievo dalla sinistra: gli ultimi sondaggi indicavano un pareggio tecnico tra Seguro, Ventura e Cotrim. Per evitare un ballottaggio tra l’ultraliberale e il neofascista, si è concentrata disperatamente la maggioranza dei voti sul candidato socialista. Così, i candidati dei tre partiti di sinistra – che insieme avevano ottenuto il 9% alle elezioni parlamentari dello scorso maggio – hanno ottenuto questa volta il 4,5%. Il partito Livre (Verdi Europei, 4% alle elezioni parlamentari) ha visto il suo candidato, Jorge Pinto, retrocedere allo 0,7%. Il candidato del Partito Comunista (3% a maggio) ha ottenuto l’1,6%. È stata la candidata del Bloco de Esquerda, Catarina Martins (ex coordinatrice del partito e attuale eurodeputata), ad avere la meglio, riuscendo a mantenere il 2% ottenuto dal Bloco a maggio.

    Questo risultato è dovuto all’eccezionale performance di Catarina, che è emersa dai dibattiti televisivi con oltre il 5% nei sondaggi. Unica donna tra undici candidati, ha dato voce alle questioni sociali e ha sostenuto lo sciopero generale di dicembre, concentrandosi sul costo della vita e sulla speculazione immobiliare, nonché sulla situazione internazionale, essendo l’unica candidata a sostenere apertamente il ritiro del Portogallo dalla NATO.

    Neofascisti alla testa della destra

    In ogni caso, è già una grande vittoria per l’estrema destra: il semplice mantenimento della maggioranza parlamentare è stato sufficiente per qualificarsi al secondo turno. Ora, qualsiasi cosa Ventura riesca a sostenere lo aiuterà a proclamarsi leader del “campo non socialista”, un termine reso popolare in televisione per descrivere una destra che, sia nella sua retorica che nelle azioni di governo, ha cancellato ogni confine con il neofascismo. Lo stesso Primo Ministro ha promosso il suo candidato attaccando “gli estremisti” – Ventura e… Seguro! In questa generale trumpizzazione del discorso di destra, l’originale ha sempre la meglio sulle copie.

    Tutti i sondaggi indicano un comodo vantaggio per António José Seguro su Ventura al secondo turno. Il rifiuto del neofascista rimane diffuso, anche tra molti elettori di destra. Tuttavia, è difficile prevedere con certezza la reazione a questa inedita dichiarazione di equidistanza dalla “destra democratica”, sia tradizionale che ultraliberale, sebbene diversi membri del governo e leader del partito Ile-de-France abbiano già dichiarato il loro sostegno al “moderato” Seguro. Quel che è certo è che in questo secondo turno, Ventura otterrà migliaia di voti dagli elettori di destra che voteranno per la prima volta per un neofascista. Il suo obiettivo sarà quello di superare la percentuale ottenuta dal PSD di Luís Montenegro lo scorso maggio e diventare così il leader di destra con il maggior numero di voti e candidarsi come prossimo Primo Ministro. L’attuale governo di minoranza, sostenuto da Chega per l’approvazione delle sue leggi e dal PS per l’approvazione del bilancio dello Stato, potrebbe uscire ancora più indebolito da queste elezioni presidenziali.

    La sinistra al suo livello più basso storico

    Le sconfitte elettorali subite dalla sinistra, sia nelle elezioni parlamentari che in quelle presidenziali, hanno spinto gli attivisti a riflettere sulla frammentazione delle sue fila. Negli ultimi tre anni, l’unica occasione in cui la sinistra ha avuto una reale influenza sul dibattito pubblico e si è confrontata con l’opinione pubblica è stato lo sciopero generale dello scorso dicembre, indetto congiuntamente dai sindacati CGTP e UGT contro le nuove leggi sul lavoro che il governo vuole imporre. Il successo dello sciopero ha messo Ventura sulla difensiva: ha smesso di accusare lo sciopero di essere opera dell’estrema sinistra e si è offerto di “dialogare” con gli scioperanti per ascoltare le loro legittime richieste. Lo sciopero ha anche costretto Seguro a promettere che, se eletto presidente, avrebbe posto il veto alle nuove leggi sul lavoro.

    Con o senza una crisi politica all’orizzonte, la sinistra deve, nel quadro della resistenza sociale, lavorare per dialoghi che le consentano di evitare l’emarginazione politica. L’esperienza dello sciopero è un segno della via da seguire: maggiore partecipazione alle lotte e sul fronte extra-partigiano, maggiore impegno di solidarietà contro il fascismo, più spazi comuni per comprendere le sfide di questo periodo e cercare piattaforme comuni: queste sono le condizioni essenziali affinché esista un’alternativa unitaria nel prossimo ciclo elettorale, un’alternativa percepita come credibile e non come fonte di divisione

    Articolo pubblicato sul sito: https://alencontre.org/

    Leonardo De Angelis

    25 Gennaio 2026
    Internazionale
  • La fantasia preferita dell’Occidente: una Repubblica islamica “responsabile”

    La fantasia preferita dell’Occidente: una Repubblica islamica “responsabile”

    Di Siyavash Shahabi

    Sembra che la visione di Trump sullo stato fascista dell’Iran e una grossa fetta della sinistra occidentale siano sostanzialmente… convergenti, perché sono finiti nello stesso brutto posto: trattare la Repubblica islamica come un soggetto legittimo e gli iraniani come rumore di fondo.

    Trump è qui a ringraziare un regime fascista per aver “annullato” le condanne a morte, come se le condanne a morte di massa fossero una normale politica amministrativa che può essere sospesa come un abbonamento non valido. Come se il regime meritasse un applauso per non aver fatto ciò che non aveva il diritto di fare. È così che funziona la normalizzazione: si trasforma il regime da carnefice in complice, da carnefice in negoziatore. Si toglie il coltello dalla mano dell’assassino e gli si porge un microfono.

    E poi c’è Roger Waters che sostiene che il regime ha “ascoltato” le proteste dei negozianti, come se si trattasse di un governo reattivo che sta apportando modifiche democratiche. Questa inquadratura è velenosa. I regimi fascisti non “ascoltano” allo stesso modo di una società. Calcolano. Aumentano e diminuiscono la pressione come uno stivale si sposta su un collo, non per coscienza, ma per evitare di perdere il controllo. Una ritirata tattica non è una riforma. Una pausa temporanea non è un obbligo di responsabilità. Una concessione a favore della propaganda non è giustizia.

    Ciò che colpisce è quanto sia simile il risultato emotivo per entrambi gli schieramenti.

    Per il mondo di Trump, è la fantasia dell’accordo tra due uomini forti: elogiare il regime, ottenere un “gesto”, dichiarare progressi, andare avanti. Per una fetta della sinistra occidentale, è la fantasia di una narrazione antimperialista che resti pulita: se il regime può essere descritto come razionale, pragmatico e capace di “rispondere”, allora può essere mantenuto all’interno di una sceneggiatura rassicurante in cui il cattivo principale è sempre Washington, e le persone schiacciate dal regime sono scomode note a piè di pagina.

    Ideologie diverse, stesso risultato: la normalizzazione del fascismo.

    E non è un caso. Si basa su una vecchia, paternalistica e razzista abitudine di guardare all’Asia occidentale attraverso la stessa lente coloniale, che si tratti di Donald Trump o di Roger Waters. La lente dice: noi siamo gli interpreti, voi siete gli interpretati. Decidiamo quali morti contano, quali lotte sono “autentiche”, quali rivolte sono “CIA”, quali esecuzioni sono “affari interni”, quali corpi di donne sono “cultura” e quali proteste sono “utili”.

    Sì, l’interferenza straniera è reale. Le sanzioni sono reali. I giochi tra grandi potenze sono reali. Ma il trucco più vecchio del mondo è usare queste realtà per sminuire la realtà più immediata di tutte: il regime che picchia, imprigiona, tortura, spara e giustizia la gente per rimanere al potere. La Repubblica Islamica non diventa meno fascista perché Washington è cinica. La prigione non diventa più morbida perché la geopolitica è sporca. Un proiettile non rallenta perché qualcuno può scrivere un thread intelligente sull’imperialismo.

    Ed è qui che la zona di comfort liberale occidentale distrugge davvero il cervello delle persone. La sinistra neoliberista, in particolare, non riesce a comprendere le basi politiche e intellettuali di una rivolta anticapitalista, quindi si aggrappa a trame dall’alto come un dispositivo di galleggiamento. Ecco perché continuano a ripetere “Pahlavi, Pahlavi, Pahlavi”, anche se non ha alcuna reale legittimità in Iran. È una narrazione semplice: ordinata, televisiva, familiare. Un “leader”, una “transizione”, un “piano”. Qualcosa che assomiglia alla loro politica, solo con un accento diverso.


    Ma non possono rispondere alla domanda fondamentale che rovina l’intera fantasia: se si trattava solo di un progetto preparato dall’alto, perché migliaia di persone in centinaia di città si sono riversate nelle strade e perché il regime ha sparato loro? Si dà per scontato che queste persone siano ignoranti e siano state ingannate? Se così fosse, perché quelli che si sono presentati ai raduni di stato del regime non vengono considerati “ingannati” dall’altra parte?

    Perché ammetterlo significherebbe ammettere che la sceneggiatura è una bugia. Significherebbe riconoscere che la realtà sul campo è più caotica, più radicale, più classista, più femminista, più esplosiva e molto più pericolosa per l’ordine globale di benessere rispetto alla versione televisiva che è stata loro venduta.

    Noi iraniani non abbiamo bisogno di salvatori occidentali. In realtà, oggi tocca a noi iraniani costruire un fronte antifascista: radicato nei lavoratori, nelle donne, negli studenti e nella maggioranza oppressa; indipendente dai patronati stranieri; spietato nel denunciare l’oppressore immediato; e serio nell’organizzare il potere dal basso. L’Occidente può smettere di intralciarci o continuare a dimostrare, ancora e ancora, di preferire un fascismo “stabile” a una vera liberazione.

    La narrazione dello scudo umano

    Il capo dell’esercito del regime islamico afferma: “Se le nostre giovani forze avessero voluto affrontare i manifestanti con tutta la potenza delle armi, avrebbero potuto radunare tutti in due ore. Ma poiché i ‘rivoltosi’ usavano ‘scudi umani’, le nostre forze hanno difeso il paese e la popolazione solo rischiando la propria vita”.

    Questa affermazione è familiare. Negli ultimi due anni, Israele ha usato la stessa storia, affermando che Hamas usa i civili palestinesi come “scudi umani”, per giustificare il genocidio. La somiglianza non è casuale; è una tecnica. Le narrazioni di stampo fascista cercano sempre una scusa morale per la violenza. Trasformano l’uccisione da una scelta a qualcosa di “forzato” e riducono la vittima da essere umano a “strumento”.

    Quando dici “scudo umano”, privi le persone dei loro nomi, dei loro volti e del loro diritto a vivere, e le trasformi in oggetti in uno scenario di guerra e repressione. Poi l’assassino si presenta come il salvatore: “Avremmo potuto farla finita in fretta, ma avevamo una morale”. Questa è la verità capovolta: l’assassino diventa la vittima, e la vittima diventa il colpevole.

    In Iran, l’etichetta “rivoltoso” ha lo stesso effetto dell’etichetta “terrorista” a Gaza. Elimina la politica dalla protesta e l’umanità dal cadavere. Poi, si usa lo “scudo umano” per cancellare la responsabilità da ogni proiettile. Se un bambino viene ucciso, se un passante cade, se i corpi vengono avvolti nella plastica, la storia è pronta: “Si sono nascosti dietro la gente”.

    Questa singola frase funziona come una macchina completa: intorpidisce la società, scredita i testimoni e prosciuga l’empatia. Il fascismo non inizia con l’odio puro; inizia con il controllo del linguaggio. Prima prende le parole, poi prende le vite.

    E il fascismo odierno non è solo stivali e manganelli; è un’industria narrativa. Media, piattaforme ufficiali e un esercito di slogan lavorano insieme per usare la realtà come un impasto: la repressione diventa “difesa”, l’omicidio diventa “necessario” e le persone diventano “scudi”. Questa è la logica dell’impunità: se la vittima non viene trattata come un essere umano a tutti gli effetti, nessun crimine viene considerato tale.

    Ecco perché abbiamo bisogno di una terza via: non schierarci con la repressione statale in nome della “sicurezza” e dell’“unità”, e non giustificare il militarismo e il terrore di stato in nome dell’“autodifesa”. Una terza via significa schierarsi fermamente dalla parte della gente comune: donne, lavoratori, bambini, cittadini e rifugiati. Significa politica dal basso, organizzazione indipendente, schietta verità e solidarietà che non si lascia intrappolare dalla propaganda o dalle guerre narrative degli stati.

    Una terza via significa opporsi all’occupazione e alle uccisioni di massa in Palestina, ma anche alla repressione e alle uccisioni di massa in Iran. Significa una posizione anti-guerra che possa schierarsi al fianco dell’Ucraina senza esitazione e difendere il Rojava dalla reazione islamica. Contro la disumanizzazione in ogni sua forma.

    Non si può sconfiggere il fascismo scegliendo tra due menzogne. Bisogna spezzare la macchina della menzogna, e questo richiede un potere sociale indipendente, una coscienza vigile e vere organizzazioni sul territorio.

    articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    23 Gennaio 2026
    Internazionale
  • Zohran Mamdani, ovvero come incarnare la speranza in questi tempi bui!

    Zohran Mamdani, ovvero come incarnare la speranza in questi tempi bui!

    Di Yorgos Mitralias

    Ma perché, in questi tempi bui, attribuire così tanta importanza a ciò che dice e fa il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, mentre Trump bombarda il Venezuela e rapisce Maduro e sua moglie? O mentre Netanyahu e il suo Israele persistono nello sterminare i palestinesi e Putin fa piovere bombe e missili sulle città ucraine? Perché parlare di Mamdani quando le notizie internazionali quotidiane sono dominate dalle innumerevoli macabre gesta della barbarie capitalista e imperialista? La nostra risposta è categorica: attribuiamo così tanta importanza a ciò che dice e fa Zohran Mamdani perché questo nuovo sindaco della megalopoli per eccellenza, New York, rappresenta attualmente, insieme al movimento di massa che lo sostiene, la più grande, se non l’unica, speranza per la gente comune dell’umanità di iniziare a resistere e persino a sconfiggere Trump e la sua Brown International nel cuore stesso della loro roccaforte americana! Come ha giustamente affermato Bernie Sanders nel suo discorso, poco prima di insediare Mamdani come sindaco di New York City, di fronte a migliaia di newyorkesi: ”  In un momento in cui gli americani, e in effetti il mondo intero, stanno perdendo fiducia nella democrazia, più di 90.000 di voi in questa città si sono offerti volontari per la campagna di Zohran. Avete bussato alle porte. Avete condiviso i vostri sogni e le vostre speranze per il futuro di questa città. E così facendo, avete affrontato l’establishment democratico, quello repubblicano, il Presidente degli Stati Uniti e alcuni oligarchi estremamente ricchi, e li avete sconfitti in quello che costituisce il più grande sconvolgimento politico nella storia americana moderna  “.

    Parliamo di Zohran Mamdani, che, nonostante la maggior parte dei media internazionali e tutti coloro – ovviamente di destra, ma purtroppo anche di sinistra – si ostinino a definirlo un “democratico” o “appartenente all’ala sinistra del Partito Democratico”, ha inaugurato il suo mandato da sindaco di New York dichiarando: ”  Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico  “. Una dichiarazione davvero esplosiva quella di Mamdani, considerando che i socialisti democratici sono membri dell’organizzazione di estrema sinistra chiamata Socialisti Democratici d’America (DSA)  ! E come per non lasciare spazio a dubbi, rivolgendosi alle decine di migliaia di newyorkesi riuniti davanti al Municipio nonostante il freddo gelido, Mamdani ha aggiunto: ”  Governeremo senza vergogna né insicurezza, senza scusarci per le nostre convinzioni. Non abbandonerò i miei principi per paura di essere considerato radicale ” .

    Detto questo, bisogna riconoscere che l’aspetto più importante del memorabile giorno dell’insediamento di Mamdani, il 1° gennaio 2026 , non è stata la sua dichiarazione/chiarimento di cui sopra. L’aspetto più importante è stata l’atmosfera generale, quella rara miscela di emozione, affetto fraterno ed esaltazione creata da tutto ciò che è stato detto, recitato, cantato e applaudito, non solo da Mamdani, ma anche da coloro che hanno parlato o partecipato a questo evento storico. Ad esempio, lo straordinario Imam Khalid Latif ha punteggiato il suo discorso profondamente ispirato, ma allo stesso tempo poetico e radicale, con consigli a Mamdani, come questo: ”  Ci saranno giorni in cui le pressioni del potere ti metteranno alla prova. In cui il compromesso sarà presentato come pragmatismo, in cui il silenzio sarà presentato come saggezza e in cui il prezzo della verità sembrerà più pesante della sua ricompensa”. In momenti come questi, prego che tu ricordi chi sei sempre stato: qualcuno che ha scelto la convinzione sulla convenienza, la giustizia sulla comodità e le persone sulla posizione. Tieni duro. È più raro di quanto pensiate, e più necessario che mai  .” E mentre, circondato da leader religiosi di varie fedi, l’Imam Khalid Latif infiammava la folla con il suo discorso, proprio dietro di lui si poteva vedere il rappresentante della fede ebraica, il rabbino Ellen Lippmann, che sembrava essere al settimo cielo, concordando con le parole dell’Imam con sorrisi e smorfie molto eloquenti…

    Facendo eco alle esortazioni del buon imam, Mamdani dichiarò in seguito, dalla stessa tribuna, che: ”  Mentre scrivevo questo discorso, mi è stato detto che questa era un’opportunità per ridefinire le aspettative, che avrei dovuto cogliere l’occasione per incoraggiare i newyorkesi a chiedere poco e ad aspettarsi ancora meno. Non farò nulla del genere. L’unica aspettativa che cerco di ridefinire è quella delle piccole aspettative  “. Mamdani si è poi affrettato a elaborare questo punto con una dichiarazione di valore universale: ”  Per troppo tempo, abbiamo guardato al settore privato per raggiungere la grandezza, accettando la mediocrità da coloro che servono il pubblico. Non posso biasimare coloro che sono arrivati a mettere in discussione il ruolo del governo, la cui fede nella democrazia è stata erosa da decenni di apatia”. Ripristineremo quella fiducia intraprendendo una strada diversa, una strada in cui il governo non sia più solo l’ultima spiaggia per chi è in difficoltà, una strada in cui l’eccellenza non sia più l’eccezione  …

    Inoltre, non è certo un caso che Mamdani abbia il raro “privilegio” di avere contro di sé la più ampia coalizione di figure reazionarie, oscurantiste e assassine, tra cui l’americano Trump, l’israeliano Netanyahu, l’indiano Modi e tutta la crème del nazifascismo e dell’estrema destra internazionale. Per non parlare del russo Putin, il cui canale RT ha dato prova della più delirante islamofobia precipitandosi ad avvertire i buoni americani che Mamdani ”  pone la Sharia al di sopra della legge americana  ” semplicemente perché Mamdani ha osato giurare sul Corano! Tutta questa schiera di dittatori e altri carnefici dell’umanità sa benissimo perché odia con passione il giovane sindaco di New York, il socialista democratico Zohran Mamdani…

    Ovviamente, la memorabile giornata dell’insediamento di Mamdani non può essere riassunta dai pochi estratti dei discorsi appena citati. Avendo avuto la possibilità di assistervi per un po’, di seguirla in diretta pur essendo… ad Atene, non si può fare a meno di voler condividere con gli altri i rari momenti di emozione ed euforia che ha regalato . In questi tempi bui, barbari e disperati, sapere che persino nella tana della feroce bestia fascista ci sono decine di migliaia di uomini e donne, giovani e meno giovani, che si oppongono e lottano con le unghie e con i denti per difendere i diritti degli oppressi, riaccende la speranza, ripristina l’ottimismo e ispira milioni di persone non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo…

    Leonardo De Angelis

    19 Gennaio 2026
    Internazionale
  • Saggio sull’imperialismo USA

    Saggio sull’imperialismo USA

    Di Nando Simeone

    Gli USA oggi sono sotto la guida di Trump, un presidente reazionario vicino al fascismo. La sua strategia e dei suoi falchi decreta la fine dell’era precedente, sia in termini di cooperazione economica che di immigrazione. Il suo imperialismo riformulato non consente alcuna mobilità del lavoro, trasformando i lavoratori non bianchi e non cristiani nei nemici fondamentali della nuova era. La strategia riformula i principi, gli obiettivi e gli strumenti utilizzati dagli Stati Uniti e dal capitale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

    È una forma di imperialismo, trasformata per affrontare le attuali sfide del potere egemonico degli Stati Uniti. La comprensione dei suoi obiettivi è essenziale per combattere la nuova estrema destra alla guida dell’imperialismo in declino ma ancora dominante. Il progetto è l’imposizione di un nuovo modello di sfruttamento e oppressione.

    La potenza militare, supportata dall’intelligenza artificiale e dalle armi nucleari, sarà utilizzata per garantire l’accesso totale alle risorse fossili e non fossili, nonché ai minerali essenziali, indipendentemente dal territorio interessato. Il cambiamento climatico viene presentato come un’ideologia dannosa.

    In tutte le Americhe compreso il Canada e l’America Latina vogliono imporre sia una gestione politica di estrema destra che una cooperazione economica con gli Usa, nell’ottica di limitare la feroce concorrenza con la Cina, paese imperialista che continua a primeggiare dal punto di vista economico e commerciale. A tal fine, chiede l’armamento di Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il rafforzamento dell’India come concorrente della Cina nella regione. 1) La strategia americana, una minaccia per i popoli del mondo, 4 gennaio 2026 – Ana Cristina Carvalhaes, Inprecor

    L’aggressione al Venezuela

    Il sequestro del presidente di una nazione sovrana inaugura un nuovo metodo di disciplina e terrore che avrà effetti duraturi sulla vita politica di molti paesi. L’imperialismo americano sta ancora una volta trattando l’America Latina come il suo cortile di casa. Tuttavia, contrariamente a quanto annunciato da Trump, gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela: ne hanno decapitato il governo e costretto l’apparato statale post-chavista a negoziare in un rapporto di potere completamente sfavorevole. Il controllo del petrolio e del commercio, così come l’isolamento della Cina, sono obiettivi essenziali, ma non gli unici. L’obiettivo è stabilire un rapporto di vassallaggio che disciplini qualsiasi tentativo di sovranità o indipendenza da Washington. Questo è qualcosa che l’opposizione fascista venezuelana sta iniziando a comprendere attraverso successive umiliazioni: in un mondo neocoloniale, dove la sovranità di un paese periferico può essere calpestata, lo stesso vale per frazioni della classe dirigente che, a un certo punto, cessano di essere utili all’imperialismo.

    Il Venezuela odierno ha poco o nulla a che fare con una democrazia socialista. Non esiste un processo rivoluzionario socialista aperto, almeno non dalla morte di Chávez, che aveva già messo in guardia dai rischi e dalle sfide che il processo bolivariano avrebbe dovuto affrontare nel suo documento Golpe de Timón (Colpo della Testa). Non c’è alcun trasferimento di potere da una classe all’altra, ma piuttosto il consolidamento di una casta burocratica e imprenditoriale legata all’esercito e all’industria petrolifera. Da una prospettiva marxista, questo regime può essere descritto come un bonapartismo regressivo, che consolida una nuova configurazione borghese e si allontana dal cesarismo progressista del primo chavismo, che aveva aperto, in modo indeterminato e in ultima analisi frustrato, la possibilità di una transizione al socialismo. Il madurismo ha limitato la libertà politica della sinistra critica e non è riuscito a costruire un sistema di partecipazione popolare che offra un’alternativa alla democrazia borghese. Come marxisti, difendiamo una concezione della democrazia che possa, se necessario, limitare la libertà politica della classe nemica per distruggerne il monopolio sulla proprietà privata; ma questo processo deve essere dialettico, aprendo la strada alla costruzione di forme di potere dal basso, capaci di fungere da base per un nuovo tipo di Stato e una legittimità alternativa che sostituisca quella borghese. Niente di tutto ciò è accaduto in Venezuela negli ultimi anni.

    Il Venezuela non fa parte del blocco imperialista ed è diventato un obiettivo coloniale. Certo, anche in questo caso il bilancio del governo Maduro non è brillante: il Paese sta affrontando una sonora sconfitta, con la mobilitazione popolare ridotta a zero (basti paragonare la situazione attuale all’energia dispiegata nel 2002 dopo il colpo di Stato contro Chávez) e l’obbligo di cedere alle richieste di Trump, nonostante la retorica di resistenza che il governo sta cercando di mantenere con scarsa credibilità.

    Il sostegno al Venezuela deve essere totale e incrollabile. La mobilitazione globale e la sconfitta dell’imperialismo statunitense sono condizioni essenziali affinché il Venezuela apra un nuovo spazio per la libertà socialista. Questa deve essere la base politica su cui costruire un’alleanza nella situazione attuale.

    La Groenlandia.

    Abbiamo non solo il disprezzo di Trump per la tutela dell’ambiente, negazionista del cambiamento climatico, ma anche il suo totale disprezzo per il diritto internazionale e i diritti delle popolazioni indigene. Un disprezzo che l’ideologo e uomo forte della Casa Bianca Stephen Miller si e’affrettato a evidenziare in tutte le sue sfaccettature qualche giorno fa durante la sua intervista alla CNN.

    Ha causato scandalo rilasciando le seguenti dichiarazioni: “Poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente ha dissolto i suoi imperi e le sue colonie e ha iniziato a inviare somme colossali di aiuti finanziati dai contribuenti a questi ex territori (anche se li aveva già resi molto più ricchi e prosperi)… L’Occidente ha aperto i suoi confini, in una sorta di decolonizzazione permanente, offrendo benefici sociali e quindi rimesse, garantendo al contempo a questi nuovi arrivati e alle loro famiglie non solo il diritto di voto, ma anche un trattamento legale e finanziario preferenziale rispetto ai cittadini nativi. L’esperienza neoliberista, nella sua stessa essenza, è stata una lunga autopunizione dei luoghi e dei popoli che hanno costruito il mondo moderno”. E dopo questo vero e proprio elogio del colonialismo vecchio stile seguito da un’inequivocabile condanna della decolonizzazione, Miller ha concluso descrivendo così il terrificante credo del trumpismo: ” Viviamo in un mondo in cui possiamo parlare quanto vogliamo di sottigliezze internazionali e tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale… che è governato dalla forza, che è governato dal potere. Queste sono le ferree leggi del mondo. (…) Siamo una superpotenza. E sotto la presidenza Trump, ci comporteremo come una superpotenza”.

    Ciò significa che le rivendicazioni di Trump sul Venezuela o sulla Groenlandia non sono i capricci passeggeri di un vecchio squilibrato e megalomane, ma piuttosto anticipazioni e prime manifestazioni di un progetto politico, economico e militare a lungo termine e globale, progettato per infrangere tutti gli equilibri esistenti, compresi quelli tra le potenze imperialiste.

    Quanto sono ingenui e irresponsabili coloro che persistono nel confondere Trump con Biden, Bush o la Commissione Europea! O che non si preparano ad affrontare il cataclisma razzista, militarista e guerrafondaio annunciato da questo ritorno alla barbarie capitalista più estrema, promesso dal trumpismo attraverso il suo ideologo Stephen Miller.

    L’Iran.

    Le proteste a livello nazionale sono iniziate il 28 dicembre 2025 e, dopo aver raggiunto la massima diffusione geografica nei giorni centrali, sono entrate in una nuova fase a seguito dell’imposizione governativa di blocchi delle comunicazioni, in cui la raccolta e la verifica indipendente dei dati sul campo sono diventate strutturalmente più difficili. Il diciottesimo giorno ha seguito lo stesso schema ed è stato caratterizzato meno da chiari e verificabili segnali di proteste di piazza e più da un blackout delle comunicazioni, da un forte aumento dei dati aggregati di vittime e arresti e da un’intensificazione delle pressioni e delle reazioni internazionali.

    Una rivolta di vasta portata scuote l’Iran di fronte a un regime ormai allo stremo che resiste solo grazie alla repressione. Tra aspirazioni sociali e democratiche, minacce imperialiste e manovre reazionarie, la solidarietà internazionale con la lotta dei popoli dell’Iran è una necessità.

    Leonardo De Angelis

    17 Gennaio 2026
    Internazionale
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