Di Fabrizio Burattini
Si avvicina (manca ormai solo una settimana) il quarto anniversario dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Come sappiamo, ogni anniversario, dal banale capodanno alle ricorrenze più significative, è solo una formalità, un modo come un altro per ricordare un evento, per misurare, a colpi di multipli di 365, quanti giorni ci separano da quell’evento, con il solo scopo, come ci dice Francesca Mannocchi, di “ridurne l’enormità a una coordinata riconoscibile, un giorno, una data, un numero tondo… che ci invita a tornare lì, come se bastasse fissare un punto sul calendario per mettere in fila ciò che è accaduto… per cercare un appiglio nel disordine della storia”.
Dunque, cogliamo l’occasione, quell’occasione che abbiamo cercato di inseguire per tutti i 1.460 giorni che ci separano da quel 24 febbraio 2022, per fare il punto. Quella data l’abbiamo vista e rivista in tutti i nostri vecchi e nuovi media, come un urto squassante, che ci risvegliava dal torpore di chi si pensava lontano dalle decine di guerre che devastavano il mondo. Il risveglio dall’ipocrisia del “rispetto del diritto internazionale”, dalla falsità delle letture geopolitiche che trascurano le sofferenze dei popoli, un risveglio che ci ha riportati alla cruda realtà della legge del “più forte”. Vedevamo all’opera in città come Mariupol, Kharkiv, Odessa, la stessa Kiev, cioè in città che assomigliavano in tutto e per tutto alle nostre, il sangue e le distruzioni della guerra, di una guerra imperiale.
Ma, nella sinistra, solo per poche e per pochi quell’urto ha avuto il significato di avrebbe meritato. Per i più quell’aggressione è apparsa (o meglio è convenuto che apparisse) per quello che non era. La quasi totalità della sinistra, in particolare quella italiana (pur con le sue diverse sfumature), ha voluto descriverla come un’inevitabile risposta all’”aggressione dell’Occidente”, come una “guerra proxy” tra la malvagia NATO e la “povera” Russia. Con una sinistra che, in Italia, ma purtroppo non solo, è riuscita a non fare nessuna minima mobilitazione, se non per rivendicare in maniera idiota e criminale, la “fine delle sanzioni” contro l’aggressore e il “disarmo” dell’aggredito, interpretando, in maniera (scusate la ripetizione) idiota e criminale, il fastidio di tanti italiani per una guerra che metteva in discussione i traffici con gli oligarchi capitalisti russi come “pacifismo”, e trascurando al contrario la commozione che tanti altri italiani (certamente molti di più dei “pacifisti”) provavano per le immagini di sofferenza e distruzione che venivano da oriente. E interpretando la solidarietà popolare con la resistenza del popolo ucraino come “subalternità alla propaganda imperialista”.
Per non parlare di coloro (non pochi e soprattutto “autorevoli”, come gli storici Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero, il vignettista Vauro e il grillino della prima ora Alessandro Di Battista), che si mobilitavano contro la “russofobia”, per cercare di suscitare (occorre dire con innegabili successi nella bolla della cosiddetta “sinistra radicale”) una solida “russofilia”.
In realtà, Putin, prima di Trump e dello stesso Netanyahu, comprese che era giunta l’ora di lasciar perdere l’ipocrisia delle “guerre giuste”, del rispetto formale delle “regole”, del “diritto internazionale” e di tutte quelle altre sciocchezze “woke” e “buoniste”. Occorre riconoscergli il “merito” di essere stato l’apripista della nuova epoca, il maestro che magari poi potrà essere superato dagli allievi, ma che resta sempre l’esempio, il modello, l’“originale”.
Non a caso (lo abbiamo citato più volte, ma ribadirlo non fa mai male) Lavrov, il braccio destro di Putin, ha paragonato il genocidio di Netanyahu a Gaza all’operazione speciale del Cremlino in Ucraina. E, soprattutto, a dimostrare la “connessione sentimentale” c’è stato l’incontro del ferragosto 2025 in Alaska tra Trump e Putin, con tanto di tappeto rosso e strette di mano tra “compari”.
Ma quell’urto del 24 febbraio 2022, per me e, ahimé, per poche e pochi altri della sinistra, è stato anche un brusco risveglio di fronte a una crisi della sinistra che certo preesisteva ma che credo nessuno di noi riteneva così devastante e irreparabile. Abbiamo assistito ad una sinistra che civettava in maniera sfacciata con il “pacifismo” di certa destra, che, in nome del “no agli aiuti militari all’Ucraina”, guardava con sempre maggiore interesse al Movimento 5 Stelle, tanto da esaltarne l’ingresso nel gruppo europarlamentare della Sinistra a Strasburgo (dopo il fallimento dello sposalizio tra lo stesso M5S con gli ultrareazionari inglesi di Farage), tanto da abbracciare le fake news propagate dal Cremlino sul “sangue finto” e sulla “messa in scena” dell’eccidio di Bucha.
Tanto, soprattutto, in 4 anni, in 48 mesi, in 1.460 giorni, da non dire una parola sulle responsabilità di quella guerra e di quei massacri, salvo attribuirle al “fascista Zelensky” o a Joe Biden e Boris Johnson, assolvendo in tutto e per tutto il neozarismo di Putin e della sua oligarchia. Tanto da non dare mai la parola alla sinistra di quelle parti (né a quella ucraina né a quella russa), considerata in blocco “filoimperialista”, una delle tante “marionette” dell’Occidente.
Peraltro, gran parte di quella stessa sinistra ha guardato con un certo compiacimento al “cambio della guardia” verificatosi alla Casa Bianca di Washington poco più di un anno fa, ritenendo che la fine dell’era dei certamente pessimi democratici (Joe Biden e Kamala Harris) segnasse un passo avanti nella crisi del giustamente odiato Occidente. E neanche le imprese che Trump è riuscito a inanellare in poco più di 12 mesi di “regno” non sono bastate a suscitare un qualche ripensamento. Neanche il vedere che Trump, dopo aver acquisito la partecipazione al suo “Board of Peace” della Bielorussia del vassallo di Putin, Aljaksandr Lukašėnka, ha invitato lo stesso suo amico Putin a entrare a farne parte, neanche quello ha suscitato anche solo un fremito di nuova e più attenta e più ponderata considerazione nella nostra “sinistra”.
Durante questi anni, dopo aver digerito nei decenni scorsi sequele di epiteti usati come insulti, ma che io invece potevo interpretare come giusti riconoscimenti della mia pratica politica (“estremista”, “comunista”, “sovversivo”, “trotskista”, ecc.), ho cominciato a sentire, da persone, “compagni” con i quali avevo condiviso idee e battaglie, altri e più malevoli insulti, come “filoamericano”, “servo della Nato”, “filoimperialista”, per i meno cattivi “democraticista”. Epiteti che inizialmente mi hanno ferito ma che poi mi sono serviti solo a considerare purtroppo conclusa una stagione nella quale c’era una “sinistra”, della quale (pur tra tante discussioni aperte e altrettanti distinguo) mi ritenevo parte.
In questi quattro anni, parecchi mi hanno detto “Sei fissato sull’Ucraina”. Sì, sono fissato, non perché ritenga che i crimini di Putin in Ucraina siano più gravi di quelli di Netanyahu a Gaza o di quelli perpetrati da Trump in Iran, nei Caraibi, in Venezuela, o prima dai due Bush o dai presidenti “democratici” Clinton, Obama, Biden, in giro per il mondo. No, ma perché ritengo che l’indifferenza di parte della sinistra sull’Ucraina non sia distrazione, ma costituisca una chiara e persino rivendicata complicità con i criminali di questa nuova fase della storia, una complicità dalla quale, per coerenza con me stesso, voglio chiamarmi fuori.


