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  • Stato spagnolo. Adelante Andalucía: è solo l’inizio

    Stato spagnolo. Adelante Andalucía: è solo l’inizio

    Di Manuel Gari

    I risultati delle elezioni del 17 maggio scorso per il Parlamento dell’Andalusia, e quindi per la composizione della Junta (il governo regionale), hanno rappresentato una sorpresa per alcuni e uno shock per il sistema dei partiti andalusi, con possibili ripercussioni a livello dello Stato spagnolo, come hanno sottolineato analisti politici e giornalisti. E il “fattore K” di questa percezione è il risultato ottenuto da Adelante Andalucía.

    Alcuni commentatori sono rimasti sorpresi dalla crescita di questa formazione andalusa anticapitalista, ma non noi che conduciamo una lotta politica rivoluzionaria. Sentivamo, ascoltavamo e vedevamo l’aumento del numero di persone che partecipavano alle manifestazioni e ai raduni. Ascoltavamo le espressioni di simpatia di molte persone, indipendentemente dal fatto che intendessero votare oppure no. Sapevamo che stavano facendo breccia nella coscienza popolare, in particolare tra i giovani: l’opposizione radicale in parlamento e nelle strade alle politiche di Juan Manuel Moreno Bonilla del Partido Popular (PP), presidente della Junta dell’Andalusia dal gennaio 2019; le critiche incisive, imaginative e fondate del suo portavoce parlamentare José Ignacio García; e anche la capacità di proporre alternative in difesa della classe operaia.

    Esaminiamo le cifre principali. Il PP, considerato di centrodestra e convinto di poter mantenere la maggioranza assoluta, ha ottenuto 53 seggi: 5 in meno rispetto a prima, il che lo mette alla mercé di Vox per ottenere il sostegno necessario alla presidenza della Junta. Questo fa fallire la strategia nazionale del PP nelle sue aspirazioni a consolidarsi come partito maggioritario in vista delle prossime elezioni nazionali.

    Da parte sua, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) ottiene 28 seggi, cioè 2 in meno rispetto alle ultime elezioni. Si tratta del suo peggior risultato in Andalusia, territorio che ha governato per diverse legislature e vero bastione del voto socialista nelle elezioni generali spagnole. Il PSOE paga oggi il prezzo di lunghi anni di politiche social-liberali, sia in Andalusia che in Spagna.

    Questo risultato colpisce gravemente la strategia del presidente spagnolo Pedro Sánchez. Egli guida un governo di coalizione i cui partner – un vero e proprio miscuglio: Sumar, Izquierda Unida, Comuns, ecc. – attraversano una lunga crisi di progetto e di leadership. Pedro Sánchez, il cui prestigio cresce all’estero, dirige però un partito, il PSOE, accusato di gravi casi di corruzione e la cui credibilità si sta erodendo, persino all’interno delle proprie file.

    È vero che l’andamento dei dati macroeconomici, rispetto al resto d’Europa, è migliore, ma è altrettanto vero che, mentre i profitti delle banche e delle grandi imprese raggiungono livelli record, la precarietà del lavoro, i bassi salari e il vero dramma dell’accesso alla casa rappresentano la realtà quotidiana per la maggioranza sociale.

    Vox, un partito neofranchista, sperava – e lo prevedevano anche diversi analisti – in un notevole aumento di voti e seggi, che gli avrebbe consentito di entrare nel governo regionale per guidarlo insieme al PP. Non è stato così: ha ottenuto solo un seggio in più, arrivando a 15, un risultato ben al di sotto delle aspettative.

    Il partito aderisce al trumpismo su questioni chiave come il razzismo e la xenofobia verso i migranti che vengono a lavorare e vivere in Spagna, provenienti dal Nord Africa, dall’Africa subsahariana, dall’America Latina o persino dall’Asia. Il suo principale slogan è la “priorità nazionale” nell’accesso ai beni e ai servizi, il che condanna gran parte della classe operaia a essere composta da cittadini senza diritti. Si oppongono alla regolarizzazione della situazione giuridica di centinaia di migliaia di persone perché questo permette loro di disporre di una manodopera facilmente sfruttabile, come si può vedere, ad esempio, nelle campagne dell’Andalusia.

    Por Andalucía (PORA), una coalizione guidata dal Partito Comunista, la cui presenza in Andalusia era in passato molto importante, composta da Izquierda Unida, Sumar, Podemos e altre quattro organizzazioni minori, ha ottenuto 5 seggi, lo stesso numero di prima, con 263.615 voti, pari al 6,31%. Questo significa, come ha dichiarato il suo leader Antonio Maillo, che non hanno raggiunto i loro obiettivi.

    Adelante Andalucía, partito lanciato da Anticapitalistas, che aveva ottenuto 2 deputati nel 2020, ha conquistato 8 seggi con 401.732 voti, quadruplicando così la propria rappresentanza nel Parlamento andaluso. Supera Vox a Siviglia e Cadice, diventando in queste province la terza forza dietro il PP e il PSOE. Nella città di Cadice è addirittura la seconda forza politica.

    I risultati delle elezioni del 18 maggio

    E ciò che è particolarmente interessante dal punto di vista quantitativo e qualitativo è che i suoi “bacini” elettorali sono stati i quartieri popolari delle grandi aree urbane. Ha ottenuto il sostegno di una buona parte della gioventù, contendendo a Vox la sua presunta egemonia tra gli under 35; e ha raccolto un numero significativo di voti anche in località dove è poco radicato. Ottenendo più di 5 seggi, Adelante Andalucía disporrà di un proprio gruppo parlamentare e i suoi deputati non faranno parte del cosiddetto gruppo “misto”, il che gli consentirà di avere maggiori mezzi per svolgere il proprio lavoro.

    Come affermano i dirigenti di Adelante Andalucía, il loro risultato ha privato il PP della maggioranza assoluta, mentre lo spazio alla sinistra del PSOE vede crescere il proprio sostegno, poiché Por Andalucía conserva i suoi 5 seggi e, con gli 8 seggi conquistati da Adelante – sei in più rispetto a prima – è aumentato il numero di elettori ed elettrici di sinistra che si presentano come alternativa al partito socialista.

    Le chiavi del successo di Adelante Andalucía

    È vero che la campagna condotta da José Ignacio García è stata molto originale e innovativa sui social network. È anche vero che il suo discorso è stato chiaro nella sostanza contro il capitale e la destra, utilizzando un linguaggio vivo, diretto e semplice, quello parlato dalla gente. Ha saputo fare appello alle emozioni popolari e posizionarsi efficacemente nei media (stampa, radio e televisioni), ma questo non basta a spiegare il risultato.

    Adelante (come la gente chiama il partito) ha condotto una campagna militante quartiere per quartiere, villaggio per villaggio, fondata su un lavoro paziente ed entusiasta che ha compensato la mancanza di risorse finanziarie rispetto ai concorrenti. Adelante ha ascoltato direttamente le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, così come dei giovani, dialogando con loro e conquistandoli alla propria causa.

    Decine e decine di militanti hanno compensato la scarsità di mezzi e hanno concretizzato, parafrasando i versi di Paco Ibáñez dedicati agli andalusi: «Chi ha fatto crescere gli ulivi? Non il nulla, né il denaro, né il padrone, ma la terra silenziosa, il lavoro e il sudore».

    Sia il discorso di José Ignacio García sia quello degli altri candidati e militanti hanno fatto appello ai sentimenti, alla dignità di un popolo – il popolo andaluso – relegato in secondo piano nell’insieme della Spagna, e alla rabbia della classe lavoratrice che vede peggiorare le proprie condizioni di vita e di lavoro.

    Un’Andalusia che, nella divisione spagnola e internazionale del lavoro, è stata relegata al ruolo di regione subordinata, “terra di sacrificio”, come dicono gli ecologisti, con uno sfruttamento estrattivista crescente delle sue risorse, l’affermazione di un modello agroindustriale nelle mani degli antichi latifondisti e dei fondi d’investimento, un “modello” fondato sullo sfruttamento della manodopera autoctona e immigrata.

    È così che si è costruito un discorso che fonde la situazione dell’Andalusia nel suo complesso con quella della sua maggioranza sociale: i lavoratori e le lavoratrici delle campagne e delle città. Sarà interessante, in un altro articolo, analizzare il fenomeno dell’andalusismo, che presenta elementi specifici differenti sia dai “classici” della questione nazionale nello Stato spagnolo sia dalla “questione meridionale” gramsciana.


    Ma Adelante ha saputo concentrare le proprie critiche al capitalismo – e ai suoi gestori – su temi chiave:

    1. Lo stato della sanità pubblica, sempre più precario a causa della politica di sostegno alla privatizzazione che caratterizza i governi del Partido Popular (PP), una politica che favorisce la creazione di decine di università private mentre riduce i fondi destinati alle università pubbliche, oppure alimenta il settore privato della formazione professionale a scapito del sistema pubblico. Il recente scandalo degli screening per il cancro al seno, che ha colpito migliaia di donne, è stato l’esempio migliore per denunciare lo smantellamento del sistema sanitario pubblico.
    2. Un’alternativa radicale, fondata sull’espropriazione e sulla regolamentazione del patrimonio immobiliare esistente, di fronte alla crisi abitativa in una regione dove decine di migliaia di alloggi sono nelle mani di fondi speculativi e di banche come CaixaBank, che si dedicano al settore turistico; oppure vengono lasciati vuoti per speculare sulle oscillazioni dei prezzi, a discapito dei bisogni urgenti della maggior parte dei giovani.
    3. Proposte per la creazione di occupazione industriale secondo criteri di sostenibilità ecologica, nel quadro di una rete pubblica di trasporto elettrificato e della promozione di un’agricoltura non tossica orientata al territorio andaluso piuttosto che ai mercati internazionali.

    Ma Adelante ha saputo anche ridefinire il significato di termini come “sicurezza”, contendendolo a Vox e al PP, che lo associano esclusivamente all’aumento delle forze di polizia per la difesa della proprietà privata. Nei suoi comizi si sentiva spesso dire che sicurezza significa poter essere curati e assistiti in caso di malattia, che sicurezza significa poter disporre di un’abitazione dignitosa senza essere schiacciati dall’affitto o dai costi di un mutuo immobiliare in caso di acquisto…

    È così che si è costruito un discorso di classe su un terreno abitualmente nelle mani della reazione.

    E tutto questo è stato proclamato senza complessi, definendosi pubblicamente come un partito andaluso, internazionalista, ecosocialista, anticapitalista, femminista e antirazzista. Si è opposto a qualsiasi partecipazione al governo insieme al Partido Socialista Obrero Español (PSOE), al contrario del resto della sinistra che sembra ossessionata dall’idea di occupare incarichi da consiglieri (ministri) nel Palazzo di San Telmo, sede del governo andaluso. Adelante si è mostrato un nemico deciso della destra, che non vuole in alcun modo vedere al governo.

    A seguito dei risultati elettorali, si apre ora per Adelante Andalucía un nuovo campo di compiti organizzativi, per trasformare i voti e la simpatia raccolti in una forza organizzata capace di promuovere mobilitazioni sociali, praticare una politica di fronte unico nell’azione, presentare candidature in un numero maggiore di città e villaggi alle prossime elezioni municipali e, se possibile, candidarsi anche alle future elezioni generali per il Parlamento spagnolo.

    E come afferma la portavoce di Adelante Andalucía, Teresa Rodríguez, non si tratta soltanto di mettere in piedi una candidatura elettorale, ma di costruire un partito per le nuove generazioni.

    *Articolo pubblicato il 22 maggio 2026 sul sito www.alencontre.org

    Leonardo De Angelis

    26 Maggio 2026
    Internazionale
  • Ecocidio a Teheran: quando la guerra arriva nell’aria che respiriamo

    Ecocidio a Teheran: quando la guerra arriva nell’aria che respiriamo

    Di Siyavash Shahabi

    Il problema non è semplicemente il bombardamento di alcuni depositi di petrolio. Il vero problema è che nelle guerre moderne, le infrastrutture energetiche non sono più solo un obiettivo militare. Sono diventate il punto d’incontro tra guerra, economia, ambiente e vita quotidiana. Quando i depositi di carburante a Teheran, Rey, Shahran, Ghoochak, Fardis e Alborz vengono attaccati, non bruciano solo benzina, diesel o gas naturale. Brucia l’aria. Il suolo si contamina. I corpi dei cittadini sono esposti a particelle tossiche. Per diverse ore, o addirittura giorni, la città si trasforma in teatro di una guerra chimica non dichiarata, una guerra senza un annuncio ufficiale, ma che si può respirare.

    Due mesi dopo gli attacchi ai depositi petroliferi di Teheran e Alborz, Shina Ansari, a capo del Dipartimento dell’Ambiente iraniano, ha descritto gli attacchi come un esempio di “ecocidio”. Il termine si riferisce a una grave, diffusa o prolungata distruzione ambientale causata da azioni sconsiderate o illegali. Secondo la Ansari, durante la recente guerra – ora legata a un fragile cessate il fuoco – circa 368.000 metri cubi di combustibili liquidi e quasi 199 milioni di metri cubi di gas naturale sono stati distrutti da incendi e flaring di emergenza. In altre parole, un’enorme quantità di combustibili fossili è bruciata in un breve lasso di tempo, rilasciando i prodotti della combustione nell’atmosfera del paese.

    La sera del 16 marzo, Stati Uniti e Israele hanno bombardato i depositi di petrolio di Teheran e Alborz. La mattina seguente, Teheran e Karaj si sono svegliate avvolte da una coltre di fumo e oscurità. Per molti residenti, la domanda immediata non era più di politica estera o di equilibrio militare. La domanda era se fosse ancora sicuro respirare. L’aria era tossica? Sarebbe seguita la pioggia acida? I bambini, gli anziani, i malati di cuore e di malattie respiratorie e i lavoratori costretti ad abbandonare le proprie case sarebbero diventati gli scudi invisibili di questa guerra?

    Alla fine, le autorità hanno consigliato alla popolazione di non uscire di casa se non strettamente necessario. La pioggia e i forti venti hanno contribuito a disperdere parte dell’inquinamento. Successivamente, il responsabile dell’azienda di controllo della qualità dell’aria di Teheran ha spiegato che gran parte della fuliggine era salita negli strati atmosferici superiori a causa del calore generato dalle esplosioni. A causa delle condizioni meteorologiche instabili e di un elevato strato di rimescolamento atmosferico, non è stato registrato alcun aumento significativo in tutte le stazioni di monitoraggio a livello del suolo.

    Tuttavia, questa spiegazione tecnica non deve nascondere la realtà fondamentale: la salute pubblica è stata lasciata in balia delle condizioni meteorologiche. Se non ci fosse stato vento, se non avesse piovuto, o se lo strato atmosferico fosse stato più basso, quale livello di inquinamento avrebbero dovuto affrontare Teheran e Karaj?

    È qui che emerge la principale contraddizione. Governi, eserciti e alleanze militari giustificano gli attacchi alle infrastrutture energetiche con il linguaggio della sicurezza e della deterrenza. Ma il vero costo si ripercuote sui corpi umani. Anche se la logica militare descrive questi attacchi come “attacchi alle infrastrutture”, in pratica si tratta di attacchi alle condizioni necessarie alla vita stessa: l’aria che le persone respirano, il suolo che si inquina, l’acqua che può essere contaminata e la città che deve sopravvivere tra la guerra e la vita normale.

    Il ministero dell’Ambiente iraniano afferma che, in seguito alle esplosioni, sono stati rilevati aumenti temporanei di inquinanti pericolosi, tra cui composti organici volatili, insieme a una contaminazione localizzata da petrolio nel suolo e particelle aerodisperse. Tuttavia, il rapporto completo su questi danni non è ancora stato pubblicato. Tale ritardo è di per sé parte del problema. Una società che ha respirato questo inquinamento ha il diritto di sapere cosa è entrato nella sua aria, nel suo suolo e nei suoi corpi. L’ecocidio non è solo una questione di corrispondenza diplomatica con le istituzioni internazionali. È anche una questione di diritto del pubblico all’informazione, all’assistenza sanitaria, alla responsabilità legale e alla protezione.

    Contemporaneamente, un altro caso ambientale è emerso nel Golfo Persico. Le immagini di una grande chiazza di petrolio nero vicino all’isola di Kharg si sono diffuse rapidamente sui social media, alimentando le speculazioni su una possibile perdita da impianti petroliferi iraniani. Le autorità ambientali iraniane hanno successivamente dichiarato che le indagini preliminari suggeriscono che l’inquinamento provenga da acque di zavorra contaminate scaricate da una petroliera straniera e che non siano state segnalate perdite da oleodotti, terminali o piattaforme offshore iraniane.

    Se confermato, ciò rivelerebbe un’ulteriore dimensione della stessa crisi. Il Golfo Persico non è solo un corridoio energetico; è uno spazio ecologico condiviso da milioni di persone e innumerevoli specie marine. Eppure, nella logica del petrolio, della guerra, dei trasporti marittimi e del profitto, viene spesso ridotto a una superficie su cui scaricare e nascondere i costi ambientali.

    Funzionari ambientali iraniani affermano di aver inviato la documentazione sui danni ecologici causati dalla guerra alle Nazioni Unite e alle organizzazioni ambientaliste internazionali. Anche gruppi della società civile e ONG ambientaliste hanno scritto a organismi internazionali. Finora, tuttavia, non c’è stata alcuna risposta significativa.

    Tuttavia, le critiche all’ecocidio non dovrebbero rimanere confinate nel linguaggio ufficiale dello stato. Gli Stati Uniti e Israele sono responsabili di attacchi le cui conseguenze ambientali hanno colpito direttamente la vita dei cittadini iraniani. Ma la Repubblica Islamica non può nascondersi dietro l’aggressione esterna e ridurre la questione a una mera questione diplomatica. Uno stato che per decenni ha indebolito l’ambiente iraniano attraverso uno sviluppo basato sulle rendite, la dipendenza dal petrolio, progetti di dighe distruttivi, la privatizzazione delle risorse naturali, la repressione degli attivisti ambientali e la militarizzazione dell’informazione pubblica non può improvvisamente presentarsi esclusivamente come difensore della natura.

    La realtà è che la guerra all’estero e la distruzione interna non sono processi separati. Le bombe americane e israeliane hanno inquinato l’atmosfera di Teheran nel giro di poche ore. Ma anni di gestione ambientale opaca e dettata da esigenze di sicurezza avevano già reso la società vulnerabile proprio a questo tipo di disastro.

    Se l’ecocidio deve essere considerato un concetto serio, deve menzionare sia l’aggressione militare sia il diritto dei cittadini alla trasparenza, all’assistenza sanitaria, al risarcimento e al controllo democratico sulle infrastrutture vitali.

    L’aria sopra Teheran in quella buia mattina non era solo inquinata. Era la prova che nelle guerre per il petrolio, la gente comune è sempre in prima linea, anche quando non porta armi.

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    19 Maggio 2026
    Internazionale
  • Un postfascismo così diverso dai suoi predecessori

    Un postfascismo così diverso dai suoi predecessori

    Di Enzo Traverso

    Nel 2026, nessuno può seriamente considerare il fascismo una questione puramente storica. Non possiamo chiederci “Cos’è il fascismo?” senza considerare la realtà che ci circonda. Questa domanda riguarda non solo il passato, ma anche, e soprattutto, il presente, un presente segnato dalla forte ascesa dell’estrema destra.

    La nuova ondata di governi autoritari in tutto il mondo ha riacceso questo dibattito, ma questa parola, che ci viene in mente quando pensiamo a Donald Trump, Javier Milei, Giorgia Meloni, Viktor Orbán o Marine Le Pen, è chiaramente inadeguata a descriverli. Se, come spiegano molti storici, il fascismo del XXI secolo è così diverso dai suoi predecessori, forse abbiamo bisogno di nuovi concetti per definirlo.

    Necessità di nuovi concetti

    Lo stesso vale per molti altri fenomeni del nostro tempo. Il vecchio concetto di guerra si rivela altrettanto problematico e non riesce a cogliere la novità dei conflitti risolti con droni e intelligenza artificiale (IA). Le rivoluzioni dell’ultimo decennio, in particolare la Primavera araba, hanno abbandonato ogni riferimento al socialismo e hanno avuto ben poco in comune con quelle del secolo precedente. Secondo i media mainstream e la maggior parte dei leader occidentali, l’antisemitismo è diffuso, ma non usano più questa etichetta per riferirsi al pregiudizio contro il popolo ebraico; ora la impiegano per squalificare indiscriminatamente chiunque critichi Israele. Questo discorso potrebbe continuare con molti altri concetti.

    Viviamo dunque in una sorta di interregno, come scriveva Gramsci negli anni Trenta nei suoi Quaderni del carcere : «La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si manifesta una grande varietà di sintomi morbosi». Sebbene spesso usata in modo improprio, questa espressione riflette piuttosto bene la nostra situazione attuale: non ci troviamo di fronte a una ripetizione della storia, a un ritorno al passato; siamo confrontati con nuovi problemi e nuove minacce, ma per analizzarli e interpretarli abbiamo a disposizione solo concetti ereditati dal passato. Questo è ovviamente frustrante: queste parole non descrivono adeguatamente l’incertezza del nostro tempo, che sembra preannunciare una terribile tempesta.

    A mio avviso, ci troviamo di fronte a una sorta di post-fascismo, un concetto che riflette sia una distanza storica dal fascismo classico sia un significativo cambiamento nelle sue posizioni ideologiche, sociali e politiche. Questa nuova ed eterogenea estrema destra è una costellazione di movimenti e partiti di origini e riferimenti ideologici diversi, che, per la maggior parte, dichiarano di accettare il quadro istituzionale della democrazia liberale. Il loro obiettivo è distruggere la democrazia dall’interno, non dall’esterno. Rappresentano una minaccia per la democrazia, ma non agiscono nello stesso modo delle forze del fascismo storico; sfidano la tradizionale dicotomia tra fascismo e democrazia in un momento in cui la democrazia stessa appare logorata, screditata, svuotata e privata delle sue virtù originarie.

    David Vance si reca a Monaco per equiparare la libertà ad Alternativa per la Germania (AfD); Giorgia Meloni difende la democrazia italiana da una minaccia incarnata dall’antifascismo; tutti i governi occidentali sostengono Israele come un’isola democratica circondata da barbari oscurantisti; i movimenti di estrema destra in Europa e nelle Americhe propongono misure razziste e xenofobe per difendere la democrazia dal fondamentalismo islamico; mentre deporta centinaia di migliaia di immigrati che vivono e lavorano negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump afferma di difendere i diritti umani quando concede lo status di rifugiato a suprematisti bianchi sudafricani. Le parole hanno cambiato significato attraverso una sorta di metamorfosi orwelliana. Dieci anni fa, queste tendenze erano ancora embrionali. Negli ultimi due o tre anni, hanno subito una drammatica accelerazione.

    Qual è il rapporto con la violenza?

    La principale differenza tra fascismo e post-fascismo, spesso sottolineata, risiede nella violenza. Sebbene questa diagnosi mi sembri accurata, ritengo che necessiti di alcune precisazioni. Oggi, certamente, la maggior parte dei leader dell’estrema destra è abituata ad apparire sui nostri schermi televisivi e il loro entourage non indossa uniformi. Dopo settant’anni di pace e stabilità economica, la democrazia liberale sembrava costituire un solido quadro istituzionale nei paesi occidentali. La violenza – si pensi all’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 o all’attacco al Congresso brasiliano due anni dopo – sembra essere l’eccezione, non la regola, anche se le cose stanno cambiando.

    Il secondo mandato di Donald Trump è caratterizzato da una chiara tendenza alla criminalizzazione della politica: ha inviato truppe federali in molte grandi città per “ripulirle” e ha trasformato l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in una forza paramilitare che appare già come una sorta di guardia pretoriana. Queste sono le caratteristiche più evidenti di questa svolta autoritaria. L’ICE impone un clima di terrore, in cui lo stato di diritto viene messo in discussione e tutti, non solo gli immigrati senza documenti, si sentono minacciati.

    Certo, la violenza post-fascista non è paragonabile a quella del fascismo classico in un continente devastato da una guerra totale, ma i segni del cambiamento sono chiaramente visibili. Anche in Europa l’autoritarismo è in ascesa. Si pensi alla Francia e all’Italia: dieci anni fa, gli scioperi e le manifestazioni sindacali venivano repressi dalla polizia, con alcuni scontri minori con elementi radicali tra gli scioperanti. Oggi, le manifestazioni legali organizzate dai sindacati e dalla sinistra vengono affrontate da una polizia militarizzata. Il razzismo sistemico regna sovrano nelle stazioni di polizia.

    Questo ritorno alle dimostrazioni di forza si è esteso oltre i confini nazionali. L’Occidente ha esportato la violenza altrove, principalmente in Medio Oriente, dove ha orchestrato occupazioni, guerre e, più recentemente, genocidi attraverso il suo alleato israeliano. Ora, l’amministrazione Trump ha bombardato l’Iran, rapito Nicolás Maduro in Venezuela e minacciato i suoi vicini, in particolare la Groenlandia, sfidando la NATO e avvertendo i suoi alleati europei più fedeli. Paradossalmente, questo è più sintomo di debolezza che di forza. Gli Stati Uniti aspirano a impadronirsi del Canada e della Groenlandia per mantenere e rafforzare il loro status di superpotenza continentale, ma hanno abbandonato le loro tradizionali ambizioni egemoniche su scala globale. L’ambizione dell’era della Guerra Fredda di instaurare un ordine mondiale americano è diventata obsoleta. La Cina non crollerà come l’URSS più di trent’anni fa.

    Un orizzonte conservatore

    Una seconda differenza è altrettanto paradossale: la novità di questa estrema destra emergente risiede nel suo conservatorismo. Nel dopoguerra, il fascismo possedeva una forte dimensione utopica. Si concepiva come una rivoluzione, parlava dell’Uomo Nuovo, del Reich Millenario e così via. Sosteneva che il mondo stesse collassando e offriva un’alternativa per il futuro. In altre parole, aveva una visione utopica.

    Oggi, il post-fascismo è puramente conservatore. Parla di una grande sostituzione che presumibilmente minaccia la civiltà occidentale e afferma di difendere i valori tradizionali: la famiglia, la sovranità, le culture nazionali, la civiltà giudeo-cristiana e così via. Sfida ogni progresso in materia di diritti delle minoranze e attacca crudelmente i più vulnerabili: gli immigrati senza documenti, le persone queer e transgender. In generale, questi movimenti hanno perso la capacità di ispirare le persone con il sogno di un futuro diverso; aspirano a ristabilire l’ordine e la sicurezza (economica, politica, culturale e psicologica). Persino lo slogan di Donald Trump, ” Make America Great Again “, quello preferito dai suoi sostenitori, non è uno slogan di conquista; si riferisce al sogno di riconquistare un’età dell’oro perduta, un’epoca in cui gli Stati Uniti erano una potenza forte e prospera.

    La novità – e la reminiscenza degli anni ’30 – risiede nella capacità del post-fascismo di stringere legami organici con le élite economiche, come dimostrato in modo eclatante durante l’insediamento di Trump. Probabilmente, l’esito più probabile per i prossimi anni è l’instaurazione di una forma autoritaria di neoliberismo. Fino ad ora, i leader e i movimenti post-fascisti apparivano come outsider che sfidavano la classe politica e offrivano un’alternativa conservatrice al neoliberismo; oggi, sono diventati interlocutori affidabili per le élite economiche nell’UE, negli Stati Uniti e anche in molti paesi dell’America Latina.

    Naturalmente, è difficile prevedere quanto durerà questa alleanza tra post-fascismo e neoliberismo. Nell’UE siamo ancora lontani dal potere oligarchico che sta emergendo oggi con Trump, ma si osserva una tendenza simile. Quel che sembra chiaro è che le élite neoliberiste non mirano all’instaurazione di uno stato totalitario come l’Italia di Mussolini o la Germania di Hitler; il loro obiettivo è uno stato di eccezione che sospenda la democrazia instaurando un proprio potere, un potere politico basato sul principio dell’autonomia del capitale, che si differenzia dall’autonomia della politica. Carl Schmitt non è del tutto caduto nell’oblio – i leader post-fascisti sono “decisionisti” in quanto disprezzano i parlamenti e governano per decreto esecutivo, sfidando numerose norme costituzionali – ma è stato rivisto e corretto da Friedrich von Hayek.

    Quando fu eletto nel 2023, Javier Milei apparve come una sorta di anomalia argentina: eccessivo, esotico ed eccezionale; oggi è diventato una figura paradigmatica del libertarismo e le sue politiche di austerità sono state superate dal Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE) di Elon Musk. L’unico precedente storico per questa coesistenza di potere politico autoritario (l’idea schmittiana di sovranità) e capitalismo neoliberale, in cui lo Stato si sottomette completamente al capitale e si trasforma in strumento della società di mercato (l’idea hayekiana di liberalismo), è il Cile di Pinochet. E il Cile di Pinochet non era semplicemente una ripetizione del fascismo tra le due guerre. Questo è il contesto storico del post-fascismo odierno.

    Sostegno delle élite economiche

    Questo cambio di strategia non era inevitabile. Le élite economiche hanno iniziato solo di recente a fidarsi e a sostenere i movimenti di estrema destra, movimenti che in precedenza non sembravano interlocutori affidabili. In passato, i leader di estrema destra hanno guadagnato influenza denunciando la globalizzazione neoliberista (quando Marine Le Pen definì Macron un rappresentante delle élite globaliste, o quando Giorgia Meloni stigmatizzò il banchiere Mario Draghi per motivi analoghi). Talvolta sono arrivati ​​al potere contro la volontà delle classi dominanti, come nel caso di Donald Trump e Jair Bolsonaro nel 2016, pur non essendo i candidati dell’establishment.

    Oggi, l’alleanza tra i movimenti populisti di estrema destra e le élite globali prevale ovunque. I fatti su cui si basa questa affermazione sono tutt’altro che aneddotici. Sta emergendo una strana coalizione tra i segmenti più poveri e quelli più ricchi della società. Questa è forse la più grande conquista del post-fascismo: assicurarsi sia il sostegno di ampi settori della classe lavoratrice sia la fiducia delle potenti, ma ristrette, élite globali.

    La destra radicale si basa sul classico paradigma populista del popolo buono contrapposto alle élite corrotte, ma lo ha riformulato in modo significativo. A differenza del passato, quando il “vero popolo” era inteso come una comunità etnicamente omogenea (bianca, nazionalista, presumibilmente profondamente radicata nella terra), contrapposta ai poveri e agli emarginati urbani, fonti di disordine e insicurezza, ora la classe operaia bianca può essere accettata come componente nazionale a condizione che abbia rotto con le sue tradizioni socialiste, comuniste e di sinistra. I nemici esterni sono gli immigrati, le minoranze razziali e i musulmani; i nemici interni sono i rappresentanti di tutte le forme di “wokismo”, dalle femministe e le persone LGBTQ agli ambientalisti e a coloro che denunciano il genocidio palestinese.

    Come giustamente suggerito da Michel Feher, la continuità tra il vecchio nazionalismo, il fascismo e il post-fascismo risiede in una persistente dicotomia immaginaria tra produttori e parassiti; i primi, uomini e donne virtuosi che lavorano, vengono vergognosamente sfruttati dai secondi, un gruppo eterogeneo che comprende élite finanziarie e immigrati che beneficiano della sicurezza sociale e dello stato sociale dei paesi ospitanti. Durante la prima metà del XX secolo, questi settori parassitari incarnavano gli attributi degli ebrei nell’immaginario nazionalista e fascista: una strana coalizione di banchieri di Wall Street e bolscevichi ebrei; oggi, sono le élite globaliste e gli immigrati musulmani.

    Tuttavia, l’immaginario postfascista – in particolare la sua visione della sessualità – è più complesso di quanto la stigmatizzazione dei modelli alternativi e la ricerca di capri espiatori possano suggerire. Nonostante il suo carattere neoconservatore, il postfascismo non dovrebbe essere interpretato come un semplice ritorno alla normalità borghese e agli stereotipi vittoriani. Emergendo dal tessuto istituzionale della democrazia liberale nelle società di mercato plasmate da un individualismo possessivo, il postfascismo ha rotto con l’ideale fascista e, in molti casi, rivendica l’eredità dell’Illuminismo. Nell’era posttotalitaria dei diritti umani, ciò gli conferisce una certa rispettabilità.

    Il post-fascismo non giustifica la sua guerra contro l’Islam con i vecchi e fallaci argomenti dell’espansionismo imperialista e del razzismo dottrinale, bensì con una propria interpretazione dell’eredità illuminista. Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Viktor Orbán affermano di difendere i popoli europei dai migranti che attraversano il Mediterraneo, ma dichiarano anche di difendere le donne dall’oscurantismo islamico. Omofobia e omonazionalismo coesistono all’interno di questa mutevole destra radicale. Nei Paesi Bassi, il femminismo e i diritti LGBTQ+ sono serviti da vessillo per una violenta campagna xenofoba contro l’immigrazione e le popolazioni musulmane, guidata prima dal dichiaratamente gay Pim Fortuyn e poi dal suo successore, Geert Wilders, attivista per i diritti dei gay. Alice Weidel, leader nazionale dell’AfD, è lesbica, dichiara di essere fedele alla famiglia tradizionale e si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

    Oggi, l’eredità dell’Illuminismo si esprime spesso in una nuova versione dell’Orientalismo, basata su una visione dicotomica del mondo che contrappone civiltà, razionalismo, progresso e libertà a barbarie, fanatismo e oscurantismo. I movimenti di estrema destra partecipano a questa visione neo-orientalista progressista senza abbandonare la loro tradizionale identità razzista, misogina e omofoba. Pur avendo certamente abbandonato un discorso razzista e colonialista classico, ormai inaccettabile nel XXI secolo (con alcune notevoli eccezioni, come il colonialismo sionista), continuano a parlare di una discordanza culturale ontologica tra l’Occidente e il resto del mondo.

    Qual è il rapporto con lo Stato?

    Una differenza sostanziale tra fascismo e postfascismo risiede nella loro concezione dello Stato. Il fascismo nacque all’indomani della Prima Guerra Mondiale, nell’era dello Stato totalitario, alla fine del capitalismo del laissez-faire e con l’avvento dell’intervento statale nell’economia: keynesismo, New Deal , fascismo e piani quinquennali sovietici appartengono tutti alla stessa era dello statalismo. Il postfascismo emerse in un periodo radicalmente diverso, l’era del messianismo del libero mercato e del capitalismo neoliberista. I suoi tratti autoritari coesistono con un culto della società di mercato.

    In questo contesto, il sostegno delle élite economiche ha un prezzo elevato: l’abbandono dello statalismo. Oggi Trump non è più visto come un outsider che ha preso il controllo del Partito Repubblicano, uno dei pilastri dell’establishment americano. Allo stesso modo, i movimenti nazionalisti e post-fascisti europei non appaiono più come nemici sovversivi e pericolosi dell’UE. Meloni non è un emarginato, bensì una figura influente all’interno dell’UE. Prima di salire al potere, né Mussolini né Hitler godevano di un sostegno così esplicito da parte delle élite finanziarie e industriali dei rispettivi paesi; la loro situazione era ben diversa dal sostegno che Trump ha ricevuto da numerosi miliardari, o da quello che Le Pen ottiene dall’impero mediatico controllato da Vincent Bolloré. Per molti versi, le élite globali ricordano i sonnambuli del 1914, i campioni del concerto europeo delle nazioni che caddero in disgrazia senza comprendere cosa stesse accadendo.

    Nel periodo tra le due guerre, le democrazie liberali guardarono all’ascesa del fascismo con un misto di incomprensione e compiacimento, le cui principali espressioni furono la deliberata non interferenza di Francia e Regno Unito nella guerra civile spagnola e le concessioni fatte a Hitler alla Conferenza di Monaco del 1938. Oggi, una simile ambiguità persiste. Come giustamente sottolinea Wolfgang Streeck, il cosmopolitismo economico e culturale delle élite globali ha generato, per reazione, “una forma di nazionalismo anti-elitario dal basso”, basata sulla dicotomia di Feher tra produttori e parassiti. Il post-fascismo dà espressione politica a questo risentimento, guadagnando al contempo rispettabilità e credibilità agli occhi delle stesse élite finanziarie e industriali.

    È difficile prevedere per quanto tempo riuscirà a conciliare queste tendenze contraddittorie. Milei, Meloni, Orbán e Trump sono abili acrobati che tengono in mano i due poli opposti, ma a lungo andare questo esercizio potrebbe rivelarsi pericoloso: da un lato, questa convergenza tra le élite e gli strati sociali più svantaggiati non potrà mai costituire un vero blocco storico in senso gramsciano, ma solo una forma provvisoria di bonapartismo; dall’altro, la condizione per attuare questa strategia è la progressiva distruzione del quadro istituzionale dello stato di diritto e della democrazia liberale.

    Dagli anni ’90, ovvero dalla fine della Guerra Fredda, le forze di governo, sia di sinistra che di destra, hanno abbracciato il neoliberismo come una sorta di ideologia monolitica. Questa è la premessa principale alla base della spettacolare ascesa dell’estrema destra, che si è infine affermata come alternativa. Secondo Wendy Brown, la destra radicale è la risposta antidemocratica allo smantellamento della democrazia guidato dalla logica neoliberista. In un celebre aforisma del 1939, Max Horkheimer scrisse: “Chi non vuole parlare di capitalismo deve tacere anche sul fascismo”. Oggi si potrebbe dire: “Chi non vuole parlare di neoliberismo deve tacere anche sul post-fascismo”. Sebbene neoliberismo e post-fascismo non siano sinonimi, al momento costituiscono un’alleanza precaria. L’unica chiave per contrastare questa tendenza e dissolvere questi “sintomi morbosi” è la rinascita della sinistra, una risposta sociale e politica dal basso che, anziché essere abbandonata, sia capace di trovare un progetto, nuovi simboli e una nuova visione del futuro.

    Articolo pubblicato dal sito: https://www.gaucheanticapitaliste.org/

    Leonardo De Angelis

    16 Maggio 2026
    Internazionale
  • Democrazia socialista d’America: la scommessa da vincere

    Democrazia socialista d’America: la scommessa da vincere

    Di Nando Simeone

    Bernie Sanders, nel suo discorso poco prima di insediare Mamdani come sindaco di New York City, di fronte a migliaia di newyorkesi: “In un momento in cui gli americani, e in effetti il mondo intero, stanno perdendo fiducia nella democrazia, più di 90.000 di voi, in questa città, si sono offerti volontari per la campagna di Zohran. Avete bussato alle porte. Avete condiviso i vostri sogni e le vostre speranze per il futuro di questa città. E così facendo, avete affrontato l’establishment democratico, quello repubblicano, il Presidente degli Stati Uniti e alcuni oligarchi estremamente ricchi, e li avete sconfitti in quello che costituisce il più grande sconvolgimento politico nella storia americana moderna”.

    Mamdani dichiarò in seguito, dalla stessa tribuna, che: “Mentre scrivevo questo discorso, mi è stato detto che questa era un’opportunità per ridefinire le aspettative, che avrei dovuto cogliere l’occasione per incoraggiare i newyorkesi a chiedere poco e ad aspettarsi ancora meno. Non farò nulla del genere. L’unica aspettativa che cerco di ridefinire è quella delle piccole aspettative”. Mamdani si è poi affrettato a elaborare questo punto con una dichiarazione di valore universale: ”Per troppo tempo, abbiamo guardato al settore privato per raggiungere la grandezza, accettando la mediocrità da coloro che servono il pubblico. Non posso biasimare coloro che sono arrivati a mettere in discussione il ruolo del governo, la cui fede nella democrazia è stata erosa da decenni di apatia”. Ripristineremo quella fiducia intraprendendo una strada diversa, una strada in cui il governo non sia più solo l’ultima spiaggia per chi è in difficoltà, una strada in cui l’eccellenza non sia più l’eccezione…

    Inoltre, non è certo un caso che Mamdani abbia il raro “privilegio” di avere contro di sé la più ampia coalizione di figure reazionarie, oscurantiste e assassine, tra cui l’americano Trump, l’israeliano Netanyahu, l’indiano Modi e tutta la crème del nazifascismo e dell’estrema destra internazionale. Per non parlare del russo Putin, il cui canale RT ha dato prova della più delirante islamofobia, precipitandosi ad avvertire i buoni americani che Mamdani ”pone la Sharia al di sopra della legge americana”, semplicemente perché Mamdani ha osato giurare sul Corano! Tutta questa schiera di dittatori e altri carnefici dell’umanità sa benissimo perché odia con passione il giovane sindaco di New York, il socialista democratico Zohran Mamdani…

    La vittoria di Zohran ha ridefinito le aspettative su ciò che è politicamente possibile, ha contribuito alla crescita dei Democratic Socialists of America (DSA), che ora contano oltre centomila membri, e ha ispirato nuovi candidati con forti legami con i movimenti sociali a presentarsi alle elezioni nazionali. Allo stesso tempo, il gradimento della leadership del Partito Democratico è crollato ai minimi storici, con molti elettori desiderosi di una vera alternativa politica. La sinistra ha un’opportunità storica – e una responsabilità – di cogliere l’attimo.

    Il DSA ha dimostrato di poter vincere le elezioni in ogni angolo del Paese. I membri si candidano e vincono campagne elettorali in Stati come Georgia, Kentucky, Tennessee, Utah, Texas e Arizona.

    Sul fronte interno, Trump ha schierato l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) per occupare le città e terrorizzare i quartieri, causando la morte di manifestanti come Alex Pretti e Renee Nicole Good. Sul fronte legislativo, le iniziative di Trump, come il Big Beautiful Bill, hanno danneggiato milioni di lavoratori tagliando sussidi fondamentali e convogliando ricchezza verso miliardari come Elon Musk, la cui ricchezza e il cui potere continuano a crescere.

    La scelta del gruppo dirigente, a partire dai copresidenti nazionali del DSA, chiede una nuova coalizione popolare di movimenti sociali, sindacati e sinistra per reclutare e presentare un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Le campagne di Bernie Sanders nel 2016 e nel 2020 hanno trasformato la politica americana, portando a una crescita esponenziale dei movimenti di sinistra e a un accresciuto senso di coscienza di classe.

    Questo momento richiede azione. L’amministrazione Trump ha segnato una preoccupante svolta autoritaria e una disponibilità a usare la violenza esplicita per raggiungere obiettivi politici. A livello internazionale, ha continuato a finanziare il genocidio in Palestina, ha rapito illegalmente il presidente venezuelano Nicolás Maduro e ha dato inizio a quella che sembra essere una guerra prolungata con l’Iran. Ha inoltre perseguito una politica estera aggressiva e nazionalista attraverso la guerra economica e minacce dirette di annessione.

    Nonostante i tanti attacchi, milioni di persone in tutto il Paese si stanno opponendo a Trump. Oltre sette milioni di persone in tutti i cinquanta Stati hanno partecipato alle proteste “No Kings”, organizzate da un’ampia coalizione che comprendeva sindacati, leader religiosi, associazioni di veterani, attivisti ambientalisti e molti altri. Quando l’ICE ha attaccato e occupato il Minnesota, migliaia di persone hanno rischiato la vita per bloccare le deportazioni e chiedere che l’ICE lasciasse la città. Dopo proteste incessanti, il comandante dell’ICE, Greg Bovino, è stato rimosso dall’incarico e Trump ha annunciato il ritiro della maggior parte degli agenti dell’ICE di stanza a Minneapolis, risultato indubbiamente di una mobilitazione popolare prolungata.

    Le proteste “No Kings” e quelle contro l’ICE sono la prova di una rinnovata energia ed entusiasmo politico nella sinistra, costruendo movimenti di massa in grado di vincere la battaglia per la democrazia e costruire una società pacifica, giusta ed equa. Ciò richiede di presentare una visione politica alternativa a milioni di persone attraverso una campagna presidenziale. Ed è proprio questa la straordinaria proposta di DSA, che anche per il sistema bipolare degli Stati Uniti deve sconfiggere il Partito Democratico alle primarie che non solo non è riuscito a opporsi seriamente all’amministrazione Trump, ma ha dimostrato di essere totalmente restio a presentare un programma politico che risponda alle esigenze della classe lavoratrice: si è rifiutata di tagliare i fondi e abolire l’ICE, ha continuato a finanziare il genocidio a Gaza, si è astenuta dal chiedere tasse significative sulla classe dei miliardari e ha ridimensionato le aspettative su ciò che il governo può effettivamente realizzare.

    L’indice di gradimento del Partito Democratico è crollato a livelli minimi storici, creando nuove opportunità per l’organizzazione politica indipendente. L’attuale momento politico impone la creazione di un nuovo movimento di opposizione politica radicato nella classe lavoratrice, in contrapposizione al trumpismo e all’establishment del Partito Democratico.

    Il DSA ha già iniziato a prepararsi per il 2028. Alla convention nazionale dello scorso anno, è stata approvato la risoluzione che ribadisce l’intenzione di presentare un candidato alla presidenza nelle primarie democratiche. È stato eletto un comitato di leader nazionali incaricato di gettare le basi per questo progetto, contattando le organizzazioni alleate e individuando potenziali candidati.1) Abbiamo bisogno di un candidato presidenziale di sinistra laburista Di Ashik SiddiqueMegan Romer Jacobin 5,4,2026

    Questo ambizioso obiettivo non avrà successo o fallimento in base alla forza di una singola organizzazione, ma piuttosto alla capacità della sinistra, nel suo complesso, di unirsi attorno a una visione comune per una società democratica.

    Questa straordinaria sfida che ci sarà negli Stati Uniti, affiancata a quello che sta succedendo in Francia, dove l’unica alternativa al pericolo della vittoria dei fascisti del FN è rappresentato dal leader de La France Insoumise malgrado il coinvolgimento in numerose controversie che, a priori, dovrebbero indebolirlo, soprattutto perché la sua difesa è stata a volte molto debole, in particolare di fronte alle accuse di antisemitismo. Tuttavia, l’inaspettato successo del partito di sinistra alle ultime elezioni comunali ridimensiona il reale impatto di questi attacchi, almeno tra il 10% della popolazione che costituisce la sua base elettorale, ormai praticamente incrollabile. D’altro canto, il partito ha qualche asso nella manica. Pur non avendo ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura, Jean-Luc Mélenchon è, di fatto, l’unico candidato di sinistra da molti mesi ad avere un programma politico pronto e le cui truppe sono in fase di mobilitazione. Dal 2022, La France Insoumise ha rafforzato significativamente la propria base elettorale, quadruplicando il numero dei deputati e mantenendo il controllo di importanti città come Saint-Denis, Roubaix e Le Tampon (nel 2022 non governava alcuna città con più di 20.000 abitanti). Questa maggiore presenza si traduce anche in maggiori risorse finanziarie, che le hanno permesso di dotarsi di un apparato di gran lunga superiore a quello impiegato nelle campagne precedenti. Tale apparato comprende anche una macchina di produzione intellettuale (in particolare attraverso l’Institut La Boétie, il suo think tank) che, per quanto si possa essere critici nei confronti delle idee che genera, opera a pieno regime, producendo regolarmente concetti di grande impatto, come “Nuova Francia” per affrontare la diversità culturale del Paese, o, prima ancora, “creolizzazione”. Questo rappresenta un vantaggio concreto durante le campagne presidenziali, quando la produzione politica e intellettuale del resto della sinistra è praticamente inesistente. Non corriamo quindi molti rischi nel prevedere che Jean-Luc Mélenchon prima o poi assumerà la leadership della sinistra e probabilmente presto – il che rappresenterebbe una novità rispetto al 2022, quando iniziò a guadagnare consensi solo dal 12% un mese prima delle elezioni (per raggiungere il 22%).

    La vittoria in Irlanda di Catherine Connolly, ex psicologa e avvocata, 68 anni, candidata indipendente di sinistra, schietta e con posizioni forti in politica estera, per un’edilizia popolare e di massa, con forti riduzioni del costo degli affitti. Connolly ha guidato una coalizione dichiaratamente di sinistra con un programma limpido, fondato su due pilastri: giustizia sociale e politica estera.

    Sul piano internazionale, ha condannato con chiarezza il genocidio in Palestina ed è contraria alle politiche di riarmo.

    Sul fronte interno ha proposto un’agenda radicale contro la crisi immobiliare, la precarietà e l’aumento del costo della vita: difesa dei servizi pubblici, tassazione dei grandi patrimoni, diritto alla casa. Un programma esplicitamente anti-liberista che ha riacceso speranze tra i ceti popolari. Molto forte anche il sostegno dei giovani, che l’hanno trasformata in un simbolo di autenticità e coerenza.

    Durante la campagna elettorale, alcuni video virali – lei che gioca a calcio, sorride, parla con semplicità – hanno mostrato una leader diversa, popolare nel senso migliore del termine.

    Connolly è stata sostenuta inizialmente solo dai partiti più radicali, poi anche dal Labour e dal Sinn Féin. Molto importante il suo ruolo, attratto dalla sua posizione netta a favore della riunificazione irlandese. Un consenso costruito dal basso, non col calcolo ma con coerenza e convinzione.

    Una vittoria che dice una cosa semplice: la sinistra non vince quando si traveste da centro, ma quando ha il coraggio di tornare a credere in se stessa, mettendo al centro la giustizia sociale.

    Tutto questo per mettere in evidenza che lo spazio politico per una forza alternativa alla socialdemocrazia e, quindi in Italia, al PD esiste nel mondo e sta a noi muoverci per costruire un progetto interessante anche nel nostro Paese.

    Leonardo De Angelis

    14 Maggio 2026
    Internazionale, Uncategorized
  • La svolta a sinistra del Brasile continua

    La svolta a sinistra del Brasile continua

    Intervista di Pablo Castano a Vitória Genuino

    Il governo di Jair Bolsonaro è stato un periodo buio per i movimenti sociali in Brasile. Dal ritorno di Lula, questi movimenti hanno riacquistato il loro ruolo, non solo nelle piazze ma anche nella definizione delle politiche governative.

    Vitória Genuino, segretaria della gioventù nel governo di Luiz Inácio Lula da Silva, è stata forgiata come attivista di base nel Movimento dos Trabalhadores Sem-Teto (MTST, Movimento dei lavoratori senza casa), guidando la lotta per alloggi dignitosi e giustizia sociale.

    Lo scorso fine settimana, si trovava a Barcellona per partecipare all’incontro sulla mobilitazione progressista globale, che ha riunito capi di governo di sinistra e di centrosinistra come Lula, il colombiano Gustavo Petro, la messicana Claudia Sheinbaum e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. Alla conferenza, ha parlato della mobilitazione giovanile e del suo lavoro in Brasile.

    In un’intervista con Pablo Castaño per Jacobin , Genuino ha discusso delle opportunità e delle contraddizioni del passaggio dai movimenti sociali alla politica istituzionale. Ha inoltre valutato il governo di Lula a pochi mesi dalle elezioni generali di ottobre, in cui il leader veterano del Partito dei Lavoratori si scontrerà con Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra.

    Con il ritorno al potere del Presidente Lula [all’inizio del 2023], i movimenti hanno ora maggiori opportunità di dialogo con il governo. Gli spazi di partecipazione sociale che vengono promossi contribuiscono a questo processo di riorganizzazione dei movimenti, che durante l’ultimo periodo, sotto il governo di Jair Bolsonaro, hanno subito una violentissima criminalizzazione. Per questo motivo considero questo un momento di riorganizzazione e di rafforzamento delle lotte per ricostruire le politiche abitative in Brasile.

    La ristrutturazione del Ministero delle Città voluta dal Presidente Lula offre al movimento l’opportunità di superare lo scontro diretto con il governo e di diventare parte attiva delle politiche di ricostruzione. Credo che questo sia il momento opportuno per rivalutare i problemi, riorganizzarci e presentare proposte concrete per migliorare le condizioni abitative.

    A livello più personale, come hai vissuto questo passaggio dalla politica dei movimenti alla politica istituzionale?

    È un cambiamento recente, avvenuto da dicembre ad oggi. Far parte del governo è molto diverso, ma è un’esperienza importante. Anche se ora ricopro una carica ufficiale e rappresento il governo brasiliano, lo faccio come attivista per il diritto all’alloggio e per i diritti dei giovani.

    Credo che il governo possa essere uno strumento di trasformazione sociale. È uno spazio in cui io, come attivista, posso concepire e costruire politiche pubbliche basate su questa visione attivista, consapevole di rispondere ora “dall’altra parte del balcone”, come diciamo in Brasile. Conosco le difficoltà e posso avere una prospettiva diversa sulle richieste che emergono. Questo non solo perché sono un attivista, ma anche per via del mio background: sono cresciuto nella periferia della città di Olinda, nel nord-est del Brasile. Questa prospettiva diversa mi permette di comprendere che, sebbene questo momento al governo sia indubbiamente temporaneo, è anche un vero strumento di trasformazione sociale.

    Il suo percorso professionale si colloca all’interno dell’attuale governo brasiliano, oppure ci sono altre figure che provengono direttamente dai movimenti sociali?

    Diverse persone che oggi fanno parte del governo hanno un passato di attivismo nei movimenti sociali, ma posso parlare più direttamente del Ministero [della Presidenza], di cui fa parte la mia segreteria. Il Ministro Guilherme Boulos [del partito di sinistra Socialismo e Libertà, PSOL], che fa parte del governo per la prima volta, ha una lunga storia nel movimento per il diritto all’abitazione, ma non è stato il primo.

    L’amministrazione Lula ha creato, per la prima volta, la Segreteria Nazionale per le Periferie. Questa iniziativa era storicamente una richiesta dei movimenti sociali, che avevano compreso la necessità, all’interno del Ministero delle Città, di creare uno spazio dedicato specificamente alle problematiche delle aree periferiche. Tra i membri della Segreteria figura anche Izadora Gama Brito, Segretaria per la Partecipazione Sociale, proveniente dalle lotte del MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Terra).

    In vista delle elezioni generali del 2022, Lula raggiunse un accordo con i partiti tradizionali, che prevedeva la nomina di un ex rivale, Geraldo Alckmin, come suo vicepresidente. Che impatto ha avuto questo accordo sulle politiche di governo, rispetto ai precedenti mandati di Lula?

    C’è una lotta costante per orientare il governo più a destra, più verso il centro o più a sinistra. Ogni attore del governo ha un ruolo da svolgere in questo. L’alleanza che il presidente Lula ha stretto con il vicepresidente Geraldo Alckmin è stata cruciale per il nostro ritorno al potere nel quadro della lotta contro la destra rappresentata da Bolsonaro, ma questo ha anche le sue conseguenze. Abbiamo fatto la nostra parte per spingere il governo a sinistra.

    La scorsa settimana, il Presidente Lula ha preso posizione contro la settimana lavorativa di sei giorni (6×1), confrontandosi direttamente con le piattaforme basate su app, nell’ambito di un più ampio dibattito sul lavoro dignitoso. Questa iniziativa è nata in gran parte dal Ministro Boulos e rientra nella sua agenda di lunga data. Il nostro ruolo è quello di promuovere le priorità urgenti della classe lavoratrice all’interno del governo, e il Presidente Lula ha abbracciato direttamente queste tematiche.

    Quali politiche del nuovo mandato di Lula vorreste evidenziare?

    Quando parliamo nello specifico del governo di Lula [2023-oggi], è importante sottolineare che si tratta di un governo di ricostruzione. Ciò significa il ripristino del Ministero delle Città e l’assegnazione di risorse ai ministeri strategici…

    Oggi, in Brasile, il tasso di disoccupazione giovanile è diminuito. Il Ministero dell’Istruzione, ad esempio, ha lanciato i “corsi popolari”, una politica molto importante rivolta agli studenti delle aree periferiche e delle favelas . C’è poi il programma Pé-de-Meia, un’iniziativa con cui il governo fornisce risorse agli studenti delle scuole pubbliche. Quindi, per quanto riguarda le politiche in materia di istruzione, e in particolare per i giovani – che è il tema centrale del mio programma di governo – abbiamo fatto diversi progressi.

    Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali di ottobre, i sondaggi mostrano un pareggio tra Lula e Flávio Bolsonaro. Perché, secondo te, l’estrema destra è così forte in Brasile, anche dopo il tentato colpo di stato e l’incarcerazione di Jair Bolsonaro?

    La classe più ricca, il centro che controlla la ricchezza globale, ha ripercussioni anche in Brasile. Il governo Bolsonaro ha avuto un impatto sulla società. Oggi, ad esempio, assistiamo a un netto aumento dei casi di violenza contro le donne. Questo è il risultato di ciò che la destra ha lasciato in eredità dopo il suo periodo al governo.

    Credo che questa classe dirigente eserciti una forte influenza simbolica sulla società e che il discorso del libero mercato possa risultare attraente per molti. Tuttavia, crediamo che il popolo brasiliano sia favorevole a questa ricostruzione del Paese. Oggi, la situazione per la nostra gente è di gran lunga migliore. Crediamo che, attraverso l’efficace attuazione delle politiche pubbliche, possiamo progredire e proseguire su questa strada.

    Una delle sfide che i presidenti progressisti latinoamericani (Lula, Petro, Sheinbaum) si trovano ad affrontare è il loro rapporto con Donald Trump, visti i continui attacchi, le minacce e i dazi. Come ha gestito Lula la situazione con Trump?

    Il Brasile svolge un ruolo molto importante nel promuovere il dialogo nella politica internazionale. Il Presidente Lula e il nostro governo stanno rafforzando la nostra sovranità e indipendenza e difendiamo una posizione ben precisa riguardo alle politiche dell’amministrazione Trump, che colpiscono principalmente i brasiliani attualmente residenti negli Stati Uniti. Ci opponiamo con fermezza. La nostra intenzione è sempre quella di ricercare il dialogo per evitare ulteriori conflitti.

    Durante i primi mandati di Lula [2002-2010], l’America Latina era più unita come attore geopolitico, grazie alla creazione del Mercosur e di altri progetti di integrazione regionale, rispetto a oggi. Pensi che dover affrontare Trump possa contribuire a ricostruire una qualche forma di unità latinoamericana?

    Sta diventando un’importante forza trainante per la mobilitazione. La Mobilitazione Progressista Globale rappresenta questa riorganizzazione dei paesi latinoamericani, tenendo conto del periodo storico che stiamo vivendo, data l’avanzata della destra in questi paesi. Credo che il Presidente Lula, Sheinbaum e gli altri attori che si incontreranno qui in difesa della democrazia stiano dimostrando il nostro impegno verso questo programma. Il Brasile ha questo importante ruolo di dialogare con entrambe le parti, simultaneamente, per rafforzare la sovranità del nostro territorio.

    Cosa ti aspetti da questo incontro a Barcellona?

    L’eredità principale che vogliamo lasciare è la lotta contro l’estremismo e la difesa della democrazia. La nostra partecipazione qui mira a rafforzare la sovranità dei popoli e dei territori attraverso la democrazia. Credo che questo sia il messaggio principale.

    In Europa, sentiamo spesso dire che i giovani oscillano tra apatia e posizioni conservatrici, e i sondaggi mostrano un certo spostamento a destra tra i giovani. Qual è la tua esperienza in Brasile?

    Alcuni sondaggi indicano un calo di popolarità del governo Lula tra i giovani di età compresa tra i sedici e i ventiquattro anni. Dobbiamo capire meglio come comunicare i progressi e le politiche che abbiamo costruito attorno ai giovani. Sebbene ci sia meno mobilitazione nelle piazze [rispetto ai periodi precedenti], c’è anche una certa resistenza. Abbiamo l’Unione Nazionale degli Studenti, l’Unione Brasiliana degli Studenti delle Scuole Secondarie… movimenti storici nelle scuole e nelle università che sono ancora forti oggi.

    Esistono però anche movimenti giovanili culturali e religiosi molto forti che non si organizzano secondo i modelli tradizionali di partiti politici e movimenti studenteschi. Dobbiamo imparare da queste nuove esperienze. A volte, quando parliamo di mobilitazione, pensiamo al modello tradizionale. Ma abbiamo una nuova generazione. I social media possono avere un lato negativo; dobbiamo parlare della salute mentale dei giovani. Ma allo stesso tempo, dobbiamo capire come possiamo parlare ai giovani di tutti questi diritti e progressi che abbiamo portato avanti.

    Leonardo De Angelis

    13 Maggio 2026
    Internazionale
  • La battaglia decisiva contro l’estrema destra si combatterà in Francia?

    La battaglia decisiva contro l’estrema destra si combatterà in Francia?

    Di Léonard Brice

    A un anno dalle elezioni presidenziali francesi, la campagna elettorale è già nel vivo. La posta in gioco è alta, poiché una delle principali potenze europee potrebbe presto cadere nelle mani dell’estrema destra. In questo contesto, si intensificano le discussioni sulle strategie per sconfiggere il Rassemblement National e unire la destra. Pubblichiamo di seguito il testo del nostro collega Léonard come contributo a questo dibattito.

    Bruxelles diventerà la capitale di un’Unione Europea fascista? La narrazione fatalistica di un’Europa (e di un mondo) erosa dall’inesorabile ascesa dell’estrema destra si è in qualche modo indebolita nelle ultime settimane, con due eventi principali che potrebbero essere interpretati come vittorie antifasciste: il fallimento del referendum promosso da Giorgia Meloni in Italia e la fine dell’interminabile regno di Viktor Orbán in Ungheria. Ma se queste sono vittorie, sono quantomeno parziali e fragili. L’estrema destra continua a crescere e sta elaborando più che mai il suo piano per impadronirsi del potere a livello europeo. E in questo scontro, le elezioni presidenziali francesi tra un anno potrebbero benissimo rappresentare una battaglia decisiva.

    Qual è la situazione attuale dell’estrema destra in Europa?

    Per molti aspetti, Fidesz Ungheria ha rappresentato un laboratorio per l’estrema destra europea. Durante i suoi 16 anni al potere, Orbán ha pazientemente minato le fondamenta della democrazia liberale, ha posto sotto il suo controllo la magistratura e ha controllato praticamente tutti i media, abbracciando progressivamente un’ideologia sempre più reazionaria. Questa evoluzione è stata rapidamente guidata da una figura chiave: Vladimir Putin, che in questo periodo è diventato il principale modello per l’intera estrema destra europea e che ha nominato Orbán suo ambasciatore presso l’Unione Europea. Partiti come il Rassemblement National (RN) francese e il Vlaams Belang belga hanno a lungo abbracciato questo orientamento est-orientale, il cui principale slogan era il rifiuto dell’Unione Europea.

    Ma da tempo hanno cambiato marcia. Il caos della Brexit, seguito dalla guerra in Ucraina, ha costretto molti partiti, primo fra tutti il ​​Rassemblement National, a rivedere il proprio approccio. La principale fonte d’ispirazione per l’estrema destra europea non è più Putin, ma Trump. Il suo leader non è più Orbán, ma Meloni. Il suo obiettivo non è più lo smantellamento dell’Unione, ma la sua conquista, attraverso una stretta alleanza con una destra in fase di radicalizzazione.

    Da questa prospettiva, la vittoria di Péter Magyar può essere vista come una semplice conferma di questa tendenza. Il suo partito, Tisza, si definisce di centro-destra ed è affiliato al Partito Popolare Europeo (PPE) di Ursula von der Leyen, insieme ai Repubblicani Francesi (LR) e al Partito Cristiano Democratico e Fiammingo (CD&V) belga. Ma lui stesso è un dissidente di Fidesz e si è allontanato dal regime di Orbán solo due anni fa. Le sue posizioni sull’immigrazione e sui diritti LGBTQ+ sono indistinguibili da quelle del suo ex capo. Di fatto, si differenzia da lui solo su due punti: la sua denuncia della corruzione all’interno del regime e la sua posizione anti-russa e pro-europea. Quindi, si tratta di un partito di centro-destra tradizionale o di un’estrema destra rinnovata? In ogni caso, è meglio non contare sul fatto che possa bloccare i nostri nuovi, rispettabili e ben vestiti reazionari come Meloni, Bardella e De Wever.

    Anche se non ha portato a un cambio di governo, la sconfitta della leader italiana al referendum sulla riforma giudiziaria del 22 marzo potrebbe essere vista come un segnale più positivo. Questa riforma era intesa come punto di partenza per una graduale revisione delle istituzioni, il cui obiettivo finale è facilmente immaginabile; la vittoria del “no” la costringe, quantomeno, a rimandare questo progetto. Per molti aspetti, è una vittoria per il popolo italiano, che ha vissuto una spettacolare rinascita negli ultimi mesi, come dimostra l’imponente sciopero generale del 22 settembre, in cui quasi un milione di persone hanno manifestato contro il genocidio in Palestina.

    All’interno dell’Unione Europea, la riconfigurazione dell’ordine mondiale e il consenso militarista hanno permesso all’estrema destra, con Meloni alla sua guida, di affermarsi con la proposta di riarmo nell’ambito della NATO, in linea con i desideri di Trump. Su questo tema, il suo diretto avversario è Emmanuel Macron, che preferisce affermare l’”autonomia strategica” del vecchio continente, distanziarlo dall’industria militare americana e rafforzare il ruolo della Francia, che rimane il terzo esportatore di armi al mondo, dopo Stati Uniti e Russia. Tra i due, la Germania, sotto la guida di Merz e von der Leyen, svolge il ruolo di arbitro. Rivelando improvvisamente la propria fragilità interna, la leader fascista potrebbe perdere autorità a livello internazionale e trovarsi nella necessità di nuovi alleati. La sua principale speranza, oggi, è che la Francia stessa debba presto cedere le redini del potere. E grazie a quella magia che sembra caratterizzare i sistemi presidenziali, le elezioni dell’aprile 2027 potrebbero rimescolare completamente le carte, in un modo o nell’altro: la continuazione di un orientamento europeista e liberale, uno spostamento verso l’asse Meloni-Trump, o l’emergere di un’ala sinistra con una visione alternativa. La Francia è la seconda economia più grande d’Europa e, soprattutto, la principale potenza militare – l’unica a possedere armi nucleari. Se vacillasse, l’Europa potrebbe benissimo vacillare con essa. Vale quindi la pena, all’indomani delle elezioni amministrative e con la campagna presidenziale già in corso, valutare la plausibilità di questi tre scenari.

    Indagini e dinamiche

    Nell’ultimo sondaggio Elabe (1) , l’estrema destra è data per favorita al primo turno, con Jordan Bardella e Marine Le Pen intorno al 35%. Tra destra e centro, Édouard Philippe sembra al momento l’unico candidato in grado di unire il partito, con punteggi che vanno dal 20% al 25%, mentre Gabriel Attal e Gérald Darmanin si attestano intorno al 10%. La maggior parte di queste proiezioni presuppone anche la presenza di Bruno Retailleau, tra il 7% e il 10%, e di Dominique de Villepin, intorno al 5%. A sinistra, Mélenchon si attesterebbe intorno al 12%, testa a testa con Raphaël Glucksmann se quest’ultimo si candidasse – al suo posto, François Hollande otterrebbe un risultato leggermente inferiore, intorno all’8%, e Olivier Faure dovrebbe accontentarsi del 5%. Una candidatura solista di Fabien Roussel otterrebbe tra il 3% e il 4%, mentre Marine Tondelier riceverebbe il 5%. Al suo posto, François Ruffin potrebbe raggiungere l’8%. All’estrema sinistra, solo Nathalie Arthaud si sta mettendo alla prova, con sondaggi che oscillano tra lo 0 e l’1%. Il totale dei voti di sinistra, in un’accezione generosa del termine, si aggira tra il 25 e il 30%.

    Che significato hanno questi sondaggi in questa fase? Non molto. La vera lista dei candidati non è ancora nota e possiamo immaginare molti scenari non ancora verificati. La grande incognita dell’affluenza alle urne aggiunge un ulteriore elemento di incertezza: ricordiamo che in Francia il voto non è obbligatorio e che l’astensione al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 ha raggiunto il 28%. Ma soprattutto, ci sarà un anno di campagna elettorale tra questo sondaggio e le elezioni, ed è difficile prevedere dove ci porterà.

    All’estrema destra, il nome che comparirà sulla scheda elettorale dipende ancora da una decisione del tribunale, attesa per il 7 luglio. Ricordiamo che Marine Le Pen è stata condannata all’interdizione immediata dalle cariche pubbliche per un caso di appropriazione indebita di fondi europei su vasta scala. Se il tribunale confermerà la sentenza in appello, non potrà candidarsi e passerà quindi il testimone al suo protetto, il giovane Jordan Bardella. Al momento, i due candidati si attestano su livelli di consenso pressoché identici, anzi molto elevati. Ma l’esperienza delle ultime elezioni legislative dimostra che il Rassemblement National (RN) non è immune a una campagna elettorale debole che ne frena lo slancio. Ciò è particolarmente vero se il partito è costretto a ripiegare su Jordan Bardella, un candidato di fatto molto meno esperto in politica rispetto al suo leader.

    A centrosinistra, il Partito Socialista (PS), tramite il suo Primo Segretario Olivier Faure, si è teoricamente impegnato a indire primarie per la “sinistra non-melenchonista”, guidate dai Verdi e da alcuni dissidenti di La France Insoumise. Teoricamente, perché l’ala destra del partito respinge categoricamente il processo ed è riuscita a paralizzarlo: nessuno può dire con certezza se il PS parteciperà effettivamente, e gli organizzatori delle primarie sono in attesa di una loro risposta, il che compromette seriamente la possibilità di tenerle nella data prevista dell’11 ottobre. La probabilità che da questo processo emerga un blocco in grado di condurre una campagna funzionale e dinamica si riduce quindi di giorno in giorno.

    Attualmente divisa tra i sostenitori di François Hollande, Raphaël Glucksmann e Boris Vallaud, questa fazione di centrosinistra settaria che sta sabotando le primarie sembra più determinata che mai a presentare un proprio candidato, ma non sembra avere la minima idea di come dare sostanza politica alla sua campagna, a meno che non si creda che il rifiuto di Jean-Luc Mélenchon possa servire da piattaforma presidenziale. La disastrosa performance di Raphaël Glucksmann nel dibattito contro Éric Zemmour lo scorso novembre lascia pochi dubbi: il 12% che gli viene attualmente attribuito sarà molto difficile da mantenere a lungo termine. Indipendentemente dal candidato di questa fazione, incombe lo spettro della campagna di Anne Hidalgo, conclusasi con l’1,75% nel 2022.

    Più a sinistra, negli ultimi mesi, il leader de La France Insoumise è stato coinvolto in numerose controversie che, a priori, dovrebbero indebolirlo, soprattutto perché la sua difesa è stata a volte molto debole, in particolare di fronte alle accuse di antisemitismo. Tuttavia, l’inaspettato successo del partito di sinistra alle ultime elezioni comunali ridimensiona il reale impatto di questi attacchi, almeno tra il 10% della popolazione che costituisce la sua base elettorale, ormai praticamente incrollabile. D’altro canto, il partito ha qualche asso nella manica. Pur non avendo ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura, Jean-Luc Mélenchon è, di fatto, l’unico candidato di sinistra da molti mesi ad avere un programma politico pronto e le cui truppe sono in fase di mobilitazione. Dal 2022, La France Insoumise ha rafforzato significativamente la propria base elettorale, quadruplicando il numero dei deputati e mantenendo il controllo di importanti città come Saint-Denis, Roubaix e Le Tampon (nel 2022 non governava alcuna città con più di 20.000 abitanti). Questa maggiore presenza si traduce anche in maggiori risorse finanziarie, che le hanno permesso di dotarsi di un apparato di gran lunga superiore a quello impiegato nelle campagne precedenti. Tale apparato comprende anche una macchina di produzione intellettuale (in particolare attraverso l’Institut La Boétie, il suo think tank ) che, per quanto si possa essere critici nei confronti delle idee che genera, opera a pieno regime, producendo regolarmente concetti di grande impatto, come “Nuova Francia” per affrontare la diversità culturale del paese, o, prima ancora, “creolizzazione”. Questo rappresenta un vantaggio concreto durante le campagne presidenziali, quando la produzione politica e intellettuale del resto della sinistra è praticamente inesistente. Non corriamo quindi molti rischi nel prevedere che Jean-Luc Mélenchon prima o poi assumerà la leadership della sinistra, e probabilmente presto – il che rappresenterebbe una novità rispetto al 2022, quando iniziò a guadagnare consensi solo dal 12% un mese prima delle elezioni (per raggiungere il 22%).

    In definitiva, l’incognita maggiore proviene dalla destra. Emmanuel Macron, che non può ricandidarsi, non ha ancora designato un successore ufficiale e si guarda bene dal farlo, mentre gli stessi contendenti si affrettano a evitare di essere associati al suo ultimo mandato. La corsa alla successione è attualmente in lizza due dei suoi ex primi ministri, Édouard Philippe e Gabriel Attal. Ma altri restano nell’ombra, indubbiamente in attesa che questa lotta intestina offra loro l’opportunità di presentare una candidatura unitaria. A destra, i Repubblicani hanno appena confermato la candidatura del reazionario Bruno Retailleau, che sta cercando di ritagliarsi un proprio spazio dopo la sua clamorosa uscita di scena dal governo. Questa lotta di potere produrrà un vincitore, qualcuno che emergerà come il candidato naturale della destra e del centro? In tal caso, regnerà su uno spazio politico notevolmente indebolito dal 2022. E Mélenchon conta proprio su questo indebolimento per assicurarsi l’accesso al secondo turno e trovarsi faccia a faccia con l’estrema destra.

    Perché Mélenchon può vincere

    Al secondo turno, i sondaggi vanno trattati con ancora maggiore cautela. Per ora, Bardella o Le Pen sono date per vincenti in tutti gli scenari testati, tranne forse, per un soffio, contro Philippe. L’opinione comune è che Mélenchon sia il candidato peggiore al secondo turno contro l’estrema destra, perché genera un rifiuto ancora maggiore rispetto a loro. Ma al di là del lungo anno di campagna elettorale che ha preceduto tale data, questi secondi turni senza precedenti stanno causando riallineamenti politici altrettanto senza precedenti. L’esempio delle ultime elezioni legislative dimostra che, sull’orlo del disastro, i francesi sono capaci di inaspettate ondate antifasciste. Jean-Luc Mélenchon ha avuto il tempo di affinare il suo piano per sfruttare al meglio le due settimane tra i due turni, e possiamo immaginare che farà ciò che fanno tutti i candidati di sinistra “radicale” in una situazione del genere: spostarsi verso il centro, moderare la sua retorica e negoziare attivamente l’appoggio, anche da parte di alcuni sostenitori di Macron. Dopo il 22% ottenuto nel 2022, è riuscito nell’impresa di unire quasi tutta la sinistra attorno allo slogan “Mélenchon Primo Ministro”. Al ballottaggio tra i due turni di votazione, si troverà in una posizione di forza per negoziare un nuovo Fronte Popolare, di cui sa di non poter fare a meno se vuole assicurarsi la maggioranza alle successive elezioni legislative. Questo è solo uno degli scenari possibili, ma quel che è certo è che la scelta effettivamente presentata agli elettori avrà ben poco a che vedere con un ipotetico scenario tra gli altri in un sondaggio. E forse il popolo francese, di fronte a questa scelta, si renderà conto che La France Insoumise non è né un partito di estrema sinistra né un’organizzazione islamista, ma in definitiva , semplicemente una scissione di sinistra all’interno del Partito Socialista.

    Accanto alla vittoria dell’estrema destra, che rimane lo scenario più probabile in questa fase, e a un semplice passaggio di potere a destra, che non si può escludere, esiste anche uno scenario in cui Mélenchon vince – ma dipende da molti fattori. Fin dove potrà arrivare questa volta? Riuscirà ancora una volta a risollevare le sorti di questo elettorato indeciso, che si è schierato dalla sua parte all’ultimo minuto? Troverà la formula giusta per chiudere la pratica al secondo turno? O, al contrario, commetterà troppi passi falsi, come commenti discutibili su un nome dal suono ebraico o un sostegno incondizionato a un uomo condannato per violenza domestica, proprio quando i riflettori sono puntati su di lui? Se la Francia insoumise giustifica la sua mancanza di democrazia interna con la ricerca dell’efficienza, questa è anche la debolezza di questo modello: in fin dei conti , la sinistra dipende dalle prestazioni, dalla lungimiranza e dagli errori di un singolo uomo.

    Dilemmi per gli anticapitalisti

    Di fronte a questa situazione, i nostri compagni della sezione francese della Quarta Internazionale sono divisi sulla strategia da adottare – e comprensibilmente. Alcuni sostengono un appoggio più o meno critico a Mélenchon, altri una candidatura indipendente che potrebbe comunque riunificarsi attorno a lui al secondo turno, mentre altri ancora sperano di vedere emergere una dinamica unitaria dalle primarie.

    Tra gli scenari plausibili in questa fase, la vittoria di Mélenchon è di gran lunga il più auspicabile. Ma Mélenchon, in fondo, è solo un nostalgico di Mitterrand, che promuove un progetto riformista di redistribuzione della ricchezza destinato a scontrarsi immediatamente con il rifiuto dei capitalisti, il che con ogni probabilità lo porterà all’impotenza e, in ultima analisi, alla trasformazione in un semplice governo socialdemocratico. A questa necessaria lucidità si aggiungono altre difficoltà, come i profondi disaccordi su cosa costituisca una politica internazionalista (non dimentichiamo il suo sostegno agli attacchi russi contro la rivoluzione siriana, né la sua ingenuità nei confronti della Russia di Putin) o sul ruolo della democrazia all’interno dei partiti e dei movimenti sociali. Pertanto, è necessario che si faccia sentire anche una voce autenticamente anticapitalista, senza però sacrificare tutto a una scadenza elettorale, in cui anche lo scenario meno negativo porterà inevitabilmente con sé una serie di delusioni. Ma non si tratta solo di evitare il peggio: la vittoria di un candidato di sinistra può anche permettere al nostro movimento sociale, sia in Francia che all’estero, di rialzare la testa, ritrovare fiducia e riscoprire la via della lotta dal basso, l’unica in grado di produrre un cambiamento duraturo negli equilibri di potere. Sta ai nostri compagni francesi tenere uniti tutti questi fili.

    Articolo pubblicato sul sito: https://www.gaucheanticapitaliste.org/

    Leonardo De Angelis

    12 Maggio 2026
    Internazionale
  • Iran. Il petrolio, ricchezza nazionale e miseria privata

    Iran. Il petrolio, ricchezza nazionale e miseria privata

    Di Siyavash Shahabi

    Quando si parla di petrolio, il problema principale non è sempre quello che appare a prima vista. La domanda che ci si pone di solito è: in un contesto di guerra, blocco e interruzione delle rotte marittime, quanto petrolio può ancora vendere l’Iran? Ma forse la domanda più urgente è: quanto petrolio, tra quelli che continua a produrre, l’Iran riesce effettivamente a immagazzinare?

    Può sembrare una differenza tecnica, ma è decisiva. Se parte del petrolio iraniano aveva già lasciato la zona di pericolo prima dell’escalation della guerra e del blocco, e ora galleggia in mare nelle aree intorno a Malacca, Malesia o Singapore, le esportazioni di petrolio potrebbero non essere completamente bloccate nel breve termine. Per uno o due mesi, potrebbe esserci ancora un certo margine per la vendita, il trasferimento o il commercio. Ma la vera crisi non è necessariamente dove i mercati e i media stanno guardando. Il nodo principale potrebbe formarsi altrove: nella catena di produzione, stoccaggio, arrivo di petroliere vuote, capacità portuale, assicurazioni, sistemi di pagamento e ritorno delle entrate in valuta estera.

    Un pozzo petrolifero non è come un rubinetto che si può semplicemente chiudere e riaprire a piacimento. La produzione di petrolio è un processo tecnico, costoso e che richiede tempo. Se i pozzi vengono chiusi, rimetterli in produzione non è semplice. Costa denaro, richiede operazioni, tempo e può rendere vulnerabile parte della capacità produttiva. Quindi la produzione deve continuare. Ma quando la produzione continua, il petrolio deve essere stoccato da qualche parte.

    È qui che la questione delle petroliere vuote diventa cruciale. In caso di blocco navale, il problema non è solo se le petroliere piene possano lasciare l’Iran. A volte, l’arrivo di petroliere vuote vicino ai terminal di Kharg o Jask assume un’importanza ancora maggiore. Perché se le petroliere vuote non possono entrare, lo stoccaggio viene interrotto. Se lo stoccaggio viene interrotto, la produzione subisce una pressione. E se la produzione subisce una pressione, la crisi delle esportazioni di petrolio si trasforma da un problema di vendite in una crisi che coinvolge l’intero ciclo di produzione, stoccaggio e ricavi.

    È da questo punto che dobbiamo comprendere più seriamente un blocco navale. Non si tratta solo di sanzioni. Non si tratta nemmeno solo di pressione economica. Quando vengono presi di mira l’arrivo di petroliere vuote, lo stoccaggio di petrolio, le esportazioni e la continuità della produzione, ci troviamo di fronte a un atto di guerra. Un atto che mira a bloccare dall’interno la capacità economica e operativa del paese. La guerra, in questo caso, non si combatte solo con missili e bombe. Si combatte anche attraverso i porti, le assicurazioni, le petroliere, i ritardi nei pagamenti, i conti bancari, la capacità di stoccaggio e il lento ritorno delle entrate petrolifere.

    Petrolio nazionale, ma separato dalla società

    Qui dobbiamo porci una domanda più profonda: se il petrolio iraniano è “nazionale”, perché la sua prima funzione in un momento di crisi non è quella di proteggere la società? Perché, quando le vendite e lo stoccaggio di petrolio vengono interrotti, lo stato non pensa prima di tutto a proteggere i lavoratori, a pagare i salari, a garantire l’assicurazione contro la disoccupazione e a prevenire i licenziamenti? Perché il petrolio nazionalizzato è diventato una fonte di sopravvivenza per l’apparato di potere, anziché uno scudo sociale per i lavoratori?

    La questione petrolifera in Iran non riguarda solo le esportazioni, lo stoccaggio o le entrate in valuta estera. Il problema è che il petrolio, nonostante tutti gli slogan storici sulla nazionalità, è stato di fatto separato dalla società. Il petrolio è stato sottratto alla proprietà di compagnie straniere, ma non è mai diventato proprietà reale del popolo e dei lavoratori. La “nazionalizzazione”, se significa solo trasferire la proprietà da una compagnia straniera allo stato, non implica comunque la socializzazione della ricchezza. Lo stato può possedere il petrolio in nome della nazione, mentre spende i suoi introiti all’interno di una struttura in cui il popolo non ha alcun ruolo.

    Sotto la Repubblica Islamica, questa separazione si è fatta ancora più evidente. Il petrolio non è un bene pubblico della società. È il pilastro finanziario dello stato di sicurezza, di bilanci opachi, di reti di appaltatori, di fondazioni, di quartier generali militari ed economici, di progetti speculativi e di una costosa politica estera. Il popolo è il proprietario nominale del petrolio, ma è escluso dalle decisioni che lo riguardano. I lavoratori del settore petrolifero estraggono il petrolio, mantengono in funzione le raffinerie, gli impianti petrolchimici e i porti. Ma in un momento di crisi, sono spesso i primi a subire licenziamenti, sospensione dei contratti, riduzione dei turni, ritardi nei pagamenti degli stipendi e tagli alle assicurazioni.

    In una struttura di questo tipo, il petrolio nazionalizzato esiste legalmente, ma non socialmente. Nelle leggi e negli slogan si parla di “ricchezza nazionale”. Ma nella realtà, questa ricchezza non si traduce in un diritto pubblico, in sicurezza economica, in sussidi di disoccupazione, alloggi, assistenza sanitaria, istruzione o sostegno al mondo del lavoro. Il petrolio esiste, ma la società non ne è proprietaria. Le entrate esistono, ma non la responsabilità. La produzione esiste, ma il controllo sociale no. Lo stato usa il petrolio in nome della nazione, ma abbandona la nazione a se stessa quando arriva la crisi.

    Un mercato del lavoro costruito per abbandonare i lavoratori

    La crisi petrolifera si abbatte su un mercato del lavoro già indebolito, precario, delocalizzato e frammentato. Gran parte della forza lavoro iraniana non è regolata da contratti stabili e chiari. Lavora con contratti a tempo determinato, contratti in bianco, tramite appaltatori, lavori a progetto, a giornata e attraverso società intermediarie. Non si tratta solo di una falla amministrativa o di sporadiche violazioni da parte dei datori di lavoro. È così che è stato strutturato il mercato del lavoro.

    Nel corso degli anni, la sicurezza del posto di lavoro è stata progressivamente eliminata per i lavoratori, e la gestione del lavoro è stata affidata a datori di lavoro, appaltatori, società intermediarie e reti semi-private. Il risultato è che, in un momento di crisi, lo stato non ha bisogno di annunciare apertamente di star sacrificando i lavoratori. Il meccanismo che ha creato lo fa automaticamente. Nell’industria petrolifera iraniana, a seconda che si consideri solo il ministero del Petrolio o l’intera filiera del petrolio, del gas, delle trivellazioni, della petrolchimica, degli appaltatori e dei lavori a progetto, la quota di lavoratori non permanenti e a contratto è stimata tra il 55 e il 70%, e in alcuni settori fino al 75%.

    Quando la produzione rallenta, quando i progetti si fermano, quando le esportazioni di petrolio vengono interrotte, quando i proventi del petrolio arrivano in ritardo o vengono bloccati, la prima reazione di questa struttura è chiara: i contratti non vengono rinnovati, i turni vengono ridotti, gli straordinari vengono eliminati, i lavoratori a contratto vengono licenziati, i lavoratori giornalieri non vengono più chiamati, i lavoratori con contratti firmati in bianco non hanno nemmeno un documento per rivendicare i propri diritti e i datori di lavoro attribuiscono tutto a “condizioni di guerra”, “mancanza di liquidità”, “progetti sospesi” o “pressioni nemiche”.

    Qui, la disoccupazione non è solo una conseguenza della crisi. È la funzione dello stesso modello di mercato del lavoro imposto all’Iran da anni. Un contratto a tempo determinato significa che il lavoratore vive costantemente sul filo del rasoio, rischiando di essere licenziato. Un contratto firmato in bianco significa che il lavoratore ha già perso il diritto di protestare. L’esternalizzazione permette al datore di lavoro principale di nascondersi dietro una società intermediaria. Il lavoro a progetto significa che, quando il progetto si conclude, anche la vita del lavoratore si ferma. Le zone economiche speciali e le società semi-private fanno sì che la legislazione sul lavoro si allontani sempre di più dalla realtà dei lavoratori.

    La Repubblica Islamica non solo ha reso il lavoro a basso costo, ma ha anche privatizzato la responsabilità del suo sostegno. Ha consegnato il lavoratore al datore di lavoro, nascondendo quest’ultimo dietro l’appaltatore, a sua volta celato l’appaltatore dietro contratti a tempo determinato, e poi, in un momento di crisi, afferma che la questione è tra lavoratore e datore di lavoro. Ma questo “rapporto privato” è il prodotto di una politica statale pubblica. Lo stato non si è ritirato dal mercato del lavoro, ma lo ha consapevolmente strutturato in modo da sottrarsi alle proprie responsabilità sociali.

    Assicurazione contro la disoccupazione: un diritto neutralizzato in anticipo

    In questo contesto, nemmeno l’assicurazione contro la disoccupazione si rivela un vero strumento di sostegno. Sulla carta, un lavoratore che perde il lavoro dovrebbe avere diritto alla protezione sociale. Ma in realtà, gran parte della forza lavoro è intrappolata in lavori temporanei, esternalizzati, con contratti in bianco, a giornata, a progetto e instabili. Questo rende l’accesso all’assicurazione contro la disoccupazione limitato o addirittura impossibile.

    Quando il lavoratore non ha un rapporto di lavoro chiaro, quando la sua documentazione assicurativa è incompleta, quando non ha in mano il contratto vero e proprio, quando il datore di lavoro non ha versato integralmente i contributi previdenziali, quando il committente scompare o scarica la responsabilità sull’azienda principale, il lavoratore si scontra con un muro anche nel tentativo di ottenere l’indennità di disoccupazione. A questo punto, non si tratta solo di licenziamenti. Si tratta di escludere i lavoratori dal sistema di protezione sociale.

    Questo licenziamento non è casuale. Un mercato del lavoro instabile non è stato creato solo per mantenere bassi i salari, ma anche per sottrarsi agli obblighi sociali. Un lavoratore senza contratto è più facile da licenziare. Un lavoratore senza un’assicurazione completa è più facile da estromettere dal sistema di sostegno. Un lavoratore senza un’organizzazione non può trasformare il proprio licenziamento in una questione pubblica. Un lavoratore il cui contratto viene rinnovato ogni pochi mesi è sempre impegnato a negoziare per la sopravvivenza, non per rivendicare i propri diritti.

    Quando una crisi petrolifera e bellica colpisce la produzione, il lavoratore viene colpito due volte. In primo luogo dall’esterno, attraverso blocchi, interruzioni della produzione, progetti bloccati e calo del reddito. Poi dall’interno, attraverso una struttura del lavoro che lo ha reso indifeso, senza contratto, senza assicurazione, non sindacalizzato e sacrificabile. La pressione esterna soffoca l’economia. La struttura interna del mercato del lavoro permette che tale soffocamento si trasferisca direttamente nelle case dei lavoratori.

    Quando il disastro diventa privato

    Da questa prospettiva, la disoccupazione non dovrebbe essere vista solo come un “effetto collaterale” della guerra o della recessione. In Iran, licenziare i lavoratori in tempi di crisi diventa una pratica di governo. Lo stato non ha bisogno di annunciare ufficialmente di voler rinunciare alla responsabilità del sostentamento delle persone. È sufficiente mantenere inalterato il sistema di appalto, i contratti a tempo determinato, l’assenza di sindacati indipendenti e la debolezza del sistema di assicurazione contro la disoccupazione. Il mercato fa il resto; un mercato già organizzato a favore dei datori di lavoro e a scapito dei lavoratori.

    In apparenza, il datore di lavoro licenzia il lavoratore. In apparenza, l’appaltatore non rinnova il contratto. In apparenza, il progetto si è interrotto. In apparenza, l’azienda non ha liquidità. Ma in realtà, questi sono anelli di una catena politica. Uno Stato che ha indebolito la legislazione sul lavoro, represso l’organizzazione sindacale indipendente, ampliato l’esternalizzazione, normalizzato i contratti a tempo determinato e vincolato l’assicurazione contro la disoccupazione a un labirinto di scartoffie, registri assicurativi e approvazioni da parte del datore di lavoro non può sottrarsi alle conseguenze di questi licenziamenti.

    Questa è la privatizzazione della catastrofe. La crisi è pubblica, ma il suo costo diventa privato. La guerra è pubblica, ma la disoccupazione diventa individuale. Il blocco colpisce il paese, ma il lavoratore deve affrontare da solo il padrone di casa, il panificio, la farmacia, la scuola, i debiti e le spese mediche. Lo stato parla di “nazione”, ma quando si tratta di fornire sostegno, riduce il lavoratore a un fascicolo amministrativo, a una controversia sul posto di lavoro o a un rapporto privato con il datore di lavoro.

    L’assenza di organizzazioni sindacali indipendenti e di media indipendenti completa questo processo. Quando i lavoratori non hanno un’organizzazione indipendente, la disoccupazione e i ritardi nel pagamento degli stipendi diventano esperienze frammentarie e silenziose. Quando non ci sono media indipendenti, soprattutto media dei lavoratori, la voce dei lavoratori viene esclusa dal dibattito pubblico. Di conseguenza, lo stato e i datori di lavoro possono narrare la crisi con il loro linguaggio: “mancanza di liquidità”, “condizioni particolari”, “pressione nemica”, “necessità di produzione”, “resistenza nazionale”. Ma dietro queste parole si celano famiglie che perdono il proprio reddito, senza alcuna istituzione indipendente in grado di trasformare la loro sofferenza in una rivendicazione pubblica.

    Le sanzioni sono reali, ma non sono sufficienti come scusa

    Le sanzioni e la guerra sono reali. Il blocco navale è reale. Colpire petroliere, assicurazioni, porti, depositi e entrate petrolifere è un atto di guerra contro la capacità economica dell’Iran. Ma la realtà delle pressioni esterne non dovrebbe autorizzare il governo a nascondere la struttura interna di sfruttamento. La Repubblica Islamica usa le pressioni esterne per giustificare qualcosa che esisteva ben prima della guerra: la privatizzazione della crisi, la svalutazione del lavoro, la frammentazione della forza lavoro, la repressione dell’organizzazione e la fuga dalle responsabilità sociali.

    Questo modello non è nato oggi. Anni prima di questa crisi, i contratti a tempo determinato erano già diventati la norma. Le imprese appaltatrici e le società intermediarie si erano già espanse. Le zone speciali e i grandi progetti erano già stati gestiti senza la supervisione diretta dei lavoratori. I lavoratori erano già costretti a scioperare anche solo per ricevere i salari arretrati. Insegnanti, pensionati, infermieri e operai avevano ripetutamente trasformato le strade in sedi di protesta per rivendicare i propri diritti. Quindi la guerra e le sanzioni non sono la causa di tutto. Intensificano una crisi già in atto e forniscono al governo un nuovo linguaggio per giustificarla.

    Questa differenza è fondamentale. Se tutto viene ridotto a guerra e sanzioni, il governo si sottrae alle proprie responsabilità interne. Ma se si ignorano le pressioni esterne, la realtà del blocco e della guerra economica scompare. Un’analisi seria deve considerare entrambi gli aspetti contemporaneamente: il blocco colpisce la capacità economica dall’esterno; lo stato, dall’interno, distribuisce il costo di questo attacco lungo linee di classe. Uno soffoca l’economia; l’altro blocca la via di difesa sociale dei lavoratori.

    La resistenza senza lavoratori è solo un altro nome per l’austerità

    Se contro il paese è in corso una guerra economica, il primo dovere del governo dovrebbe essere quello di tutelare i lavoratori: vietare i licenziamenti nelle unità colpite dalla crisi, pagare immediatamente gli stipendi arretrati, garantire l’assicurazione contro la disoccupazione a tutti i lavoratori licenziati, compresi i lavoratori a contratto, a progetto, con contratto in bianco e a giornata, obbligare il datore di lavoro principale ad assumersi le proprie responsabilità, escludere le società intermediarie dai progetti vitali, prorogare automaticamente i contratti a tempo determinato durante la crisi, controllare il prezzo dei beni di prima necessità e riconoscere il diritto dei lavoratori all’organizzazione, perché senza organizzazione non hanno alcun potere contro quest’ondata.

    Ma la Repubblica Islamica si sottrae proprio a questo punto. Perché un vero sostegno ai lavoratori non è solo una decisione assistenzialista. Cambia gli equilibri di potere nella società. Un lavoratore con una vera assicurazione contro la disoccupazione è meno facile da intimidire. Un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato è meno propenso a rimanere in silenzio. Un lavoratore con un’organizzazione indipendente può trasformare la crisi in una questione di interesse pubblico. Un lavoratore che può protestare collettivamente non permetterà che la guerra e il blocco diventino pretesti per rendere il lavoro più economico e i lavoratori più facilmente sostituibili.

    Ecco perché il regime preferisce parlare di resistenza, ma non vuole lavoratori resistenti. Vuole lavoratori obbedienti. Lavoratori che sopportano, ma non rivendicano. Lavoratori che si sacrificano, ma non si organizzano. Lavoratori che vivono sotto la pressione della guerra, ma non chiedono conto allo stato. Questa è la politica di classe occulta che si cela dietro l’economia di guerra.

    Il petrolio può anche rimanere a galleggiare in mare, ma i lavoratori non devono essere abbandonati a terra. Se il governo parla di guerra economica, deve prima di tutto difendere coloro le cui vite crollano a ogni interruzione della produzione. Senza questa difesa, “condizioni di guerra” non è altro che un nome più rispettabile per rendere il lavoro più economico, rendere i lavoratori più indifesi e permettere allo stato di sottrarsi alle proprie responsabilità sociali.

    La questione fondamentale non è quanto petrolio l’Iran possa vendere. La questione è perché il petrolio prodotto in nome della nazione non serva la nazione in un momento di crisi. Perché il petrolio nazionalizzato, invece di sostenere i lavoratori, appoggia un apparato che li abbandona? Perché uno stato che parla di guerra economica si rifiuta di pagare il prezzo della difesa della società?

    La risposta risiede nella struttura stessa del potere: il petrolio è nazionale, ma non sociale; lo stato esiste, ma non è responsabile; la produzione esiste, ma non c’è controllo da parte dei lavoratori; la resistenza esiste, ma non c’è sostegno per i lavoratori. In una situazione del genere, il petrolio rimane sull’acqua e il lavoratore cade a terra. Questa non è solo l’immagine di una crisi economica. È l’immagine di un ordine che ha separato la ricchezza pubblica dalla società e che, quando arriva la crisi, manda la povertà nelle case dei lavoratori.

    *articolo apparso su The Fire Next Time il  27 aprile 2026. Scrittore e giornalista indipendente. Nato in Iran, rifugiato politico ad Atene, si occupa di lavoro, migrazioni, politica e repressione religiosa in Iran, Grecia e Asia occidentale. Collabora con la rivista italiana Micromega e pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    4 Maggio 2026
    Internazionale
  • Il blocco contro Cuba deve finire ora

    Il blocco contro Cuba deve finire ora

    Di Danny Valdes

    In qualità di cubano-americano che ha recentemente viaggiato in un convoglio di aiuti umanitari, ho assistito quotidianamente alle difficoltà causate dalle sanzioni. Gli Stati Uniti devono revocare questo blocco devastante.

    Nell’ultimo fine settimana di marzo, mi sono recato a Cuba con il convoglio Nuestra América insieme a una delegazione di cubano-americani per consegnare aiuti e mostrare solidarietà ai nostri fratelli e sorelle cubani in un momento in cui l’embargo energetico guidato dagli Stati Uniti sta facendo precipitare l’isola in una crisi sempre più profonda. Abbiamo consegnato forniture mediche essenziali all’ospedale Hermanos Ameijeiras, uno dei più importanti di Cuba, dove medici e infermieri continuano a compiere miracoli con risorse sempre più scarse. Abbiamo consegnato cibo direttamente alle famiglie nel Parco Maceo, dove la penuria di beni di prima necessità ha reso difficile reperire anche i prodotti più essenziali. E abbiamo collaborato con attivisti LGBTQ per distribuire gli aiuti.

    Sono questi momenti di connessione e affetto che restano impressi. Ma lo è anche la realtà che li rende necessari. Durante il nostro viaggio, abbiamo assistito all’isola piombata nell’oscurità dopo il collasso della rete elettrica. I nostri amici e familiari sono rimasti senza elettricità, senza aria condizionata, senza alcun sollievo dal caldo. Il silenzio che ne è seguito è stato sconvolgente. Ci ha costretti a confrontarci con la portata della crisi, che nessuna statistica o titolo di giornale può descrivere appieno. Ecco cosa significa la scarsità, nella sua forma vissuta.

    Dall’esterno, è facile ridurre la situazione cubana alla solita vecchia politica, a un dibattito tra ideologia e governo. Ma sul campo, il quadro è molto più umano e complesso. Abbiamo parlato con cubani di tutto lo spettro politico. Molti sono stati sinceri e persino critici nei confronti del loro governo. Ma tutte le conversazioni avevano un filo conduttore comune: un impegno incrollabile per la sovranità e l’indipendenza. Indipendentemente dalle differenze politiche, c’era un ampio consenso sul fatto che l’attuale crisi sia in gran parte causata dalle pressioni esterne esercitate dagli Stati Uniti. I cubani vogliono poter decidere il proprio futuro senza essere soffocati nel processo.

    Questa prospettiva è spesso assente dalle conversazioni negli Stati Uniti. In quanto cubano-americani, occupiamo una posizione unica e a volte scomoda in questa dinamica. Molti di noi sono cresciuti in comunità in cui tornare a Cuba è ancora visto come un tabù, persino come un tradimento. Questo stigma, radicato in decenni di dolore e sradicamento, continua a plasmare il nostro rapporto con l’isola e gli uni con gli altri.

    Ma è proprio a causa di questa storia che questo momento ci chiede qualcosa di diverso. Ci viene detto che la politica statunitense nei confronti di Cuba riflette la volontà dei cubano-americani, un’affermazione ripetuta così spesso da essere data per scontata. Ma oscura una realtà più complessa. Ci sono milioni di cubano-americani in questo Paese e non siamo un blocco monolitico. Sempre più spesso, molti di noi rifiutano l’idea che le politiche di isolamento e di pressione economica parlino a nome nostro. In questo percorso, questa contraddizione è diventata impossibile da ignorare.

    La crisi a Cuba non riguarda solo la mancanza di carburante, sebbene questa da sola sia devastante. Riguarda tutto ciò che ne consegue. Quando il carburante scarseggia, i trasporti rallentano o si fermano. Il cibo non può essere distribuito in modo efficiente. Gli ospedali faticano a mantenere le proprie attività. La raccolta dei rifiuti non viene effettuata. Gli effetti si accumulano, influenzando ogni aspetto della vita quotidiana. Ciò che da lontano può apparire come una disfunzione è spesso, a un esame più attento, il risultato di limitazioni materiali.

    Eppure, anche in mezzo a queste difficoltà, qualcosa di profondamente commovente persiste. Il tessuto sociale cubano rimane forte. C’è un profondo senso di responsabilità collettiva, un impegno verso il prossimo che si manifesta in piccoli ma significativi modi: vicini che condividono il cibo, comunità che organizzano sostegno, artisti e attivisti che creano spazi di gioia di fronte alle avversità.

    Questa è la Cuba che spesso viene trascurata: non una caricatura, non un argomento di discussione, ma una società viva e pulsante che affronta sfide immense, aggrappandosi alla propria umanità. Tutto ciò non significa ignorare i problemi interni di Cuba. Come ogni Paese, Cuba si trova ad affrontare gravi questioni politiche ed economiche. Questi dibattiti appartengono al popolo cubano stesso e sono già in corso.

    Ma ciò che troppo spesso viene escluso dal dibattito americano è il ruolo che la politica americana stessa svolge nel plasmare le condizioni in cui questi dibattiti hanno luogo. Una politica che limita l’accesso al carburante, frena le importazioni e penalizza la partecipazione economica non crea le condizioni per l’apertura o le riforme. Crea scarsità. Crea difficoltà. Riduce lo spazio in cui le persone possono immaginare e costruire alternative.

    Se l’obiettivo è un futuro migliore per Cuba, questo approccio non è solo inefficace, ma controproducente. Abbiamo già intravisto un’altra strada. Periodi di interazione limitata tra Stati Uniti e Cuba, per quanto incompleta, hanno portato a un aumento dell’attività economica, a maggiori scambi e a un senso di possibilità sull’isola. Questi momenti suggeriscono che una relazione diversa non solo è possibile, ma anche vantaggiosa. Ciò che manca è la volontà politica di perseguirla.

    Abbiamo concluso questo viaggio con una profonda tristezza per la situazione a Cuba. È impossibile non provarla dopo aver assistito alla realtà quotidiana che così tante persone vivono. Ma siamo anche ripartiti con un rinnovato senso di scopo. Le politiche che contribuiscono a questa crisi non sono inevitabili. Sono delle scelte. E come americani, soprattutto come cubano-americani, abbiamo la responsabilità di contrastarle. Questo inizia con il dire la verità, anche quando complica le narrazioni consolidate. Significa rifiutare l’idea che la crudeltà e la privazione siano strumenti accettabili di politica estera. E significa insistere su una visione delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba basata sul dialogo, sul rispetto e sulla prosperità reciproca.

    Per troppo tempo, le voci più autorevoli che hanno plasmato questa politica non hanno rappresentato l’intero spettro della nostra comunità. Questo sta iniziando a cambiare. Sempre più persone alzano la voce, si organizzano e dicono chiaramente: non in nostro nome. Il futuro di Cuba deve essere determinato dai cubani. Il nostro ruolo non è quello di imporre quel futuro, ma di rimuovere gli ostacoli che impediscono al Paese di svilupparsi secondo i propri termini.

    Articolo pubblicato sul sito: https://www.cubainformazione.it/

    Leonardo De Angelis

    20 Aprile 2026
    Internazionale
  • I 100 giorni di Zohran Mamdani

    I 100 giorni di Zohran Mamdani

    Di Zohran Mamdani

    Nel suo discorso in occasione dei primi 100 giorni da sindaco di New York, Zohran Mamdani ha descritto i risultati ottenuti finora dalla sua amministrazione e ha difeso l’utilizzo delle istituzioni governative per la lotta al bene comune.

    È domenica sera a New York. E mentre alcuni si preparano per la settimana a venire, per molti la giornata lavorativa è appena iniziata.

    Questa sera, nell’estremo nord del Bronx, un macchinista guida un treno della linea 2 in partenza da Wakefield. Prima di raggiungere il capolinea di Flatbush, il treno farà scendere gli infermieri del Dipartimento della Salute e degli Ospedali di New York alla 135esima Strada, gli addetti alla manutenzione dell’Autorità per l’Edilizia Abitativa alla 96esima Strada e il personale della CUNY a Franklin Avenue, presso il Medgar Evers College. Dal Centro di Controllo dell’Energia alla 53esima Strada, i macchinisti gestiranno il percorso attraverso una vasta rete di segnali. E a ogni fermata, a qualsiasi ora della notte, i residenti di New York scenderanno dalla metropolitana per andare al lavoro.

    Questa città non funziona per caso. New York è la città più grande del mondo grazie ai milioni di persone che lavorano instancabilmente ogni giorno per renderla tale. Che immenso onore essere il vostro sindaco. Non solo guidarvi, ma anche imparare da voi.

    Centodue giorni fa, ci siamo riuniti sui gradini del Municipio, sfidando il freddo gelido. Centodue giorni fa, ci siamo riuniti all’alba di una nuova era. Il mondo osservava, chiedendosi se il cambiamento sarebbe davvero arrivato. In tutti e cinque i distretti, i newyorkesi aspettavano di vedere se un consiglio comunale guidato dai cittadini sarebbe stato davvero in grado di governare per il popolo.

    C’erano scettici allora, proprio come ce ne sono ora. Alcuni dicevano che, una volta iniziato il duro lavoro, ci saremmo dimenticati del movimento operaio che aveva riscritto i limiti del possibile in questa città. Altri avvertivano che la sinistra poteva discutere, ma non sarebbe mai riuscita a realizzare nulla. I socialisti potevano anche vincere le elezioni, dicevano, ma non sarebbero mai stati in grado di attuare un programma.

    Molti altri volevano credere, ma non sapevano come. Per troppo tempo, il consiglio comunale non solo non era riuscito a soddisfare le aspettative, ma le aveva addirittura abbassate. Dopo anni di promesse non mantenute, nessuno in questa città poteva essere biasimato per aver dubitato della capacità o dell’ambizione del governo di cambiare lo status quo.

    Tuttavia, come ho detto in quel gelido pomeriggio di gennaio davanti a più di otto milioni e mezzo di newyorkesi, non ci scuseremo per ciò in cui crediamo. Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico.

    Cento giorni in carica

    Stasera vorrei parlare di ciò che abbiamo realizzato. Non per congratularci con noi stessi, ma per ricordarci cosa è possibile. Con quello che abbiamo ottenuto in quattordici settimane, immaginate cosa potremo fare insieme in quattro anni.

    Siamo partiti con una promessa – l’assistenza all’infanzia universale – e all’ottavo giorno l’abbiamo mantenuta. Grazie alla storica partnership da 1,2 miliardi di dollari con la governatrice Kathy Hochul e alla mobilitazione di oltre 100.000 newyorkesi durante la campagna, non solo renderemo il programma 3-K veramente universale, ma offriremo anche l’assistenza all’infanzia gratuita per i bambini di due anni per la prima volta nella storia di New York. Inizieremo con 2.000 bambini questo autunno, 12.000 l’anno prossimo e copriremo tutti i bambini di due anni entro quattro anni. Decine di migliaia di famiglie non dovranno più scegliere tra avere un figlio e potersi permettere di vivere nella nostra città. Questo è il cambiamento che il governo può realizzare.

    Quando i giovani genitori risparmiano più di 20.000 dollari all’anno per ogni figlio, ecco il cambiamento che il governo può realizzare. Quando i bambini hanno un inizio di vita migliore, quando i genitori possono mantenere il proprio lavoro, quando miliardi di dollari di produttività del lavoro ritornano nella nostra economia, ecco il cambiamento che il governo può attuare.

    E non ci siamo fermati qui. Stiamo affrontando la causa principale della crisi di accessibilità economica degli alloggi nella nostra città: la questione abitativa. Stiamo perseguendo i proprietari di casa che violano le nostre leggi e maltrattano i loro inquilini. Dal 1° gennaio, abbiamo ottenuto oltre 34 milioni di dollari in risarcimenti, sentenze e riparazioni a favore degli inquilini, abbiamo effettuato lavori di ristrutturazione in 6.070 appartamenti e abbiamo emesso 195.829 sanzioni per violazioni.

    La città di New York non tollererà più lo sfruttamento come modello di business. Abbiamo tenuto audizioni sulle truffe relative agli affitti in tutti e cinque i distretti e ascoltato oltre 1.600 newyorkesi. Perché gli stessi inquilini che sono stati ignorati dalle nostre politiche ora saranno al centro delle nostre politiche.

    Pur tutelando gli inquilini di oggi, dobbiamo anche costruire per il futuro. Per questo motivo abbiamo snellito la burocrazia e accelerato la costruzione di migliaia di nuove unità abitative: case che non solo saranno sufficientemente accessibili in affitto, ma molte delle quali saranno anche accessibili per l’acquisto.

    So che molti newyorkesi tengono a cuore il lavoro del Rent Guidelines Board. Io sono uno di loro. Gli affitti sono eccessivamente alti in tutta New York e il governo può fare di più per affrontare il problema. Sono orgoglioso dei sei nuovi membri che ho nominato in questo organismo indipendente e attendo con interesse la decisione che prenderanno tra pochi mesi.

    L’amministrazione comunale non temerà più la propria ombra. Se qualcuno deve avere paura, sono coloro che si approfittano dei lavoratori. In questi ultimi 102 giorni, lanciando un programma completo per proteggere lavoratori e consumatori, abbiamo chiarito che la solidarietà non è solo uno slogan, ma una pratica. Quando gli infermieri dell’Associazione Infermieri di New York hanno scioperato, sono stato orgoglioso di unirmi a loro sul picchetto. E quegli infermieri non si sono arresi finché non hanno ottenuto i salari migliori e le condizioni di lavoro sicure che meritavano.

    Saremo al fianco dei lavoratori che troppo spesso sono stati abbandonati a se stessi. Abbiamo restituito oltre 9,3 milioni di dollari a lavoratori, consumatori e piccole imprese (quasi 100.000 dollari al giorno da quando siamo in carica). Abbiamo esteso i permessi retribuiti a oltre quattro milioni di lavoratori, reintegrato quasi 10.000 autisti addetti alle consegne che erano stati ingiustamente disattivati e emesso quasi 60.000 avvisi di conformità in tutta la città. E, nel frattempo, abbiamo combattuto le tariffe predatorie e le trappole degli abbonamenti che affliggono troppi newyorkesi. Nessuno potrà addebitarvi una commissione nascosta per l’hotel che prenotate o impedirvi di disdire l’abbonamento in palestra.

    Pur definendo lo standard globale per la tutela dei consumatori, ci impegniamo anche a garantire che New York rimanga il centro finanziario del mondo. Vogliamo costruire l’economia più forte che i nostri cinque distretti abbiano mai visto. E siamo sulla buona strada. New York continua a essere all’avanguardia a livello nazionale nella ripresa del settore uffici. Gli investimenti di capitale di rischio nella nostra città hanno raggiunto gli 11,1 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno, il miglior risultato degli ultimi cinque anni. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è ai massimi storici.

    Eppure, sappiamo che se vogliamo che la nostra città continui a crescere, dobbiamo creare le condizioni necessarie. La sicurezza pubblica è la nostra priorità. Non ci sono dubbi: il nostro approccio alla sicurezza pubblica sta dando risultati. Da quando ci siamo insediati, gli omicidi hanno raggiunto minimi storici. Non si è verificato un singolo omicidio a Staten Island da oltre 180 giorni. La criminalità nella nostra città è diminuita. Il NYPD ha sequestrato più di 1.000 armi dalle nostre strade dal 1° gennaio. Insieme al sistema di gestione delle crisi, siamo sulla buona strada per raggiungere i livelli più bassi di sparatorie nella storia della nostra città.

    C’è sempre altro da fare. La nostra amministrazione affronterà la questione della sicurezza pubblica con un approccio che coinvolga tutte le istituzioni. Per questo motivo, al 78° giorno di mandato, abbiamo annunciato con orgoglio la creazione del primo Ufficio per la Sicurezza della Comunità nella storia di New York. Questo ufficio elaborerà nuovi approcci per contrastare la violenza armata e le crisi di salute mentale che stanno dilagando nella nostra città.

    Questo impegno per la sicurezza si estende al rendere la nostra città più sicura e scorrevole per i newyorkesi che la percorrono. Il terzo giorno della nostra amministrazione, abbiamo annunciato l’installazione di piste ciclabili protette lungo tutta la lunghezza di McGuinness Boulevard, una delle strade più pericolose di New York, a tutela delle migliaia di newyorkesi che la utilizzano ogni giorno. Abbiamo adottato misure per ridurre i limiti di velocità in migliaia di zone scolastiche in tutta la città. Dal 2000, quattrocentotrentotto bambini hanno perso la vita in incidenti stradali nella nostra città; non accetteremo che questo sia normale. E mentre ci prepariamo per i Mondiali di calcio, stiamo apportando miglioramenti significativi alle nostre strade, tra cui una riprogettazione della 9th Avenue e l’ampliamento delle piste ciclabili e degli spazi pedonali in tutta Midtown Manhattan.

    Nel corso di ogni giorno di questo lavoro, ci siamo trovati a fronteggiare un deficit di bilancio record, persino superiore a quello della Grande Recessione. A differenza di chi ci ha preceduto, elaboreremo il bilancio con trasparenza e responsabilità. Mentre affrontavamo questa crisi, mi è spesso tornata in mente la citazione di Margaret Thatcher: “Il problema del socialismo è che, alla fine, finiscono i soldi degli altri”. Semmai, sembra che alla fine ci voglia un socialista per rimediare al disastro.

    Il 1° gennaio ho detto ai newyorkesi che il Municipio avrebbe avuto un unico scopo: far sì che questa città appartenesse a più persone di quante ne appartenesse il giorno prima. Per 102 giorni ci siamo impegnati proprio in questo, offrendo servizi pubblici di eccellenza. Gli autobus percorreranno Fordham Road con maggiore frequenza. I bambini giocano nel nuovo centro ricreativo di East Flatbush, in onore di Shirley Chisholm. Stanno aprendo asili nido nella zona ovest del Queens, a Staten Island e nel South Bronx.

    Questo è il cambiamento che il governo può realizzare, ed è il cambiamento che il socialismo democratico può realizzare.

    So che molti usano il termine “socialista” come un insulto, qualcosa di cui vergognarsi. Possono provarci quanto vogliono, ma noi non ci vergogneremo di usare il governo per lottare per la maggioranza, non solo per pochi. Non ci vergogneremo di installare più pompe di calore negli edifici NYCHA a Rockaway, o di costruire più alloggi sociali ad Harlem, o di schierarci al fianco dei nostri vicini trans. Non ci vergogneremo di investire in cliniche per la salute mentale dei giovani, o di lavorare per la chiusura di Rikers Island, o di lottare per gli immigrati presi di mira dall’ICE.

    A tutti i newyorkesi, che siano vittime della crudeltà del governo federale o soffocati dalla crisi degli alloggi a prezzi accessibili, noi saremo al vostro fianco. Perché il governo è una serie di elezioni. E il socialismo è la scelta di lottare per ogni newyorkese, di estendere la democrazia dalle urne al resto delle nostre vite.

    Socialismo fognario e politica delle buche stradali

    Non siamo i primi socialisti ad abbracciare il buon governo. Centodieci anni fa, la città di Milwaukee elesse un sindaco di nome Daniel Webster Hoan. Hoan era considerato giovane per la carica, avendo solo trentacinque anni quando entrò in carica. Incredibile, vero? Ma soprattutto, Hoan non si scusò per essere socialista. Il sindaco Hoan sapeva allora quello che sappiamo noi oggi: il valore di un’ideologia si può giudicare solo dalla sua applicazione. Come disse una volta Emil Seidel, il sindaco socialista che precedette Hoan, la sua “filosofia di governo era semplice: provarci e portarla a termine”.

    Sotto la guida del sindaco Hoan, Milwaukee ha costruito il miglior sistema di parchi pubblici del paese e ha superato la Grande Depressione meglio di quasi qualsiasi altra città americana. Sempre sotto la sua amministrazione, Milwaukee ha sradicato la corruzione e le tangenti, ha costruito il primo complesso di edilizia popolare finanziato a livello comunale e ha trasformato il sistema fognario della città. Credeva, come crediamo anche noi, che per realizzare questa grande società, sia necessario tassare i ricchi.

    Oggi conosciamo questi leader come i “socialisti delle fogne”. Ma per anni, gli abitanti di Milwaukee li hanno conosciuti semplicemente come leader che mantenevano le promesse. È ora di portare questo spirito anche a New York.

    Nessun problema è troppo grande, nessun compito troppo piccolo. Un tempo, l’assistenza all’infanzia universale era considerata un problema troppo grande da affrontare. Difendere i lavoratori dalle multinazionali era considerato un problema troppo grande da affrontare. Costruire più alloggi, ridurre la criminalità a livelli storicamente bassi e difendere gli inquilini dai proprietari di casa disonesti: tutti questi erano considerati problemi troppo grandi da affrontare.

    Ma ecco la verità: per New York non esiste un’impresa troppo grande. E nelle ultime quattordici settimane abbiamo dimostrato che nessun compito è troppo piccolo. Perché se la pubblica amministrazione non è in grado di occuparsi delle piccole cose, come possiamo fidarci che si occupi di quelle grandi? Come possiamo promettere di trasformare la nostra città se non riusciamo nemmeno ad asfaltare la vostra strada?

    Ecco perché, dal 1° gennaio, New York ha riparato oltre 102.000 buche, di cui 22.800 in soli tre giorni. Da Pelham a Tompkinsville, da Bay Ridge a Inwood, gli operai comunali hanno riparato le strade a un ritmo che non si vedeva da oltre un decennio. Le hanno riparate all’alba. Le hanno riparate a mezzanotte. Le hanno riparate giorno e notte. E non è tutto. Entro la fine di quest’anno fiscale, il Dipartimento dei Trasporti avrà riasfaltato 1.150 miglia delle nostre strade, una distanza sufficiente a coprire la distanza tra New York e Miami.

    Questa è la politica delle buche stradali: la nostra versione del 2026 del socialismo delle fogne, dove nessun governo è troppo occupato, troppo arrogante o troppo impantanato nella burocrazia per risolvere i problemi di questa città, non importa quanto grandi siano.

    Il sesto giorno, quando abbiamo asfaltato la buca alla base del ponte di Williamsburg, quella era politica delle buche. Il sessantacinquesimo giorno, quando abbiamo svelato il nostro piano per smantellare migliaia di metri di impalcature che hanno oscurato le strade della città per anni, quella era politica delle buche. Il novantaesimo giorno, quando abbiamo annunciato oltre 100 milioni di dollari per sostituire e ammodernare più di 6.700 tombini, anche quella era politica delle buche. Onestamente, quella si potrebbe definire socialismo delle fognature.

    E quando la nostra città è stata sommersa dalle tempeste invernali, quando montagne di neve si sono accumulate sulle nostre strade, abbiamo applicato le politiche di riparazione delle buche alla gestione delle emergenze. Gli addetti alla pulizia hanno sciolto 783 milioni di libbre di neve, sparso un miliardo di libbre di sale e liberato 135.000 attraversamenti pedonali, 34.000 fermate dell’autobus e 29.000 idranti.

    Ridurremo i costi, rifaremo il manto stradale, spaleremo la neve e restituiremo dignità alla vita dei lavoratori. E sapete una cosa, voi scettici? Ripareremo anche le vostre buche. Perché quando i socialisti fanno delle promesse, le mantengono.

    Per dimostrare che il governo è utile

    Guardiamo quindi avanti alle prossime promesse che manterremo. Stasera, sono orgoglioso di fare tre annunci epocali. Innanzitutto, renderemo più facile per i newyorkesi mettere il cibo in tavola. Dall’inizio della pandemia, i prezzi dei generi alimentari hanno subito forti oscillazioni. Lo percepiamo ogni volta che andiamo al supermercato. Tra il 2013 e il 2023, i prezzi dei generi alimentari a New York sono aumentati di quasi il 66%, un incremento significativamente superiore alla media nazionale.

    Durante la nostra campagna elettorale, abbiamo promesso ai newyorkesi che avremmo creato una rete di cinque supermercati di proprietà comunale, uno in ogni distretto. Oggi manteniamo quella promessa. Sono orgoglioso di annunciare che apriremo tutti questi negozi prima della fine del nostro primo mandato. E il primo aprirà l’anno prossimo. Negozi dove i prezzi saranno onesti, dove i lavoratori saranno trattati con dignità e dove i newyorkesi potranno davvero permettersi di fare la spesa. Nei nostri negozi, le uova costeranno meno, il pane costerà meno. Fare la spesa non sarà più un’impresa impossibile.

    Uno di questi negozi sorgerà a La Marqueta, nel quartiere di El Barrio, lo stesso mercato che Fiorello La Guardia aprì nel 1936 per permettere ai lavoratori di risparmiare su frutta e verdura. Noi porteremo avanti la sua eredità. Stiamo costruendo un negozio completamente nuovo su un terreno di proprietà comunale attualmente inutilizzato a East Harlem, un quartiere dove quasi il 40% delle famiglie ha ricevuto assistenza pubblica o il programma SNAP lo scorso anno.

    Ora, alcuni insisteranno sul fatto che le attività commerciali di proprietà comunale non funzionano, che il governo non può competere con le aziende private. La mia risposta è semplice: accolgo con favore la concorrenza. Che vinca il supermercato più economico. Quando penso al cambiamento che il governo può apportare, penso anche alla leadership del sindaco Bernie Sanders di Burlington, nel Vermont. Gli otto anni di Bernie come sindaco sono stati caratterizzati da un impegno instancabile per migliorare la sua città. Ha risanato un centro cittadino fatiscente. Ha fornito servizi comunali in modo equo, non solo alle zone più ricche. E ha utilizzato un surplus di bilancio per riparare le strade.

    I socialisti di strada hanno usato il governo per costruire una Milwaukee migliore. Bernie Sanders ha usato il governo per costruire una Burlington migliore. Noi useremo il governo per costruire una New York migliore. Questa, amici miei, è la politica delle buche. E lo faremo affrontando una delle sfide più persistenti che la nostra città si trova ad affrontare, una sfida che riguarda ogni newyorkese, indipendentemente da dove viva. La stessa parola che molti usano giustamente per descrivere il mio tiro a canestro: spazzatura.

    I sacchi della spazzatura intasano le nostre strade e i nostri marciapiedi; ratti e parassiti non devono mai cercare lontano il loro prossimo pasto. Nella città più ricca, nella nazione più ricca della storia del mondo, nessuno dovrebbe essere costretto a vivere circondato dalla spazzatura. E per un breve momento, sembrava che non sarebbe stato così. Nel 2024, gli elettori hanno approvato a stragrande maggioranza l’introduzione dei cassonetti. I cassonetti Empire Bins sono stati installati ad Harlem. Sono stati promessi a Brooklyn.

    E poi, come ormai tanti newyorkesi si aspettano dalle istituzioni, l’iniziativa si è bloccata. Non è stata fissata alcuna data di completamento. Non sono stati stanziati fondi per realizzarla. La promessa era vuota. L’unica cosa che dovrebbe essere vuota a New York sono i nostri marciapiedi, liberi dai rifiuti.

    Mettiamo fine a tutto questo. Stasera, sono orgoglioso di annunciare il lancio di un’ambiziosa campagna di containerizzazione dei rifiuti in tutti e cinque i distretti. Containerizzeremo tutti i rifiuti in tutte le proprietà residenziali. Entro la fine del prossimo anno, ci sarà almeno un quartiere completamente containerizzato in ogni distretto. Inizieremo a distribuire in modo massiccio nuovi container per lo stoccaggio dei rifiuti e nuovi camion per la raccolta, e raggiungeremo la completa containerizzazione in tutta la città entro la fine del 2031.

    I newyorkesi meritano un governo che non si sottragga alle sfide quotidiane, un governo che affronti i problemi che ci si presentano. Questo impegno per il cambiamento è ciò che guida il terzo e ultimo annuncio che sono così orgoglioso di fare stasera: aumenteremo la velocità degli autobus per oltre un milione di newyorkesi in tutta la città.

    In questi primi 102 giorni, abbiamo già offerto vantaggi a centinaia di migliaia di utenti degli autobus. Abbiamo avviato progetti di riqualificazione urbana su Madison Avenue a Manhattan, su Flatbush Avenue a Brooklyn e migliorato il servizio di autobus transurbani nel Bronx, perché sì, anche i tifosi degli Yankees meritano un trasporto pubblico migliore.

    Ma in una città dove ogni minuto conta, dove il tempo è denaro, è inaccettabile che alcuni autobus viaggino a soli otto chilometri orari. Ecco perché durante la campagna elettorale ho promesso che avrei reso gli autobus più veloci. Ed è per questo che sono così entusiasta di annunciare stasera che ridurremo i tempi di percorrenza fino a sei minuti a tratta. Sei minuti sono tanti. Abbastanza tempo per fare colazione con la famiglia, farsi una doccia prima del lavoro o ascoltare una volta e mezza il classico di Madonna “4 Minutes” con Justin Timberlake e Timbaland.

    Insieme al governatore Hochul, aumenteremo la velocità degli autobus fino al 20% lungo 45 corridoi prioritari. Aumenteremo significativamente il numero di fermate degli autobus completamente accessibili. Costruiremo nuove linee di Bus Rapid Transit (BRT) di livello mondiale per 100.000 newyorkesi che vivono a più di 800 metri da una fermata della metropolitana o del treno.

    Quando parliamo di chi prende l’autobus, ci riferiamo ai newyorkesi che troppo spesso sono stati ignorati dalle nostre politiche: una maggioranza sproporzionata di pendolari della classe operaia, afroamericani e di altre etnie provenienti dal centro città. Sono proprio questi newyorkesi a cui è stato detto di accontentarsi di viaggiare sugli autobus più lenti d’America. Ora basta.

    Questo progetto sarà guidato da una partnership tra il Dipartimento dei Trasporti e la MTA, la prima del suo genere in un decennio. Il governo collaborerà per offrire un servizio migliore ai newyorkesi. Avevamo promesso ai newyorkesi autobus veloci e gratuiti. Stasera manteniamo la promessa di velocità e siamo entusiasti di continuare a lavorare con Albany per garantire la gratuità del servizio.

    Quando ho iniziato a parlare stasera, un treno della linea 2 aveva appena iniziato la sua corsa attraverso i tre distretti, partendo da Wakefield 241st Street. Sferragliava attraverso il Bronx, correndo contro il sole che tramontava. Sotto i binari d’acciaio, i venditori ambulanti offrivano birria e fuchka . Gli studenti facevano i compiti nei loro giardini e i tassisti caricavano passeggeri.

    Quel treno si inabissò sottoterra, sotto l’Harlem River. In superficie, gli operai comunali guidavano traghetti e rimorchiatori che fendevano le onde. Sfrecciava davanti alle chiese dove, solo poche ore prima, risuonava il suono dei vicini che cantavano insieme.

    Ora, mentre siamo qui insieme, il treno sta arrivando alla 125esima strada. I newyorkesi che viaggiano su quel treno non pensano ai tanti mondi che hanno appena attraversato o al miracolo che è New York. Pensano se riusciranno a pagare l’affitto all’inizio del mese, se avranno mai abbastanza per comprare una casa, se riusciranno a crescere una famiglia nella città che amano. E pensano se il loro treno arriverà in orario, se il governo fornirà i servizi promessi.

    Per troppo tempo, mentre i newyorkesi si ponevano queste domande, il consiglio comunale non è intervenuto per offrire aiuto. I cittadini della nostra città sono stati abbandonati a se stessi. Abbiamo l’enorme responsabilità non solo di governare con onestà e integrità, non solo di apportare miglioramenti costanti. Abbiamo la responsabilità di dimostrare che il nostro governo è degno delle persone che serve.

    I nostri giorni migliori devono ancora venire. New York, il lavoro che possiamo fare insieme c’è. Facciamolo.

    Leonardo De Angelis

    19 Aprile 2026
    Internazionale
  • Imperialismi in conflitto: le contraddizioni tra blocchi spingono il mondo verso la guerra

    Imperialismi in conflitto: le contraddizioni tra blocchi spingono il mondo verso la guerra

    di Nando Simeone


    L’OPPOSIZIONE E I MOVIMENTI CRESCONO NEGLI USA

    Dall’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump ha ridefinito la strategia internazionale degli Stati Uniti secondo una logica brutale di dinamiche di potere tra grandi potenze. Pur perseguendo politiche sempre più aggressive in Medio Oriente e nelle Americhe, la sua amministrazione ha anche intrapreso un riposizionamento strategico nei confronti della Russia.

    1L’obiettivo di Washington è chiaro: impedire alla Russia di rafforzare ulteriormente la sua alleanza con la Cina, considerata il principale rivale sistemico degli Stati Uniti. Questa è una differenza rispetto al suo primo mandato e a quello di Joe Biden, dal 2021 al 2024. Nell’arco di dieci anni, la Cina è passata, nel discorso ufficiale statunitense, dallo status di concorrente cooperativo a quello di “avversario strategico centrale”. Questo cambiamento non deriva né da un cambio di regime a Pechino né da una rottura della Cina con il sistema capitalistico globalizzato, bensì dal suo opposto: la rapida ascesa di una potenza che ha sfruttato le regole dell’ordine capitalistico esistente fino al punto di minacciarne la gerarchia.

    La Russia viene descritta come una minaccia “persistente ma gestibile”, mentre i leader europei vengono accusati di esagerare il pericolo che essa rappresenta e di nutrire aspettative irrealistiche sull’esito della guerra in Ucraina. Allo stesso tempo, Washington afferma di voler negoziare una rapida fine del conflitto sotto la propria egida.

    Questo riposizionamento apre la strada a uno scenario dalle conseguenze di vasta portata: un accordo tra potenze imperialiste – Stati Uniti e Russia – che potrebbe avvenire a scapito del popolo Ucraino.

    Trump ha ridotto il sostegno militare diretto degli Stati Uniti all’Ucraina, trasferendo l’onere di tale supporto agli alleati dell’Europa occidentale nella NATO.

    Trump e l’Ucraina

    Trump non ha alcun rispetto per il diritto del popolo ucraino a difendere la propria sovranità. L’invasione del febbraio 2022 è stata in gran parte sventata grazie alla resistenza del popolo ucraino e alla dimostrazione del suo impegno per la sovranità del Paese. Se il popolo ucraino non avesse sostenuto in modo schiacciante la resistenza, le forniture di armi delle potenze occidentali alle autorità di Kiev non sarebbero state sufficienti a sventare il piano iniziale di Putin di arrivare a Kiev con il suo esercito, rovesciare il regime e impadronirsi di una parte significativa del territorio ucraino, a partire dall’est. Questa affermazione deve essere accompagnata da una critica alle politiche neoliberiste e nazionaliste scioviniste del governo di destra di Zelensky, nonché dalla denuncia della NATO e delle ambizioni imperialiste di Trump e degli europei in Ucraina. È inoltre importante chiarire che l’Ucraina non è una potenza imperialista.2

    La Mondializzazione dell’economia spinge verso una crisi di governabilità: il nuovo dominio di classe è strutturalmente instabile. Tutto ciò conduce a delle aperte crisi di legittimità e di governabilità in numerosi paesi e intere regioni, verso una condizione di stato di crisi permanente.

    Il pericolo maggiore è rappresentato dalla guerra e dalla possibilità di utilizzo di bombe atomiche, ma anche guerre condotte con armi “convenzionali”, in presenza di centrali nucleari, avrebbe effetti ugualmente catastrofici. Anche le armi biologiche e chimiche minacciano di avere conseguenze simili. E’ sempre più relativo il concetto di “armi convenzionali” se poi esistono bombe e testate non nucleari che hanno una potenza distruttiva altrettanto grande o persino maggiore della bomba atomica di Hiroshima.

    L’AGGRESSIONE A IRAN E LIBANO

    Stiamo assistendo in via embrionale dal 2008, ma in modo molto più chiaro dal 2022, che gli eventi in Ucraina, Palestina, Venezuela e ora Iran costituiscono fronti diversi di un conflitto globale. Il suo obiettivo è impedire con la forza il declino dell’egemonia statunitense e occidentale nel mondo, minacciata principalmente dal crescente potere della Cina. In Ucraina, l’obiettivo è indebolire la Russia o anche trattarci, un partner chiave della Cina. In Venezuela, l’obiettivo è privare la Cina dell’accesso a importanti riserve di energia e risorse latinoamericane. L’Iran è l’anello cruciale dell’integrazione eurasiatica, con i suoi corridoi energetici e di trasporto est-ovest e nord-sud. Nel caso dell’Iran, l’obiettivo è lo stesso della Siria: l’eliminazione di un regime – certamente autoritario e antioperaio, ma non per questo meno sovrano e indipendente – e la sua successiva sostituzione con il consueto mix di governo subordinato e caos violento tipico di un regime fallito.

    La vera natura di questa guerra è apparsa chiara fin dal primo giorno, il 28 febbraio, quando gli Stati Uniti hanno attaccato una scuola a Minab, uccidendo circa 175 persone, tra cui 100 bambini. Gli attacchi contro i civili costituiscono crimini di guerra.

    La guerra contro le popolazioni civili ha sempre avuto lo scopo di demoralizzare il nemico, gettando quelle popolazioni nella miseria, nell’impotenza e nella paura, per costringerle alla resa. Ma un popolo che combatte per la propria terra può rifiutarsi di capitolare, a prescindere dalla violenza subita, lasciandosi alle spalle una popolazione devastata, come a Gaza.

    Il suo successo in Venezuela ha indotto Trump a credere di poterla fare franca con qualsiasi cosa, compreso impadronirsi brutalmente del petrolio iraniano, rimodellare il Medio Oriente a suo piacimento (e a quello di Netanyahu) e rafforzare così l’egemonia statunitense, minacciata dall’ascesa economica della Cina capitalista. Il calcolo era fallace dall’inizio alla fine. Questo errore rischia di costargli caro, e di costare caro anche all’imperialismo statunitense. L’aspirante neofascista alla Casa Bianca si vedeva già come un imperatore romano (come Caligola). Pur essendo privo di qualsiasi cultura classica, Trump intuisce che “arx tarpeia Capitoli proxima” (la Rocca di Tarpeia è vicina al Campidoglio, la caduta è vicina al successo). La bestia ferita, minacciata, può diventare ancora più pericolosa. Netanyahu – e Putin! – dimostrano di quali atrocità queste persone sono capaci. Mobilitiamoci per fermarli.3

    LIBANO

    L’entità degli attacchi israeliani supera quella dell’ultima guerra alla fine del 2024: la distruzione dei sobborghi meridionali di Beirut e del Libano meridionale è colossale, l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di sciiti libanesi è sistematica e Israele sta conducendo una guerra chiaramente settaria. Gli israeliani stanno cercando di separare il sud dal resto del paese, in particolare bombardando i ponti, e di tagliare le vie di comunicazione di Hezbollah. Assassini mirati e raid aerei – che costano caro anche ai civili – colpiscono anche alcune aree non sciite, in particolare Baabda, un quartiere cristiano vicino al palazzo presidenziale, e Bourj Hammoud, un quartiere armeno. Anche i campi profughi palestinesi sono un bersaglio frequente degli israeliani, dato che le fazioni palestinesi hanno partecipato all’ultima guerra in Libano nel 2024, combattendo al fianco di Hezbollah. Tutto ciò rappresenta una minaccia per il governo libanese e per l’intera società libanese, il che significa che sostanzialmente nessuno è al sicuro e che tutto il Libano pagherà il prezzo di questa guerra, non solo la comunità sciita, sebbene sia il bersaglio principale. L’obiettivo politico di Israele è quello di recidere Hezbollah dalla sua base sociale, disperdere questa base in tutto il Libano, di creare una categoria di rifugiati, al fine di alimentare le tensioni interne libanesi. Colpendo le aree cristiane o sunnite dove si trovano gli sciiti sfollati, Israele sta aizzando le comunità l’una contro l’altra. La gente ha paura di accogliere gli sfollati nei propri villaggi. Questa è quindi una strategia per dividere l’intera società libanese.

    Questa guerra presenta anche un livello di violenza più elevato, poiché si tratta di un conflitto regionale: da quasi due anni gli israeliani parlano di una guerra su sette fronti: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran. Negli ultimi anni questi fronti sono stati relativamente separati: durante la Guerra dei Dodici Giorni contro l’Iran – la prima guerra Israele-americana – il Libano non fu direttamente coinvolto. Durante la guerra in Libano, da settembre a novembre 2024, non ci furono attacchi contro l’Iran, sebbene gli iraniani abbiano effettuato raid aerei a sostegno di Hezbollah in quel periodo. Ma non tutti i fronti erano unificati. Oggi, questi sette fronti stanno iniziando a unificarsi. Questo è l’effetto post 7 ottobre 2023: una graduale convergenza dei fronti, che oggi tendono a convergere verso una guerra totale, dal Golfo al Mediterraneo.4

    Le trattative in Pakistan sono fallite e la crisi si estende con forti ripercussioni sull’economia globale, diversi paesi soprattutto l’Europa parlano di recessione economica. La chiusura dello stretto di Hormuz o anche la forte riduzione dei transiti ha delle ripercussioni devastanti per l’economia globale, dove certamente saranno i settori popolari a pagare pesantemente la crisi energetica. Ed in tutto il mondo ci sono forti segnali di mobilitazione popolare.

    Gli USA e le grandi mobilitazioni

    Le proteste di massa “No Kings!” fatte il 28 marzo e gli ambiziosi preparativi per le mobilitazioni del Primo Maggio dimostrano la crescente convergenza delle forze che si oppongono a Trump. Questa convergenza si verifica sullo sfondo degli attacchi di Trump ai diritti democratici negli Stati Uniti e alla sovranità di paesi stranieri – l’esempio più recente è la sua irresponsabile aggressione contro l’Iran – e sullo sfondo del suo crollo degli indici di gradimento.

    Da quando Trump è stato rieletto per un secondo mandato, sono emersi tre centri di resistenza popolare e della classe operaia. Il primo è incentrato su Indivisible, il collettivo prevalentemente di ONG che ha organizzato le prime due manifestazioni “No Kings!” nel 2025 e ha indetto una serie di proteste il 28 marzo 2026. Quasi 25 milioni di persone sono scese in piazza in tutto il paese durante le ultime manifestazioni. Queste proteste hanno permesso di esprimere il rifiuto di Trump su molti fronti, come dimostrano le marce e gli striscioni, in particolare in difesa degli immigrati, in solidarietà con la Palestina (anche se Indivisible, nelle sue dichiarazioni ufficiali, non ha menzionato Gaza o la Palestina), in difesa delle comunità LGBTQI+, dell’ambiente e, naturalmente, più in generale, in opposizione alle politiche di Trump, che portano all’autoritarismo.

    Il secondo polo di resistenza a Trump è il movimento contro l’ICE, l’agenzia per l’immigrazione. La resistenza delle reti anti-ICE a Minneapolis, di fronte all’arrivo di oltre 3.000 agenti dell’ICE, ha catturato l’immaginazione di antifascisti e antiautoritari in tutto il mondo. L’omicidio di Renee Good, attivista per i diritti degli immigrati e cittadina americana, per mano di agenti dell‘ICE a Minneapolis, non lontano da dove George Floyd fu ucciso da un agente di polizia nel 2020, seguito pochi giorni dopo dall’omicidio di Alex Pretti, anch’egli cittadino americano e bianco, ha scatenato un vasto movimento di protesta che sta scuotendo il panorama politico americano. Queste manifestazioni di massa e le reti coinvolte costituiscono un nuovo tipo di movimento sociale di massa, che possiede tutte le caratteristiche di un movimento sociale. La prima di queste caratteristiche è la sua portata. Mentre le manifestazioni di piazza hanno radunato folle molto numerose, anche la partecipazione alle reti di solidarietà è stata molto forte. Tra il 25 e il 50% della popolazione di Minneapolis e di Saint Paul (città adiacente a Minneapolis) partecipò alle mobilitazioni e alle reti di mutuo soccorso, una percentuale eccezionale.

    La creazione di nuove organizzazioni è tipica anche dei movimenti sociali. Il movimento anti-ICE ha sviluppato nuove organizzazioni e integrato organizzazioni e reti di attivisti preesistenti, tra cui associazioni di quartiere e reti nate durante la mobilitazione seguita all’omicidio di George Floyd nel 2020. Oltre alle reti stesse, si sono sviluppate alleanze tra gruppi anti-ICE nuovi e vecchi, come a Chicago, dove è stata fondata una coalizione di circa 100 organizzazioni in tutta la città, la Immigrant Coalition for Immigrant and Refugee Rights. Questi gruppi si sono coordinati con gli attivisti anti-ICE di Minneapolis. In alcuni casi, ciò è stato possibile grazie ai legami preesistenti stabiliti dai sindacati.

    Il movimento anti-ICE è presente non solo a Minneapolis e in città come Los Angeles e Chicago, dove si è registrato un massiccio dispiegamento di agenti dell’ICE, ma anche in città come Milwaukee, che non hanno ancora visto un grande afflusso di agenti dell’ICE, ma dove si sta sviluppando un movimento anti-ICE in previsione di tale eventualità.

    Il terzo centro di resistenza è May Day Strong (MDS), che riunisce sindacati e sezioni sindacali di sinistra, come il sindacato degli insegnanti CTU di Chicago e le sezioni militanti del SEIU di Minneapolis. MDS si sta occupando di preparare una giornata di mobilitazione per il Primo Maggio che prevede uno sciopero generale, uno sciopero scolastico e uno sciopero dei consumatori. Tremila persone hanno partecipato a una recente videoconferenza organizzata da MDS per discutere le azioni da intraprendere per il Primo Maggio, tra cui scioperi, assenze scolastiche e boicottaggio economico. La mobilitazione di quest’anno per il Primo Maggio probabilmente non assumerà la forma di uno sciopero tradizionale con astensioni dal lavoro indette dai sindacati, a causa delle leggi che vietano gli scioperi politici e dei contratti collettivi in ​​cui i sindacati hanno rinunciato al diritto di sciopero. Tuttavia, la spinta a favore di uno sciopero generale stimolerà il dibattito sulla mobilitazione nei luoghi di lavoro, sugli scioperi di massa e sulla necessità di opporsi alle leggi che limitano l’azione sindacale.

    È molto probabile che le azioni di questo 1° maggio assomiglino a quelle del 2006 durante la “Giornata senza latini”, che vide manifestazioni di massa in città come Los Angeles e Milwaukee – città in cui vive una numerosa popolazione di origine messicana e latina – nonché scioperi di fatto attuati quando molti lavoratori si presero un congedo per malattia o semplicemente non si presentarono al lavoro per manifestare.

    La potenziale forza delle tre componenti della resistenza a Trump risiede nella sua natura di massa, nell’utilizzo di tattiche sia tradizionali che innovative tratte dal repertorio delle proteste, nelle sue profonde radici nella classe operaia e nelle comunità oppresse degli Stati Uniti, e nella sua indipendenza dal Partito Democratico. E, viste le implicazioni delle elezioni di medio termine del prossimo novembre, preservare l’indipendenza del movimento sarà un compito particolarmente importante.5

    Anche in Europa e in Italia in particolare abbiamo avuto straordinari momenti di resistenza alle politiche autoritarie e reazionarie del governo Meloni con la grande vittoria del NO al referendum.

    1. Trump, Putin e l’Ucraina: verso una divisione delle sfere d’influenza a spese del popolo.7 aprile 2026 di Éric Toussaint- Inprecor
      ↩︎
    2. idem
      ↩︎
    3. Trump ha fallito ed è più pericoloso che mai. Pubblicato da Daniel Tanuro |07/04/2026| Internazionale MPS
      ↩︎
    4. Condizioni di vita e resistenza in Libano. 7 aprile 2026 di Nicolas Dot-Pouillard Inprecor
      ↩︎
    5. I movimenti che si oppongono a Trump stanno convergendo 7 aprile 2026 di Kay Mann inprecor
      ↩︎

    Leonardo De Angelis

    15 Aprile 2026
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