«Va bene, non ce l’ho con te». E poi l’hanno uccisa

«Va bene, non ce l’ho con te». E poi l’hanno uccisa

Di Leonardo De Angelis

«Va bene, non ce l’ho con te».
Queste sono le ultime parole pronunciate da Renee Nicole Good prima di essere uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis. Non una minaccia. Non una provocazione. Non un gesto violento. Ma una frase di resa, di umanità, quasi di misericordia rivolta a chi, pochi istanti dopo, avrebbe deciso di spararle addosso.

Dopo quelle parole, lo Stato americano ha premuto il grilletto.

Renee Nicole Good aveva 37 anni. Era una madre, un’attivista comunitaria, una donna disarmata all’interno della propria auto. È stata uccisa durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione che, come troppe altre sotto l’amministrazione Trump, aveva più a che fare con l’esibizione muscolare del potere che con la sicurezza pubblica. I video e le testimonianze non mostrano una minaccia imminente. Mostrano un’escalation unilaterale, un uso letale della forza che arriva quando non è necessario, quando non è giustificabile, quando è semplicemente criminale.

Ma se l’omicidio è l’atto, la reazione politica è il movente.

Prima ancora che il corpo di Renee Nicole Good fosse freddo, esponenti dell’area trumpiana si sono affrettati a difendere l’assassino. Hanno parlato di legittima difesa, di agente “costretto a sparare”, di procedure rispettate. Hanno fatto quello che fanno sempre: hanno mentito per proteggere il potere. Hanno scelto da che parte stare. E non era quella della vittima.

Questa non è una deviazione. È una linea politica coerente. Una linea che dice che la vita di alcune persone vale meno di un distintivo. Che l’autorità non va controllata, ma venerata. Che se una donna viene uccisa dallo Stato, il problema non è chi ha sparato, ma chi osa mettere in discussione lo sparo.

La deriva ha raggiunto il suo punto più estremo quando il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato pubblicamente che gli agenti federali coinvolti in operazioni di questo tipo non dovranno temere conseguenze penali. Una promessa di immunità preventiva che equivale a una licenza di uccidere. Non un lapsus, non una provocazione, ma una linea politica: se lo Stato spara, lo Stato assolve se stesso.

In altre parole, non solo l’omicidio di Renee Nicole Good viene giustificato a posteriori, ma viene annunciato come modello per il futuro. La violenza non è più un eccesso da coprire: è una pratica da garantire legalmente.

La solidarietà politica verso l’agente ICE non è un errore di comunicazione. È un messaggio. Serve a dire a chi indossa un’arma e un’uniforme che può spingersi oltre, che verrà coperto, difeso, assolto preventivamente. Serve a dire alle comunità colpite che non avranno giustizia. Serve a normalizzare l’idea che lo Stato possa uccidere senza conseguenze, purché lo faccia contro i “giusti bersagli”.

E allora diciamolo senza ipocrisie: non è solo Renee Nicole Good a essere stata uccisa. È stato ucciso il principio stesso di responsabilità democratica. È stata uccisa l’idea che il potere debba rispondere delle proprie azioni. È stata uccisa la distinzione tra forza e violenza.

Dopo «va bene, non ce l’ho con te», non c’è stata esitazione. Non c’è stato ripensamento. Non c’è stato rispetto per una vita umana. C’è stato il fuoco. E poi, puntuale, la copertura politica.

Chi oggi difende l’agente ICE non sta difendendo la sicurezza. Sta difendendo il diritto dello Stato di uccidere senza essere disturbato. Sta scegliendo un’America in cui la violenza istituzionale non è una patologia da curare, ma uno strumento da rivendicare.

Minneapolis non è un incidente. È un avvertimento.
E chi applaude, giustifica o minimizza, non è spettatore: è complice.