Di Sergio Bellavita
Ringraziamo chi ha pensato, costruito e organizzato questa importante prima conferenza internazionale su un tema così rilevante.
La nostra conferenza cade nella fase più complessa e difficile della storia dell’umanità, non solo perché il mondo del caos, ovvero la fine del vecchio ordine mondiale produce mostri e potrebbe produrre una catastrofe, ma anche perché l’umanità non è mai stata tanto lontana dal socialismo, ovvero dall’unico sistema politico e sociale che può salvarla dal baratro in cui è precipitata.
Il genocidio del popolo Palestinese di Gaza rappresenta bene il baratro in cui è precipitata l’umanità, non solo l’Occidente, che pure porta le maggiori responsabilità nella sua
complicità di fatto con lo stato terrorista di Israele, ma tutte le principali potenze a livello globale, e i paesi amici, hanno taciuto, fatto proteste solo formali o peggio continuato a fare affari con il governo Netanyhau e a triangolare interessi diversi.
E’ questa la stagione dei nuovi e vecchi autoritarismi che hanno ridotto e in alcuni casi cancellato spazi di democrazia e partecipazione, le libertà sindacali, il diritto stesso al
dissenso e all’opposizione sociale e parlamentare.
La torsione autoritaria che nasce dalla cosiddetta crisi della democrazia andrebbe indagata a fondo, senza reticenze e con rigore analitico.
Come è potuto accadere in pochi decenni di passare dalla certezza di una espansione progressiva di diritti e tutele, di redistribuzione di ricchezza e spazi democratici, dalla
certezza che nei passaggi generazionali da padre in figlio le condizioni di vita sarebbero migliorate a una crisi drammatica della democrazia (pur parziale e borghese), alla
incredibile concentrazione di ricchezza in poche mani, alla espansione virale del fascismo nelle sue nuove forme e con il pieno sostegno popolare?
E al ritorno su larga scala della guerra, perché in realtà non è mai venuta meno, di una nuova forma di colonialismo, dei diversi imperialismi che si scontrano, si abbracciano, si
spartiscono aree di influenza e dominio sulle spalle dei popoli?
Domande che necessitano di una risposta perché solo affrontando la realtà possiamo pensare di individuare la strada giusta per combattere il fascismo che avanza.
A differenza di quanto accaduto nel dopoguerra del primo conflitto mondiale il fascismo non appare come la risposta dei grandi proprietari terrieri e degli industriali, del capitale, al rischio di un rivolgimento sociale delle classi popolari, alla spettro del comunismo dopo la rivoluzione d’ottobre.
Rischio oggi più che mai lontano.
Oggi il fascismo ha un largo sostegno popolare nella sua finta lotta contro le elites, nella rottura delle liturgie burocratiche, nella crisi delle forme di rappresentanza,
nell’individualismo che cancella la solidarietà, nel razzismo come forma di preservazione della propria condizione sociale, nella rabbia diffusa alimentata dal crescente
impoverimento delle classi lavoratrici, nella disumanizzazione dell’avversario.
Le cause di questo smottamento popolare verso l’estrema destra e i governi autoritari sono molteplici e possiamo solo sinteticamente elencarle:
- Il capitalismo ha persino smesso di promettere l’impossibile progressiva estensione del benessere economico e sociale. Non risponde più neanche in parte ai bisogni
sociali. Oggi chiede perennemente sacrifici e riduzione delle tutele sociali, compressione dei salari, taglio delle pensioni. La crisi del capitalismo non produce la
sua fine ma il suo sistematico imbarbarimento progressivo e produce la guerra su larga scala. Non esistono più margini di riformismo; - La velocità dei processi economici e tecnologici, caratterizzata da digitalizzazione, automazione e intelligenza artificiale, comporta continue trasformazioni profonde sul
piano sociale generando una crescente riduzione della centralità umana e delle sue capacità aprendo così a scenari inquietanti sul lavoro, sui livelli salariali e di impiego.
Tali processi per ragioni oggettive rendono oggettivamente più complessa la costruzione dell’opposizione politica e sociale alle politiche liberiste e agli autoritarismi; - Il movimento operaio nell’accezione marxista come blocco sociale quale rappresentanza di una coscienza collettiva e una forma di contropotere nei confronti
del capitale e dell’impresa non esiste più. La classe operaia è frammentata, non ha coscienza di sé, è più povera e precaria del passato quanto meno nel vecchio
occidente mentre in altri paesi del mondo la situazione è certo diversa tuttavia il movimento operaio ovunque non appare più in grado di dettare l’agenda politica e
sociale ai governi; - La sconfitta storica determinata dal crollo del socialismo reale continua a produrre effetti pesanti dal punto di vista della scomparsa di una alternativa al pensiero unico
dominante che è il mercato; - La progressiva sussunzione della rappresentanza politica e sociale della sinistra nelle compatibilità date ha alimentato rassegnazione, passività e disillusione nella classe operaia. La sinistra politica e sociale ha senso e valore solo se risponde ai bisogni sociali, solo se è in grado di portare effettive conquiste a coloro che vuole
rappresentare. Parliamo della nostra crisi, ovvero della difficoltà estrema a coniugare parole d’ordine come solidarietà, aumento dei salari, miglioramento della condizione lavorativa e lotta alla precarietà a pratiche che ne consentano l’effettiva conquista.
Quando ho iniziato a fare sindacato mi hanno insegnato che il sindacato ha un ruolo e un senso solo se è in grado di impedire lo strapotere dell’impresa. Se il padrone
decide gli orari, i salari, chi ha il lavoro e chi lo perde, se il padrone decide tutto il sindacato diventa inutile. Ed è la stessa inutilità o peggio il danno che procura la
sinistra politica che governa senza realizzare l’alternativa alle politiche delle destre.
Ed è in questa crisi che si annida il germe del fascismo, del tentativo di giocare la carta dell’uomo forte, del corporativismo, della riduzione della complessità della
democrazia anche se fortemente imperfetta ( borghese).
L’insieme di questi processi e di altri fattori, non ultimo la trasformazione culturale e l’impatto del web e dei social, determina la cosiddetta crisi della democrazia e la contestuale avanzata della estrema destra in tutto il mondo, sia che essa sia esplicitamente di destra, sia che utilizzi una retorica diversa ma pratichi la stessa politica dell’estrema destra.
La democrazia, quella che chiamiamo democrazia per distinguerla dall’autocrazia e dal totalitarismo, impone processi decisionali lunghi e complessi, il rapporto con le
rappresentanze sociali, si sottopone al voto e quindi governa sotto perenne minaccia del voto popolare.
I totalitarismi, le autocrazie non hanno bisogno di tempi lunghi per decidere, ne di mediazioni e compromessi e si approcciano al voto popolare con la tranquillità di una
riconferma garantita e per queste ragioni appaiono vincenti sullo scenario mondiale.
Per queste ragioni se vogliamo costruire l’antifascismo dobbiamo avere solide fondamenta.
Una nuova casa del popolo si costruisce solo se si affrontano i nostri limiti, i nostri errori.
Di una nuova casa abbiamo bisogno, come metafora di un nuovo cammino che prenda il meglio degli slanci rivoluzionari, dell’antifascismo militante e insieme preda le distanze dagli errori e dagli orrori che purtroppo hanno anche costellato la nostra storia. Il novecento, il secolo breve, ha rappresentato un’esperienza straordinaria ed insieme tragica. Il secolo delle due grandi guerre mondiali, della shoah ma anche il secolo della rivoluzione d’ottobre, del tentativo del più grande salto nella storia dell’umanità degli ultimi per liberarsi da oppressione, diseguaglianze, dittature.
Antifascisti si è se si pratica l’antifascismo, se si pratica l’indipendenza dai governi, se si difende il diritto di critica, se si combatte cioè contro le ingiustizie, l’autoritarismo, solo se si è portatori della cultura del rispetto del dissenso, della piena cittadinanza delle minoranze, della libera sessualità, della centralità dell’uomo e della donna, dell’antisessismo. Si è antifascisti se si combatte contro le aggressioni militari, contro la logica del predominio e dello sfruttamento del pianeta. Solo se si riconoscono e si combattono tutti gli imperialismi, da quello USA e quello della Russia di Putin. Solo se si è capaci di solidarizzare con i popoli che lottano per la loro libertà e contro l’occupazione, dall’Ucraina all’Iran, dalla Palestina sino ai movimenti sociali che ovunque contrastano il potere costituito arrivando al fiero popolo Curdo.
Siamo al fianco del popolo cubano erede di una straordinaria rivoluzione che lo ha liberato dal giogo statunitense, di quello venezuelano a cui viene impedita in maniera criminale l’indipendenza.
Io vengo da un continente, il cosiddetto vecchio continente, che più di altri conosce la durezza della decrescita economica, del capitalismo che alimenta la concentrazione di ricchezze spaventose e insieme aumenta precarietà, povertà, del progressivo smantellamento delle tutele sociali e dei diritti del lavoro. Più di altri continenti e paesi per la semplice ragione che proprio il vecchio continente ha vissuto una stagione di conquiste enormi grazie alla spinta dei movimenti sociali e sindacali che ha portato l’Europa ad avere un modello di distribuzione del reddito e dei diritti senza pari nel mondo.
Eppure è proprio il vecchio continente che porta la maggior responsabilità storica della brutale stagione del colonialismo, delle guerre di conquista, dei genocidi, e lo dico qui proprio in questa straordinaria terra del sud america.
Una terra che ha subito e continua a subire, la depredazione delle sue risorse naturali, lo sfruttamento del territorio da parte soprattutto del ricco occidente.
Non esiste solo il tema delle diseguaglianze tra le classi sociali in un paese, esiste il tema della sperequazione delle risorse del pianeta tra diversi paesi.
Un cittadino statunitense consuma come 50 cittadini di Haiti, oggi sappiamo bene cosa vuol dire: quello stile di vita non potrà mai diffondersi perché il pianeta non lo consentirebbe.
Esiste un limite invalicabile per qualsiasi governo o formazione politica, il limite delle risorse, il rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi. Questo modello di sviluppo, il capitalismo sta portando il pianeta all’implosione e va fermato.
Non possiamo accettare che l’emancipazione umana sia finita per sempre, non possiamo accettare che le lancette della storia ci riportino indietro nel tempo, seppure in forma diversa.
Ricostruire la solidarietà internazionale, sostenere tutte le forme di resistenza anche armata contro l’oppressione e il fascismo. Rafforzare i movimenti sociali e politici in ogni singolo paese e coniugarli tra loro. Stabilire solidi legami internazionali tra le organizzazioni sindacali di classe per impedire il ricatto delle multinazionali, rivendicare e praticare la solidarietà, il mutualismo, le esperienze di occupazioni delle fabbriche.
Occorre tornare a costruire l’opposizione sociale e politica in rappresentanza del nostro popolo non governare il possibile, perché dentro le compatibilità date muore ogni ipotesi di trasformazione sociale. Un altro mondo è possibile è stato lo slogan che anche da Porto Alegre ha segnato la storia del primo decennio di questo secolo. Oggi pretendono di dirci che la storia è finita che dobbiamo rassegnarci alla barbarie, alla guerra, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Noi sappiamo che ancora non è così. Il mondo non è pacificato. Ci sono lotte significative ovunque, una miriade di forme di resistenza attraversano il pianeta.
Non verrà mai meno la pratica della sovversione perché il capitale produce anche i suoi più temibili nemici. Si tratta di parlare nuovamente alla condizione umana, di consegnare un’utopia realizzabile con la radicalità delle pratiche e la gentilezza di un amore smisurato per il nostro pianeta.
Non abbiamo molto tempo, oggi sappiamo che i cambiamenti climatici incombono e che i piccoli, spesso insufficienti passi verso una riduzione delle emissioni nocive sono saltati completamente dopo l’elezione di Trump. Al termine di questa conferenza andremo nella regione dello Xixuau, nel cuore della foresta amazzonica a sostegno di un progetto di solidarietà. Avremo solo da imparare, nulla da insegnare a coloro che stanno difendendo la foresta amazzonica e insieme a essa il delicato equilibrio che consente la vita umana sul pianeta terra.


