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  • GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI!!!!

    GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI!!!!

    Di CSOA Officina 99

    Officina 99 ringrazia le centinaia di persone di tutte le età che hanno animato l’assemblea pubblica di sabato 10 gennaio: rappresentanti di spazi sociali, collettivi, realtà di movimento, ma anche artistə, musicistə e solidalə da tutta la Campania e oltre.

    L’assemblea ha espresso piena solidarietà e complicità verso le pratiche di autogestione e ribadito l’importanza degli spazi sociali come luoghi in cui sperimentare forme diverse di stare insieme e dove costruire un’altra idea di città: orizzontale, inclusiva, orientata alla soddisfazione dei bisogni di tuttə e non al profitto di pochi.

    Nel rigettare con forza ogni minaccia di sgombero nei confronti di tutti gli spazi occupati nei nostri territori, abbiamo concordato sulla necessità di rilanciare sul piano della lotta. La lotta in difesa degli spazi sociali non può che coincidere con la lotta per la casa, per il reddito, per l’ambiente, contro l’economia di guerra, contro colonialismo e imperialismo, contro fascismo e patriarcato.

    Invitiamo pertanto tuttə a una nuova riunione, sabato 17 gennaio a Officina 99 per costruire una mobilitazione regionale il 14 febbraio in difesa di tutti gli spazi sociali e autogestiti, contro questo governo fascista e le sue politiche autoritarie, per rilanciare l’opposizione sociale e praticare l’unità dei movimenti.

    Organizziamo inoltre la partecipazione unitaria delle realtà di lotta napoletane al corteo nazionale di Torino in difesa del CSOA Askatasuna.

    Leonardo De Angelis

    15 Gennaio 2026
    Ecosocialismo
  • Spin Time si difende e rilancia «Mobilitazione permanente»

    Spin Time si difende e rilancia «Mobilitazione permanente»

    Di Michele Gambirasi

    «Roma è tutta qui» recita lo striscione. Alle 14 è piena la strada davanti a Spin Time, palazzo di sette piani occupato dal 2013 e di recente sede del Giubileo dei movimenti popolari. Il suo nome, dopo il blitz di dicembre a Torino contro Askatasuna, è tornato a circolare tra quelli che il ministro dell’Interno Piantedosi vorrebbe sgomberare. Abitanti e attivisti in risposta hanno chiamato a raccolta movimenti, artisti e politica nazionale e cittadina. Nelle stesse ore in cui, a Napoli, andava in scena un’assemblea analoga in difesa del centro sociale Officina 99.

    DAI SETTE PIANI dell’Esquilino, a Roma, è destinata a passare, è il ragionamento, tanto la difesa del modello di città che rappresenta il palazzo, definito «cantiere rigenerazione urbana», quanto un pezzo della risposta alle politiche delle destre globali. «Vogliono sfondare l’argine e portare via tutto, di mezzo ci siamo noi e la nostra forza che abbiamo già messo in campo a ottobre, quando abbiamo agito tutti insieme», ha scandito Umberto, militante di Askatasuna all’apertura dell’assemblea. L’offensiva contro gli spazi sociali degli ultimi mesi ha rappresentato l’ultimo passaggio delle politiche repressive dell’esecutivo, e da lì è pronto a ripartire il calendario delle mobilitazioni: gli appuntamenti sono il 17 e il 31 gennaio a Torino, per l’assemblea nazionale e il corteo di risposta all’operazione su Askatasuna.

    In mezzo, il 24 e 25 gennaio, a Bologna ci sarà il movimento «No Kings» per ragionare sull’articolazione internazionale delle destre e della mobilitazione che ne consegue: «La dimensione locale non può più essere letta senza quella globale. L’attacco del governo agli spazi è lo stesso di Trump che con l’Ice occupa militarmente le città», hanno scandito dai centri sociali del Nord est.

    SPIN TIME, al cui interno abitano circa 400 persone, mette l’esecutivo davanti a una delle sue contraddizioni, ovvero l’emergenza abitativa. In estate il governo ha annunciato il «Piano casa», di cui non si vedono ancora i contorni né le risorse necessarie. Nella manovra sono stati stanziati appena 200 milioni per il 2026 e 2027, mentre venerdì la premier è tornata a parlarne nel corso della conferenza stampa di inizio anno, annunciandone centomila nuovi alloggi in dieci anni.

    DAL CANTO SUO il palazzone dell’Esquilino è stato inserito all’interno del Piano casa del comune di Roma, che avrebbe intenzione di acquistarlo nonostante l’operazione non sia ancora riuscita. L’attuale proprietà, il fondo immobiliare Investire Sgr, ha rifiutato in passato le offerte dell’amministrazione ed era filtrato anche il potenziale inserimento del Viminale nella trattativa, di fatto fermandola. «Al fondo non conviene vendere il palazzo così dice che non tratta con i criminali», ha detto ieri Chiara Cacciotti, ricercatrice e attivista del palazzo. Il ragionamento gira anche intorno alle manovre finanziarie che la proprietà ha condotto negli ultimi tempi: «A dicembre hanno acquistato il fondo Natissa, diventando così gestori di 5 fondi immobiliari per rafforzare, dicono, il loro ruolo nel settore living in tutta Italia e continuare con progetti di rigenerazione», ha spiegato ancora Cacciotti.

    PER QUESTO l’affare Spin Time investe anche il centrosinistra, che sul tema della sicurezza vorrebbe in qualche modo provare a mettere in difficoltà il governo e chi si ricandida ad amministrare la città con la nuova tornata elettorale. Anche nei casi di Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano, le operazioni del Viminale sono andate a segno lì dove governi cittadini di centrosinistra si stavano adoperando per cercare vie di interlocuzione con gli spazi sociali, provando a frenare quei progetti e cercando di dividere le opposizioni. «Dal comune ci dovrebbero spiegare come pensando di far combaciare il Piano casa con progetti di finanza immobiliare che usano la rigenerazione come foglia di fico», ha detto ancora Cacciotti.

    «Il comune non affronta l’emergenza casa dal punto di vista dell’ordine pubblico e per la prima volta ha stilato un piano con movimenti e sindacati stanziando 250 milioni. Le forze democratiche devono ragionare con noi per capire come far diventare questo un modello», ha incalzato Andrea Alzetta, per tutti Tarzan, volto storico dei movimenti per il diritto all’abitare e di Spin Time. Per la coordinatrice della segreteria Pd, Marta Bonafoni, «Ddfendere Spin Time significa difendere un’idea di città più giusta, inclusiva e solidale».

    DELLO SGOMBERO non sarebbe convinto nemmeno il prefetto di Roma. Proposte di alternative abitative non ne sono state avanzate, mentre il Viminale osserva in silenzio. Nelle prossime settimane è atteso il Comitato per l’ordine e la sicurezza, dove sul tavolo potrebbe presentarsi l’argomento.

    Articolo pubblicato da: https://ilmanifesto.it/

    Leonardo De Angelis

    12 Gennaio 2026
    Ecosocialismo
  • Meloni, Giorgetti, Borghi, manovra “leggera”, manovre “pesanti”

    Meloni, Giorgetti, Borghi, manovra “leggera”, manovre “pesanti”

    Di Fabrizio Burattini

    Nel mirino, guarda caso, sempre le pensioni

    Sono passati giusto due mesi da quando il ministro Giancarlo Giorgetti ha presentato in parlamento la bozza di legge finanziaria per il prossimo anno e, in tutto questo tempo, ancora, a poco più di una settimana dalla fine dell’anno, i litigi all’interno della coalizione di destra sembrano non placarsi.

    L’impegno preso dalla stessa Meloni di far passare la legge di bilancio in prima lettura al senato entro il 15 dicembre è clamorosamente saltato. La legge non è ancora arrivata alla discussione in aula alla camera e poi dovrà affrontare il dibattito al senato. Dunque, la data “tagliola” del 31 dicembre (quando potrebbe scattare il cosiddetto “esercizio provvisorio”) si avvicina inesorabilmente. Le ultime due volte in cui il paese ha dovuto provare l’esperienza dell’esercizio provvisorio (con la spesa pubblica in “dodicesimi”, in base al bilancio dell’anno precedente) furono nel 1986 (governo Craxi) e nel 1988 (governo Goria)

    Le baruffe tra i partiti ci sono sempre state, con le diverse formazioni che tentano di far passare commi e dettagli volti a favorire le loro basi sociale ed elettorali. Ma quest’anno abbiamo anche le “baruffe” all’interno dei partiti, con la Lega che si è spinta ad attaccare pubblicamente e pesantemente il “suo” ministro delle Finanze (Giorgetti).

    C’erano state le abituali proteste confindustriali, con i padroni che lamentavano la scarsa attenzione (cioè gli scarsi finanziamenti) che il progetto di legge dedicava alle “imprese” e alla “crescita”. Così, qualche giorno fa il governo aveva presentato un “maxi emendamento”. Formalmente non costituiva una novità: quasi ogni anno i diversi governi che si sono succeduti, verso la fine del dibattito parlamentare, hanno presentato un emendamento onnicomprensivo al fine di rendere coerenti le modifiche apportate in parlamento e anche per semplificare, in base ai regolamenti parlamentari, l’iter di approvazione. 

    Ma stavolta, il “maxi emendamento” non era “rituale” come quelli degli anni scorsi. Aumentava le dimensioni della manovra di 3,5 miliardi di euro (da 18,7 a 22,2), con la equilibristica ricerca della copertura per quello sforamento. E questa copertura ha scatenato il caos tra i partiti della destra e nei partiti della destra.

    Perché le “coperture” si basavano in particolare su un ulteriore peggioramento delle regole con le quali le lavoratrici e i lavoratori possono sperare di andare in pensione. Ricordiamo che, in base alla “riforma Fornero” del 2011, l’eta “pensionabile” in Italia si colloca formalmente a 67 anni, e, per chi ha i requisiti per avere la “pensione anticipata”, occorre avere versato contributi previdenziali per 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi per le donne). Ma concretamente le cosiddette “finestre” (cioè i periodi dell’anno in cui è possibile cessare dal lavoro) possono far aumentare quell’età di svariati mesi (nel comparto scuola anche di un anno).

    Ebbene, il maxi emendamento di Giorgetti e di Meloni, al fine di “reperire” 2 dei miliardi necessari per le nuove spese (per tacitare i mugugni della Confindustria) portava il limite dei 42 anni e 10 mesi gradualmente a 43 e 9 mesi da qui al 2035, modificando le regole sulle “finestre”. E non solo. Il governo, sempre per trovare soldi da elargire agli industriali, intendeva anche dimezzare il valore previdenziale dei periodi di studio che i lavoratori (in particolare quelli con un titolo universitario) possono “riscattare”, peraltro pagando parecchie migliaia di euro. Secondo i calcoli della Cgil, “Chi ha riscattato un periodo di studi potrà arrivare addirittura a 46 anni e 3 mesi di contribuzione prima di andare in pensione”.

    Un “maxi emendamento” così, per la Lega che ha fatto del “superamento della riforma Fornero” un punto centrale del suo programma demagogico, non poteva essere “digeribile”. E dunque il leghista d’assalto Claudio Borghi, su incarico di Salvini, ha aperto le ostilità contro le proposte della premier e di Giorgetti (suo collega di partito).

    Così Meloni e Giorgetti sono dovuti tornare sui loro passi, azzerare le modifiche previdenziali proposte e, di conseguenza, i contributi alle imprese (agevolazioni fiscali a pioggia e sovvenzioni per coprire gli aumenti dei prezzi delle materie prime).

    Ma così i padroni hanno ripreso a frignare (secondo loro si toglierebbero soldi alle imprese per agevolare i pensionamenti, mentre era accaduto esattamente il contrario). E Giorgia Meloni ha perciò chiesto di ripristinare nella manovra i regali agli industriali, reimponendo la necessità di trovare le coperture. E, nel tira e molla nel corso dei “vertici” tra i leader della destra, sembra che a fare le spese di tutto ciò, guarda caso, saranno sempre le pensioni.

    Ma, al contrario di altri paesi (come la Francia) queste misure antipopolari rischiano di passare senza alcuna significativa opposizione né politica né sociale o sindacale, o, peggio ancora, delegando l’opposizione alla demagogia leghista.

    Articolo pubblicato sul sito: https://andream94.wordpress.com/

    Leonardo De Angelis

    22 Dicembre 2025
    Ecosocialismo
  • Solidarietà ad #Askatasuna

    Solidarietà ad #Askatasuna

    Di Leonardo De Angelis

    La redazione di Karl&Rosa esprime massima solidarietà e sostegno agli attivisti e alle attiviste del Centro Sociale Askatasuna, sgomberato a Torino ieri su ordine diretto del Ministro dell’Interno Piantedosi con un’azione di carattere militare.

    A pochi giorni dallo sgombero del Boscodromo di Vicenza, arriva un nuovo attacco del governo agli spazi sociali: ieri mattina è stato sgomberato Askatasuna, storico centro sociale torinese.

    Il ministro Piantedosi prosegue nella sua strategia repressiva contro l’opposizione sociale dal basso, scavalcando le amministrazioni locali e colpendo chi costruisce alternative reali nelle strade e nelle piazze.

    È successo a Milano con il Leoncavallo, a Bologna il 21 novembre in occasione di Virtus–Maccabi, e ieri a Torino. Per questo governo i centri sociali non sono luoghi di aggregazione, cultura e solidarietà: sono nemici politici da cancellare. A Palazzo Chigi sono pronti a usare ogni strumento pur di imporre il deserto sociale.

    Contro il deserto che avanza, spetta a noi far rifiorire la primavera: difendere gli spazi, riprendersi le strade, costruire opposizione.

    SEMPRE A DIFESA DEGLI SPAZI SOCIALI

    SOLIDARIETÀ AD ASKATASUNA

    Leonardo De Angelis

    19 Dicembre 2025
    Ecosocialismo
  • COMUNITÀ ENERGETICHE: IL GOVERNO RIDUCE DEL 64% I FONDI PNRR

    COMUNITÀ ENERGETICHE: IL GOVERNO RIDUCE DEL 64% I FONDI PNRR

    Di Ci sarà un bel clima

    C’è un’immagine che fotografa perfettamente lo stato della transizione energetica in Italia oggi: un post su LinkedIn, pubblicato a pochi giorni dalla scadenza di un bando cruciale, che annuncia un taglio di 1,4 miliardi di euro parlando di una “mailstone” raggiunta.
    Quel refuso non è solo un errore di battitura. È il simbolo della leggerezza con cui si sta giocando con il futuro energetico di famiglie e imprese. Mentre il Ministero dell’Ambiente (MASE) definisce il taglio del 64% ai fondi PNRR per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) un “riallineamento responsabile” e un atto di “buon governo”, la realtà che viviamo sui territori racconta una storia molto diversa.


    La “toppa” ministeriale


    Il Governo ci dice che i soldi bastano. Sostengono che le risorse attuali copriranno le richieste perché molti progetti verranno scartati fisiologicamente. Ma i conti non tornano.
    Come sottolinea Giovanni Montagnani, vicepresidente di Ci sarà un bel clima, le richieste di fondi sfiorano già il miliardo di euro e altre arriveranno a breve. Ridurre il budget a meno di 800 milioni significa condannare consapevolmente una fetta enorme di progetti a restare esclusi.
    Dire che il 15% delle domande verrà respinto “fisiologicamente” – dopo che centinaia di pratiche giacciono ferme da luglio senza risposta – non suona come una previsione tecnica ma piuttosto come una minaccia velata per far quadrare il bilancio.


    Chi paga il prezzo del “Buon Governo”?


    Non stiamo parlando di grandi speculazioni finanziarie. Le CER non sono i vecchi Conti Energia. L’obiettivo è l’autoconsumo, non il profitto. I cittadini si fanno carico di oneri complessi per ottenere benefici collettivi – autonomia dal gas estero, una rete più stabile – contribuendo ad abbassare le bollette più care d’Europa.
    Cittadini, parrocchie, piccoli comuni e PMI hanno affrontato una burocrazia infernale fidandosi dello Stato. Cambiare le carte in tavola ora, definendo “successo” l’incapacità di gestire l’enorme domanda di partecipazione dal basso, è un tradimento della fiducia pubblica.

    Cosa chiediamo:


    Non siamo disposti a vedere smantellato l’unico pilastro democratico della transizione energetica. Per questo, rifiutiamo la retorica rassicurante e avanziamo richieste precise e improrogabili:
    ● Verità sui numeri: Chiediamo al MASE di pubblicare i dati reali delle richieste pervenute e di ammettere che il taglio dei fondi lascia scoperta una parte signifi cativa della domanda.
    ● Reintegro immediato delle risorse: Se il PNRR non basta più, il Governo deve indicare oggi dove prenderà le risorse mancanti. Non si possono fare investimenti basandosi su promesse vaghe.
    ● Sblocco delle istruttorie: Le CER che attendono da luglio devono ricevere una risposta immediata sulla loro ammissibilità.

    Unisciti alla mobilitazione


    Non ci fermiamo: continuiamo a presentare progetti per dimostrare che la spinta dal basso non si arresta. Per dare forza a queste richieste, abbiamo bisogno di essere in tanti.


    La transizione appartiene a chi la fa, non a chi la ostacola.


    Contatti: giovanni@unbelclima.it | +39 348 546 5764

    Leonardo De Angelis

    27 Novembre 2025
    Ecosocialismo
  • LE DIVISIONI DEI SINDACATI CONFEDERALI E LA FINE DELL’UNITA’ D’AZIONE CON USB E IL SINDACALISMO DI BASE

    LE DIVISIONI DEI SINDACATI CONFEDERALI E LA FINE DELL’UNITA’ D’AZIONE CON USB E IL SINDACALISMO DI BASE

    Di Nando Simeone

    La frammentazione degli scioperi e la divisione di CGIL CISL e UIL favoriscono solo il governo reazionario della Meloni

    Chi gioisce è sicuramente il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che oggi si trova davanti i sindacati confederali – Cgil Cisl e Uil – divisi e se non addirittura contrapposti. Diversamente da quanto avvenuto con lo sciopero generale del 3 ottobre e la grande manifestazione del 4 sulla Palestina, non si è ricostruita alcuna unità d’azione con il sindacalismo di base: Usb, Cub, Cobas e altre sigle scioperano infatti il 28 novembre, con appuntamento a Roma alle 11.00 in Piazza Montecitorio, mentre il 29 promuovono la manifestazione nazionale per la Palestina con partenza da Porta San Paolo alle ore 14. Lo stesso sindacalismo di base, a partire dalla Cub, organizza a Milano un concentramento il 28 novembre in Piazza Cinque Giornate e il 29 una manifestazione per la Palestina da Piazza XXV Maggio. Lo sciopero e le mobilitazioni del 28 e 29 novembre sono quindi intrecciate tra loro, così come lo sono le diverse piazze che si mobiliteranno in quelle giornate.

    La Cgil ha inoltre proclamato lo sciopero generale per il 12 dicembre. La Cisl conferma invece un’impostazione sindacale differente, se non opposta: la segretaria nazionale ha dichiarato che nella manovra finanziaria sono presenti misure positive e che gli “scioperi compulsivi non danno risultati”, annunciando per il 13 dicembre una manifestazione nazionale in piazza Santi Apostoli.1)” Nella Manovra misure positive- Gli scioperi compulsivi non danno risultati” Fumarola (Csl): l’Unità sindacale è un mezzo, non un fine – Primo piano Corriere della sera domenica 16 Novembre 2025 La Uil, dal canto suo, terrà il 29 novembre la propria manifestazione nazionale a Roma, con l’obiettivo dichiarato di ottenere modifiche alla manovra economica. Appuntamento alle 10 in piazza del Popolo.

    Negli ultimi anni Cgil e Uil avevano condiviso diverse mobilitazioni, spesso senza la partecipazione della Cisl. Tuttavia, il 3 e 4 ottobre è avvenuto un fatto politico rilevante: per la prima volta la Uil ha preso le distanze dalla Cgil, non partecipando ne’ agli scioperi ne’ alla manifestazione nazionale del 25 ottobre, intitolata “AUMENTA TUTTO”, che aveva registrato una grande partecipazione.

    Riproporre ai sindacati di base — a partire dall’Usb — un nuovo sciopero generale unitario avrebbe comportato la necessità di una conferenza stampa congiunta e un percorso unificato, come era avvenuto per il 3 e 4 ottobre con Landini (Cgil), Lutrario (Usb) e Miliucci (Cobas).

    Il gruppo dirigente della Cgil teme probabilmente che lo sviluppo di un ampio movimento di massa, sostenuto da Cgil e sindacati di base, assuma una valenza politica capace di andare oltre le rivendicazioni sindacali — pur già radicali — presenti nella piattaforma. Ciò potrebbe aprire la strada all’esigenza di uno sbocco politico alternativo alle politiche di austerità europee, alle quali Meloni si è ampiamente adeguata seguendo le scelte dell’UE guidata da popolari, socialdemocratici (incluso il PD) e forze centriste.

    La piattaforma Cgil per lo sciopero del 12 dicembre

    IO SCIOPERO CONTRO UNA LEGGE DI BILANCIO INGIUSTO

    • Per aumentare salari e pensioni
    • Per fermare l’innalzamento dell’età pensionabile
    • Per dire no al riarmo e investire su sanita e istruzione
    • Per contrastare la precarietà
    • Per vere politiche industriali e del terziario
    • Per una riforma fiscale equa e progressiva

    Il governo Meloni aumenta, quasi esclusivamente la spesa militare con 23 miliardi in più solo nei prossimi tre anni; azzera gli investimenti pubblici; non mette in campo alcuna politica industriale in grado di invertire il declino produttivo e affrontare la sfida della conversione tecnologica, energetica ed ecologica del nostro sistema produttivo.

    Movimenti sociali, lotte frammentate e mancanza di una forza politica alternativa.

    A partire dalle grandi mobilitazioni femministe del 22 e 25 novembre, passando per le numerose iniziative sindacali e sociali, assistiamo a un proliferare di proteste e manifestazioni. Ma tutto ciò significa davvero un nuovo protagonismo di massa, capace di produrre conquiste sociali? Salari più alti, fine della precarietà, scomparsa della povertà lavorativa, pensioni dignitose?

    Purtroppo no. L’Italia rimane il paese con i salari tra i più bassi d’Europa, la povertà si allarga, e molte persone non riescono nemmeno a curarsi.

    Sul piano politico, la situazione è altrettanto drammatica. Né la crisi dei sistemi politici in Francia, Irlanda o negli Stati Uniti — dove il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, rappresenta una rottura significativa — sembra stimolare un reale processo di rinnovamento in Italia.2) Unire le lotte per cambiare tutto di Nando Simeone edizioni Karl&Rosa.

    La frammentazione delle mobilitazioni, spesso scoordinate o addirittura alternative tra loro, riflette la crisi politica e sindacale in cui siamo immersi da anni. Manca una forza politica di sinistra realmente alternativa, con radicamento sindacale di massa, capace di ricomporre un tessuto sociale oggi lacerato.

    Il rischio è quello di rimanere minoritari, ignorando la crescita dell’astensionismo che in alcune regioni sfiora il 50%. Non si fa i conti con le responsabilità non solo della destra berlusconiana, ma anche delle politiche di austerità del centrosinistra. Non va dimenticato che i cinque referendum proposti dalla Cgil furono resi inutili proprio dai governi a guida PD, che abrogarono le leggi contestate, alimentando ulteriore sfiducia tra i ceti popolari progressisti.

    Intanto, il blocco sociale che sostiene Meloni — una burocrazia statale e para-statale composta da decine di migliaia di persone, rafforzata dalle nuove collocazioni nelle istituzioni — consolida un apparato stabile e privilegiato, contribuendo all’egemonia del governo post-fascista.

    Se le mobilitazioni sindacali — sia confederali che di base — non produrranno conquiste sociali reali, la vittoria contro Meloni rimarrà un’illusione, soprattutto considerando che, secondo gli ultimi sondaggi, Fratelli d’Italia resta il primo partito del paese.

    Se il conflitto sociale uscirà dal recinto delle burocrazie sindacali, il passo successivo sarà inevitabile: la costruzione di una nuova forza politica. Ed è ciò che sta già accadendo in Francia, negli Stati Uniti e in Irlanda, dove queste dinamiche stanno scuotendo la socialdemocrazia (PD) e le storiche forze della sinistra.

    Leonardo De Angelis

    20 Novembre 2025
    Ecosocialismo
  • LA RIMOZIONE DELLA CRISI AMBIENTALE NELLA POLITICA ISTITUZIONALE DEL NOSTRO PAESE

    LA RIMOZIONE DELLA CRISI AMBIENTALE NELLA POLITICA ISTITUZIONALE DEL NOSTRO PAESE

    Di Nando Simeone

    A fine agosto il continente era in fiamme da settimane, con incendi resi sempre più gravi dal cambiamento climatico. Per gli esperti, il sistema antincendio è al collasso: bisogna intervenire subito.

    Il 2025 segna un anno record per gli incendi boschivi in Europa, e la stagione di massima allerta è ancora ben lontana dalla fine.

    Sebbene il continente sia ormai abituato a estati devastanti dal punto di vista delle fiamme, la superficie bruciata, la velocità e la simultaneità degli incendi di quest’anno sono senza precedenti.

    Più di un milione di ettari sono andati in fumo nell’Ue nel 2025, più della superficie della Corsica. Si tratta di una superficie più che quadruplicata rispetto all’anno scorso.

    Sono stati registrati più di 1.800 incendi boschivi che hanno emesso più di 38 milioni di tonnellate di CO2.

    Solo 5 dei 27 Stati membri sono stati risparmiati: Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lussemburgo e Malta.

    Italia e Romania sono tra i Paesi più colpiti, con oltre 450 incendi registrati ciascuna.

    Tuttavia, i Paesi più colpiti non sono necessariamente quelli con il maggior numero di incendi. Cipro, ad esempio, ne ha registrati soltanto tre, ma particolarmente devastanti, che hanno bruciato il 2,3% del territorio nazionale. Dal primo gennaio, in Spagna sono andati in fumo oltre 400.000 ettari (lo 0,8% della superficie totale), mentre in Portogallo oltre 260.000 ettari (il 3%). A peggiorare la situazione hanno contribuito le alte temperature e la siccità.

    “Molti degli incendi che abbiamo monitorato e osservato si verificano dove le anomalie climatiche mostrano che il clima è molto più secco e più caldo della media“, ha dichiarato a Euro news Mark Parrington, scienziato del Copernicus Atmosphere Monito ring Service.

    “Dove soffiano venti caldi e secchi, qualsiasi innesco può prendere fuoco molto rapidamente su larga scala e diventare molto intenso“, ha aggiunto.

    Il cambiamento climatico alimenta l’aumento degli incendi. È noto che contribuisce a intensificarne il rischio e gli effetti devastanti.

    “Per il comportamento degli incendi è necessaria una combinazione di diversi fattori: condizioni meteorologiche, topografia, vegetazione, biomassa, combustibile. Ma il prerequisito perché tutto accada è il meteo. Quindi gli scenari di cambiamento climatico forniscono l’involucro perfetto per far sì che tutti gli altri fattori lavorino insieme per produrre una perfetta giornata di fuoco o una perfetta tempesta di fuoco“, spiega a Euro news Alexander Held, specialista in gestione degli incendi presso lo European Forest Institute.

    Held lancia l’allarme. A queste condizioni, che diventeranno sempre più comuni in futuro, gli incendi stanno sfuggendo al controllo umano.

    “Il nostro sistema antincendio sta raggiungendo i suoi limiti e l’unica cosa che possiamo fare è preparare il paesaggio, rendendolo più resiliente e meglio preparato. In questo modo, i vigili del fuoco avranno la possibilità di lavorare in modo sicuro ed efficiente“, spiega Held a Euro news.

    Tra le strategie per prevenire gli incendi c’è la riduzione della vegetazione tramite eliminazione delle sterpaglie, pascolo o incendi controllati. Altri approcci prevedono la silvicoltura mista con copertura continua, che mantiene gli alberi senza ricorrere ai tagli, l’agricoltura rigenerativa e i sistemi agroforestali, che combinano coltivazioni e alberi sulla stessa area. L’esperto in gestione degli incendi cita anche la creazione di fasce tagliafuoco, naturali o artificiali, e la rimozione del legno morto lungo i bordi delle strade.

    “Ma continuare così e sperare che più risorse antincendio risolvano il problema, come abbiamo visto quest’anno, non è chiaramente la strada da seguire“.

    “È ancora troppo presto per dire quante persone moriranno a causa degli incendi“, aggiunge Held. Fumo e malattie possono continuare a mietere vittime anche molto tempo dopo lo spegnimento degli incendi.1

    Già, il caldo uccide, come è accaduto a giugno 2025 in varie parti d’Europa e in Italia.

    Le ondate di calore hanno portato lo zero termico ad altitudini sopra i 5000 metri, tanto da creare massicce fusioni di neve e ghiacciai sulle nostre montagne, che purtroppo si stanno anche sgretolando.

    Questi effetti si manifestano persino nell’arco della stessa giornata: torrenti calmi al mattino si ingrossano nel pomeriggio per la fusione glaciale, fino a sembrare in piena, come accaduto di recente in Valle d’Aosta, dove a 2.600 metri sono stati registrati 20 °C.

    Il caldo estremo non alimenta solo squilibri tra specie animali e vegetali, ma anche incendi devastanti, soprattutto nel Sud Europa, e temporali di forte intensità accompagnati da fulmini, che hanno provocato morti e feriti in diverse regioni italiane. Per molti l’estate resta sinonimo di vacanze e riposo, ma per altri quella del 2025 sarà ricordata come la stagione del caldo estremo e delle numerose vittime, in Italia e non solo. 2

    La Spagna è in ginocchio per gli incendi. Il fuoco dilaga in vari punti del paese, da nord a sud, colpendo soprattutto la Galizia e la zona di León. Mentre scrivo, sono già stati bruciati oltre 340.000 ettari, una superficie superiore a quella della Valle d’Aosta. Migliaia di persone sono state evacuate e diverse hanno perso la vita: un panorama che ha spinto il governo a dichiarare lo stato di pre-emergenza e le autorità a chiedere sostegno materiale all’Europa.

    A cosa ci riferiamo quando parliamo di “incendi”? Qui è necessario fare una precisazione, distinguendo tra “incendi” in senso generale e GIF: Grandi Incendi Forestali. Un GIF è un incendio la cui estensione supera i 500 ettari forestali. Si tratta di una frazione estremamente ridotta del totale degli incendi, ma responsabile di quasi la metà (40%) della superficie bruciata ogni anno.

    Sorprendentemente, il numero totale di incendi è in diminuzione, mentre i GIF sono in aumento: quest’anno già c’è ne sono stati 31, mentre l’anno scorso solo 16. Per questo, più che l’innesco in sé, il problema risiede in ciò che rende l’incendio incontrollabile, con una propagazione rapida, che permette in poco tempo di devastare grandi estensioni di terra.

    Il cambiamento climatico

    La radice del problema è il cambiamento climatico: l’aumento delle temperature rende la vegetazione più secca e infiammabile, mentre ondate di calore prolungate e siccità abbassano ulteriormente l’umidità del suolo. Venti caldi e instabilità atmosferica favoriscono la propagazione rapidissima dei fronti di fuoco, dando origine a roghi intensi, imprevedibili e quasi impossibili da fermare.

    Il caso spagnolo del 2025 mostra bene questo meccanismo. La primavera è stata insolitamente piovosa, con precipitazioni abbondanti che hanno favorito una crescita sorprendente della vegetazione. Ma a partire da luglio e soprattutto nelle prime due settimane di agosto è arrivata un’ondata di calore storica. La vegetazione, rigogliosa pochi mesi prima, si è trasformata in combustibile secco pronto a bruciare al minimo innesco.

    Spopolamento rurale

    Un altro fattore strutturale che contribuisce alla diffusione dei GIF è lo spopolamento delle aree rurali. Fino a pochi decenni fa, nelle campagne spagnole le pratiche quotidiane garantivano una gestione diffusa del territorio: il pascolo contribuiva a ridurre la biomassa secca, mentre la raccolta della legna e la piccola agricoltura mantenevano puliti i margini dei boschi.

    Con la scomparsa progressiva di queste attività – legato a un modello economico che sposta popolazione e risorse verso le grandi città – i territori rurali sono divenuti più vulnerabili. Senza la presenza costante delle comunità locali, le foreste accumulano materia vegetale che, nelle estati torride, diventa carburante per incendi devastanti.

    Il fenomeno è particolarmente evidente nelle province interne della Castiglia e León, tra le più colpite dal fuoco, dove il calo demografico e la mancanza di investimenti pubblici si è tradotto in uno stato d’abbandono che ha trasformato il paesaggio in una polveriera naturale.

    Certo, i roghi dolosi esistono, e nessuno lo nega. Ma il modo in cui vengono agitati nello spazio mediatico serve a distorcere la narrazione in modo opportunista: parlare solo di piromani significa occultare le cause strutturali del problema, sfuggendo al principio di realtà per cui l’emergenza climatica richiede fondi, gestione comunitaria del territorio e investimenti pubblici.3

    La Rimozione

    In psicoanalisi, la rimozione (o Verdrängung) è un meccanismo di difesa inconscio che consiste nell’escludere dalla coscienza pensieri, desideri, ricordi o pulsioni considerati inaccettabili o troppo dolorosi per l’Io, per evitare angoscia e mantenere l’equilibrio psichico. Questo processo è fondamentale nella teoria psicoanalitica, poiché il materiale rimosso non viene eliminato, ma rimane attivo nell’inconscio, influenzando il comportamento e i sintomi psichici.

    Mi riferisco a partiti e movimenti politici come Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e il Movimento 5 Stelle che, pur avendo una forte rappresentanza sia in Parlamento che negli enti locali — a partire dalle elezioni regionali, dove gli eletti sono equiparati ai deputati nazionali — non presentano, all’interno delle coalizioni, una proposta concreta per contrastare la crisi ambientale. Manca infatti un piano regionale e nazionale di sviluppo delle energie alternative, a partire dal solare, insieme a un serio programma di riduzione dell’uso delle fonti fossili.

    La contraddizione di fondo sta nell’alleanza strategica con il Partito Democratico che, in quanto pilastro della socialdemocrazia, resta il perno delle politiche di austerità. Al centro di queste, nonostante la crisi ambientale, vi è ancora la difesa intransigente del mercato capitalista, fondato proprio sulla produzione di energia fossile.

    Ovviamente in questa analisi non è nemmeno presa in considerazione la destra che è la principale forza da combattere sia socialmente che elettoralmente.

    Ecosocialismo o Barbarie

    E nel futuro la parola che ci guiderà è una sola, perché da sola racchiude un mondo: ecosocialismo! Un movimento di pensiero e di azione ecologica che fa proprie le conquiste fondamentali del marxismo mentre lo libera dalle sue scorie produttivistiche. Per gli ecosocialisti, la logica del mercato e del profitto, così come quella dell’autoritarismo burocratico del defunto “socialismo reale”, è incompatibile con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente naturale. Pur criticando l’ideologia della componente principale del movimento operaio, sanno che i lavoratori e le lavoratrici e le loro organizzazioni sono una forza essenziale per qualsiasi trasformazione radicale del sistema e per la creazione di una nuova società, socialista ed ecologica.

    Il sistema capitalistico mondiale si trova in una bancarotta storica. Si è trasformato in un impero incapace di adattarsi, il cui gigantismo finisce per lasciare allo scoperto la sua debolezza interna. In termini ecologici è profondamente insostenibile e deve essere cambiato in maniera sostanziale – meglio ancora, rimpiazzato – se vogliamo che ci sia un futuro degno di essere vissuto.

    La cosiddetta crisi ecologica è piuttosto una crisi storica dei rapporti tra l’umanità e il suo ambiente circostante. La sua causa fondamentale sta, ad uno dei poli, nella sovrapproduzione di merci che comporta la crescente accumulazione di ricchezze e di sovra-consumo e, all’altro polo, nell’accumulazione crescente di povertà e di sottoconsumo. Si tratta, in ultima analisi, di una crisi sociale e sarebbe infinitamente più giusto parlare di un cambiamento climatico «capitalistico».

    Tutto ciò produce un’accelerazione drammatica della crisi ecologica globale.

    Gli ecologisti si sbagliano se pensano di poter ignorare la critica marxiana del capitalismo: un’ecologia che non si rende conto del rapporto tra “produttivismo” e logica del profitto è votata al fallimento – o peggio al recupero da parte del sistema. Non mancano gli esempi… La mancanza di una coerente posizione anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei – della Francia, della Germania, dell’Italia e del Belgio – a diventare dei semplici partner “ecoriformisti” della gestione social – liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra.

    Il sistema capitalista non può affrontare la crisi ecologica, perché la sua essenza fondamentale, il suo imperativo categorico, «crescere o morire», è precisamente la ragione di questa crisi. Da qui il deplorevole fallimento dei tentativi più «avanzati» delle potenze capitaliste nell’affrontare la sfida del riscaldamento globale, come il Protocollo di Kyoto, con il suo «mercato dei diritti di emissione» e altri «meccanismi di sviluppo pulito» che servono solo a perpetuare il diritto dei paesi industrializzati a continuare con le loro emissioni di gas serra. La loro diminuzione del 90% per i paesi industrializzati, necessaria per evitare un incontrollato cambiamento climatico nei prossimi decenni, non è compatibile con la logica del capitalismo industriale.

    L’eco-socialismo è una scommessa che era anche quella di Marx:

    (…) il predominio, in una società senza classi, dell’«essere» sull’«avere», vale a dire la realizzazione personale, attraverso attività culturali, ricreative, erotiche, sportive, artistiche, politiche, piuttosto che il desiderio di un’accumulazione all’infinito di beni e prodotti. Quest’ultimo è indotto dall’ideologia e dalla pubblicità borghese e non c’è nulla che indichi che costituisca «la natura umana eterna».

    L’eco-socialismo implica una rottura radicale con la civiltà materiale capitalista. In questa prospettiva, il progetto socialista mira non solo a una nuova società e a un nuovo modo di produzione, ma anche a un nuovo paradigma di civiltà.

    1. Incendi boschivi in Europa, il 2025 è l’anno peggiore di sempre: in fumo un milione di ettari, euro news Amandine Hess 28/08/2025 ↩︎
    2. Fridays For Future Italia 21 agosto ↩︎
    3. Spagna in fiamme: quale narrazione? di Nello Lampo 23 Agosto 2025 https://www.dinamopress.it/ ↩︎

    Leonardo De Angelis

    16 Settembre 2025
    Ecosocialismo
  • Referendum 8 e 9 Giugno: 5 si per un lavoro più tutelato, dignitoso, stabile e sicuro

    Referendum 8 e 9 Giugno: 5 si per un lavoro più tutelato, dignitoso, stabile e sicuro

    Di redazione Karl&Rosa

    Il prossimo 8 e 9 giugno si vota per 5 Referendum su lavoro e cittadinanza.

    Votiamo 5 sì per fermare le morti sul lavoro, impedire i licenziamenti illegittimi, abolire i contratti precari, riconoscere a 2 milioni e mezzo di persone il diritto di essere cittadini e cittadine italiane.

    Ecco i 5 quesiti:
     
    1. Stop ai licenziamenti illegittimi
    Votiamo sì: diamo uno stop ai licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo e reintroduciamo il reintegro.

    2. Più tutele per le lavoratrici e i lavoratori delle piccole imprese
    Votiamo sì: in caso di licenziamento infondato saranno i giudici a determinare il giusto risarcimento senza alcun limite.

    3. Riduzione del lavoro precario
    Votiamo sì: rendiamo il lavoro più stabile, ripristiniamo l’obbligo di causali per i contratti a tempo determinato.

    4. Più sicurezza sul lavoro
    Votiamo sì: abroghiamo le norme che impediscono, in caso di infortunio negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. 

    5. Più integrazione con la cittadinanza italiana
    Votiamo sì: dimezziamo da 10 a 5 anni i tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana. 

    IL VOTO E’ LA NOSTRA RIVOLTA!

    Leonardo De Angelis

    7 Maggio 2025
    Ecosocialismo
  • Accordo sui minerali ucraini: di cosa si tratta?

    Accordo sui minerali ucraini: di cosa si tratta?

    Di Justine Brabant e Amélie Poinssot

    Il partenariato siglato mercoledì tra Kiev e Washington apre la strada allo sfruttamento, da parte di società statunitensi, dei minerali, del gas e del petrolio ucraini. Ma le conoscenze su queste risorse sono sommarie e risalgono a un’altra epoca.

    Nella lista allegata all’accordo firmato mercoledì 30 aprile tra Kiev e Washington, sono cinquantasette. Cinquantasette minerali e altre materie prime che vanno dall’alluminio allo zinco, passando per il petrolio, il gas, il GNL (gas naturale liquefatto) e le “terre rare”.
    Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli indispensabili per alcune tecnologie all’avanguardia, in particolare quelle cosiddette verdi. Paradossalmente non sono così “rare”, ma sono difficili e costose da estrarre e la loro estrazione è molto inquinante. Sono tutte incluse nell’accordo appena firmato, ad eccezione di una sola: il prometio.
    Questo elenco di “risorse naturali” sfruttabili dai futuri investitori nel “sottosuolo” dell’Ucraina e nelle “sue acque territoriali” – come stabilito dal partenariato che istituisce anche un fondo di investimento – corrisponde alla realtà delle risorse dell’Ucraina? In quali regioni si troverebbero e in quali quantità?

    Estrapolazioni

    Il carbone, pur essendo abbondante nella parte orientale del Paese, sotto occupazione russa, non figura nell’elenco, mentre le altre materie prime non sembrano essere state oggetto di prospezioni serie. Le conoscenze su queste riserve, in particolare quelle di terre rare, sono in realtà sommarie e gli esperti sono divisi sul reale valore che potrebbero rappresentare.
    Per convincere gli Stati Uniti, i servizi statali ucraini hanno tuttavia dato il massimo: un documento di 40 pagine che presenta le «opportunità di investimento» nel settore, corredato di mappe e cifre, con diverse localizzazioni, principalmente nel centro e nell’est del Paese e lungo il Dniepr.

    “L’Ucraina possiede 22 dei 50 minerali strategici considerati critici dagli Stati Uniti” e dispone di “sei giacimenti” contenenti terre rare, si legge nella presentazione redatta dal Servizio geologico statale e dal Ministero della protezione dell’ambiente e delle risorse naturali dell’Ucraina.
    Il loro sfruttamento consentirà di produrre «100 milioni di tonnellate di fertilizzanti fosfatici e materiali per prodotti elettronici ad alta tecnologia», assicura ancora la presentazione. Ma queste cifre sono estrapolazioni basate su valutazioni risalenti a… diversi decenni fa.
    “L’offerta di terre rare di Zelensky si basa su attività di esplorazione che hanno avuto luogo in gran parte tra gli anni ‘60 e ’80, quando lo Stato sovietico stava attivamente mappando la regione”,sottolinea S&P Global, società specializzata in analisi finanziaria (e casa madre dell’agenzia Standard & Poor’s), che ha intervistato diverse fonti del settore e ha ottenuto il registro geologico ucraino.
    «Purtroppo non esiste una valutazione recente» delle riserve di terre rare in Ucraina, assicura a S&P Roman Opimakh, ex direttore generale del servizio geologico ucraino. Dei sei giacimenti esistenti in Ucraina, solo uno è stato oggetto di esplorazioni approfondite e possiede riserve considerate sufficienti per essere sfruttate, ma in condizioni «abbastanza difficili», secondo un esperto intervistato. Le esplorazioni sono state abbandonate dopo tredici anni e dalla caduta dell’Unione Sovietica non è stato fatto alcun tentativo di sviluppare il giacimento.
    In combinazione con la guerra che ha reso alcuni di essi inaccessibili e con le difficoltà inerenti allo sfruttamento dei minerali rari, il potenziale ucraino potrebbe essere molto inferiore a quanto annunciato, oltre a richiedere anni per concretizzarsi.
    Forse questa è una buona notizia per gli ucraini. A capo dell’ONG Ekoaction, l’attivista ambientalista Natalia Gozak non è molto preoccupata per il momento. Secondo lei, questo accordo, che sulla carta potrebbe aprire la strada a un estrattivismo devastante a vantaggio delle potenze straniere, non si basa su alcuna ricerca precisa. «Non può esserci stato nessuno studio condotto dalle autorità ucraine dall’inizio della guerra, poiché la maggior parte delle risorse minerarie si trova nei territori occupati o vicino alla linea del fronte. Non hanno potuto basarsi su altro che su studi risalenti all’epoca sovietica, quando non si disponeva di strumenti di esplorazione così avanzati come oggi».
    A questo punto, l’Ucraina vede nell’accordo firmato con gli Stati Uniti un’intenzione molto generica, siglata per la sopravvivenza del Paese, piuttosto che un trattato concreto di sfruttamento. Tanto più che è ancora in fase di elaborazione un trattato tecnico che dovrà precisare una serie di punti. L’avvio dello sfruttamento delle materie prime effettivamente presenti nel sottosuolo ucraino richiederà inoltre anni, poiché per molti minerali le infrastrutture di estrazione sono inesistenti. «L’obiettivo di questo accordo è soprattutto quello di favorire nuovi progetti di estrazione del gas», ha dichiarato a Mediapart.

    Un’occasione

    I giacimenti di gas ucraini sono colossali. Si trovano in gran parte, come il petrolio, nel Mar Nero, ma non solo. Nel 2020, tre ricercatori ucraini hanno cercato di fare il punto della situazione nella rivista dell’Università statunitense di Harvard. «Le notevoli risorse naturali dell’Ucraina nel settore energetico rimangono sottosfruttate e sottoutilizzate oggi», hanno scritto, sottolineando che l’Ucraina possiede le riserve di gas conosciute più importanti d’Europa dopo la Norvegia. Nel 2019 ammontavano a 1,09 trilioni di metri cubi. L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) stima che potrebbero essere quattro volte superiori.
    Nel 2012, le multinazionali ExxonMobil e Royal Dutch Shell erano state incaricate dal governo ucraino di sviluppare progetti offshore nel Mar Nero. Tutto questo si è interrotto nel 2014, come ha osservato l’AIE in un rapporto quattro anni fa. Stesso destino nel 2015 per un progetto di sviluppo di gas di scisto nel Donbass, guidato da Shell, che richiedeva 200 milioni di dollari di investimenti per la fase di esplorazione.
    Lo sfruttamento delle risorse ucraine da parte di investitori stranieri non è quindi imminente. «Ci vorranno milioni di dollari e nessuna azienda privata si azzarderà a fare investimenti del genere in tempo di guerra», continua Natalia Gozak. Da un punto di vista strategico, è certo che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a investire nel business degli idrocarburi in Ucraina e che cercano di diversificare le loro importazioni di terre rare per non dipendere più dalla Cina. Ma quando e come avverrà? Impossibile saperlo”.
    Infatti, Donald Trump è ossessionato da molti anni dall’approvvigionamento del suo Paese di minerali critici, tra cui le terre rare. Già nel 2019 aveva inviato cinque promemoria al suo ministero della Difesa chiedendo di sviluppare la produzione interna e di garantire l’approvvigionamento di terre rare, descritte come «essenziali per la difesa nazionale». «Gli Stati Uniti importano oggi l’80% dei loro elementi di terre rare direttamente dalla Cina», constatava il presidente in un decreto legge promulgato nel settembre 2020, una dipendenza giudicata «particolarmente preoccupante».
    Fin dalla sua rielezione nel 2025, Trump ha ribadito la sua intenzione di lavorare su questo tema. Un contesto che può spiegare le sue minacce di impadronirsi della Groenlandia, dove si trovano importanti riserve di terre rare… E che fa apparire l’Ucraina, con i suoi giacimenti di minerali critici presentati come pletorici, come una manna dal cielo per il miliardario.
    Il governo ucraino lo ha capito bene. Dall’estate del 2024, quest’ultimo ha ripetuto che avrebbe offerto ai paesi che avessero continuato a sostenerlo finanziariamente e militarmente un accesso privilegiato alle risorse del suo sottosuolo. Fonti diplomatiche ucraine ci avevano allora confermato che l’argomento era stato elaborato appositamente in vista di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
    È così che il senatore Lindsey Graham, noto per essere vicino al presidente statunitense, si è entusiasmato nel settembre 2024 per i «1’000 miliardi di dollari di minerali» su cui «siedono» gli ucraini e che «potrebbero essere utili all’economia» degli Stati Uniti. L’operazione di seduzione sembra quindi aver avuto successo. E l’Ucraina dovrebbe poter contare nuovamente sull’aiuto militare statunitense.

    *articolo apparso su mps-ti.ch

    Leonardo De Angelis

    5 Maggio 2025
    Ecosocialismo, Internazionale
  • COMUNICATO STAMPA – 11/4 SCIOPERO GLOBALE PER IL CLIMA

    COMUNICATO STAMPA – 11/4 SCIOPERO GLOBALE PER IL CLIMA

    Di Fridays for Future Italia

    Il movimento Fridays for Future Italia torna in piazza in tutta Italia l’11 Aprile 2025 per la giornata mondiale di Sciopero per il Clima.

    La cornice generale presente è l’instaurazione di una economia di guerra nella quale:

    Parte delle industrie dannose si convertono in industria bellica spostando le risorse economiche dalla riconversione ecologica e aumentando non solo gli impatti ambientali e sociali, ma anche rendendo irreversibile nel breve futuro la variazione di temperatura media globale. Registrata nel 2024 questa è maggiore di un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. L’ennesimo campanello di allarme del clima che sta cambiando per causa del sistema economico fossile;

    Gli interessi economici vengono mascherati, alimentando le guerre e l’estrattivismo di risorse dai territori, di cui un esempio sono gli interessi fossili nel genocidio a Gaza. Le guerre e lo sfruttamento delle risorse hanno cause profonde, come la diseguaglianza sociale tra i territori e i paesi. Alla richiesta di una riconversione dal basso la risposta rimane invece una transizione energetica affidata a grandi aziende come ENI, che puntano, in linea con il Governo, sul gas fossile, spacciato come “combustibile di transizione”, per fare diventare l’Italia hub del gas, attraverso il famigerato Piano Mattei, nuova forma di neocolonialismo fossile, a danno dei paesi del sud globale. Non solo, si punta anche sul gas importato via nave dagli USA e paesi mediorientali e su nuovi rigassificatori, strutture costosissime che rischiano di legarci al fossile per decenni;

    La gestione dei territori e delle città diventa securitaria: il dissenso viene represso affidando le città a interessi privati e portando avanti la guerra del cemento che aumenta l’impatto degli eventi climatici estremi come le alluvioni.

    Per questo il movimento chiede di realizzare pienamente la riconversione ecologica:

    ○Attraverso la creazione di posti di lavoro nei settori socialmente e ambientalmente utili, come da tempo e dal basso provano a fare gli ex operai della ex GKN.

    ○Con una pianificazione dal basso che parta dalla raccolta dei reali bisogni presenti nelle città e territori iniziando con il bloccare tutti i progetti dannosi presenti o programmati.

    ○Fermando la repressione di chi manifesta e la cementificazione delle nostre città, vera guerra del cemento alla vita.

    Fridays for Future Italia invita a manifestare in ogni forma per la giustizia climatica e sociale, per ogni decimo di grado in meno, per una pace giusta, costruita dalla democrazia, non per una guerra delle élite per il mantenimento delle disuguaglianze esistenti.

    Chi vuole la pace, prepari la vita.

    Lista delle piazze e iniziative

    Torino – piazza Statuto ore 9:30

    Valsusa – ritrovo in stazione Susa alle 8 per andare a Torino

    Chieri – 12 Aprile stazione di Chieri ore 15:00

    Trento – piazza Fiera ore 16:00

    Milano – largo Cairoli ore 9:30

    Pavia – castello Visconteo ore 9:00

    Varese – piazza della Repubblica ore 17:30

    Bergamo – club ricreativo Pignolo, Festival for Future dalle ore 16:00

    Genova – piazza San Matteo ore 16:00

    Faenza – a breve sui social

    Firenze – festival Complicità Ecologiche ore 16:30

    Lucca – piazzale Verdi ore 9:00

    Roma – piazza Vittorio Emanuele ore 9:30

    Taranto – via di Palma ore 9:00

    Bari – giardino Mimmo Bucci ore 17:00 (parte di una settimana di attività)

    Catania – piazza Roma ore 9:00

    Caltanissetta – a breve sui social

    Trapani – piazza Vittorio ore 9:30

    Palermo – teatro Massimo ore 9:00

    Alcamo – piazza Ciullo ore 17:00

    Leonardo De Angelis

    7 Aprile 2025
    Ecosocialismo
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