Di Nando Simeone
A fine agosto il continente era in fiamme da settimane, con incendi resi sempre più gravi dal cambiamento climatico. Per gli esperti, il sistema antincendio è al collasso: bisogna intervenire subito.
Il 2025 segna un anno record per gli incendi boschivi in Europa, e la stagione di massima allerta è ancora ben lontana dalla fine.
Sebbene il continente sia ormai abituato a estati devastanti dal punto di vista delle fiamme, la superficie bruciata, la velocità e la simultaneità degli incendi di quest’anno sono senza precedenti.
Più di un milione di ettari sono andati in fumo nell’Ue nel 2025, più della superficie della Corsica. Si tratta di una superficie più che quadruplicata rispetto all’anno scorso.
Sono stati registrati più di 1.800 incendi boschivi che hanno emesso più di 38 milioni di tonnellate di CO2.
Solo 5 dei 27 Stati membri sono stati risparmiati: Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lussemburgo e Malta.
Italia e Romania sono tra i Paesi più colpiti, con oltre 450 incendi registrati ciascuna.
Tuttavia, i Paesi più colpiti non sono necessariamente quelli con il maggior numero di incendi. Cipro, ad esempio, ne ha registrati soltanto tre, ma particolarmente devastanti, che hanno bruciato il 2,3% del territorio nazionale. Dal primo gennaio, in Spagna sono andati in fumo oltre 400.000 ettari (lo 0,8% della superficie totale), mentre in Portogallo oltre 260.000 ettari (il 3%). A peggiorare la situazione hanno contribuito le alte temperature e la siccità.
“Molti degli incendi che abbiamo monitorato e osservato si verificano dove le anomalie climatiche mostrano che il clima è molto più secco e più caldo della media“, ha dichiarato a Euro news Mark Parrington, scienziato del Copernicus Atmosphere Monito ring Service.
“Dove soffiano venti caldi e secchi, qualsiasi innesco può prendere fuoco molto rapidamente su larga scala e diventare molto intenso“, ha aggiunto.
Il cambiamento climatico alimenta l’aumento degli incendi. È noto che contribuisce a intensificarne il rischio e gli effetti devastanti.
“Per il comportamento degli incendi è necessaria una combinazione di diversi fattori: condizioni meteorologiche, topografia, vegetazione, biomassa, combustibile. Ma il prerequisito perché tutto accada è il meteo. Quindi gli scenari di cambiamento climatico forniscono l’involucro perfetto per far sì che tutti gli altri fattori lavorino insieme per produrre una perfetta giornata di fuoco o una perfetta tempesta di fuoco“, spiega a Euro news Alexander Held, specialista in gestione degli incendi presso lo European Forest Institute.
Held lancia l’allarme. A queste condizioni, che diventeranno sempre più comuni in futuro, gli incendi stanno sfuggendo al controllo umano.
“Il nostro sistema antincendio sta raggiungendo i suoi limiti e l’unica cosa che possiamo fare è preparare il paesaggio, rendendolo più resiliente e meglio preparato. In questo modo, i vigili del fuoco avranno la possibilità di lavorare in modo sicuro ed efficiente“, spiega Held a Euro news.
Tra le strategie per prevenire gli incendi c’è la riduzione della vegetazione tramite eliminazione delle sterpaglie, pascolo o incendi controllati. Altri approcci prevedono la silvicoltura mista con copertura continua, che mantiene gli alberi senza ricorrere ai tagli, l’agricoltura rigenerativa e i sistemi agroforestali, che combinano coltivazioni e alberi sulla stessa area. L’esperto in gestione degli incendi cita anche la creazione di fasce tagliafuoco, naturali o artificiali, e la rimozione del legno morto lungo i bordi delle strade.
“Ma continuare così e sperare che più risorse antincendio risolvano il problema, come abbiamo visto quest’anno, non è chiaramente la strada da seguire“.
“È ancora troppo presto per dire quante persone moriranno a causa degli incendi“, aggiunge Held. Fumo e malattie possono continuare a mietere vittime anche molto tempo dopo lo spegnimento degli incendi.1
Già, il caldo uccide, come è accaduto a giugno 2025 in varie parti d’Europa e in Italia.
Le ondate di calore hanno portato lo zero termico ad altitudini sopra i 5000 metri, tanto da creare massicce fusioni di neve e ghiacciai sulle nostre montagne, che purtroppo si stanno anche sgretolando.
Questi effetti si manifestano persino nell’arco della stessa giornata: torrenti calmi al mattino si ingrossano nel pomeriggio per la fusione glaciale, fino a sembrare in piena, come accaduto di recente in Valle d’Aosta, dove a 2.600 metri sono stati registrati 20 °C.
Il caldo estremo non alimenta solo squilibri tra specie animali e vegetali, ma anche incendi devastanti, soprattutto nel Sud Europa, e temporali di forte intensità accompagnati da fulmini, che hanno provocato morti e feriti in diverse regioni italiane. Per molti l’estate resta sinonimo di vacanze e riposo, ma per altri quella del 2025 sarà ricordata come la stagione del caldo estremo e delle numerose vittime, in Italia e non solo. 2
La Spagna è in ginocchio per gli incendi. Il fuoco dilaga in vari punti del paese, da nord a sud, colpendo soprattutto la Galizia e la zona di León. Mentre scrivo, sono già stati bruciati oltre 340.000 ettari, una superficie superiore a quella della Valle d’Aosta. Migliaia di persone sono state evacuate e diverse hanno perso la vita: un panorama che ha spinto il governo a dichiarare lo stato di pre-emergenza e le autorità a chiedere sostegno materiale all’Europa.
A cosa ci riferiamo quando parliamo di “incendi”? Qui è necessario fare una precisazione, distinguendo tra “incendi” in senso generale e GIF: Grandi Incendi Forestali. Un GIF è un incendio la cui estensione supera i 500 ettari forestali. Si tratta di una frazione estremamente ridotta del totale degli incendi, ma responsabile di quasi la metà (40%) della superficie bruciata ogni anno.
Sorprendentemente, il numero totale di incendi è in diminuzione, mentre i GIF sono in aumento: quest’anno già c’è ne sono stati 31, mentre l’anno scorso solo 16. Per questo, più che l’innesco in sé, il problema risiede in ciò che rende l’incendio incontrollabile, con una propagazione rapida, che permette in poco tempo di devastare grandi estensioni di terra.
Il cambiamento climatico
La radice del problema è il cambiamento climatico: l’aumento delle temperature rende la vegetazione più secca e infiammabile, mentre ondate di calore prolungate e siccità abbassano ulteriormente l’umidità del suolo. Venti caldi e instabilità atmosferica favoriscono la propagazione rapidissima dei fronti di fuoco, dando origine a roghi intensi, imprevedibili e quasi impossibili da fermare.
Il caso spagnolo del 2025 mostra bene questo meccanismo. La primavera è stata insolitamente piovosa, con precipitazioni abbondanti che hanno favorito una crescita sorprendente della vegetazione. Ma a partire da luglio e soprattutto nelle prime due settimane di agosto è arrivata un’ondata di calore storica. La vegetazione, rigogliosa pochi mesi prima, si è trasformata in combustibile secco pronto a bruciare al minimo innesco.
Spopolamento rurale
Un altro fattore strutturale che contribuisce alla diffusione dei GIF è lo spopolamento delle aree rurali. Fino a pochi decenni fa, nelle campagne spagnole le pratiche quotidiane garantivano una gestione diffusa del territorio: il pascolo contribuiva a ridurre la biomassa secca, mentre la raccolta della legna e la piccola agricoltura mantenevano puliti i margini dei boschi.
Con la scomparsa progressiva di queste attività – legato a un modello economico che sposta popolazione e risorse verso le grandi città – i territori rurali sono divenuti più vulnerabili. Senza la presenza costante delle comunità locali, le foreste accumulano materia vegetale che, nelle estati torride, diventa carburante per incendi devastanti.
Il fenomeno è particolarmente evidente nelle province interne della Castiglia e León, tra le più colpite dal fuoco, dove il calo demografico e la mancanza di investimenti pubblici si è tradotto in uno stato d’abbandono che ha trasformato il paesaggio in una polveriera naturale.
Certo, i roghi dolosi esistono, e nessuno lo nega. Ma il modo in cui vengono agitati nello spazio mediatico serve a distorcere la narrazione in modo opportunista: parlare solo di piromani significa occultare le cause strutturali del problema, sfuggendo al principio di realtà per cui l’emergenza climatica richiede fondi, gestione comunitaria del territorio e investimenti pubblici.3
La Rimozione
In psicoanalisi, la rimozione (o Verdrängung) è un meccanismo di difesa inconscio che consiste nell’escludere dalla coscienza pensieri, desideri, ricordi o pulsioni considerati inaccettabili o troppo dolorosi per l’Io, per evitare angoscia e mantenere l’equilibrio psichico. Questo processo è fondamentale nella teoria psicoanalitica, poiché il materiale rimosso non viene eliminato, ma rimane attivo nell’inconscio, influenzando il comportamento e i sintomi psichici.
Mi riferisco a partiti e movimenti politici come Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e il Movimento 5 Stelle che, pur avendo una forte rappresentanza sia in Parlamento che negli enti locali — a partire dalle elezioni regionali, dove gli eletti sono equiparati ai deputati nazionali — non presentano, all’interno delle coalizioni, una proposta concreta per contrastare la crisi ambientale. Manca infatti un piano regionale e nazionale di sviluppo delle energie alternative, a partire dal solare, insieme a un serio programma di riduzione dell’uso delle fonti fossili.
La contraddizione di fondo sta nell’alleanza strategica con il Partito Democratico che, in quanto pilastro della socialdemocrazia, resta il perno delle politiche di austerità. Al centro di queste, nonostante la crisi ambientale, vi è ancora la difesa intransigente del mercato capitalista, fondato proprio sulla produzione di energia fossile.
Ovviamente in questa analisi non è nemmeno presa in considerazione la destra che è la principale forza da combattere sia socialmente che elettoralmente.
Ecosocialismo o Barbarie
E nel futuro la parola che ci guiderà è una sola, perché da sola racchiude un mondo: ecosocialismo! Un movimento di pensiero e di azione ecologica che fa proprie le conquiste fondamentali del marxismo mentre lo libera dalle sue scorie produttivistiche. Per gli ecosocialisti, la logica del mercato e del profitto, così come quella dell’autoritarismo burocratico del defunto “socialismo reale”, è incompatibile con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente naturale. Pur criticando l’ideologia della componente principale del movimento operaio, sanno che i lavoratori e le lavoratrici e le loro organizzazioni sono una forza essenziale per qualsiasi trasformazione radicale del sistema e per la creazione di una nuova società, socialista ed ecologica.
Il sistema capitalistico mondiale si trova in una bancarotta storica. Si è trasformato in un impero incapace di adattarsi, il cui gigantismo finisce per lasciare allo scoperto la sua debolezza interna. In termini ecologici è profondamente insostenibile e deve essere cambiato in maniera sostanziale – meglio ancora, rimpiazzato – se vogliamo che ci sia un futuro degno di essere vissuto.
La cosiddetta crisi ecologica è piuttosto una crisi storica dei rapporti tra l’umanità e il suo ambiente circostante. La sua causa fondamentale sta, ad uno dei poli, nella sovrapproduzione di merci che comporta la crescente accumulazione di ricchezze e di sovra-consumo e, all’altro polo, nell’accumulazione crescente di povertà e di sottoconsumo. Si tratta, in ultima analisi, di una crisi sociale e sarebbe infinitamente più giusto parlare di un cambiamento climatico «capitalistico».
Tutto ciò produce un’accelerazione drammatica della crisi ecologica globale.
Gli ecologisti si sbagliano se pensano di poter ignorare la critica marxiana del capitalismo: un’ecologia che non si rende conto del rapporto tra “produttivismo” e logica del profitto è votata al fallimento – o peggio al recupero da parte del sistema. Non mancano gli esempi… La mancanza di una coerente posizione anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei – della Francia, della Germania, dell’Italia e del Belgio – a diventare dei semplici partner “ecoriformisti” della gestione social – liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra.
Il sistema capitalista non può affrontare la crisi ecologica, perché la sua essenza fondamentale, il suo imperativo categorico, «crescere o morire», è precisamente la ragione di questa crisi. Da qui il deplorevole fallimento dei tentativi più «avanzati» delle potenze capitaliste nell’affrontare la sfida del riscaldamento globale, come il Protocollo di Kyoto, con il suo «mercato dei diritti di emissione» e altri «meccanismi di sviluppo pulito» che servono solo a perpetuare il diritto dei paesi industrializzati a continuare con le loro emissioni di gas serra. La loro diminuzione del 90% per i paesi industrializzati, necessaria per evitare un incontrollato cambiamento climatico nei prossimi decenni, non è compatibile con la logica del capitalismo industriale.
L’eco-socialismo è una scommessa che era anche quella di Marx:
(…) il predominio, in una società senza classi, dell’«essere» sull’«avere», vale a dire la realizzazione personale, attraverso attività culturali, ricreative, erotiche, sportive, artistiche, politiche, piuttosto che il desiderio di un’accumulazione all’infinito di beni e prodotti. Quest’ultimo è indotto dall’ideologia e dalla pubblicità borghese e non c’è nulla che indichi che costituisca «la natura umana eterna».
L’eco-socialismo implica una rottura radicale con la civiltà materiale capitalista. In questa prospettiva, il progetto socialista mira non solo a una nuova società e a un nuovo modo di produzione, ma anche a un nuovo paradigma di civiltà.