Di Famiglia Paciolla & Associazione Giustizia Per Mario Paciolla, Antonio
Vitiello
La città di Napoli non è demorde, sabato 28 Marzo dalle 9:30 alle 13:30 presso il Complesso Polisportivo Universitario. Si terrà il primo trofeo di basket “Mario
Paciolla” il primo quadrangolare in memoria al cooperante giornalista, attivista e volontario, assassinato nel 2020 in Colombia, dove operava come osservatore ONU
tra l’accordo del Governo colombiano e FARC.
Lo vogliono ricordare sul campo, CUS Napoli, Neapolis Basket, Quakes e Stella Rossa. Oggi Mario avrebbe compiuto 39 anni.
1)Mario era un ragazzo profondamente passionale, innamorato della vita in tutte le sue sfumature. Aveva uno sguardo curioso sul mondo, una sete inesauribile di
conoscenza e un’attenzione autentica verso gli altri. Era empatico nel senso più vero del termine: capace di mettersi nei panni delle persone, di ascoltare senza giudicare,
di comprendere anche le realtà più lontane dalla sua.
Viveva con intensità, con entusiasmo, con quella sensibilità rara che lo portava a non restare indifferente davanti alle ingiustizie. Era una persona preparata, certo, ma
soprattutto profondamente umana: uno di quelli che non si limitano a osservare il mondo, ma sentono il bisogno di entrarci dentro, di fare la propria parte.
Questo suo modo di essere si rifletteva anche nel suo percorso di studi. Si laureò nel 2010 in Studi delle Lingue Comparate, e nel 2014 conseguì la laurea magistrale in
Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, entrambe con il massimo dei voti e la lode, presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
Fin da giovane scelse di affiancare allo studio anche la scrittura e l’informazione: dal 2010 era giornalista pubblicista, perché sentiva il bisogno di raccontare, di testimoniare, di dare voce a ciò che spesso resta invisibile. E accanto a questo, coltivava una grande passione per i viaggi, non come semplice scoperta, ma come
incontro autentico con le persone e le culture.
Durante il suo percorso universitario visse anche un’esperienza Erasmus a Parigi, che contribuì ad aprire ulteriormente il suo sguardo.
2)Nel gennaio 2015 intraprese un percorso con le Peace Brigades International, preparandosi per un anno a quella che sarebbe stata una delle esperienze più significative della sua vita. Nel marzo 2016 arrivò in Colombia, a Bogotá, con un contratto di due anni. Furono anni intensi, vissuti sul campo, a contatto con una realtà difficile ma anche ricca di umanità. Proprio grazie al suo impegno e alla sua dedizione venne contattato dalle Nazioni Unite. E, concluso il contratto con PBI nell’agosto 2018, fu destinato a San Vicente del Caguán, dove iniziò a lavorare nella missione di verifica degli accordi di pace: un compito delicato, fondamentale, che richiedeva
coraggio, equilibrio e una profonda convinzione nei valori della pace e della giustizia.
3) Nei cinque giorni che precedono la sua morte, Mario non è sereno. Lo vediamo preoccupato. Ci parla, ci scrive: si sente in pericolo. Non è una sensazione vaga. È una paura concreta, che cresce giorno dopo giorno. Siamo nel pieno della pandemia. Tornare in Italia è difficilissimo. E proprio per questo, Mario sta cercando di rientrare con un volo umanitario. Il suo rientro è già programmato: dovrebbe partire da Bogotá il 20 luglio. Ma per arrivarci, deve prima lasciare San Vicente. Vuole tornare a casa. Vuole mettersi in salvo. Per questo, il 14 luglio 2020 acquista un biglietto per partire il 15 luglio da San Vicente, per raggiungere Bogotá e poi rientrare in Italia.
È un percorso chiaro, organizzato.
È il gesto di chi sta andando verso la vita, non verso la morte.
E qui c’è un dato che non possiamo ignorare.
Tra l’acquisto di quel biglietto e l’ora presunta della sua morte passano circa due ore e mezza.
Due ore e mezza.
Il tempo di prepararsi a partire… non di decidere di morire.
E invece, il 15 luglio, Mario viene trovato morto, nella sua abitazione, in una scena che presenta da subito elementi profondamente contraddittori: con i polsi tagliati e
sospeso a delle lenzuola, con i piedi che toccano a terra.
Eppure, ancora prima di conoscere la verità, ancora prima di un esame autoptico, la sua morte viene immediatamente classificata come suicidio.
Poi arriva l’autopsia del professor Vittorio Fineschi, che afferma qualcosa di molto diverso: che quella morte con il corpo che ha parlato é più compatibile con un omicidio che con un suicidio.
E mentre si dovrebbe cercare la verità, accade qualcosa di ancora più grave.
Dopo 48 ore, con un’indagine aperta per omicidio, l’appartamento privato di Mario viene completamente ripulito con la candeggina.
Tutto viene cancellato.
Tutto ciò che avrebbe potuto aiutare a capire cosa è successo viene eliminato e gettato via, su iniziativa di Cristian Thompson, rappresentante alla sicurezza dell’ONU; Allora la domanda è inevitabile: com’è possibile parlare di suicidio davanti a tutto questo?
Davanti alla paura che Mario ha vissuto e alla sua vita spezzata, non possiamo restare in silenzio.
Non possiamo accettare che la verità venga cancellata, che la giustizia venga rimandata, che il dolore di una famiglia venga ignorato. Mario non è solo una vittima:
è il simbolo di ciò che accade quando chi dovrebbe proteggere fallisce.
Noi non chiediamo compassione.
Noi chiediamo verità e giustizia.
E continueremo a farlo finché non sarà riconosciuto quello che sappiamo: non un suicidio, ma un omicidio.
Perché la memoria di Mario non può essere cancellata.
Perché il silenzio sarebbe complice.
E noi non ci fermeremo.


