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  • Il Che restituito alla storia

    Il Che restituito alla storia

    Di Diego Giachetti

    Nel definire il proprio ambito di ricerca a volte non è facile sottrarsi del tutto alle suggestioni, recepite durante il proprio percorso formativo. Se riconosciute e governate, esse possono diventare motivazione e ipotesi per la ricerca, accolte quindi come punto di partenza per andare oltre, per dare consapevolezza e storia all’argomento scelto e all’uomo, Che Guevara in questo caso, in una fusione tra passione e pensiero, ricollocati nel tempo in cui visse, quando sembrò possibile, oltreché necessaria, una trasformazione sociale radicale. Da questo intreccio nasce il recente libro dello storico Sergio Dalmasso (Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario, Red Star Press, 2025), corredato da una ricchissima documentazione fotografica, un vero e proprio libro nel libro. Compito non facile, svolto egregiamente districandosi dall’agiografia e dall’iconografia consumistica e raccontando il suo travaglio, interpretandone la strategia, confrontandosi con la sua azione politica, militare e militante. Non rinnegando il mito ma evitando di cadere nella “trappola” per cui pensiero, elaborazione politica e teorica cedono il passo alla lettura romantica della sua vita.

    Certo la vita del Che e poi la sua morte contenevano i presupposti dell’immagine del “guerrigliero eroico”, emotivamente recepiti da un contesto sociale e culturale che ne predisponeva l’acquisizione non solo tra appartenenti a correnti politiche organizzate alle quali l’autore dedica un’apposita appendice, come altrettanto fa per il cinema e la musica. Quella rappresentazione iconografica divenne un riferimento comportamentale e ideologico non solo per giovani marxisti in cerca di eresie teoriche, ma anche per giovani cristiani di varia provenienza, insofferenti alla gerarchia ecclesiale e pronti a trasformarsi in soldati del “Cristo-Che” per portare l’evangelo della rivolta contro le ingiustizie tra gli strati popolari e oppressi. Non a caso Dalmasso dedica un circostanziato paragrafo al prete guerrigliero colombiano Cammillo Torres morto venti mesi prima del Che. La sua figura penetrò tra la nuova generazione in formazione nel 1967. La morte di Luigi Tenco al Festival di Sanremo aprì l’anno, quella di Che Guevara lo chiuse l’8 ottobre a La Higuera, presso Santa Cruz, in Bolivia, quando fu catturato da un reparto dell’esercito e ucciso. Erano due tipologie umane diverse, due vite geograficamente lontane, che la generazione giovane unì simbolicamente in una sola rivolta, mescolando l’aspetto esistenziale con quello politico e sociale. “Il Che era uno dei nostri, che accomuniamo senz’altro a Luigi Tenco”, scrivevano due giovani lettori di Bologna sul settimanale Big, del 17 novembre 1967.

    Il Che nella sua storia.

    L’immagine del Che, diffusa in Italia con la riproduzione di una fotografia scattata da Korda da parte della casa editrice Feltrinelli, lo rappresentava giovane, bello, con i capelli e la barba lunghi, gli occhi penetranti, vivi. Uno sguardo che scrutava le coscienze di chi lo osservava, scoprendone i lati rinunciatari, pigri, ambigui, pronti al compromesso. Da allora la sua figura ha conosciuto momenti di oblio e di ripresa. Inabissatasi nella seconda metà degli anni Settanta, riemerge nel ventennale della morte (1987) che riscopre l’interesse per il rivoluzionario e consolida il mito nell’intreccio emotivo di amore, politica e spirito di ribellione. Similmente il trentesimo anniversario segna ancor più il trionfo postumo. Mezzo secolo dopo (2017) si misura un calo di interesse storiografico, politico e anche commerciale. La vicenda dell’uomo Che Guevara è raccontata fin dalla sua infanzia, contestualizzata negli ambienti in cui la sua personalità si forma e matura a cominciare dall’Argentina, paese in cui era nato nel 1928. La ricostruzione dell’ambiente famigliare e sociale è attenta e circostanziata e si combina con richiami al contesto politico argentino. Si delinea il suo amore per l’avventura, per il racconto nella forma del diario, abitudine che lo accompagnerà tutta la vita. Percorre l’Argentina, poi Cile, Perù, Equador, Colombia, Venezuela, Panama, Guatemala e Messico. È in quest’ultimo paese che incontra Fidel Castro e il progetto di sbarcare a Cuba per innescare la rivoluzione al quale aderisce.

    Cuba: eccezione o modello?

    Il gruppo dirigente della rivoluzione cubana apparteneva a una generazione che, per ragioni anagrafiche, non aveva vissuto lo stalinismo, le epurazioni, i processi, le diaspore, le divisioni e le delusioni. Il nucleo originario delle forze ribelli era composto da intellettuali, per lo più provenienti dalla classe media: studenti, avvocati, medici, insegnanti, qualche disoccupato. Tutti si erano formati al di fuori del Partito comunista cubano. Quell’esperienza indicava la possibilità di trovare soluzioni organizzative e politiche adatte alla lotta per la trasformazione sociale, senza ricalcare modelli e sistemi precedentemente adottati. In questo senso l’esperienza del socialismo cubano parve a molti giovani una cosa diversa e alternativa a quella dei sovietici. A proposito del socialismo cubano, Sergio Endrigo notava che esso «è più allegro di quello che alligna nelle terre avvolte dalle nebbie. E quest’allegria è la prima cosa che colpisce. […] I cubani sono allegri anche perché il loro socialismo è meno burocratico, meno ‘musone’ e ministeriale» (Vie Nuove, 14 novembre 1968). Propria di Che Guevara era la concezione continentale della rivoluzione di cui Cuba era una premessa, l’avamposto da cui muovere. La presa del potere non poteva limitarsi a un solo paese, pena la sua sconfitta, e la guerriglia rurale diventava il centro del movimento, proponeva una strategia nuova, si presentava come azione permanente e senza confini, che non si ossificava in istituzioni chiuse e strutturate. Nel 1961 con lo scritto Cuba: eccezione storica o avanguardia nella lotta al colonialismo? rivedeva la teoria marxista classica, fondata sul proletariato, a favore della lotta armata contadina che avanza verso la città. Intanto la rivoluzione doveva difendersi dall’imperialismo americano che promuoveva lo sbarco dei mercenari nell’aprile del 1961, per rovesciare il governo rivoluzionario, e l’embargo nel 1962. Ne conseguì l’apertura all’aiuto sovietico e degli altri paesi socialisti. Misura necessaria anche per Che Guevara, senza però dover sottostare al loro modello di politica economica e alla coesistenza pacifica. Quando si pose la questione dei missili da installare a Cuba, egli criticò l’accordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica considerandolo un cedimento opportunistico all’imperialismo. Nella lotta contro l’imperialismo, i paesi socialisti non costituivano un baluardo sufficiente, dato l’atteggiamento al compromesso con l’avversario. Quindi era necessario allargare il fronte, costruire focolai di ribellione e di lotta in tre continenti, Asia, Africa e America Latina, nella prospettiva di alleggerire la pressione su Cuba e l’attacco americano in corso nel Vietnam, creando due, tre…molti Vietnam.

    Socialismo e coscienza socialista

    Cuba, insorta non solo contro l’oligarchia, ma anche contro i dogmi del movimento comunista internazionale, ricerca una prassi di socialismo inedita. Rifiuta la lettura economicista del marxismo e della società. S’inserisce in questo contesto il contributo che Guevara dà alla rivoluzione cubana, non solo nel periodo dell’eroica guerriglia, ma anche dopo, una volta preso il potere, sulla riforma agraria, sulla politica della Banca nazionale, sulla necessità della pianificazione per sottomettere il gioco delle forze economiche capitalistiche, da intrecciarsi con la partecipazione dal basso, secondo un modello di democrazia socialista. Interviene nel dibattito in corso con scritti sulla politica economica, sugli incentivi morali piuttosto che materiali, sull’“uomo nuovo”. Sostiene che le decisioni economiche devono sottostare a criteri sociali, etici e politici. Il socialismo senza morale consona, non è socialismo, diventa un metodo di ripartizione delle risorse, non una concezione nuova della società e dell’uomo. Ai cambiamenti economici occorre affiancare una rivoluzione delle coscienze, una nuova morale, una nuova concezione del lavoro. Altra preoccupazione riguarda la riproduzione a Cuba del “male” burocratico, i rischi professionali del potere che possono sfociare nella costituzione di oligarchie burocratiche. Dando rilievo a questi temi Dalmasso libera il Che dall’icona del guerrigliero eroico per dare spazio al pensatore critico e alternativo al socialismo reale d’allora.

    Pratica internazionalista

    Che Guevara appariva disinteressato alla carriera politica che avrebbe potuto perseguire nel sistema governativo cubano. Invece scelse di rinunciare a privilegi e gratificazioni per andare a combattere in una sperduta foresta boliviana. Questa rinuncia disinteressata al potere contribuì al fascino per la persona. Dietro quella scelta vi era un preciso e circostanziato ragionamento politico, tema ben sviluppato nel libro, per ricondurre il mito alle circostanze storiche in cui il protagonista si trovò a decidere e scegliere, per fondare il suo integrale internazionalismo. Per lui, la rivoluzione, pur mantenendo una specificità paese per paese, costituiva un unico processo, perché unico era il dominio dell’imperialismo e dei suoi servi nazionali. Complice l’esempio algerino e la lotta vietnamita, il suo internazionalismo si prospettò su tre continenti, intrecciando le lotte antimperialiste e di liberazione in corso. Visita diversi paesi africani, vuole creare in Congo un fronte africano di lotta che si sommi al Vietnam e a quello, in fieri, in America Latina. Anche per l’America Latina il progetto è continentale, per questo si sceglie come campo di partenza la Bolivia, sperando che la Cordigliera delle Ande diventi la Sierra maestra d’America. Il 23 ottobre 1966 lascia Cuba, il 3 novembre è a La Paz, a febbraio il gruppo si muove. Primi successi, poi difficoltà crescenti. L’8 ottobre 1967 è il giorno della sua ultima battaglia, ferito, viene catturato e ucciso.

    Ciò che resta

    Il Che non è un “classico” nel senso di pensatore teorico come Marx, Rosa Luxemburg, Lenin e Gramsci, piuttosto è un rivoluzionario che, dalla prassi ha saputo compiere un’opera di rinnovamento e di comprensione delle contraddizioni che hanno circondato la storia del movimento operaio. Il suo internazionalismo, la critica al socialismo realizzato e burocratizzato sono elementi che andrebbero ripresi e valorizzati. Resta il suo sacrificio, il suo esempio di estremo volontarismo, paragonabile al gramsciano “ottimismo della volontà”, nonché i suoi insegnamenti che rimangono preziosi e ci aiutano – conclude l’autore – nell’affrontare le nuove sfide con il medesimo obiettivo: come organizzare la resistenza e la lotta ai drammi che capitalismo e imperialismi introducono nella vita delle persone. La sua figura, liberata da miti e leggende, resta uno dei pochi elementi cui riferirsi nel difficile tentativo di ricostruzione di una teoria e di una prassi del cambiamento adeguato al nostro tempo, compito di non facile soluzione.

    *Diego Giachetti vive e lavora a Torino. Si è occupato di movimenti giovanili e di protesta negli anni Sessanta e Settanta. Collabora con varie riviste e con la Biblioteca Franco Serantini di Pisa. Fa parte dell’associazione Storie in movimento. Tra le sue pubblicazioni “Anni sessanta comincia la danza. Giovani, capelloni, studenti ed estremisti negli anni della contestazione” (2002), “Vasco Rossi. Un mito per le generazioni di sconvolti” (1999) e, con Marco Peroni, “Ognuno col suo viaggio” (2005).

    Questo articolo è apparso sul sito https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    5 Dicembre 2025
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  • Liberate il dottor Abu Safiya

    Liberate il dottor Abu Safiya

    Di Redazione Karl&Rosa

    Ai leader degli Stati Uniti e Gran Bretagna e a tutti i rappresentanti di governo presenti al vertice di Sharm El-Sheikh per il cessate il fuoco a Gaza:

    “Vi chiediamo di fare tutto il possibile per liberare il dottor Hussam Abu Safiya e tutto il personale medico illegalmente detenuto nelle carceri israeliane, in violazione del diritto umanitario internazionale. Viste le numerose prove di tortura nelle carceri, siamo estremamente preoccupati per la loro incolumità. Gaza non può rimettersi in piedi senza i suoi medici, infermieri e operatori sanitari: liberateli subito!”

    Hanno ucciso suo figlio. Hanno bombardato il suo ospedale. Hanno bloccato i medicinali che usava per alleviare il dolore dei bambini feriti.

    Eppure lui non ha mai smesso di salvare vite, finché Israele non lo ha catturato e probabilmente torturato.

    Al momento lui ed altri 94 medici sono detenuti illegalmente. Molti sono stati arrestati mentre assistevano i loro pazienti. Sembra che cinque di loro siano già morti dietro le sbarre, mentre gli altri stanno subendo aggressioni e pestaggi.

    Mentre i leader globali si dilungano sul cessate il fuoco, medici di tutto il mondo si mobilitano per chiedere la liberazione dei loro coraggiosi colleghi, che hanno il potere di salvare migliaia di bambini feriti a Gaza.

    Uniamoci a loro: firma per chiedere la liberazione del dottor Abu Safiya e dei suoi colleghi, esempi viventi di cosa significa umanità. Aiutaci a riportarli a casa dalle loro famiglie.

    CLICCA PER FIRMARE CON WHATSAPP: https://secure.avaaz.org/campaign/it/free_dr_abu_safiya_loc/?whatsapp​

    Leonardo De Angelis

    1 Dicembre 2025
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  • Un laboratorio​​ per una sinistra di resistenza​ e solidarietà

    Un laboratorio​​ per una sinistra di resistenza​ e solidarietà

    Di Laboratorio Internazionalista

    Nel 2022 abbiamo visto la Sinistra frantumarsi ancora.
    Abbiamo visto piazze assolvere gli aggressori e colpevolizzare le vittime. Abbiamo visto organizzazioni e intellettuali incapaci di riconoscere l’oppressione se il carnefice non è quello “solito”, barricandosi nelle proprie posizioni e ignorando il diritto dei popoli a scegliere per sé.

    ​Questa sinistra, capace di riconoscere e lottare contro il genocidio in Palestina, oggi volta le spalle alla Resistenza ucraina, come ha già fatto con le cosiddette rivoluzioni arabe, ossia nordafricane, e dell’Asia Sudoccidentale.

    Una sinistra così ha ancora senso di esistere? Per noi, no.

    COSA PROPONIAMO?

    Vogliamo avviare un LABORATORIO COLLETTIVO per costruire una Sinistra capace di affrontare il XXI secolo.

    Vogliamo che sia un progetto, non un percorso già scritto. Un processo aperto dove la tua partecipazione attiva è l’unica cosa che conta. Non ti chiediamo di aderire a una dottrina, ma di portare la tua intelligenza, ​la tua esperienza e la tua rabbia.

    PROGETTO LABORATORIO ITALIANO

    Introduzione breve: Un Laboratorio Internazionalista per una Sinistra della Resistenza e della Solidarietà
    Ci rivolgiamo a te che provi rabbia per questo mondo in fiamme, tra nuovi imperialismi, razzismi sistemici, machismo transfobico e oscurantismo religioso, democrazie in ritirata e un pianeta che soffoca sotto il peso dell’ingiustizia climatica. A te, che guardi alla Sinistra e provi solo delusione per le sue impotenze, i suoi dogmi e i suoi tradimenti.


    Questo non è l’ennesimo manifesto da firmare. Non è un nuovo partito in cui entrare.


    Abbiamo visto troppi rituali impotenti, troppe piazze che assolvono gli aggressori e colpevolizzano le vittime. Abbiamo visto la Sinistra novecentesca diventare tossica, incapace di riconoscere l’oppressione se il carnefice non è quello “giusto” del suo catalogo. Una Sinistra che ha tradito le cosiddette rivoluzioni arabe, ossia nordafricane e dell’Asia sudoccidentale, e che oggi volta le spalle alla Resistenza ucraina, negando a interi popoli il diritto di esistere e di lottare.


    Questa Sinistra è morta dentro. Non andremo al suo funerale. Vogliamo costruire altro.
    COSA PROPONIAMO? UN PROCESSO, NON UN PROGETTO GIÀ SCRITTO.


    Proponiamo di avviare un LABORATORIO COLLETTIVO. Un processo aperto dove la tua partecipazione attiva è l’unica cosa che conta. Non ti chiediamo di aderire a una dottrina, ma di portare la tua intelligenza, la tua esperienza e la tua rabbia per definire insieme un progetto per affrontare il XXI secolo.
    Un progetto che sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte. In nome dei principi di solidarietà e lotta, internazionale e intersezionale, che dovrebbero contraddistinguere la Sinistra.
    Vogliamo creare una piattaforma per rispondere alla domanda “CHE FARE?” con azioni concrete, collettive, imparando da chi già resiste, e creando una piattaforma per decidere insieme i prossimi passi.
    La nostra base non è un pacifismo astratto, ma la RESISTENZA.
    Il nostro laboratorio si concentrerà su pratiche di Solidarietà e Resistenza Attiva:
    1. SOLIDARIETÀ SENZA SE E SENZA MA. Sostenere l’autodeterminazione di tutti i popoli oppressi, dalla Palestina alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sudan, al Sahara occidentale, all’Ucraina ai movimenti democratici e di liberazione in Siria, Russia, Iran. Basta doppi standard: l’antimperialismo si pratica contro tutti gli imperi, senza sconti per nessuno.
    2. COSTRUIRE RETI CONCRETE. Creare e rafforzare reti di mutuo soccorso nei nostri territori e piattaforme digitali sicure per proteggerci dal controllo e dalla repressione. Dalle chat di quartiere alla sicurezza informatica alla preparazione per le emergenze.
    3. COMBATTERE LA DISINFORMAZIONE. Contrastare attivamente le false narrazioni, specialmente quelle che nascono a Sinistra per giustificare dittatori e aggressori, negando la realtà dei fatti.
    4. CHIAREZZA SULLE ARMI. No al riarmo imperialista e nazionalista. Sì al sostegno, anche militare, ai popoli che resistono a un’invasione e a un’occupazione. Negare le armi a chi si difende non è pace, è condanna alla resa e al massacro.
    5. RIPRENDERSI LE PIAZZE. Essere presenti nelle mobilitazioni con la nostra identità chiara e riconoscibile. Mai più tollerare l’aggressione o la censura verso chi porta la bandiera di un popolo resistente.


    Contatti:
    Facebook: Sinistra per l’Ucraina
    Instagram: sinistraperlucraina
    Telegram: Sinistra per l’Ucraina
    Email: sinistraucraina@gmail.com
    E da sabato 29 novembre: www.laboratorio-internazionalista.weebly.com

    Leonardo De Angelis

    29 Novembre 2025
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  • Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!

    Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!

    Di Non una di meno

    Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma.
    Il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città!

    In un paese che si prepara al riarmo approfondendo disuguaglianze e discriminazioni, la violenza patriarcale diventa programma di governo ed è normalizzata dalla produzione ossessiva di misure e leggi misogine e transfobiche. 

    I dati dell’Osservatorio di Non Una di Meno registrano, tra gli altri dati, 78 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo ma, come sappiamo, questi numeri, di per sé eloquenti, non danno la misura di quel quotidiano sommerso e strutturale della violenza. L’approccio punitivista scelto dal Governo è pura propaganda da cui non farsi incantare: mentre mostra il pugno di ferro con l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio, attacca i centri antiviolenza, la loro storia politica femminista, le pratiche e le metodologie per la fuoriuscita e la prevenzione della violenza di genere.

    Mentre i media rilanciavano la notizia dell’ennesimo femminicidio, la Commissione Cultura della Camera votava un disegno di legge che vietava l’educazione sessuale anche alle scuole medie e la subordina al consenso dei genitori negli istituti medi superiori, svuotando la scuola pubblica di un ruolo educativo insostituibile nella diffusione della cultura del consenso e delle differenze. Questa la fotografia del momento, al di là di ogni ipocrisia propagandistica o di piccoli dietrofront.
    Violenze, abusi e umiliazioni fanno parte dell’educazione sentimentale dei maschi italici da tempo – come testimoniano il gruppo facebook “Mia moglie” e i siti Fika.net e Social Media Girls – eppure le indicazioni nazionali di Valditara vanno proprio nella direzione di sdoganare la violenza, del disciplinamento di studenti e docenti, della militarizzazione dei saperi e della formazione, di un approccio alla cultura bigotto e autoritario. Si accompagnano alla stretta sui percorsi di affermazione di genere con la Legge Disforia nella crociata ideologica antigender che colpisce in particolare infanzia e adolescenza.
    Da donne, persone trans*, precarie, migranti paghiamo doppiamente il prezzo della militarizzazione delle relazioni, della vita, della società, dell’economia.
    Siamo noi a pagare il riarmo con i salari da fame, il part time imposto e il taglio del welfare. La manovra finanziaria propaganda il sostegno alle famiglie ma si tratta di mance una tantum come il Bonus Mamme e di incentivi a tornare a casa per curare figli e parenti senza alcun sostegno economico. Quando Meloni parla di famiglia e di natalità, in realtà scarica altro lavoro gratuito sulle donne per compensare i tagli alla sanità e ai servizi sociali. 

    In Italia sono più di 2 milioni le famiglie in povertà assoluta (con più di 1 milione di minori), si è povere anche se si ha un lavoro, i salari sono i più bassi d’Europa, non esistono tutele dal ricatto economico, molestie sul lavoro e stress mentale. In un Paese in cui cresce l’intensità del disagio economico, si sta configurando una legge di bilancio “austera” e piuttosto “debole” in termini di risorse, che libera soldi per il riarmo, la difesa e la produzione di armamenti all’interno della necessità di risanamento dei bilanci pubblici voluta dall’Europa.  
    Viviamo in un momento storico in cui la guerra è diventata la regola dei rapporti sociali. Nazionalismo e suprematismo sono le parole chiave della destra al potere che si riorganizza intorno a Trump. Si materializzano nella loro forma più brutale in Palestina, mentre la guerra globale si accende in decine di focolai nel mondo dettando le condizioni di un potere economico predatorio e senza argini. 
    Abbiamo abitato, a partire dal posizionamento transfemminista, con rabbia e desiderio le mobilitazioni contro il genocidio e il disegno neo-coloniale che si sta dispiegando ancora oggi in Palestina, nonostante la finta “tregua”.

    Nelle scorse settimane siamo state marea, esondazione di corpi che si sono riappropriati dello strumento dello sciopero generalizzato, che hanno praticato blocchi diffusi, che hanno espresso ostilità contro governi complici attraverso discorso e pratiche radicali.
    Dalla giornata del TDOR del 20 allo sciopero del 28 sarà di nuovo agitazione permanente. Occupiamo le piazze per bloccare tutto e unire le lotte!
    In uno scenario in cui paradigma genocidario e guerra stanno cambiando il volto dell’economia, del welfare e della produzione, pensiamo sia sempre più urgente ribadire che la Palestina ci riguarda, che lottare per l’autodeterminazione dei popoli significhi lottare per l’autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite, a partire dalle soggettività specifiche che ne sono maggiormente colpite, donne, giovani, migranti, precarie, persone trans*, queer, non binarie, lavoratrici.   

    Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma! il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città.

    Per un’antiviolenza femminista e transfemminista, finanziata e libera dall’ideologia punitivista e confessionale.
    Per una scuola libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dalla scuola dell’infanzia all’università.
    Contro la manovra finanziaria. Noi la guerra non la paghiamo! Né complici né vittime della conversione bellica.
    Per il diritto all’autodeterminazione dei corpi e dei popoli.

    Leonardo De Angelis

    14 Novembre 2025
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  • L’elezione del nuovo sindaco di New York e il risveglio del movimento socialista americano

    L’elezione del nuovo sindaco di New York e il risveglio del movimento socialista americano

    Di Nando Simeone

    Quando parliamo degli Stati Uniti, tendiamo spesso ad associare questo Paese al ruolo che la grande potenza americana svolge nell’attuale sistema capitalistico, oggi attraversato da una profonda crisi globale. Tale crisi accentua la natura violenta e predatoria del dominio imperialista, aumentando le tensioni tra le potenze mondiali. Nonostante il suo declino, gli USA restano la nazione dominante, alla guida del blocco nordamericano — formato dagli imperialismi europei, dal Canada, dal Giappone, dalla Corea del Sud e dall’Australia — contrapposto a un secondo blocco, costruito attorno alla Cina. Quest’ultimo, in costante espansione, comprende la Russia, la Corea del Nord, numerose repubbliche dell’Asia centrale e sta consolidando nuove alleanze, tentando di trasformare i BRICS in un fronte alternativo all’imperialismo occidentale.

    Dopo la vittoria del reazionario, se non apertamente fascista, Donald Trump, negli Stati Uniti la quasi totalità dei media ha scelto di tacere — o di minimizzare — le grandi mobilitazioni popolari “No Kings” contro il governo sempre più autoritario e disumano del presidente.

    Gli organizzatori hanno stimato che almeno sette milioni di persone abbiano marciato e si siano radunate in tutto il Paese, rendendo quella del 18 ottobre la più grande giornata di protesta nella storia americana. Le manifestazioni “No Kings” hanno coinvolto 2.700 città, superando persino i numeri della Women’s March del 2017. La partecipazione è stata più giovane e multietnica rispetto alla prima edizione del No Kings Day, pur restando ancora lontana da una piena rappresentatività delle popolazioni nere e latine.

    Secondo cartelli, slogan e testimonianze, la rabbia popolare nasce dalle crudeli incursioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), dall’invio della Guardia Nazionale in diverse città, dal licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti federali, dagli attacchi ai programmi sanitari, educativi e abitativi, dalla soppressione delle libertà di parola e accademica, e dal razzismo di politiche come la riforma del programma di reinsediamento dei rifugiati voluta da Trump per favorire i bianchi.

    Una mobilitazione di massa

    Il movimento No Kings è organizzato da una coalizione di oltre 200 gruppi: tra i principali, le correnti progressiste del Partito Democratico come Indivisible e MoveOn, ONG come Public Citizen e l’American Civil Liberties Union, e la rete di attivisti 50501, che ha lanciato 50 manifestazioni in 50 Stati in un solo giorno.

    Trump, il vicepresidente J.D. Vance e altri repubblicani hanno reagito accusando — in modo grottesco — George Soros di aver finanziato le proteste e definendo gli organizzatori “terroristi antifa”, nonostante nessuna di queste affermazioni abbia alcun fondamento.

    Un movimento popolare e festoso

    I manifestanti sventolavano striscioni con scritte come “No kings, no tyrants” (“Né re né tiranni”) e “No hate, no fear, immigrants are welcome here” (“Niente odio, niente paura: gli immigrati sono i benvenuti”). Le proteste, pur animate da rabbia e indignazione, si sono svolte in modo pacifico, con un tono spesso festoso, celebrando l’unione nella resistenza e nella lotta per valori progressisti.

    Molti partecipanti hanno scelto di travestirsi da animali giganti, ironizzando sull’assurdità di chi li accusava di violenza.

    Rivendicare i simboli della democrazia

    Per decenni la sinistra americana ha rifiutato la bandiera a stelle e strisce, simbolo del razzismo interno e delle guerre imperialiste in Vietnam, Iraq e Afghanistan. Oggi però molti manifestanti la sventolano di nuovo, rivendicandola come emblema della democrazia e della giustizia sociale.

    Un manifestante portava un cartello con la scritta “Make America America Again”, accompagnato da un elenco di valori: libertà di parola, scienza, libertà di stampa, stato di diritto, democrazia, libertà di scelta (incluso il diritto all’aborto), giusto processo e diversità.

    Il nuovo sindaco di New York: Zohran Mamdani

    In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento storico. Dopo aver vinto le primarie democratiche, Mamdani ha conquistato anche le elezioni generali, diventando il primo sindaco apertamente socialista democratico della metropoli.

    Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha affermato:

    “Sono giovane, musulmano, socialista democratico. E, soprattutto, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo.
    Il 1° gennaio presterò giuramento come sindaco di New York City, e questo grazie a voi. Abbiamo scelto la speranza sopra la tirannia, sopra il denaro e sopra la disperazione. Ora la politica non è più qualcosa che viene fatto a noi, ma qualcosa che facciamo noi.”

    Il suo programma prevede un congelamento degli affitti per oltre due milioni di inquilini, autobus gratuiti e rapidi, e assistenza all’infanzia universale — un’agenda ambiziosa ispirata ai tempi di Fiorello La Guardia.

    Il ruolo dei Democratic Socialists of America

    La DSA conta oggi circa 80.000 iscritti, in forte crescita dopo il secondo mandato di Trump. L’organizzazione si prepara a un nuovo ciclo di mobilitazioni, puntando a una grande azione per il 1° maggio 2028 e a una campagna presidenziale socialista in vista delle elezioni di quell’anno.
    Un obiettivo strategico che potrebbe costituire un punto di riferimento per la sinistra socialista e marxista di tutto il mondo, come accadde nel 1968 o nella solidarietà al popolo palestinese.

    Una nuova ondata di movimenti

    Come in passato, i movimenti studenteschi emergono nei momenti di crisi profonda, quando le classi fondamentali restano bloccate. Negli anni ’60 il mondo assistette a una trasformazione rapida dei costumi: dall’Inghilterra arrivavano la minigonna e i Beatles; dagli Stati Uniti le proteste dei beatnik e degli studenti contro il razzismo e la guerra in Vietnam.

    La società dei consumi appariva allora una “camicia troppo stretta”, e il bisogno di ideali forti si univa al rifiuto dei modelli dominanti.

    Oggi assistiamo a qualcosa di simile. Le nuove generazioni americane — e in particolare gli studenti — sono nuovamente protagoniste di un movimento globale, come dimostra l’ondata di occupazioni universitarie in solidarietà con il popolo palestinese, partita dalla Columbia University di New York e diffusasi in tutto il mondo.

    Conclusione

    Il Movimento Socialista d’America, dinamico, democratico e pluralista, appare oggi più necessario che mai per inaugurare una nuova fase della storia della classe lavoratrice statunitense — e per offrire un punto di riferimento internazionale, soprattutto nei Paesi europei governati da forze post-fasciste e reazionarie.

    Leonardo De Angelis

    8 Novembre 2025
    Internazionale, Uncategorized
  • Una storia politica dei socialisti democratici d’America, 1982-2025

    Una storia politica dei socialisti democratici d’America, 1982-2025

    Di Laura Valdin

    Pochi membri della DSA conoscono la storia della nostra organizzazione, ma molti di noi ne comprendono la particolarità. Non esiste altro gruppo in tutto il Paese, compresi i sindacati, che abbia una base attivista così ampia e una democrazia interna in grado di esaminare seriamente le principali questioni politiche e quindi sviluppare un piano per organizzare i lavoratori e farli lottare per i propri interessi come classe.

    Tuttavia , anche se ciò fosse teoricamente possibile all’interno del DSA, il movimento socialista americano rimane modesto e politicamente immaturo.

    Da una prospettiva storica, esistono fondamentalmente due DSA: il DSA pre-Bernie (1982-2014) e il DSA post-Bernie (2015-oggi). Solo una piccola parte dei membri del DSA (me compreso) era organizzata prima che la campagna presidenziale di Bernie Sanders rilanciasse l’idea del “socialismo democratico” nel 2015. Molti membri attualmente attivi sono diventati socialisti solo negli ultimi anni o mesi. Ma perché alcuni si sono uniti al DSA piuttosto che a un’altra organizzazione socialista o di “sinistra”? Com’era il DSA prima di essere invaso da giovani radicalizzati di recente? E come hanno fatto questi nuovi membri a plasmare il DSA nell’organizzazione che conosciamo oggi?

    Il tempo prima (1982-2011)

    Poiché la rinascita moderna del DSA è dovuta alle due campagne presidenziali del socialista democratico Bernie Sanders, è coerente che il DSA sia una continuazione del Partito Socialista d’America1:  fu su questa linea di partito che Eugene Debs ottenne quasi un milione di voti in due delle sue campagne presidenziali, persino mentre era in prigione per essersi opposto alla Prima Guerra Mondiale! Il DSA fu fondato nel 1982 dalla fusione del Democratic Socialist Organizing Committee (DSOC) e del New American Movement (NAM). Il DSOC era un gruppo guidato da Michael Harrington, che si era separato dal Partito Socialista d’America. Il NAM era stato fondato nel 1971 come organizzazione socialista-femminista non d’avanguardia. Alla convention fondativa del DSA a Detroit, l’organizzazione contava 6.000 membri.

    Michael Harrington2  è stato presidente e figura di spicco del DSA dalla sua fondazione fino alla sua morte nel 1989. È noto per essere stato un prolifico oratore e per aver viaggiato per il Paese promuovendo la sua visione del socialismo. La scrittrice marxista e femminista Barbara Ehrenreich è stata co-presidente del DSA, così come altre importanti figure di sinistra, come il professore e scrittore Cornel West. Anche diversi rappresentanti eletti erano membri del DSA, come il deputato Major Owens, il deputato Ron Dellums e il sindaco di New York David Dinkins (un altro elemento di continuità con la campagna di Zohran Mamdani3).

    Qual era la politica del DSA all’epoca? Il “socialismo democratico” veniva presentato in opposizione ai gruppi comunisti con una rigida disciplina interna e che difendevano le pratiche autoritarie dell’Unione Sovietica. Il DSA includeva anche molti “sionisti laburisti”4  che sostenevano uno stato socialdemocratico in Israele, a scapito dei diritti dei palestinesi. Durante gli anni ’80, il DSA fu fortemente coinvolto in campagne di solidarietà con i sandinisti in Nicaragua e i ribelli di sinistra in El Salvador. La sua ala giovanile era attiva anche nel movimento contro l’apartheid in Sudafrica.

    Fondamentalmente, il DSA favoriva la strategia elettorale del “riallineamento”, ovvero l’utilizzo del Partito Democratico come strumento per il potere della classe operaia e il progetto di riformarlo dall’interno. Questo approccio contrastava con quello di Bernie Sanders, che vinse il suo seggio al Congresso nel 1990 come indipendente e, all’epoca, formulò una critica di sinistra al DSA. Contrastava anche con quello dei socialisti, che formarono e guidarono il Partito Laburista degli Stati Uniti dal 1996 al 2001.5 Il DSA mantenne relazioni amichevoli con figure di spicco del movimento sindacale e si astenne dall’intervenire nelle controversie sindacali interne. Sebbene il DSA non sostenesse Jesse Jackson per la presidenza nel 1984, fece parte della Rainbow Coalition che sostenne la seconda campagna di Jackson nel 1988.

    Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 fu una battuta d’arresto di portata storica mondiale che portò a un periodo di disperazione per il movimento socialista internazionale. Molti gruppi socialisti e comunisti si sciolsero o, come il DSA, sopravvissero a malapena tra gli anni ’90 e 2000. Sebbene il DSA avesse raggiunto i 10.000 membri ufficiali a quel tempo, non era operativo nella maggior parte del paese,6 in particolare a causa della perdita di Harrington, il leader carismatico morto nel 1989. Al contrario, i Giovani Socialisti Democratici (l’ala giovanile del DSA, ora chiamata YDSA) erano attivi in molte città e collaboravano con gruppi correlati, come Jobs with Justice. Tra il 2001 e il 2014 circa, lo YDSA aveva un piccolo staff che contribuiva a mantenere a galla l’organizzazione e formava compagni che in seguito ne assumevano la guida.

    Prima del Rinascimento (2011-2015)

    Una delle figure di spicco della YDSA è stata Maria Svart, che ha ricoperto la carica di co-presidente della YDSA prima di diventare membro del Comitato Politico Nazionale (NPC) della DSA, il massimo organo decisionale tra una convention e l’altra. È stata assunta come direttrice nazionale nel 2011 e ha guidato la DSA durante la sua rinascita.

    Questo periodo ha visto l’emergere di diversi potenti movimenti popolari: Occupy Wall Street e la Primavera Araba nel 2011, Fight for $15 nel 2012 e Black Lives Matter nel 2013. Occupy, in particolare, è stato determinante nell’utilizzare indicatori di classe consapevoli (“Siamo il 99 percento”) per diffondere rivendicazioni politiche socialdemocratiche, come le tasse sui ricchi. Il movimento socialista stava guadagnando slancio anche al di fuori dei DSA. La rivista Jacobin , appena fondata da Bhaskar Sunkara nel 2010, organizzava gruppi di lettura7 e contribuiva a promuovere un’analisi socialista all’interno della sinistra dei DSA. Kshama Sawant è stata eletta al Consiglio Comunale di Seattle nel 2013. Lì, ha rappresentato il gruppo trotskista Socialist Alternative8 e ha servito come modello di riferimento moderno, sia come attivista politica socialista che come organizzatrice.

    La creazione del Left Caucus nel 2014 ha aperto la strada a idee più orientate a sinistra, che hanno messo in discussione alcuni dei principi fondamentali del DSA. Il Left Caucus era un gruppo interno che sosteneva candidati apertamente socialisti, l’adesione a un programma comune e l’allontanamento dall’Internazionale Socialista, considerata neoliberista. Sosteneva anche il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro lo Stato di Israele, ma era ancora difficile parlare esplicitamente di antisionismo.

    All’inizio del 2015, la DSA ha lanciato una campagna per incoraggiare Bernie Sanders a candidarsi alla presidenza, chiamata “Corri, Bernie, corri!”. In diverse città, piccoli gruppi di membri della DSA hanno allestito tavoli fuori dagli eventi in cui Bernie parlava e hanno distribuito volantini alla folla.

    Il Rinascimento (2015-2018)

    Nell’aprile 2015, Bernie Sanders annunciò la sua candidatura alle primarie democratiche, sfidando Hillary Clinton, all’epoca favorita. La campagna fu considerata un azzardo. Nessuno poteva immaginare quanto radicalmente la corsa avrebbe sconvolto il panorama politico. Nemmeno Bernie, che annunciò la sua candidatura senza clamore di fronte a un piccolo gruppo di giornalisti, in un’atmosfera che, a posteriori, si rivelò incredibilmente noiosa.

    Quell’estate, la popolarità di Bernie salì alle stelle e le adesioni al DSA iniziarono a crescere. Nei due anni successivi, i gruppi di lettura di Jacobin si trasformarono in sezioni locali del DSA. Personaggi online di sinistra come i conduttori del podcast Chapo Trap House (lanciato nel marzo 2016), l’utente Twitter Larry Website e i redattori di Jacobin incoraggiarono i loro follower ad aderire al DSA.

    Mentre ammiravamo Bernie per aver detto la verità sulla classe dei miliardari e sopportavamo le bugie e le diffamazioni dei Power Brokers, molti trentenni di sinistra hanno vissuto un completo cambiamento di paradigma. Il suo programma – in particolare l’assistenza sanitaria universale, l’università gratuita e l’opposizione all’industria finanziaria, bellica e dei combustibili fossili – ha alimentato aspettative che Obama aveva deluso. La politica si è fondamentalmente ripolarizzata: era Bernie contro l’élite benestante, e sapevamo da che parte stare.

    Quando Bernie perse, eravamo devastati, ma sembrava scontato che Hillary Clinton sarebbe stata la prossima presidente. Praticamente nessuno a sinistra si preoccupava di una vittoria di Trump. E poi ha vinto.

    La gente era in preda al panico e al dolore. La notte delle elezioni, le proteste scoppiarono in tutto il paese. Il numero di iscritti al DSA esplose immediatamente, passando da 8.500 il giorno delle elezioni a 21.000 nel maggio 2017. Mi sono iscritto a gennaio dopo aver letto un articolo sulla stampa mainstream che diceva che tutti i sostenitori di Bernie si stavano riversando nel DSA. La stragrande maggioranza di noi si univa a un’organizzazione socialista per la prima volta. Gli iscritti più recenti spaziavano ampiamente nelle loro inclinazioni ideologiche, da attivisti progressisti e rifugiati del Partito Democratico a tendenze più di sinistra: anarchici, maoisti o leninisti, alcuni dei quali provenivano da altri gruppi come l’  Organizzazione Socialista Internazionale .9

    Ci si rese presto conto che stavamo ereditando un’organizzazione decentralizzata e poco strutturata, dove le persone potevano generalmente prendere l’iniziativa e fare ciò che volevano. Alcuni volevano cambiare questa situazione, ma era impossibile: c’erano (e ci sono ancora) troppo pochi membri del DSA formati in un modello più centralizzato e dotati delle competenze politiche o delle qualità di leadership per attuare questo cambiamento. Anche l’orizzontalità era una prospettiva molto popolare, derivante sia dall’eredità di Occupy Wall Street sia da una reazione alle esperienze negative dei gruppi di sinistra governati dal centralismo democratico. Questa tendenza corrispondeva anche all’individualismo egemonico nella cultura delle correnti progressiste. Sorsero dibattiti sulla disciplina collettiva che ci si sarebbe dovuti aspettare rispetto alla natura “aperta” e all’autonomia dei membri. A livello nazionale, l’apparato del partito e i veterani, temendo che la nuova ondata di membri potesse deviare il DSA dalla sua traiettoria o addirittura distruggerlo, hanno pesato pesantemente su questi dibattiti.

    L’amministrazione Trump ha avuto un inizio positivo con il divieto imposto ai musulmani10  , che è stato rapidamente sventato dalle proteste aeroportuali e da uno sciopero dei tassisti. Ciò ha dimostrato il potenziale di resistenza popolare e di sinistra al programma di Trump, nonostante l’emergere di gruppi di estrema destra come QAnon e i Proud Boys.

    Nel 2017, alla convention della DSA, la nuova generazione di membri ha ufficialmente preso il sopravvento. I delegati hanno adottato tre proposte che hanno definitivamente differenziato la DSA dal  movimento # Resistance11  :

    1. includere nei principi del DSA il sostegno alla campagna BDS,

    2. lasciare l’Internazionale socialista,

    3. Avviare una campagna per l’assicurazione sanitaria universale (Medicare for All), che è stato il primo progetto organizzativo della nuova DSA, coordinando tutti i membri oltre le sezioni locali.

    Echi del Rinascimento (2018-2020)

    Mentre ci avviavamo verso questa rinascita, il sentimento prevalente all’epoca era che “tutto era possibile”. Avevamo appena vissuto un completo sconvolgimento delle norme politiche e vedevamo nuovi progressi tutt’intorno a noi. L’esempio più eclatante è Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), una cameriera millennial e sostenitrice di Bernie Sanders che si identificava come socialista democratica e spodestò il secondo democratico più potente al Congresso, Joe Crowley, con una sorprendente e sorprendente vittoria nel giugno 2018. (Il giorno della sua vittoria detiene ancora il record per il maggior numero di membri DSA al giorno). Pochi mesi dopo, si unì ai giovani attivisti del Sunrise Movement12  che occuparono l’ufficio della democratica Nancy Pelosi. Anche la sostenitrice di Bernie, Rashida Tlaib, vinse le primarie di quell’anno e divenne la prima palestinese americana – e una delle prime due donne musulmane, insieme a Ilhan Omar – eletta al Congresso. Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida, Ilhan e la deputata Ayanna Pressley formarono The Squad. Questo gruppo era rispettato da molti membri del DSA come la prima visibile opposizione di sinistra all’apparato del Partito Democratico nella nostra vita, nonostante la sua esitazione a confrontarsi direttamente con la leadership del partito.

    Sebbene AOC e Rashida fossero membri del DSA, l’organizzazione non rivendicava la responsabilità delle azioni della Squadra. AOC e Rashida non erano membri attivi del DSA e le loro vittorie non erano realmente il risultato di campagne guidate dal partito. La prima grande vittoria elettorale che può essere realmente attribuita al DSA è stata quella di Julia Salazar, che ha vinto le primarie democratiche per il Senato dello Stato di New York nel settembre 2018 (e poi il seggio a novembre). Successivamente, nel 2019, la sezione DSA di Chicago si è candidata ed ha eletto sei consiglieri socialisti democratici al Consiglio comunale di Chicago. Nel 2020, la sezione di New York City si è candidata ed ha eletto sette socialisti democratici all’Assemblea dello Stato di New York (tra cui Zohran Mamdani). In tutto il paese, le sezioni locali hanno sviluppato i propri programmi elettorali, hanno approvato misure referendarie ed eleggono i propri membri alle cariche locali.

    Questo periodo ha visto anche un’ondata storica di scioperi degli insegnanti, innescata dallo sciopero selvaggio illegale del 2018 in West Virginia. Gli insegnanti in Oklahoma e Arizona hanno scioperato nel 2018, e gli insegnanti in Virginia, Denver, Los Angeles, Oakland e Chicago hanno fatto lo stesso nel 2019, ispirando altre azioni sindacali #RedForEd in tutto il paese. I membri del DSA e i sostenitori di Bernie Sanders sono stati molti di coloro che hanno organizzato e guidato questi scioperi. Proprio come per le nuove vittorie elettorali, non ci siamo limitati ad applaudire da bordo campo; siamo stati protagonisti sul campo, sia come attivisti di base che come sostenitori attivi delle campagne di solidarietà coordinate dal DSA.

    La convention DSA del 2019 si è concentrata su due questioni fondamentali:

    1. La DSA dovrebbe essere una rete decentralizzata di sezioni locali oppure è utile avere un’organizzazione nazionale forte e unita?

    2. Il DSA dovrebbe concentrarsi sulle persone già radicali e “più emarginate” oppure dovrebbe concentrarsi sull’intera classe operaia e su coloro che hanno un peso strategico al suo interno?

    A questo punto, si erano formati almeno sette caucus nazionali, rappresentanti vari elementi dello spettro della sinistra anticapitalista. Alla fine, l’approccio più orizzontale e il progetto di prefigurare un modello di società d’ora in poi non hanno prevalso, ma molti di questi complessi dibattiti persistono ancora oggi.

    La maggior parte dei membri coinvolti nella nuova fase del DSA aveva partecipato solo alle proprie sezioni locali, mai all’organizzazione nazionale, fino a quando non abbiamo discusso del sostegno alla campagna presidenziale di Bernie Sanders per il 2020. Nonostante il suo ruolo cruciale nella rinascita del DSA, una minoranza significativa di membri (per lo più provenienti dalle ali di sinistra o anarchiche del DSA) si è rifiutata di impegnarsi immediatamente. Alcuni oppositori hanno citato questioni procedurali , altri13 hanno espresso apertamente scetticismo nei confronti di Bernie14  e  della politica “riformista” dei suoi sostenitori, o persino sulle campagne elettorali in generale. Ma in un sondaggio online, il 76% dei membri del DSA ha infine sostenuto il lancio di una campagna “DSA per Bernie” .15

    Le parole non riescono a descrivere l’euforia psichedelica che abbiamo provato quando Bernie ha vinto le primarie in Nevada nel febbraio 2020, e la disperazione e lo sconforto che sono seguiti una settimana dopo, quando ha perso in South Carolina e poi nella maggior parte degli stati durante il Super Tuesday. Molti di noi avevano riposto le fondamenta della propria esistenza e tutte le proprie speranze per il futuro nella sua campagna. Tutto ciò in cui avevamo investito anima e corpo è crollato molto rapidamente. Allo stesso tempo, la vita pubblica ha iniziato a bloccarsi a causa della pandemia di Covid-19. Milioni di persone sono state licenziate praticamente da un giorno all’altro. Le riunioni del DSA si sono trasformate in videoconferenze su Zoom. Improvvisamente, ci siamo ritrovati soli, scoraggiati e spaventati.

    Il periodo Covid (2020-2023)

    Non abbiamo avuto molto tempo per piangere la sconfitta di Bernie prima che una nuova ondata di proteste del movimento Black Lives Matter si diffondesse in tutto il Paese in risposta all’omicidio di George Floyd. Milioni di persone sono scese in piazza per diverse settimane, costituendo la più grande mobilitazione di massa nella storia degli Stati Uniti. Questo ha politicizzato e radicalizzato molti lavoratori. Ma in alcuni capitoli di DSA, ha anche scatenato intense discussioni su razza e razzismo, discussioni rese difficili e a volte caricaturali dall’isolamento e dalle interazioni esclusivamente virtuali della pandemia. Il cielo rosso dei devastanti e senza precedenti incendi del 2020, evidentemente causati dall’accelerazione del cambiamento climatico, ha accresciuto il nostro senso di sgomento e disorientamento sul futuro.

    Le adesioni alla DSA hanno continuato a crescere, raggiungendo il picco di 93.000 iscritti all’inizio del 2021, dopo una massiccia campagna di adesione. Questa crescita è stata difficile da stabilizzare perché slegata da un chiaro progetto organizzativo e da impegni politici concreti. Senza una figura nota che sollevasse le folle contro l’establishment e senza il terrore di Trump al potere, la DSA ha perso iscritti per quasi quattro anni.

    Poco dopo la convention del 2021, che si è tenuta esclusivamente online a causa del Covid, è scoppiata una battaglia interna quando il deputato Jamaal Bowman ha votato per aumentare i finanziamenti per l’Iron Dome di Israele.16 Poiché Bowman era un membro del DSA e il DSA aveva sostenuto la sua campagna, alcuni membri hanno avviato una petizione per farlo denunciare ed espellere. Aggiungendo benzina sul fuoco, il gruppo di lavoro BDS del DSA ha iniziato a fungere da organizzazione esterna indipendente che faceva lobbying sul DSA, portando il Comitato Politico Nazionale (NPC) a intraprendere azioni disciplinari nei suoi confronti. Sebbene l’NPC abbia rilasciato una dichiarazione criticando Bowman (e Alexandria Ocasio-Cortez, che si è astenuta), l’incidente ha scatenato dibattiti in corso su come rispondere quando i nostri rappresentanti eletti agiscono in modo non coerente con le nostre politiche o i nostri principi, come esprimere disaccordo all’interno del DSA e come gestire i gruppi interni che diventano autonomi.

    In contrasto a queste lotte interne, il Covid ha portato a una carenza di manodopera che ha incoraggiato la militanza dei lavoratori e un rinnovato interesse per la questione del lavoro all’interno della DSA. Nel 2020, la DSA e gli United Electrical Workers hanno fondato l’Emergency Workplace Organizing Committee (EWOC), un progetto volto a fornire risorse e formazione ai non attivisti che decidono di organizzarsi nei loro luoghi di lavoro. Nel 2021, la YDSA ha lanciato il Rank-and-File Pipeline Project per incoraggiare i giovani a lavorare in settori strategici. Decine di membri della DSA hanno trovato lavoro presso UPS per unirsi ai Teamsters e hanno guidato la lista militante guidata da Sean O’Brien contro la lista conservatrice ereditata da Hoffa. Gli attivisti di Starbucks e Amazon hanno vinto le loro prime elezioni sindacali, costituendo una grande vittoria sui giganti aziendali. La conferenza Labor Notes del 2022 è stata elettrizzante, alimentata dall’energia e dalla speranza di migliaia di giovani partecipanti per la prima volta. Nel 2023, attivisti militanti hanno assunto la leadership della United Auto Workers (UAW) con una vittoria a sorpresa, con Shawn Fain come presidente. I rappresentanti locali della DSA hanno inoltre sostenuto decine di scioperi locali. A livello nazionale, abbiamo guidato le campagne “Strike Ready” a sostegno degli scioperi programmati presso UPS e le tre principali case automobilistiche. Dopo lo storico Stand Up Strike, il presidente della UAW Shawn Fain ha invitato i sindacati a prepararsi per uno sciopero generale il 1° maggio 2028 .

    Ma questo periodo vide rapidamente delle battute d’arresto. La politica di assunzioni della YDSA terminò bruscamente dopo che una risoluzione fu bocciata per un solo voto a una convention. I membri della DSA si divisero profondamente sulla fazione dei Teamsters for a Democratic Union e sul suo cauto orientamento nei confronti della deludente direzione del Presidente O’Brien. Unite All Workers for Democracy, la combattiva fazione della UAW che aveva eletto il Presidente Fain, faticò a risolvere le sue profonde divergenze interne e fu infine sciolta nel 2025.

    Una svolta politica (2023-2024)

    Alla Convention Nazionale DSA del 2023, i delegati hanno eletto un NPC con una rappresentanza senza precedenti di tendenze “di sinistra” (di cui faccio parte, in quanto membro della fazione Bread and Roses) e, di conseguenza, le tendenze moderate da sole non hanno più la capacità di costituire una maggioranza di leadership. Ciò ha seriamente compromesso il normale funzionamento, in cui il direttore nazionale e gli altri direttori erano responsabili, controllando il flusso delle riunioni e il flusso delle informazioni. Molti di noi hanno criticato le politiche moderate dei direttori e il loro atteggiamento diffidente nei confronti degli attivisti. Tuttavia, abbiamo avuto voce sufficiente per raggiungere un maggiore livello di trasparenza e apertura all’interno dell’ufficio nazionale.

    Maria Svart si è dimessa dalla carica di direttrice nazionale nel gennaio 2024. All’epoca, l’NPC stava iniziando a registrare un significativo deficit di bilancio, che ha scatenato forti polemiche sui licenziamenti del personale e sulla questione di cosa i dipendenti dovessero aspettarsi quando il loro datore di lavoro è un’organizzazione socialista (rispecchiando dibattiti simili all’interno del movimento sindacale). Nel giro di un anno, 18 dei 30 dipendenti si erano dimessi o erano stati licenziati, compresi tutti i direttori che avevano prestato servizio sotto la guida di Svart, a dimostrazione della solidarietà tra direttori e dipendenti sindacalizzati nei confronti dell’NPC eletto. Questo rinnovamento ha portato con sé alcune disfunzioni, ma anche un notevole cambiamento culturale.

    Questo nuovo NPC ha anche rotto con le pratiche passate, decidendo di non sostenere incondizionatamente Alexandria Ocasio-Cortez nel giugno 2024. Molti membri della DSA erano sempre più sconvolti dal suo atteggiamento opportunista e dalla sua vicinanza all’apparato del Partito Democratico. Tuttavia, la sezione newyorkese della DSA era determinata a preservare il suo rapporto con AOC. Questo disaccordo ha creato una frattura tra la sezione e l’organizzazione nazionale (principalmente perché New York è dominata da correnti che ora sono minoritarie all’interno dell’NPC), il che ha portato la dirigenza di New York a interferire nei rapporti dell’organizzazione nazionale con Zohran Mamdani durante la sua campagna per la carica di sindaco, un anno dopo.

    Sebbene le divisioni politiche all’interno della DSA rimangano profonde, l’NPC è diventato un parlamento pluralistico e i cittadini sono consapevoli di questa dinamica e vi si adattano in modo sano. Costruire un blocco di maggioranza è alla portata di tutte le fazioni, il che incoraggia i tentativi di trovare un terreno comune e convincere gli altri del proprio punto di vista. Questo processo di negoziazione è essenziale perché rafforza la legittimità democratica della struttura e impedisce a entrambe le fazioni di agire in modo impulsivo e arrogante.

    Poi è arrivato il sovvertimento nella coscienza popolare riguardo alla Palestina in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. A livello nazionale, la DSA ha faticato a trovare il suo posto in un movimento di protesta il cui strato di attivisti era dominato da organizzazioni settarie di estrema sinistra e gruppi di solidarietà con la Palestina che criticavano la DSA per la sua associazione con politici come Bowman. Abbiamo avuto dibattiti difficili su come approcciare questi gruppi, come parlare pubblicamente di violenza politica e come trattare con i membri della DSA che detengono posizioni sioniste. Nonostante queste sfide, le sezioni locali sono state costantemente presenti nelle mobilitazioni contro il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele a Gaza. La YDSA è stata anche significativamente attiva negli accampamenti di protesta sorti nei campus universitari di tutto il paese, dove i nostri membri hanno combattuto ferocemente per difendere i principi democratici all’interno degli accampamenti.

    Secondo mandato di Trump (2024-presente)

    Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2024, i membri del DSA si sono impegnati in intensi dibattiti su come risolvere l’eterna contraddizione del “male minore” :17  Una presidenza Trump porterebbe certamente il terrore nel mondo, ma come potremmo tollerare Biden, l’autore di un genocidio e nemico della classe operaia? L’NPC ha finalmente concordato su una dichiarazione che si riduceva a: “Questa scelta fa schifo; iscrivetevi al DSA così un giorno potremo avere una buona opzione”.

    Quando Trump ha vinto, la frustrazione popolare e il malcontento nei confronti del Partito Democratico sono stati palpabili quasi immediatamente. E per la prima volta dal 2021, la DSA ha registrato una crescita netta positiva degli iscritti, che rimane forte ancora oggi. Dopo essere scesi a 64.000 iscritti nell’ottobre 2024, abbiamo recentemente superato gli 80.000. Da novembre, le nuove reclute hanno iniziato ad affluire alle riunioni delle sezioni locali a un livello mai visto dai tempi del Covid. Anche le loro inclinazioni politiche sono notevolmente diverse da quelle delle ondate precedenti: in media, sono entusiasti della prospettiva di un’alternativa al Partito Democratico.

    Mentre scriviamo, Zohran Mamdani ha appena vinto le primarie democratiche per la carica di sindaco di New York. Si dirà molto altrove sull’importanza di questo risultato per il nostro movimento, ma è innegabilmente un evento storico nella storia dei DSA.

    Al di là

    Per decenni, è stato innegabile che i Democratici fossero l’unica alternativa ai Repubblicani, ma oggi noi socialisti siamo costantemente in dialogo con la gente comune, stanca e affamata di novità. Non sorprende che l’ambizione di creare un nuovo partito per la classe operaia sia attualmente al centro dei dibattiti all’interno della DSA.

    Tuttavia, la classe operaia americana farà fatica a sfruttare le opportunità che si presentano; siamo sempre stati tragicamente disorganizzati. Decenni di “Paura Rossa” hanno estromesso comunisti e socialisti dal movimento operaio, e le associazioni di attivisti professionisti hanno sostituito organizzazioni politiche radicate. La maggior parte dei movimenti di protesta popolari trascura completamente di unire i lavoratori in una formazione capace di durare ed espandersi oltre le singole mobilitazioni.

    Ecco perché, nonostante tutte le nostre sfide e limitazioni, un DSA dinamico, democratico, pluralista e politicamente indipendente è così necessario per inaugurare la prossima era della storia della classe operaia. 

    Articolo pubblicato sul sito https://inprecor-br.org/

    Foto di copertina: Benny Sanders a Phoenix, Arizona, nel 2025. / Gage Skidmore CC BY-SA 3.0

    1. Il Partito Socialista d’America è esistito negli Stati Uniti dal 1901 al 1972. Nacque dalla fusione del Partito Socialdemocratico d’America, fondato nel 1898, e dei membri del Partito Socialista del Lavoro d’America (fondato nel 1876 come Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti e sciolto nel 1981), che avevano abbandonato l’organizzazione nel 1899. Si sciolse nel 1972, dividendosi in tre partiti distinti.
      ↩︎
    2. Perché Michael Harrington è importante”, Harold Meyerson, 31 luglio 2019, 
      Jacobin . 

      ↩︎
    3. Il momento Mamdani: nuove speranze e nuovi pericoli per la sinistra di New York”, BC Hamilton, 12 settembre 2025, 
      Inprecor n. 736, settembre 2025.
      ↩︎
    4. Come la DSA è passata dal sostenere Israele al boicottaggio dell’‘etnostato’ ebraico”, Abraham Riesman, 1° dicembre 2018, 
      The Daily Beast
       .
      ↩︎
    5. Cosa è successo al Partito Laburista?”, intervista con Mark Dudzic, 11 ottobre 2015, 
      Jacobin . 

      ↩︎
    6. Una storia dei socialisti democratici d’America 1971-2017 – Portare il socialismo dai margini al mainstream”, Joseph M. Schwartz, Comitato politico nazionale della DSA, luglio 2017, sito web della DSA. 
      ↩︎
    7. Non studiare l’azione collettiva da solo: dieci anni di Jacobin”, Chris Maisano, 26 settembre 2020, 
      Jacobin . 

      ↩︎
    8. Socialist Alternative è stata fondata come Labor Militant nel 1986, quando i membri del Committee for a Workers’ International ne hanno fondato una sezione negli Stati Uniti. Kshama Sawant ha lasciato il partito nel 2024 e ha fondato il suo partito, Revolutionary Workers.
      ↩︎
    9. L’ISO, inizialmente creata come sezione della Tendenza Socialista Internazionale, ruppe con essa nel 2001. Si sciolse nel 2019 dopo diversi anni di crisi, dovuti in particolare alla disastrosa gestione di uno stupro commesso da un leader dell’organizzazione.
      ↩︎
    10. L’Ordine Esecutivo 13769, intitolato “Proteggere la nazione dall’ingresso di terroristi stranieri negli Stati Uniti”, è un ordine esecutivo firmato il 27 gennaio 2017 dall’allora presidente Donald Trump, che sospende il Programma di Ammissione dei Rifugiati degli Stati Uniti (USRAP) e l’ingresso di cittadini provenienti da Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. È stato revocato da Joe Biden il 20 gennaio 2021.
      ↩︎
    11. Resistance è un movimento politico progressista e senza distinzioni di classe che si oppone alla presidenza Trump
      ↩︎
    12. Il Sunrise Movement è un’organizzazione politica che combatte il cambiamento climatico. Quando è stata lanciata nel 2017, il suo obiettivo era quello di eleggere sostenitori delle energie rinnovabili alle primarie del Partito Democratico e poi alle elezioni di medio termine del novembre 2018.
      ↩︎
    13. Dichiarazione del capitolo DSA SF sulla proposta di approvazione nazionale di Bernie Sanders da parte del DSA”, 5 marzo 2019, Democratic Socialists of America – San Francisco e 
      “Previsioni 2020: una risposta al rapporto del comitato esplorativo DSA di Bernie 2020”, 25 gennaio 2019, DSA Libertarian Socialist Caucus. 
      ↩︎
    14. Un dialogo: il DSA dovrebbe appoggiare Bernie Sanders prima della Convention?” (Dialogo: il DSA dovrebbe appoggiare Bernie Sanders prima della Convention?), 2 marzo 2019, Democratic Left, sito web del DSA. 
      ↩︎
    15. Risultati del sondaggio di Bernie e prossimi passi”, 19 marzo 2019, sito web della DSA . 
      ↩︎
    16. L’Iron Dome è un sistema di difesa aerea mobile israeliano, sviluppato da Rafael Advanced Defense Systems, progettato per intercettare razzi e proiettili a corto raggio. Nel maggio 2010, la Casa Bianca annunciò che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrebbe richiesto 205 milioni di dollari di finanziamenti al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la produzione e l’implementazione del sistema. Il 20 maggio 2010, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti approvò il finanziamento.
      ↩︎
    17. Nelle elezioni del 2024, i lavoratori meritano di più” (Alex Pellitteri, Carlos Callejo III, Kristin Schall e Laura Wadlin, 1 ottobre 2024, Socialist Call) ↩︎

    Leonardo De Angelis

    27 Ottobre 2025
    Internazionale, Uncategorized
  • Francia. I meandri della crisi politica

    Francia. I meandri della crisi politica

    Di  Léon Crémieux

    Giovedì scorso, il 16 ottobre, con la bocciatura della mozione di censura presentata da La France Insoumise – LFI (per 18 voti di scarto) contro il governo Lecornu, riconfermato dopo un primo tentativo senza successo, Macron è riuscito a insediare temporaneamente un nuovo governo le cui basi saranno ancora più deboli degli ultimi due (Michel Barnier e François Bayrou) che hanno gestito gli affari correnti dalle elezioni legislative del giugno 2024, durando, ognuno di loro, solo pochi mesi.

    Nelle ultime settimane, dall’8 settembre al 15 ottobre, un valzer di nomine e dimissioni di Sébastien Lecornu, fedelissimo di Macron, h alla fine portato alla formazione di un governo con il reale sostegno di nessun altro se non del presidente stesso. Anche i gruppi che fanno parte del “blocco di centro” (Renaissance, Horizon e Modem) stanno mettendo in evidenza le loro differenze con Macron e il suo governo di fine mandato.

    Edouard Philippe (Horizon), ex primo ministro di Macron [maggio 2017-luglio 2020], chiede apertamente e insistentemente le dimissioni di Macron e elezioni presidenziali anticipate. Gabriel Attal (Renaissance), anch’egli ex primo ministro di Macron [gennaio-settembre 2024], non perde occasione per sottolineare la sua distanza dal Presidente. Infine, i repubblicani – LR, che avevano sostenuto i due governi precedenti, hanno deciso di non partecipare al governo formato dal macronista Lecornu, non volendo essere contaminati dalla radioattività di Macron e dei suoi ultimi fedelissimi.

    In breve, stiamo assistendo alla fine del regno di Macron e alla disintegrazione del macronismo, riflesso degli equilibri sociali del paese, del rifiuto massiccio delle sue politiche e dei suoi leader politici. Questo disconoscimento va di pari passo con un’esasperazione che prende di mira i super profitti delle grandi aziende e la ricchezza sempre più arrogante dei “super ricchi” (il 15 ottobre, in un solo giorno, grazie all’impennata delle azioni LVMH, Bernard Arnaud ha visto il suo patrimonio – il più grande di Francia e il settimo al mondo – aumentare di 16 miliardi di euro, raggiungendo i 164 miliardi di euro), e con la crescente affermazione della necessità di giustizia sociale e fiscale. Questa affermazione si è riflessa nelle mobilitazioni sociali delle ultime settimane, in particolare nelle giornate del 10 e del 18 settembre.

    Questo crescente isolamento, anche all’interno della maggioranza presidenziale, aveva portato Lecornu ad abbandonare l’idea di formare un governo il 6 ottobre, dopo aver perso il sostegno dei repubblicani di Bruno Retailleau. Il rischio maggiore era un fallimento totale che avrebbe portato allo scioglimento dell’Assemblea nazionale e a nuove elezioni legislative 16 mesi dopo le precedenti. La maggior parte dei sondaggi prevede, in questo caso, un massacro per i partiti politici del “campo presidenziale” (Renaissance, Horizon, Modem e UDI-Unione dei Democratici e degli Indipendenti), con la perdita di un terzo dei voti e della metà dei seggi (162 su 577 oggi). Qualunque sia la validità di questa previsione, oggi la maggioranza della popolazione esprime una critica verso il presidente, due terzi ne vorrebbero le dimissioni.

    Macron aveva riconfermato Lecornu il giorno delle sue dimissioni, il 6 ottobre, per formare un governo in grado di evitare lo scioglimento e approvare il bilancio 2026, adottando, a grandi linee, glistessi orientamenti di fondo dei due governi precedenti, ma senza essere immediatamente rovesciato. Dato l’equilibrio dei rapporti di forza in parlamento, l’unica via d’uscita era ottenere la benevolenza del Partito Socialista – PS, per evitare che una nuova mozione di censura ottenesse la maggioranza all’Assemblea Nazionale. La France Insoumise aveva comunque chiesto la censura di qualsiasi nuovo governo. Il PCF e i Verdi hanno fatto lo stesso, dopo due incontri con Lecornu che avevano dissipato ogni illusione su un cambio di rotta.

    Poiché anche il Rassemblement National aveva annunciato che avrebbe votato immediatamente per la censura, l’unica possibilità rimaneva quella di fare un gesto per ottenere l’approvazione del PS senza mettere in discussione la politica di austerità complessivamente orientata a favore del padronato e senza offendere troppo i gruppi politici del campo neoliberista. Inoltre, Lecornu, nella sua dichiarazione di politica generale, ha voluto anche lusingare la destra e l’estrema destra impegnandosi a inserire nella Costituzione le clausole dell’accordo di Bougival su Kanaky [del 12 luglio 2025] che mira a distruggere ogni processo di decolonizzazione e che è denunciato dal FLNKS (il Fronte di Liberazione Nazionale Canaco e Socialista).

    Al di là degli imperativi politici, c’è soprattutto una paura e una richiesta che provengono dalle fila dei datori di lavoro, dei grandi gruppi capitalisti. Il timore che il malcontento sociale porti a un’esplosione sociale, o quantomeno a una forte e prolungata mobilitazione come quella vissuta in Francia nel 1995 o nel 2023, una situazione che, data la debolezza dei partiti di centro e di destra, metterebbe quantomeno in discussione tutte le riforme liberali della “politica dell’offerta” attuate a vantaggio dei capitalisti dal 2012 e sotto la  presidenza di François Hollande.

    Avvertendo la debolezza politica del governo, il Medef (l’associazione padronale francese) aveva annunciato una grande manifestazione nazionale per il 13 ottobre, invitando tutti i dirigenti aziendali a recarsi a Parigi per opporsi esplicitamente a qualsiasi ulteriore pressione fiscale (in altre parole, al mantenimento dei loro privilegi fiscali), a qualsiasi politica che porti a mettere in discussione i circa 200 miliardi di aiuti e sgravi di bilancio concessi alle imprese, e a qualsiasi politica fiscale che colpisca i più ricchi e i loro patrimoni. Un esempio di questi privilegi fiscali è la legge Dutreil, che consente l’esenzione dalla maggior parte delle imposte di successione, dalla tassazione ordinaria su eredità, donazioni o successioni relative a azioni o quote di società industriali o “holding madre” . Questa esenzione di classe costa 4 miliardi all’anno.

    Macron è così riuscito a superare per il momento questa situazione di stallo. Il Partito Socialista ha deliberatamente indebolito il fronte politico che rifiutava Macron, la caotica ma reale marcia verso lo scontro sociale, aiutando così la maggioranza dei vertici sindacali (CFDT, CGC, CFDT e FO) a sfuggire allo slancio di mobilitazione iniziato a inizio settembre. Per fare ciò, Macron ha dovuto fare un’importante concessione simbolica: promettere una sospensione dell’estensione dell’età pensionabile e del periodo di contribuzione per la pensione completa. In breve, un blocco a 62 anni e 9 mesi come età pensionabile per la pensione completa (con la condizione di aver versato i contributi per almeno 170 trimestri), un blocco fino al 2027, ovvero fino alle prossime elezioni presidenziali.

    Senza questo blocco, ogni anno sarebbero necessari 3 mesi aggiuntivi (in termini di età e periodo di contribuzione) per avere accesso a una rendita piena. Dato che la questione previdenziale è al centro dello scontro sociale e politico dal 2023, la misura del blocco potrebbe apparire, almeno simbolicamente, come un significativo passo indietro. 300’000 persone potrebbero quindi teoricamente andare in pensione con tre mesi di anticipo nel 2026 e nel 2027. Questo potrebbe apparire come un incoraggiamento, un passo indietro per le politiche aziendali di fronte al movimento sociale, un passo indietro che ne richiederebbe altre. Ma il Partito Socialista ha preferito vendersi per un piatto di lenticchie, e Macron è riuscito a fare una “scommessa”, un piccolo sacrificio che potrebbe dargli la speranza di evitare una catastrofe immediata. Per ora, sta salvando ciò che conta, e in particolare la poca credibilità che gli è rimasta presso i gruppi capitalisti.

    La promessa di “sospensione” è solo un impegno orale di Lecornu, non recepito nel progetto di bilancio presentato all’Assemblea Nazionale, e dovrebbe concretizzarsi in un emendamento alla Legge sul finanziamento della previdenza sociale (LFSS), da discutere e votare a novembre/dicembre. Le promesse sono quindi vincolanti solo per chi ci crede. Ma soprattutto, l’intera struttura finanziaria dello stato e i progetti di bilancio della previdenza sociale prevedono risparmi per oltre 30 miliardi, principalmente a spese delle classi lavoratrici, dei dipendenti e dei pensionati.

    Un congelamento dell’importo delle pensioni, degli stipendi dei dipendenti pubblici e delle prestazioni sociali; così come un congelamento delle aliquote fiscali [progressione a freddo], che comporta automaticamente un aumento delle imposte; aumento delle imposte per milioni di pensionati, che colpisce quasi 2 milioni di famiglie, limitazione del rimborso di alcuni farmaci e delle indennità di malattia; tagli al bilancio pubblico e soppressione di 3.000 posti di lavoro nella pubblica amministrazione, ma nessun passo significativo verso investimenti massicci nella transizione ecologica, con il Fondo Verde dimezzato a 600 milioni di euro per il finanziamento degli enti locali a progetti concreti per combattere il cambiamento climatico e sviluppare le energie rinnovabili. Una cifra simbolo: il bilancio per l’esercito aumenta di 6,7 miliardi di euro, mentre il progetto di bilancio prevede 7,1 miliardi di euro di risparmi per la sanità.

    D’altro canto, non vengono messi in discussione i 91 miliardi di esenzione dai contributi previdenziali di cui beneficiano le aziende, e un’ulteriore riduzione di oltre 1 miliardo di imposte sulla produzione. Dal 2021, la riduzione di tutte queste imposte sulla produzione (CVAE e CFE) è stata di 10 miliardi all’anno.

    Quanto alla giustizia fiscale, la linea rossa di Lecornu è la stessa dei governi precedenti: non entra in discussione un modifica della imposizione delle società o quella dei redditi delle imprese. La tassa Zucman [dal nome dell’economista Gabriel Zucman], che vorrebbe introdurre un’imposta del 2% sul patrimonio, è unanimemente respinta dall’estrema destra, dalla destra e dai macronisti in quanto minerebbe le basi degli investimenti e metterebbe a repentaglio le imprese. Tuttavia, colpendo i 1’800 nuclei familiari più ricchi (con un patrimonio superiore a 100 milioni di euro), potrebbe fruttare, secondo Gabriel Zucman, 25 miliardi di euro all’anno. In pratica, ciò non avrebbe l’effetto di ridurre il patrimonio di questi individui molto privilegiati, ma di ridurre la crescita del loro patrimonio, il che è già un crimine per i difensori del sistema. Tra il 2003 e il 2023 , la ricchezza dei 500 maggiori imprenditori in Francia è aumentata di 9,3 volte, raggiungendo i 1’200 miliardi di euro nel 2021 (era di 124 miliardi di euro nel 2003). L’imposta costituirebbe quindi solo un piccolo correttivo a questo aumento di ricchezza a spese delle classi lavoratrici.

    Per Macron (e nemmeno per i repubblicani o il Rassemblement National) non entra nemmeno in considerazione l’idea di mettere in discussione i pilastri del capitalismo, i cosiddetti “beni professionali”.

    Nel tentativo di evitare i pericoli della mobilitazione sociale, il governo ha anche annunciato una nuova conferenza sociale su pensioni e lavoro, riprendendo la discussione su una transizione da un sistema pensionistico fondato sulla ripartizione a uno incentrato sulla capitalizzazione, ipotizzando la prospettiva di una gestione congiunta sindacal-manageriale, con, come in molti paesi, la porta aperta alla gestione da parte di gruppi bancari e assicurativi. Il problema è che, come all’inizio del 2025, quando Bayrou istituì un “tavolo” sulle pensioni, la maggior parte dei vertici sindacali (CFDT, CFTC, CGC e FO) sta cadendo in questa nuova trappola il cui unico scopo è dividere e rallentare le mobilitazioni frontali contro le politiche di austerità di questo governo e di questo fragile presidente.

    La posta in gioco si è quindi spostata negli ultimi giorni. Si tratterà di contrastare queste divisioni aperte e di lavorare per iniziative unitarie, mobilitazioni attorno alle rivendicazioni di giustizia sociale, di bilancio e fiscale, lungo assi già proposti nel programma del Nuovo Fronte Popolare (NFP). La dirigenza del PS spera di sfruttare elettoralmente i residui del macronismo, presentandosi ancora una volta come un amministratore compatibile con il neoliberismo. Eppure, è stato proprio questo orientamento a far affondare il PS con la presidenza di François Hollande, e molti attivisti socialisti non lo hanno dimenticato. Molti dirigenti dei partiti di sinistra hanno tutta l’attenzione concentrata sulle scaramucce parlamentari o sulla preparazione delle elezioni comunali del 2026. Tuttavia, l’attenzione dovrebbe invece concentrarsi sull’organizzazione di una risposta sociale e politica unitaria alle politiche padronali.

    I bilanci saranno votati entro i prossimi due mesi. Settimana dopo settimana, emergeranno gli attacchi in essi contenuti, e la destra stessa sarà pronta a rafforzare le sue critiche sociali.

    Proprio come un anno fa, il Partito Socialista farà fatica a mantenere un atteggiamento benevolo nei confronti di un governo ancora più debole dei suoi due predecessori. Ciò rende ancora più importante che il movimento sociale trovi la forza per smantellare questa coalizione reazionaria.

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    21 Ottobre 2025
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  • LA GRECIA APPROFONDISCE LE POLITICHE DI AUSTERITA’

    LA GRECIA APPROFONDISCE LE POLITICHE DI AUSTERITA’

    Parte la giornata lavorativa di 13 ore

    Di Nando Simeone

    Il Parlamento Greco ha dato il via libera alla legge che introduce, per la prima volta in Europa, la possibilità di giornate lavorative fino a 13 ore. Il provvedimento, promosso dal governo conservatore di “Nea Dimokratia” guidato da Kyriakos Mitsotakis, è stato approvato dopo due giorni di acceso dibattito e scontri con le opposizioni, che accusano la maggioranza di voler smantellare i diritti dei lavoratori è avvenuta in un clima di forte tensione, segnato da proteste di piazza e da due scioperi generali indetti dai sindacati.

    I deputati del partito Syriza (sinistra) hanno rifiutato di partecipare al voto, denunciando quella che definiscono una “mostruosità legislativa, una deregolamentazione del lavoro che minaccia diritti fondamentali”.

    Per due volte, il 1° e il 14° ottobre, la Grecia era stata paralizzata da scioperi generali contro la riforma.

    Secondo la nuova normativa, i lavoratori possono, su base volontaria, estendere la propria giornata fino a 13 ore, ma per un massimo di 37 giorni all’anno. La misura prevede un incremento salariale del 40% e fissa un limite massimo di 48 ore settimanali in media su quattro mesi, con un tetto di 150 ore di straordinario. “Non si tratta di una settimana lavorativa di 13 ore” – ha spiegato la ministra del Lavoro Niki Kerameus – obiettivo è offrire ai dipendenti la possibilità di svolgere lavoro aggiuntivo per lo stesso datore di lavoro, senza dover cambiare impiego e ricevendo un compenso più alto. In pratica, si tratta di pochi giorni al mese, non di un cambiamento strutturale”.

    Il governo difende la legge come un’opportunità per chi desidera lavorare di più, riducendo gli spostamenti tra diversi impieghi e garantendo un salario più alto. “Ci sono lavoratori che chiedono di poter lavorare di più – ha aggiunto Kerameus – noi offriamo questa possibilità senza imporre nulla”.

    Con l’approvazione di questa legge, la Grecia diventa il primo Paese dell’UE a introdurre la possibilità di giornate lavorative extra-lunghe. Una normativa che non è stata scongiurata nemmeno da due scioperi generali e da un mondo sindacale che ha spesso bollato la legge come “il ritorno della schiavitù”. E che si regge su un paradosso: a oggi la giornata lavorativa degli occupati greci è tra le più lunghe dell’intera Ue, mentre i salari sono spesso rimasti fermi ai livelli pre-crisi.1

    La decisione del governo greco sembra oggi un’enormità, ma si inserisce in un contesto di politiche europee che vanno nella stessa direzione.

    Come non viene ricordato a sufficienza, dieci anni fa la Grecia fu la cavia delle peggiori sperimentazioni delle politiche di austerità, in obbedienza ai famigerati “Memorandum” imposti, al governo di sinistra di Tsipras, dalla “Troika”. Figura centrale era Mario Draghi, allora presidente della Bce, mentre la guida effettiva delle politiche finanziarie era il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble.

    Quel cedimento segnò la fine dell’ascesa di Syriza in Grecia, ma anche la perdita del principale riferimento europeo del progetto alternativo alle politiche neoliberiste, in cui tanti avevano creduto.

    Oggi la Grecia assume nuovamente quel ruolo di laboratorio di sperimentazioni antisociali feroci, questa volta sotto il governo di destra guidato da Mitsotakis.

    È chiaro che tredici ore di lavoro al giorno sono un attentato alla salute e alla vita dei lavoratori, e che il fatto che possano essere approvate per legge a circa duecento anni dall’inizio della lotta contro le dodici ore di lavoro giornaliere, ci conferma a che punto sia disposto a regredire il sistema capitalista liberista, pur di mantenere inalterati i profitti.

    Secondo Eurostat, il 20% dei greci lavora già più di 45 ore a settimana (ben oltre la media europea), ma gli stipendi rimangono tra i più bassi e il potere di acquisto dei greci è il peggiore dell’Unione, dopo quello della Bulgaria.

    Bayrou, uno dei tanti capi di governo dimissionari di Macron, pochi mesi fa aveva proposto di abolire in Francia due festività e trasformarle in giornate lavorative. In Germania il cancelliere Merz annuncia la necessità di aumentare l’orario di lavoro nel paese ove i metalmeccanici avevano conquistato le 35 ore. Victor Orban in Ungheria si è mosso prima, con una legge che imponeva 400 ore di straordinario obbligatorie all’anno senza la certezza della retribuzione. Anche questa è stata definita legge schiavitù, ma la Corte Costituzionale ungherese nel 2021 l’ha bocciata.

    Già nel 2003, il governo Berlusconi, con la legge 66, aveva autorizzato fino a 250 ore di straordinario all’anno, limite che è tuttora pienamente in vigore in Italia. Ma soprattutto nello stesso anno è stata la Commissione Europea rendere perfettamente legali in tutta l’Unione le 13 ore di lavoro al giorno. Con la Direttiva 88 del 2003 l’Unione Europea ha stabilito che l’orario settimanale MEDIO-MASSIMO sia di 48 ore alla settimana, con quattro settimane di ferie obbligatorie, il che vuol dire un orario massimo annuale di di 2304 ore, superiore all’orario effettivo di qualsiasi altro Paese europeo.

    La Ue quindi con una finta regolazione apparente degli orari, ha in realtà aperto la via ad elevarli. Le 13 ore nascono allora.2

    Cresce l’orario settimanale di lavoro e si innalza l’età della pensione, cioè aumenta il tempo di lavoro nella vita. Anche questa è una tendenza generale e l’Italia oggi è tra i paesi che hanno fatto di peggio.

    E’ l’Istat che pubblica i dati sull’economia non osservata. Nel 2023, rispetto all’anno precedente l’economia non osservata passa a + 15,1 miliardi, pari al 7,5 per cento in più; l’economia sommersa (quella al netto delle attività illegali) arriva a 198 miliardi di euro, in crescita di 14,9 miliardi rispetto all’anno precedente, mentre le attività illegali sfiorano i 20 miliardi; le lavoratrici e i lavoratori irregolari sono 3 milioni 132 mila, in crescita di oltre 145 mila unità rispetto al 2022.

    Mentre il governo ha varato la legge di bilancio, l’Istat racconta come la propensione ad evadere le tasse dichiarando meno di quanto si fattura è aumentata. “Rispetto all’anno precedente, il valore aggiunto dovuto alla sotto-dichiarazione ha registrato un incremento del 6,6% (pari a +6,7 miliardi di euro).

    Va ancora peggio per quanto riguarda il lavoro sommerso, l’Istituto nazionale di statica registra che il valore aggiunto “generato da lavoro irregolare ha segnato una crescita dell’11,3% (corrispondenti a +7,8 miliardi)”. Anche da noi come in Grecia c’è il governo reazionario dell’austerità!3

    Per salvarsi Macron ha sospeso l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, in Italia stiamo per avere un nuovo scatto che ci avvicina ai 68 anni, mentre già si intravvedono i 70.

    Le 13 ore decise dal governo greco dunque non arrivano come un fulmine a ciel sereno, ma rappresentano la parte estrema e brutale di una tendenza del capitalismo neo liberale che grazie, al trucco della flessibilità, sta riportando l’orario di lavoro a condizioni ottocentesche. Le politiche combinate di austerità e di massima riduzione del costo del lavoro hanno raggiunto i loro estremi più devastanti per la condizione dei lavoratori e per la società stessa. Le giornate lavorative di tredici ore e le pensioni irraggiungibili ne rappresentano l’ultimo prodotto, ma altri effetti negativi si manifesteranno se queste politiche non verranno rovesciate.

    Riprendiamo la lotta e le mobilitazioni sociali, il nostro giorno verrà!

    1. La Grecia approva la giornata lavorativa di 13 ore: è il primo Paese in Europa, EUROPATODAY 16 ottobre
      ↩︎
    2. Tredici ore di lavoro al giorno e la Grecia torna cavia d’Europa. Ma andiamo tutti dalla stessa parte dI Giorgio Cremaschi il fatto Quotidiano 17 ottobre.
      ↩︎
    3. Istat, aumentano sommerso e lavoro illegale Newsletter Collettiva Cgil Le notizie del giorno, 18 ottobre ↩︎

    Leonardo De Angelis

    20 Ottobre 2025
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  • Gaza.Trump alla Knesset e a Sharm el-Sheikh

    Gaza.Trump alla Knesset e a Sharm el-Sheikh

    Di Gilbert Achcar

    Se le scene di celebrazione di Donald Trump alla Knesset israeliana e a Sharm el-Sheikh fossero state destinate a un film o a uno spettacolo teatrale, sarebbero senza dubbio state classificate tra le peggiori messe in scena della storia. Questi due spettacoli hanno dato vita a un festival di adulazione senza precedenti per un presidente americano o per qualsiasi leader eletto con elezioni libere. Ricordano piuttosto l’adulazione riservata ai despoti nei loro paesi o nei loro imperi, come quella riservata al leader nordcoreano nel suo paese o il culto della personalità che circondava Stalin nelle repubbliche e negli Stati satellite dell’Unione Sovietica.

    Da questo punto di vista, tuttavia, l’ossequiosità mostrata alla Knesset era in realtà più sincera di quella del vertice di Sharm el-Sheikh. Come ha detto Benjamin Netanyahu al suo amico americano, è stato il risultato della «sacra alleanza tra le nostre due terre promesse», alludendo alle caratteristiche comuni degli Stati Uniti e di Israele come Stati nati dal colonialismo di insediamento e da una guerra genocida contro le popolazioni indigene. Il parallelo storico tra i due Stati è oggi completo. Inoltre, non c’è dubbio che Trump sia, tra tutti i presidenti americani, quello che è stato più favorevole allo Stato sionista, e non solo allo Stato stesso, ma anche al potere neofascista di Netanyahu, una caratterizzazione politica che si applica anche allo stesso Trump.

    Il presidente americano ha risposto all’adulazione del primo ministro israeliano lodandolo e sottolineando il suo contributo al piano di pace annunciato da Trump in sua presenza a Washington due settimane prima. L’impudenza di Trump è arrivata al punto di chiedere al presidente israeliano, seduto alla sua sinistra, di graziare Netanyahu per le accuse di corruzione che deve affrontare, respingendole con questa osservazione disinvolta: «Sigari e champagne, chi diavolo se ne frega? » Trump si riferiva alle accuse di corruzione contro Netanyahu (stimata a 260’000 dollari), che sono in effetti molto modesti rispetto ai regali sontuosi che lo stesso Trump ha ricevuto dai governi stranieri, in particolare dalle monarchie del Golfo, nell’ambito di una pratica mondiale di corruzione su larga scala.

    Come aveva previsto un ex consigliere politico di Netanyahu in un’intervista citata da un corrispondente del Financial Times venerdì scorso: «Non c’è miglior direttore di campagna per Netanyahu di Trump. Il suo discorso [alla Knesset] segnerà l’inizio della campagna elettorale. » In effetti, Trump ha effettivamente inaugurato la campagna di rielezione di Netanyahu, in vista delle elezioni alla Knesset che si terranno tra non più di un anno. Alla fine, il maggiore beneficiario  del piano del presidente americano e della sua visita non è solo lo stesso Trump, che si è crogiolato nelle lusinghe di Netanyahu e del leader dell’opposizione israeliana, ma anche Netanyahu.

    Il piano di Trump è, infatti, il risultato di un accordo tra i due uomini, in risposta ai negoziati che si sono rapidamente arenati dopo lo scambio iniziale di prigionieri avvenuto a seguito della tregua dichiarata alla vigilia della seconda investitura di Trump, lo scorso gennaio. Trump ha chiesto a Hamas di liberare tutti i suoi ostaggi contemporaneamente, per impedirgli di usare la loro liberazione graduale come mezzo di negoziazione. Ha poi dato il via libera a Netanyahu per riprendere le operazioni militari e continuare la distruzione e l’occupazione da parte di Israele delle restanti zone residenziali di Gaza. Mentre l’azione militare israeliana era in pieno svolgimento, l’amministrazione Trump ha fatto pressione sui governi regionali affinché esercitassero a loro volta pressioni su Hamas, costringendo infine il movimento a liberare i suoi ultimi prigionieri, riducendo così in modo significativo la sua capacità di influenzare il futuro della Striscia di Gaza o della causa palestinese in generale.

    La liberazione degli ultimi prigionieri israeliani ha tolto un peso importante dalle spalle di Netanyahu, poiché era il principale tema di mobilitazione del movimento popolare contro di lui. Era stretto tra l’incudine dell’opposizione e il martello degli alleati ancora più a destra di lui. Ancora una volta, come all’inizio di quest’anno, Netanyahu ha usato la pressione americana come pretesto per accettare ciò a cui i suoi alleati si erano finora opposti. I due principali leader dell’estrema destra sionista hanno finito per partecipare alla sessione della Knesset e applaudire sia Trump che Netanyahu. Il primo ministro israeliano e i suoi alleati sanno bene che il piano di Trump è destinato al fallimento, mentre Hamas e tutte le altre fazioni palestinesi non hanno più alcun mezzo per impedire a Israele di invadere e occupare ulteriormente quelle parti della Palestina che deve ancora annettere ufficialmente (vedi “Palestina. Dopo l’accordo del secolo ecco l’accordo del millennio” 30 settembre 2025).

    Per quanto riguarda la cerimonia di Sharm el-Sheikh, più che una celebrazione della “grandezza” di Trump, è stata un riflesso dell’assurda ossequiosità con cui è stato trattato dai leader mondiali presenti. Per credere che le loro lusinghe fossero sincere, bisognerebbe dubitare delle loro capacità mentali, soprattutto se si considera l’umiliazione che Trump ha inflitto a molti di loro. Nessun presidente americano prima di Trump ha trattato la scena mondiale con tale disprezzo, eppure nessun altro è stato oggetto di tanta ossequiosità. Ciò dimostra che in questo periodo di decadenza politica, di legge della giungla e di ascesa del neofascismo, molti leader contemporanei sono disposti ad abbandonare la loro dignità e a sottomettersi a coloro che hanno più potere e ricchezza.

    Quanto al fiero popolo palestinese, ha dimostrato per un secolo il suo rifiuto di sottomettersi ai suoi oppressori, siano essi le autorità del mandato britannico o il governo sionista. I palestinesi non baceranno la mano di Donald Trump e non gli mostreranno “gratitudine”, qualunque cosa facciano coloro che pretendono di rappresentarli. Non si sottometteranno al cosiddetto Consiglio di pace presieduto da Trump, che comprende personalità come Tony Blair, partner di George W. Bush nell’occupazione dell’Iraq. Il popolo palestinese continuerà invece la sua lotta per il pieno riconoscimento dei propri diritti. Ora deve trarre insegnamento dalla Karitha (grande catastrofe) di oggi, come dalla Nakba di ieri, e trovare il modo di ritrovare lo slancio che lo ha caratterizzato durante le due gloriose Intifada popolari del 1936 e del 1988, momenti culminanti della sua lunga storia di resistenza.

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    16 Ottobre 2025
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  • Il collasso è inevitabile, la transizione violenta no

    Il collasso è inevitabile, la transizione violenta no

    Di Ilan Peppè

    Pubblichiamo in anteprima un estratto del nuovo libro dello storico israeliano Ilan Pappé, «La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina», in uscita oggi in Italia per Fazi Editore (288 pagine, 18,50 euro)

    Il passo da uno Stato in crisi alla sua fine può essere breve. Non prendo con leggerezza il processo che potrebbe portare alla fine di uno Stato di cui sono cittadino e in cui vivono milioni di persone. Gli Stati in realtà non finiscono come se niente fosse, e da questo punto di vista parlare di «fine» potrebbe essere esagerato; nella maggior parte dei casi gli Stati cambiano e a volte lo fanno in modo drastico. È di questo che si discute qui. Abbiamo esempi di Stati che non solo si sono disintegrati o sono collassati, ma sono proprio scomparsi: per esempio, la Iugoslavia e il Vietnam del Sud, per citare i due casi più noti della storia recente.

    La fine di uno Stato può anche significare la fine di un regime, e qui gli esempi abbondano: Sudafrica, Cile, Argentina, Iraq e così via. Dunque, un potenziale crollo di Israele potrebbe essere come la fine del Vietnam del Sud, con la cancellazione totale di uno Stato, oppure ricalcare la vicenda del Sudafrica, con la caduta di un particolare regime ideologico e la sua sostituzione con un altro.

    Sono del parere che nel caso di Israele si avranno elementi di entrambi gli scenari prima che molti di noi se ne avvedano o possano prepararsi per farvi fronte. Perché sollevare il problema adesso? Non sono l’unico a essersi posto il problema. Il periodo movimentato avviato con l’attacco di Hamas a Israele, il 7 ottobre 2023, ha sollevato seri dubbi sul futuro dello Stato ebraico.

    Alcuni dibattono sulla scorta della grande animosità che nutrono verso questo Stato e ciò che esso rappresenta; altri discutono preoccupati per il futuro di Israele. Ma nel 2023 si è fatta strada l’idea, tra gli amici tanto quanto tra i nemici, che l’esistenza di Israele non sia mai apparsa così precaria. I segnali di allarme precedono l’attacco devastante di Hamas del 7 ottobre, come dimostrato dall’implosione sociale all’interno della società israeliana emersa con l’elezione nel novembre 2022 del governo più di destra nella storia del paese. Molti si domandano se Israele sopravvivrà in futuro come uno Stato ebraico e tra gli esperti sono cominciate a circolare alcune ipotesi. Quando alcuni palestinesi e coloro che ne sostengono la lotta rispondono negativamente a questa domanda, è con la grande speranza che Israele finirà per davvero e sarà rimpiazzato da una Palestina libera. Quando invece sono gli israeliani a ipotizzare la fine del loro Stato, lo considerano uno scenario da incubo per sé e per gli ebrei di tutto il mondo.

    Queste due distinte risposte emotive a uno scenario altamente probabile tendono a ignorare le complessità e le complicazioni che ci attendono prima che si realizzi. Quando si auspica la fine dello Stato o se ne teme l’idea, bisognerebbe avere ben presente, alla luce dei precedenti storici, che questi processi sono sempre caratterizzati da una violenza estrema. E se così fosse, in Palestina sarebbero i palestinesi a pagare il prezzo più alto di un tale evento. Ma ciò non è inevitabile. Se ci si addentra in un’analisi più accurata di una simile traiettoria, emerge anche la possibilità di percorsi non-violenti o meno violenti verso un futuro migliore per tutti coloro che oggi vivono in Israele e in Palestina e per coloro che sono stati espulsi da questi territori a partire dal 1948.

    Sebbene io sostenga la visione di un unico Stato democratico per Israele e Palestina, il mio non vuole essere un appello perché si arrivi alla fine di Israele. Da storico, evidenzio che la fine di Israele sembra essere già cominciata. E la morte di uno Stato o il collasso di un’entità geopolitica creano un vuoto. Alla discussione sui motivi della fine dello Stato o sulle circostanze in cui avverrà farà dunque seguito un’analisi di chi e che cosa potrebbero e dovrebbero riempire il vuoto inevitabile. E, quanto prima il vuoto sarà riempito, tanto meno violento sarà il processo di disintegrazione, se la mia valutazione è corretta.

    ***

    Come molti dei miei amici palestinesi, anch’io mi riferisco alla fine di Israele come a un processo di decolonizzazione. In qualità di storico so bene dei casi del passato in cui la decolonizzazione è avvenuta attraverso trasformazioni violente e brutali. La storia, la migliore maestra che abbiamo, ci fornisce innumerevoli esempi in cui le lotte per la decolonizzazione e la liberazione sono sfociate nella creazione di nuovi sistemi di ingiustizia, per usare un eufemismo.

    Realisticamente, sarebbe ingenuo immaginare una fine del progetto sionista o dello Stato di Israele come una felice e rapida trasformazione da un luogo di occupazione, oppressione e, da ultimo, di genocidio in un paese dove le libertà sono garantite a tutti e dove viene ristabilita la giustizia per chi in passato abbia subito dei torti. Ma è importante aspirare e adoperarsi per giungere a una transizione che sia la più pacifica possibile, si dimostri costruttiva e prefiguri un futuro migliore per quante più persone possibile. Una transizione che vada innanzitutto a beneficio delle vittime dell’oppressione e degli spargimenti di sangue, ma anche di coloro che temono che perdere la propria posizione di privilegio e superiorità li trasformerà in vittime, da agiati oppressori quali sono attualmente.

    Il progetto sionista si sta sbriciolando e con esso lo Stato di Israele come uno Stato ebraico. E questa idea non è una pia illusione né lo scenario a cui si potrebbe arrivare nel peggiore dei casi. È qualcosa di inevitabile, non perché io stia adottando una prospettiva determinista sulla storia o perché possieda una sfera di cristallo, ma perché è una situazione già in essere, anche se non se ne parla. Le fondamenta dell’Israele sionista hanno crepe così grosse che nessuna opera di manutenzione potrà ripararle. Non si tratta di stabilire se l’edificio crollerà, ma quando ciò avverrà.

    ***

    Il collasso di Israele non è una posizione politica, qualcosa che si possa accettare oppure rifiutare. È un processo oggettivo che è già cominciato. La sua probabilità dovrebbe essere discussa come argomento principale nella conversazione a lungo termine sul futuro di Israele e della Palestina, anziché concentrarsi – come facciamo noi – sul futuro dei palestinesi. La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere. Il tentativo secolare dell’Occidente, Regno Unito in testa, di imporre uno Stato ebraico su un paese arabo sembra essere arrivato alla fine. È riuscito a creare una società organica di milioni di colonizzatori, molti dei quali ormai di seconda e terza generazione, ma la cui sorte dipende ancora, come quando sono arrivati, dalla capacità di imporre con la forza violenta la loro volontà su milioni di palestinesi indigeni che non hanno mai rinunciato al proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà sulla propria terra natia. La loro unica speranza per il futuro sarà data da una disponibilità a vivere da cittadini con pari diritti in una Palestina liberata e decolonizzata. Sono convinto che molti lo faranno.

    Articolo pubblicato sul sito: https://ilmanifesto.it/

    Leonardo De Angelis

    7 Ottobre 2025
    Internazionale, Palestina, Uncategorized
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