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  • “PRESS vessel” to GAZA – in Flotilla

    “PRESS vessel” to GAZA – in Flotilla

    Di Claudio Locatelli

    La Stampa internazionale non ha accesso autonomo a Gaza, Israele impedisce di verificare e documentare.                                                                                                     

    Oltre 200 giornalisti locali, palestinesi, sono stati uccisi nel tentativo di colmare la mancanza d’informazione, sacrificando di fatto la loro vita. Se sappiamo qualcosa è grazie a loro.

    Gaza è sotto assedio militare!

    Ho deciso di creare e comandare una barca con un capitano, la prima barca stampa, il VASCELLO PRESS, navigando fino alla Striscia di Gaza, per tentare di rompere anche l’assedio dell’informazione 

    Composta integralmente da giornalisti, fotografi e videomaker

    Unendoci alla straordinaria Global Sumud Flotilla con questa nostra identità forte e necessaria.

    La più grande flotta civile e pacifica di barche e persone della storia che tenterà di rompere l’assedio militare. Faremo la nostra parte, INSIEME a voi tutti/e! 

    VUOI AIUTARE, farne parte?                                                                        

    Carburante, imbarcazione, provviste, attrezzatura ecc sono ciò che serve                 

    1. COPRI una parte, DONA qui!                                                                                    

    SCRIVI un messaggio dedicato insieme alla donazione, un pensiero su questa idea e sforzo – serviranno, e alcuni li pubblicheremo o leggeremo in diretta (se riusciamo tutti!) 

    Da una certa cifra – che puoi raccogliere anche tra amici – avrete diritto a chiamate con me, incontri e altro 

    1B. ABBONATI con 2€ a INSTAGRAM e YOUTUBE così potrai seguire e tale abbonamento contribuirà Instagram: https://www.instagram.com/claudio.locatelli_frontstory/                       Youtube: https://www.youtube.com/@FrontStory_Claudio_Locatelli

    2. DIFFONDI attivamente, i post, i video, gli scritti che pubblicheremo – anche spiegando perché hai donato e perché inviti altri a farlo (ad esempio)

    3. ORGANIZZA un momento per raccogliere fondi, donarli ed informare (una pizzata tra amici, un aperitivo, un concerto, una conferenza – ci potremmo collegare dalla barca – ecc)

    SEI INVITATO/A alla PARTENZA, leggi più sotto!

    Inoltre RACCOGLIEREMO cellulari in ottime condizioni da portare ai colleghi Gazawi per continuare il loro lavoro – segue informazione via social 

    Il NOME dell’imbarcazione?   “VIK TEKOSER” in onore del giornalista e attivista VITTORIO ARRIGONI e del combattente rivoluzionario LORENZO ORSETTI

    PARTENZA in base al vento e mare: intorno al 4 settembre – dalla TOSCANA, dal PORTO di …., vi aggiorniamo via social per questo, per permettervi di venire a salutare la partenza 

    Metteremo vita, tempo e impegno ma senza voi non sarà possibile                               

    ORA TOCCA A VOI! Diamoci sotto 

    Leonardo De Angelis

    3 Settembre 2025
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  • Tel Aviv e Washington vincono all’Onu. Unifil lascia il Libano del sud nel 2027

    Tel Aviv e Washington vincono all’Onu. Unifil lascia il Libano del sud nel 2027

    Di Assopace Palestina

    ASIA OCCIDENTALE I 15 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato all’unanimità per la fine della missione entro il 31 dicembre 2026. Il governo Netanyahu applaude

    I media israeliani ieri hanno esaltato il massiccio attacco aereo che avrebbe colpito Sanaa e altre località yemenite, uccidendo leader e dirigenti di primo piano del movimento Ansarullah (Houthi). Il ministro della Difesa Katz ha persino paragonato il raid alle bibliche piaghe d’Egitto. Ma Israele ieri ha conquistato un’altra vittoria, stavolta sul piano diplomatico, preparata da anni. L’Onu ha ceduto alle pressioni di Tel Aviv: i caschi blu dell’Unifil lasceranno il Libano nel 2027. Dal 31 dicembre 2026 il contingente internazionale dovrà ritirare dal paese dei cedri i suoi 10.800 militari e civili – tra cui un numero significativo di italiani – insieme a tutte le attrezzature delle Nazioni unite.

    Dopo quasi cinquant’anni, tutti e 15 i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite hanno votato all’unanimità per porre fine alla forza di interposizione al confine tra Libano e Israele. Dal 2027, la responsabilità del territorio meridionale passerà totalmente all’esercito libanese che – sognano a Tel Aviv – dovrà disarmare il movimento sciita Hezbollah, un compito che Israele avrebbe voluto affidare proprio all’Unifil.

    Fino a un anno fa, gli sforzi israeliani non avevano ottenuto risultati, malgrado il forte intervento degli Stati uniti sulle Nazioni unite. Poi, in conseguenza dei profondi sconvolgimenti in Libano, nella regione e a livello internazionale – a partire dalla guerra devastante a Gaza per finire alle altre offensive militari innescate dopo il 7 ottobre 2023 – si sono create le condizioni favorevoli ai disegni di Israele e Stati uniti. La più importante è stata la decisione del governo di Beirut e della presidenza libanese, su forte pressione di Washington, di disarmare Hezbollah entro la fine dell’anno. Naim Qassem, leader del gruppo sciita, ha replicato che le armi di Hezbollah non si toccano, almeno fino a quando Israele occuperà il territorio libanese.

    Il governo Netanyahu e l’Amministrazione Trump avrebbero voluto chiudere l’Unifil subito; alla fine hanno accettato il compromesso promosso da Parigi: un’ultima proroga di 16 mesi della missione. Entusiasta, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha commentato: «Dopo quasi vent’anni dall’ampliamento del suo mandato, è tempo di smantellare l’illusione rappresentata dall’Unifil».

    La realtà, però, è ben diversa. L’Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon), creata per supervisionare il ritiro israeliano dal Libano meridionale dopo l’invasione del 1978, vide rinnovare e ampliare i suoi compiti nel 2006, al termine della «prima guerra» tra Israele e Hezbollah. Da allora ha svolto un ruolo cruciale nel monitoraggio della sicurezza nel Libano meridionale, anche durante i massicci bombardamenti israeliani dello scorso anno e gli scontri tra l’esercito dello Stato ebraico e i combattenti sciiti. Israele, al contrario, l’ha sempre considerata inutile, anzi dannosa, perché non impegnata a dare la caccia ai combattenti di Hezbollah e a confiscare le loro armi, come avrebbe voluto.

    Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha accolto il voto all’Onu ribadendo la richiesta che «Israele si ritiri dai cinque siti che continua a occupare» nel sud del paese e sottolineando la necessità di estendere l’autorità dello Stato libanese su tutto il territorio. Salam cerca così di trasformare la fine dell’Unifil in una rivendicazione di sovranità nazionale, ma l’uscita dei caschi blu lascia un vuoto che il debole esercito libanese difficilmente potrà colmare. Vuoto che Israele probabilmente cercherà di riempire con le proprie forze militari, se non addirittura con coloni: il movimento «Uri Tsafon» propone di costruire insediamenti ebraici anche nel Libano del sud. In ogni caso, Israele agirà in Libano in un contesto in cui non dovrà più confrontarsi con la presenza internazionale al confine.

    Il voto all’Onu riguarda da vicino l’Italia, presente in Unifil dal 1979 e, dopo la guerra del 2006, con un contributo sempre più significativo. L’Italia è uno dei principali fornitori di truppe, con circa 1.000 militari impiegati soprattutto nel settore ovest del Libano meridionale. Diversi generali italiani hanno assunto nel tempo il comando dei caschi blu (tra gli altri Claudio Graziano, Paolo Serra, Luciano Portolano). Con la Francia, Roma si è sempre opposta allo scioglimento rapido della forza multinazionale, sostenendo che prima l’esercito libanese deve essere pronto a prendere il controllo della «Linea Blu», il confine tra Libano e Israele tracciato dall’Onu. Ora, il governo Meloni non ha mostrato né la forza né la volontà di opporsi ai voleri di Israele e Stati uniti.

    Articolo pubblicato dal manifesto

    Leonardo De Angelis

    29 Agosto 2025
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  • Pifano: Quando l’Autonomia cercò di salvare Aldo Moro

    Pifano: Quando l’Autonomia cercò di salvare Aldo Moro

    Di Luciano Conte (*)

    Daniele Pifano, tu, nativo di Cerzeto (provincia di Cosenza), sei stato uno degli esponenti dell’Autonomia Operaia, protagonista di quell’epoca di contestazione, che ricorda gli anni del terrorismo. Nessuno meglio di te può raccontare senza freni le idealità di quella stagione.

    Nella tua domanda c’è già una deformazione storica, nel senso che quelli non sono gli anni del terrorismo. Sono gli anni in cui lo stato ha preferito scegliere il terrorismo con alcune frange della sinistra rivoluzionaria infilate in una situazione estrema. Erano lotte di gran di masse di lavoratori, di studenti e disoccupati che chiedevano di cambiare la società.

    Nasce tutto dal sessantotto?

    Certamente. Quando sono arrivato a Roma eravamo all’oscuro di tutto e nessuno di noi aveva una formazione culturale e politica. Ero iscritto a Medicina quando ho incominciato a frequentare l’ospedale, prima il Policlinico poi il Fatebenefratelli, dove ho lavorato come volontario in sala operatoria. Notavo una cosa strabiliante: una gestione cosi classista con i malati che scoppiavano dentro i cessi, mentre esistevano le camere a pagamento.

    Che ruolo ebbe l’Autonomia?

    Anche quello della rivolta contro il Partito Comunista che non rispettava più i bisogni, non incarnava più i desiderata dei lavoratori, ma guardava al compromesso storico. Questo è il dramma che abbiamo vissuto, per cui più che di terrorismo bisogna parlare di protesta e di cambiamento sociale, fatto abortire volutamente dai partiti della sinistra ufficiale.

    Nessun legame con le BR?

    Quando mi avvicinai alla politica all’interno del Collettivo di medicina ci rendemmo conto che le rivolte giovanili erano gestite in maniera anomala dai gruppi della sinistra extraparlamentare (Avanguardia operaia, Potere operaio, Viva il comunismo e Lotta Continua). Ma i gruppi della sinistra extraparlamentare non rappresentavano le istanze di base degli studenti e dei lavoratori. Noi avevamo come modello il Cub (Comitato unitario di base) dei ferrovieri di Roma Termini che avevano iniziato una vertenza molto radicale sul trattamento nel posto di lavoro e sugli stipendi in contrasto con il Sindacato. Così demmo vita a una federazione di questi Cub. Era una rivolta sociale che non trovava spazio né nei partiti, né nei gruppi organizzati. Da qui nasce l’Autonomia operaia, che includeva, il Collettivo degli studenti e dei lavoratori del Policlinico, il Comitato politico dell’Enel, il gruppo di Fiat Grottarossa, il cub dei ferrovieri. Si chiamava Via dei Volsci solo perché era la via in cui avevamo trovato la sede.

    Una cosa diversa, quindi, dal terrorismo brigatista.

    Quando intendi brigatismo sei legato all’immagine che viene data dai media. Devi invece tener presente che, quando nacquero, le Brigate Rosse non incarnavano una strategia di annientamento nei confronti del potere, ma di propaganda armata contro il sistema. Il restringimento degli spazi di democrazia e il soffocamento delle lotte di massa hanno portato a radicalizzazioni sempre più ossessive nei confronti delle strutture del potere e del controllo, per cui la lotta armata clandestina era, secondo loro, l’unica risposta possibile alle stragi di Stato. Cosa diversa, invece, Autonomia Operaia: le nostre lotte all’interno del Policlinico erano per avere un sanità di base non elitaria Poi le strade si sono divise: quando lo Stato ha iniziato a reprimere, alcuni componenti di questo movimento hanno pensato che l’unica soluzione fosse la clandestinità: noi, invece, eravamo convinti che l’unica possibilità di cambiamento fosse una rivolta di classe e più di massa possibile. non come esercito armato che sconfiggesse l’esercito statale. Questa era l’Autonomia Operaia.

    Perché entri prepotentemente nell’affare Moro?

    Quando penso a Moro lo faccio con un certo rispetto umano. Veniva spesso al Policlinico per curarsi nella prima clinica medica del direttore Cassano. Quando facevamo le lotte per gli ambulatori gratuiti lo incontrai molte volte. Un giorno lo intervistai con il megafono durante una manifestazione Lui non parlava, sorrideva e ascoltava, tanto che io dissi: “L’on. è indisposto”. Non scappava né si sottraeva, nonostante i poliziotti cercassero di allontanarlo, perché voleva ascoltare e capire…. Quando viene sequestrato (16 marzo 1978) eravamo a processo per alcuni episodi di lotta al Policlinico e stavamo spesso a Piazzale Clodio. In una di queste udienze incontro il procuratore Claudio Vitalone, che conoscevamo come giudice politicizzato molto vicino a Giulio Andreotti. Si avvicinò dicendomi: “Pifano che possiamo fare per liberare Moro? Voi non siete per l’uccisione?”. “Certo risposi perché per noi nessun prigioniero deve essere ucciso, Moro, per noi, va liberato”. “Allora se siete d’accordo, cosa potete fare?” “Possiamo muoverci se esiste qualche iniziativa da parte dello Stato non per contattare le BR. con le quali non abbiamo nessun rapporto, ma per far pesare queste decisioni nelle assemblee.

    Sul rapimento avete dato un giudizio?

    Sul rapimento nessun giudizio. Abbiamo detto che per quel che riguardava l’esito della sorte dell’on. Moro la nostra opinione era che andava liberato. Vitalone mi invitò nel suo studio al Palazzo di Giustizia e mi disse che poteva parlare con il Procuratore generale di Roma, Pietro Pascalino, per vedere se fosse stato possibile liberare qualche detenuto, anche se non incluso nella lista dei tredici richiesti dalle BR per lo scambio con Moro. Vitalone si attivò per questo dandomi un numero segreto per i contatti. Negli incontri successivi Vitalone mi riferì che Il Procuratore generale voleva parlare con il Ministro di Grazia e Giustizia, che allora era l’on. Bonifacio, che si dichiarò disponibile a liberare una detenuta nel carcere di Torino, Paola Besuschio, anche se non in elenco, ma come atto di disponibilità.

    Qual era la posizione delle forze politiche?

    Tranne i Socialisti, tutti erano per non cedere al ricatto. Allora per noi una liberazione “motu proprio” da parte dello Stato poteva essere ri vendicata come richiesta da parte nostra e come messaggio alle BR per liberare Moro, senza aver mai avuto contatti diretti con i brigatisti. Nonostante questi tentativi, tutti falliti. Vitalone mi comunicò che non esisteva, né da parte di Andreotti, né da parte PCI, alcuna volontà i cedere alle richieste delle Br. Cosi decidemmo di fare una nostra autonoma proposta. Poiché in quei giorni avevano deciso di mettere i vetri divisori ai colloqui nel carcere dell’Asinara, dove c’erano parecchi detenuti anche brigatisti, facemmo nostra una richiesta al Ministro Bonifacio di togliere i divisori, un modo per dare un segnale positivo alle BR. Qualche giorno dopo incontrai Vitalone nella hall dell’hotel Hilton, ricordo il primo maggio, per avere una risposta. “Pifano, non c’è niente da fare”. Allora capii che volevano l’on. Maro morto. Non so se esistesse un contatto con gli Americani, ma essendo Moro l’artefice dell’apertura al PCI, non era possibile nessun cedimento. Vitalone, prostrato dopo tanti tentativi, disse “ho trovato un muro”. Successivamente, dopo il 9 maggio, quando fu fatta trovare la Renault rossa in Via Caetani, con il corpo di Moro, incontrai Vitalone e il dr Domenico Sica, nominato procuratore antimafia, in una udienza a Palazzo di Giustizia. Dissi a Sica, con la testimonianza di Vitalone, che la volontà di uccidere Moro non è stata delle BR in assoluto, ma è stata direttamente patrocinata e voluta dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista. E’ vero dr Vitalone? “Si, Pifano ha ragione”.

    Il rapporto con la Palestina ti è costato una condanna a cinque anni di reclusione.

    Mi sono trovato coinvolto con la Palestina, ma il problema palestinese non nasce in quel periodo o il7 ottobre, perché Israele, che viene considerato dai media e dai giornali l’unico stato democratico, è stato creato come avamposto dell’Occidente nel Medio Oriente per interessi religiosi e del capitalismo. Poiché facevamo raccolta di medicinali al Policlinico avevamo rapporti con la Resistenza palestinese. Ricevemmo da un esponente del Fronte la richiesta di portare ad Ortona un pacco perché avevano rotto il loro mezzo di trasporto. Non conoscevamo il contenuto del pacco

    che poi scoprimmo essere due missili Sam 7, che i palestinesi usavano per difendersi dai bombardamenti israeliani sui campi profughi. Da qui l’arresto e il processo.

    Ma il 7 ottobre?

    E’ un giudizio negativo senza riserva. Ma non giustifica i massacri successivi.

    (*) Articolo pubblicato sul “Quotidiano del Sud”

    Leonardo De Angelis

    14 Agosto 2025
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  • Presentazione a Casperia del libro sulla Palestina

    Presentazione a Casperia del libro sulla Palestina

    Di Valeri De Rosas

    Giovedì 7 agosto Serata Sabina Palestina alla Panchovilla. Ringraziamo Nando Simeone per la presentazione del suo libro “Israele Palestina. No al genocidio si alla soluzione binazionale” edito dalla casa editrice Karl & Rosa.

    Siamo soddisfatti per la buona partecipazione alla serata e per la ricchezza del dibattito. Una serata di approfondimento delle cause storiche della colonizzazione della Palestina e dell’appoggio dell’occidente al genocida movimento sionista.

    A partire dall’impostazione ecosocialista abbiamo fatto il tentativo di mettere in luce, attraverso gli scritti autorevoli contenuti nel libro, una possibile uscita strategica verso una soluzione laica, democratica e mutualistica dal massacro in corso a Gaza. Soluzione possibile dopo la sconfitta dell’entità sionista. Si è cercato anche, attraverso un’analisi comparata, di capire le differenze e le possibili analogie con la metodologia del confederalismo democratico presso i popoli kurdi del nord della Siria.

    Non è stata però una serata intellettuale di teorie nel mentre sul terreno si muore di bombe, di fame e di sete: nei vari interventi si è posta l’attenzione sulla legittimità e il ruolo determinante della resistenza palestinese nelle sue diverse articolazioni armate e non armate. Chi ripianta gli ulivi in un terreno che gli è stato espropriato, chi si preoccupa di organizzare le cure mediche, chi di portare acqua e di mettere su cucine da campo con il poco che rimane, chi si prende cura dei bambini e delle bambine e organizza una scuola di strada, chi si organizza nelle Brigate di resistenza armata all’IDF, sono tutte diverse ma complementari espressioni della resistenza del popolo.

    Oggi la Palestina è il cuore dell’umanità che combatte contro la prepotenza e l’infamia. È anche il paradigma della guerra dei governi contro i popoli e ci indica un cammino di autorganizzazione dei bisogni collettivi dal basso, nella costruzione di un percorso di liberazione anche da questa parte del Mediterraneo.

    Era presenti la fotografa e attivista Simona Ghizzoni con gli scatti del suo reportage in Palestina tra il 2010 e il 2013 di cui il ricavato della vendita è devoluto a favore delle street kitchens a Gaza.

    Completavano la serata la mostra fotografica “La vittoria degli sconfitti” sulla storia della resistenza alla colonizzazione dopo la seconda intifada e il sempre presente banchetto con le selezioni della libreria “I Fiori Blu” del Pigneto.

    Leonardo De Angelis

    12 Agosto 2025
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  • Ucraina. Le proteste contro la corruzione hanno vinto

    Ucraina. Le proteste contro la corruzione hanno vinto

    Dichiarazione di Соціальний рух – (Sotsialnyi Rukh – Movimento sociale)

    Il 30 luglio, vicino al Teatro Franko di Kiev, si è svolta una manifestazione di protesta contro il controverso disegno di legge n. 12414 (nella foto in alto un momento dell’iniziativa). Gli attivisti di Sotsialnyi Rukh e delle organizzazioni amiche hanno chiesto la completa abolizione di questa legge e il ritorno del controllo anticorruzione sui potenti e sui funzionari dello stato.
    Con lo slogan “Il salario minimo non cresce perché qualcuno in alto ruba”, abbiamo voluto affermare che il prezzo del furto e della corruzione è la povertà della gente comune. Esiste uno stretto legame tra l’avidità dei potenti e il salario minimo troppo basso. Finché i soldi che potrebbero essere destinati al sostegno sociale della popolazione finiranno nelle tasche private, ci allontaneremo dall’Europa.
    Già giovedì 31 luglio è stato reso noto che il parlamento ha approvato il progetto n. 13533, soddisfacendo formalmente i requisiti per il ripristino delle garanzie procedurali di indipendenza della NABU e della SAP.
    Ma sono scomparse le cause profonde che hanno portato la gente in piazza? No!
    La cricca oligarchica continuerà a derubare la popolazione ed eviterà di riempire le casse dello stato, quindi il nostro esercito non riceverà i fondi di cui ha tanto bisogno.
    Seguiamo gli eventi e insistiamo: le mezze misure non sono una soluzione. La completa indipendenza della NABU e della SAP non deve essere un’eccezione, ma la norma. Tuttavia, i cittadini devono guardare alla radice del problema e ottenere la confisca dei beni di tutti gli oligarchi, principali sponsor della corruzione.
    Ci congratuliamo con tutte le persone che hanno contribuito alla vittoria popolare contro l’ingiustizia e speriamo che l’esperienza di protesta acquisita aiuterà sicuramente a conquistare diritti sociali dignitosi!

    **********************

    Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale del Kyiv Independent dedicato alla mobilitazione contro la corruzione nel quadro della guerra contro l’invasione russa.

    La democrazia ha vinto, ma sarà messa di nuovo alla prova

    Oggi, gli ucraini hanno dimostrato ancora una volta al mondo come difendere la democrazia. Il parlamento ucraino ha votato il 31 luglio per ripristinare l’indipendenza delle agenzie investigative anticorruzione, riparando il danno che lo stesso parlamento aveva causato una settimana prima. Il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato il disegno di legge subito dopo.
    Ciò avviene dopo una reazione combinata da due direzioni: le strade di Kiev e di altre città ucraine, e le alte cariche di Bruxelles. L’attacco della scorsa settimana alle agenzie anticorruzione – uno sforzo congiunto di Zelensky e del parlamento – ha portato alle prime proteste di piazza antigovernative che l’Ucraina ha visto in oltre tre anni, dall’inizio della guerra su vasta scala della Russia nel 2022.
    La prima protesta non ha funzionato. Zelensky ha firmato la scandalosa legge la scorsa settimana, mentre i manifestanti si radunavano sotto le finestre della sua amministrazione. Ma quando le proteste sono raddoppiate di dimensioni il giorno successivo, ciò ha indubbiamente inviato un messaggio di riflessione.
    Due dei predecessori di Zelensky hanno assistito a rivoluzioni durante il loro mandato, e uni essi è stato detronizzato dalla Rivoluzione EuroMaidan del 2014: quindi i leader ucraini hanno una naturale sensibilità alla voce della piazza, anche se fingono di snobbarla.
    E come se non bastasse, dietro le quinte, telefonate e messaggi provenienti dalla leadership dell’Unione Europea sono arrivati al governo di Kiev. Agenzie anticorruzione moderne e indipendenti sono state una vittoria della rivoluzione filo-occidentale del 2014 e una condizione per l’integrazione dell’Ucraina nell’UE. Il fatto che la leadership ucraina potesse semplicemente privarli dell’indipendenza e assumerne di fatto il controllo, attraverso un procuratore generale sottomesso, è stato un fattore decisivo.
    Dato che l’UE sostiene in maniera importante sul piano finanziario l’Ucraina, mentre la sua economia è in difficoltà a causa della guerra, Bruxelles ha un’enorme influenza sul governo ucraino. Sembra che l’abbia usata.
    È esattamente ciò che abbiamo chiesto nel nostro editoriale della scorsa settimana, rivolgendoci ai partner europei dell’Ucraina affinché ponessero fine alla loro inutile strategia di chiudere un occhio sul regresso delle riforme in Ucraina, giustificandolo con gli estremismi della guerra.

    Il fatto che il popolo ucraino, aiutato dalla spinta di Bruxelles, sia riuscito a far annullare al proprio governo una legge oltraggiosa è una vittoria significativa per la democrazia. E la democrazia, a livello globale, non vede molte vittorie di questi tempi.
    È anche un monito tempestivo per le altre nazioni: è così che si difende la democrazia: difendendola. Gli ucraini lo hanno dimostrato in passato, lo hanno dimostrato di nuovo ora e probabilmente dovranno difenderla in futuro. Per non parlare della lotta contro la Russia durata 11 anni, il tutto per rimanere un paese libero e democratico.
    Ma questo significa che la democrazia ucraina è ormai fuori pericolo? Certo che no. Nessuno è stato ritenuto responsabile per il disastro che ha dato inizio alle proteste: il tentativo vergognoso di indebolire le agenzie anticorruzione ucraine e riportare indietro la democrazia ucraina di un decennio.
    Il presidente Zelensky ha indubbiamente approvato il piano, avendo firmato la legge scandalosa. Da allora ha esaminato criticamente quanto accaduto? Ha ritenuto responsabile qualcuno intorno a lui, per aver ideato il piano o per averlo eseguito su suo ordine senza sollevare preoccupazioni sui suoi pericoli, come farebbe un buon consigliere? Ha riflettuto sul proprio ruolo e si è reso conto di aver oltrepassato il limite? Non ci sono segnali di ciò.
    Significa che gli autori di questo attacco al futuro democratico dell’Ucraina sono ancora al loro posto e possono colpire di nuovo, nello stesso tentativo di consolidare il potere e indebolire i pochi pesi e contrappesi rimasti.
    Ecco solo alcune cose a cui faremo attenzione:

    • Ripercussioni per i leader e i partecipanti alle proteste di piazza.
    • Attacchi ai media indipendenti che hanno trattato gli eventi in modo critico.
    • Se il governo nominerà finalmente il capo dell’Ufficio per la Sicurezza Economica, selezionato in modo indipendente dal Consiglio dei Ministri. Questa è stata la seconda richiesta più insistente dei manifestanti, dopo l’indipendenza delle agenzie anticorruzione.
    • Che ne sarà del caso dell’amico di Zelensky ed ex ministro, Oleksii Chernyshov, e di altri casi di alto profilo indagati dalle due agenzie, che probabilmente hanno inizialmente scatenato l’attacco?
    • Se ci saranno altri segnali di pressione sulle agenzie anticorruzione la cui indipendenza è stata ripristinata: l’Ufficio Nazionale Anticorruzione (NABU) e la Procura Specializzata Anticorruzione (SAPO).
    • Che ne sarà del caso di Vitaliy Shabunin, un importante attivista anticorruzione che deve affrontare un procedimento penale che la società civile ucraina ritiene in gran parte una persecuzione politica per le sue critiche a Zelensky. Il caso si è ulteriormente sviluppato una settimana prima dell’attacco alle agenzie anticorruzione.
    • Se l’Ucraina manterrà gli impegni presi con i partner internazionali per riformare il Servizio Doganale e l’Agenzia per il Recupero e la Gestione dei Beni (ARMA).

    Con questo in mente, e sapendo che dovremo essere vigili in futuro, possiamo festeggiare oggi. Perché oggi è stata una vittoria: per l’Ucraina, per il suo popolo e per la democrazia ovunque.

    Articolo pubblicato su: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    5 Agosto 2025
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  • Comune di Casperia: solidarietà con la Palestina

    Comune di Casperia: solidarietà con la Palestina

    Di Comune di Casperia

    📢 Il Consiglio Comunale di Casperia, riunitosi lo scorso 31 luglio, ha approvato a maggioranza un’importante mozione per riaffermare il rispetto del diritto internazionale in Palestina e promuovere una pace duratura basata sul diritto di autodeterminazione del Popolo palestinese.

    Questo testo, frutto di un coinvolgimento corale di cittadini, amici e associazioni, esprime una posizione chiara e inequivocabile di solidarietà alla popolazione palestinese e sostegno alla sua libertà, riconoscendola come Stato.

    Chiediamo con forza al nostro Parlamento e al Governo italiano di intraprendere azioni incisive per:

    Garantire un immediato cessate il fuoco.

    Interrompere l’uso della fame come arma di guerra e assicurare l’immediata distribuzione di aiuti alimentari e umanitari.

    Sospendere ogni rapporto e azione con l’attuale governo israeliano, bloccando l’esportazione di armi e prodotti a duplice uso, per scongiurare ogni complicità e sostegno.

    Esprimere la dovuta solidarietà a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite.

    Il Comune di Casperia si impegna a essere voce di pace e giustizia, sostenendo i principi del diritto internazionale e i diritti umani fondamentali.

    #CasperiaPerLaPace

    #Palestina

    #DirittoInternazionale

    #CessateIlFuoco

    #Solidarietà

    #NoInMioNome

    Leonardo De Angelis

    4 Agosto 2025
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  • Il miraggio dello stato palestinese

    Il miraggio dello stato palestinese

    Di Gilbert Achcar

    Il riconoscimento da parte di un maggior numero di paesi di un’ipotetica entità chiamata “stato di Palestina” è vantaggioso in termini di impatto simbolico nel riconoscere il diritto del popolo palestinese a uno stato, un diritto negato dalla maggior parte delle componenti del movimento sionista, in particolare dalla fazione sionista di estrema destra che attualmente governa Israele. Tuttavia, il significato e le implicazioni di questo riconoscimento variano a seconda del momento in cui avviene.

    I paesi che hanno riconosciuto lo stato di Palestina in seguito alla sua dichiarazione del Consiglio Nazionale Palestinese, tenutasi ad Algeri nel 1988, sullo sfondo della Grande Intifada Popolare nei territori occupati nel 1967, hanno sostenuto quello che all’epoca sembrava essere un importante punto di svolta nella lotta palestinese. Questo nonostante il fatto che la dichiarazione fosse, in realtà, una deviazione dell’Intifada dal suo corso originale, consentendo a Yasser Arafat e ai suoi collaboratori nella leadership dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di perseguire l’illusione di uno “stato palestinese indipendente” sfruttando l’energia popolare per un processo di negoziazione diplomatica sponsorizzato dagli Stati Uniti.

    La suddetta dichiarazione fu immediatamente seguita dalla vergognosa acquiescenza di Arafat alla condizione impostagli da Washington per i negoziati: la sua clamorosa dichiarazione: “Rinunciamo completamente e assolutamente a ogni forma di terrorismo” (conferenza stampa a Ginevra il 14 dicembre 1988). Ciononostante, la dichiarazione di statualità all’epoca fu un gesto di sfida, e fu sostenuta dai paesi che sostengono il diritto del popolo palestinese nei territori del 1967 a liberarsi dall’occupazione sionista.

    In totale, 88 paesi la sostennero, tra cui i paesi arabi, quasi all’unanimità (ad eccezione del regime siriano di Assad, che era un acerrimo oppositore della leadership palestinese), la maggior parte dei paesi in Africa e Asia (con alcune eccezioni naturali, come il regime di apartheid in Sudafrica, alleato dello stato sionista), e i paesi del blocco orientale, subordinati all’Unione Sovietica. In una notevole spaccatura, nessun paese del blocco occidentale, guidato dagli Stati Uniti, riconobbe lo stato di Palestina all’epoca, ad eccezione della Turchia, né alcun paese latinoamericano, ad eccezione di Cuba e Nicaragua, che si ribellarono all’egemonia di Washington.

    I riconoscimenti continuarono dopo il 1988, includendo gradualmente i restanti paesi dell’Asia e dell’Africa, con poche eccezioni (Camerun ed Eritrea, per ragioni contrastanti), e dell’America Latina. I primi stati membri della NATO a riconoscere lo stato di Palestina – oltre alla già citata Turchia e ai paesi dell’Europa orientale precedentemente nell’orbita sovietica, che lo avevano riconosciuto prima di aderire all’alleanza – furono l’Islanda nel 2011 e la Svezia nel 2014. Altri stati membri della NATO non seguirono l’esempio finché non fu chiara la piena portata della guerra di sterminio israeliana nella Striscia di Gaza. I riconoscimenti di Norvegia, Spagna e Slovenia seguirono nel 2024, seguiti dai restanti paesi latinoamericani (il più recente dei quali è stato il Messico quest’anno).

    Anche dopo che il presidente della Francia ha annunciato la sua intenzione di riconoscere formalmente lo stato di Palestina il prossimo settembre, quando si riunirà l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e la decisione della Gran Bretagna di riconoscere lo stato con riserva a settembre, la maggior parte delle potenze geopolitiche occidentali, in particolare Stati Uniti, Germania, Italia, Giappone e Australia, si sono rifiutate di riconoscere lo stato fino ad oggi, adducendo vari pretesti, in particolare l’argomento altamente ipocrita secondo cui il riconoscimento “potrebbe ostacolare gli sforzi di pace”.

    La pressione pubblica in questi stessi paesi sta aumentando a causa del genocidio in corso a Gaza, e la natura deliberata di questo crimine ha raggiunto il suo apice con l’attuale guerra per fame contro la popolazione di Gaza. Ciò potrebbe portare a nuovi riconoscimenti e ha già aumentato la pressione su Israele affinché consenta l’ingresso di aiuti alimentari nella Striscia.

    La verità è che coloro che hanno aspettato che Israele commettesse atrocità in corso prima di riconoscere lo stato di Palestina, sotto gli occhi del mondo intero, stanno semplicemente cercando di nascondere la loro tacita complicità nell’occupazione sionista della Cisgiordania e della Striscia di Gaza per quasi sessant’anni. La decisione dell’ultimo minuto del primo ministro britannico e del cancelliere tedesco di partecipare al lancio di aiuti aerei da parte di Giordania ed Emirati Arabi Uniti nella Striscia di Gaza – una mossa condannata dalle organizzazioni umanitarie come un futile atto simbolico – merita niente meno che disprezzo, soprattutto considerando che i due paesi della NATO sono tra i più importanti collaboratori militari dello stato sionista, dopo gli Stati Uniti.

    La verità ovvia è che gli attuali sforzi per istituire uno stato palestinese, simili alla conferenza tenutasi a New York sotto il patrocinio di Francia e Arabia Saudita, giungono in un momento in cui il loro significato è molto diverso da quello del riconoscimento del 1988. Quell’anno si verificò il miglior clima politico che il popolo palestinese avesse conosciuto dalla Nakba del 1948, quando l’Intifada raccolse la simpatia popolare internazionale e causò una grave crisi morale nella società e nell’esercito israeliani.

    Le circostanze determinarono il ritorno al potere del Partito Laburista Sionista e la conclusione degli Accordi di Oslo con la leadership arafatista, qualcosa di difficile da immaginare prima di allora, nonostante l’accordo includesse condizioni inique che Yasser Arafat accettò per pura illusione.

    Oggi, quello che sembrava uno stato ipotetico e realizzabile nel 1988, e persino nel 1993 (nonostante il processo di Oslo fosse destinato al fallimento), è meno realistico di un miraggio nel deserto. Forse un decimo o più della popolazione della Striscia di Gaza è stato sterminato e almeno il 70% degli edifici della Striscia è stato distrutto, tra cui l’84% degli edifici nella Striscia di Gaza settentrionale e l’89% di quelli a Rafah (secondo un’indagine geografica condotta dall’Università Ebraica di Gerusalemme).

    Di quale stato palestinese stanno parlando? I più generosi tra loro la vedono governata dal quadro di Oslo, che ha portato alla creazione di un’Autorità Nazionale Palestinese sotto la tutela di Israele, la cui “sovranità” nominale è limitata a meno di un quinto della Cisgiordania, e solo formalmente a Gaza; altri, invece, auspicano un’entità ancora più esclusiva, in seguito alla riconquista da parte di Israele della maggior parte della Striscia di Gaza e all’espansione degli insediamenti sionisti in Cisgiordania.

    Le condizioni stabilite dal Consenso Nazionale Palestinese del 2006 (il cosiddetto “Documento dei Prigionieri”) come requisiti minimi per la creazione di uno stato palestinese indipendente – vale a dire il ritiro dell’esercito e dei coloni israeliani da tutti i territori palestinesi occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme Est, il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi detenuti da Israele e il riconoscimento del diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno e al risarcimento per le loro sofferenze – sono state relegate all’oblio come se fossero richieste “estreme”, quando in realtà erano condizioni minime che esprimevano la volontà di compromesso.

    La verità è che qualsiasi entità palestinese che violi queste condizioni non sarà altro che una versione rinnovata della vasta prigione in cui lo stato sionista confina il popolo palestinese all’interno dei territori del 1967, in un’area geografica in continua riduzione e con una popolazione in continuo declino a causa del genocidio e della pulizia etnica.

    *Gilbert Achcar, professore alla SOAS, Università di Londra. Traduzione dall’autore del suo editoriale settimanale sul quotidiano in lingua araba Al-Quds al-Arabi, con sede a Londra. Articolo pubblicato online il 30 luglio 2025.

    Leonardo De Angelis

    31 Luglio 2025
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  • Il disordine pianificato che travolge Trump

    Il disordine pianificato che travolge Trump

    Di Claudio Katz

    Fedele al suo stile di gioco spericolato, Trump ha scatenato il caos sui mercati globali. Ha introdotto, ritirato e poi rielaborato una serie di dazi che hanno scatenato un caos senza precedenti. La sua provocazione ha rilanciato i peggiori incubi finanziari degli ultimi decenni.

    Il magnate ha creato uno scenario senza precedenti di crisi globale deliberatamente provocata. Alcuni analisti ritengono che tenda a fare marcia indietro di fronte ai risultati sfavorevoli delle sue misure, ma altri ritengono che continui a spaventare i suoi interlocutori per costringerli a capitolare.

    C’è anche l’impressione superficiale che Trump sia impazzito e che, nel suo declino, gli Stati Uniti siano caduti sotto il dominio di una figura stravagante. Il magnate mente, insulta, attacca e sembra gestire la principale potenza mondiale come se fosse un fondo di investimento. Ma in realtà sta seguendo una strategia approvata da importanti gruppi di potere e non dovrebbe essere sottovalutato (Torres López, 2025).

    Ha tre obiettivi economici: ripristinare l’egemonia del dollaro, ridurre il deficit commerciale e, infine, incoraggiare il rimpatrio delle grandi aziende. La gerarchia e l’articolazione di questi obiettivi è la grande questione del momento.

    Centralità monetaria

    Alcuni approcci sottolineano giustamente il primato degli obiettivi finanziari e monetari su quelli commerciali o produttivi. Sottolineano che Trump intende stabilire un dollaro a basso costo per le esportazioni e un dollaro forte come valuta di riserva. Intende promuovere le esportazioni statunitensi, garantendo al contempo lo status privilegiato della moneta americana come valuta globale (Varoufakis, 2025).

    I due principali consiglieri del presidente, Stephen Miran e Scott Bessent, hanno confermato questa intenzione, ammettendo che le pressioni commerciali sono uno strumento al servizio delle esigenze monetarie [vedi il saggio di Stephen Miran, novembre 2024, in Hudson Bay Capital : “A User’s Guide to restructuring the Global Trading system, novembre 2024” – ndr].

    Per ottenere la svalutazione del dollaro e la sua continuazione come valuta di riserva, Trump deve rafforzare la subordinazione delle banche centrali di Europa e Giappone. Questa subordinazione è essenziale per preservare il ruolo dei titoli di debito statunitensi (buoni del Tesoro) come principale rifugio per i capitali.

    Questa garanzia determina il flusso di liquidità in eccesso da tutto il mondo verso Wall Street. Tokyo e Bruxelles devono continuare ad acquistare questi titoli del Tesoro per convalidare il tasso di cambio del dollaro stabilito da Washington, evitando così tensioni monetarie che farebbero crollare l’intero progetto.

    Trump esige il dominio incondizionato del dollaro e la capacità degli Stati Uniti di autofinanziarsi a spese del mondo intero. L’imperialismo del dollaro consente alla principale potenza mondiale di indebitarsi senza limiti e di porre tutte le economie mondiali sotto il suo controllo.

    Per affrontare le gravi sfide che questo asset sta attualmente affrontando, Trump intende ricreare gli Accordi di Plaza che gli Stati Uniti imposero a Germania e Giappone nel settembre 1985. All’epoca, i due paesi subordinati concordarono di sostenere il deprezzamento del dollaro e di mantenere una parità che garantisse il primato globale del dollaro.

    Trump sta adattando questa esigenza ai tempi attuali e incoraggiando la creazione di nuove valute digitali legate al potere politico del dollaro. Il potente ha creato un fondo di criptovalute sostenuto personalmente e sta promuovendo questo mercato ( stablecoin ) come ulteriore pilastro del dollaro. Ha già posizionato questi strumenti tra i 10 maggiori detentori di titoli del Tesoro (Litvinoff, 2025).

    Il presidente degli Stati Uniti sogna di riportare il dollaro al suo trono originario di Bretton Woods [1944]. Il suo piano B è quello di riutilizzare questa influenza per raggiungere il livello di predominio raggiunto da Nixon e Reagan. Nel primo caso, il dollaro fu liberato dalla convertibilità in oro [15 agosto 1971] e iniziò un lungo ciclo di predominio senza una controparte metallica oggettiva. Nel secondo caso [1985], il dollaro fu rafforzato dall’aumento dei tassi di interesse, dall’emergere del neoliberismo e dalla finanziarizzazione sotto la guida della Federal Reserve. Questi due presidenti condividevano lo stesso profilo di personalità mediocri di Trump, ma introdussero cambiamenti significativi nello status globale del dollaro.

    Per ripetere questa impresa, Trump deve frenare la tendenza alla de-dollarizzazione che minaccia la supremazia del dollaro. Questa erosione è alimentata dai BRICS, che hanno iniziato a progettare strumenti sostitutivi della valuta statunitense, attraverso operazioni di pagamento, transazioni commerciali e meccanismi di compensazione finanziaria (Sapir, 2024).

    Esiste già un piano per creare una moneta BRICS che, seguendo una traiettoria diversa dall’euro, otterrebbe un effetto simile. Questo piano prevede la graduale istituzione di una banca emittente, dotata di fondi di riserva e di programmi dettagliati su ritmi, tassi e legislazione (Gang 2025).

    Trump è consapevole di queste minacce e ha scatenato il caos per scatenare una battaglia contro coloro che si oppongono alla moneta americana. Sta fomentando questo panico per disciplinare tutti i suoi alleati sotto il suo controllo. Da questa centralizzazione, spera di ripristinare il dollaro e riorganizzare il sistema economico globale a favore degli Stati Uniti.

    Ma Trump deve limitare la portata della crisi che genera, perché se questa convulsione ricrea lo scenario della pandemia o il contesto del crollo bancario del 2008, il terremoto finirà per colpire il suo stesso artefice (Marco del Pont, 2025a).

    L’indicatore immediato di questa resa dei conti è l’andamento dei titoli del Tesoro. Il Giappone è stato il maggiore detentore di questi titoli da quando la Cina ha iniziato ad abbandonarli [nel 2013, deteneva 1.277,7 miliardi di dollari in titoli del Tesoro, nel 2024, 772,5 miliardi di dollari – ndr]. Anche le banche europee e altri paesi asiatici detengono ingenti scorte di questi titoli. Il piano di Trump fallirà rapidamente se, come suggeriscono le recenti turbolenze, i detentori di debito statunitense venderanno questo asset.

    Ma al di là di questo calcolo immediato, la grande domanda è la capacità complessiva degli Stati Uniti di risanare la propria valuta. Ci sono diverse differenze sostanziali con le ere di Nixon e Reagan. Il declino della potenza dominante è molto più significativo, la rete di dominio imperiale si è erosa, il crollo dell’URSS e l’inizio della globalizzazione sono ormai alle nostre spalle, e l’ascesa economica della Cina è fulminea.

    Anche la strategia monetaria di Trump è sottoposta a forti pressioni da parte delle banche, mentre Wall Street osserva con cautela un andamento che minaccia di ridurre gli enormi profitti realizzati di recente.

    Il boomerang dei dazi doganali

    Il secondo obiettivo di Trump è il commercio, volto a ridurre l’enorme deficit esterno degli Stati Uniti. Si tratta di un obiettivo a medio termine, privo dell’acutezza della svolta monetaria e in gran parte dipendente dalla ricomposizione del dollaro. Trump introduce e modifica dazi doganali quotidianamente, basandosi sul ruolo complementare di questi strumenti nei negoziati con ciascun Paese.

    L’inquilino della Casa Bianca sta, di fatto, radicalizzando la tendenza protezionistica iniziata durante la crisi finanziaria del 2008 e il declino della globalizzazione commerciale. Da allora, sono state introdotte 59.000 misure restrittive nel commercio internazionale e i dazi doganali hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 130 anni (Roberts, 2025a). La guerra commerciale scatenata da Trump con il suo spettacolare pacchetto tariffario rientra in questa tendenza.

    Trump ha fatto ricorso a una formula assurda per penalizzare i singoli Paesi. Ha inventato un criterio di reciprocità arbitrario per definire la percentuale di ciascuna sanzione, con stime azzardate del deficit commerciale statunitense che non tenevano conto del surplus statunitense nei servizi. Non ha nemmeno riconosciuto che gli squilibri commerciali non erano causati dai Paesi sanzionati, ma dalle stesse aziende americane, che avevano investito all’estero per aumentare i propri profitti.

    Le probabilità di successo del piano di Trump sono molto basse, poiché le importazioni e le esportazioni statunitensi non rappresentano più una forza dominante nel commercio mondiale. Sono aumentate dal 14% del 1990 al 10,35% di oggi, mentre nello stesso periodo i BRICS sono aumentati dall’1,8% al 17,5%. La guerra dei dazi non ha di per sé alcun potere deterrente e le vendite registrate dalla principale potenza mondiale nel settore dei servizi non sono sufficienti a far pendere la bilancia (Roberts, 2025b).

    Alcune stime indicano addirittura che se gli Stati Uniti sospendessero tutte le importazioni, 100 dei loro partner riuscirebbero a delocalizzare le loro vendite su altri mercati in soli cinque anni (Nuñez, 2025).

    Il problema più grande della guerra commerciale è il potenziale rischio di un’escalation incontrollabile. Nel 1929-1934, la spirale discendente del commercio internazionale seguita al pacchetto protezionistico (Smoot-Hawley Act del 17 giugno 1930) causò un calo del 66% degli scambi commerciali, e questo crollo colpì tutti i concorrenti coinvolti. Trump ritiene di poter evitare questa situazione attraverso negoziati bilaterali imposti dal suo ufficio.

    Ma la storia suggerisce un esito diverso quando i conflitti si intensificano senza controllo. L’effetto recessivo del protezionismo sull’economia globale è noto quanto il legame tra la Grande Depressione e il declino degli scambi commerciali. Sebbene le interpretazioni più comuni colleghino superficialmente questi due processi – omettendo le radici capitaliste di quanto accaduto negli anni ’30 – non c’è dubbio che il protezionismo abbia innescato, rafforzato o accelerato il crollo in quel periodo.

    L’aspetto più importante di un’eventuale ripetizione di questo precedente sarebbe il suo effetto sull’economia statunitense, ora molto più vulnerabile alle turbolenze globali. Tale impatto è tanto più significativo se si considera che il peso del commercio estero è aumentato dal 6% (1929) al 15% (2024) del PIL statunitense.

    Trump sta reintroducendo il protezionismo in un momento storicamente inopportuno. I dazi sono stati uno strumento efficace per gli Stati Uniti in passato, ma oggi non servono più allo stesso scopo. Hanno facilitato l’ascesa di potenze emergenti di fronte ai concorrenti del libero scambio, al fine di mantenere il loro predominio sul mercato globale. Il protezionismo è stato utilizzato con grande vantaggio dalla Germania nel XIX secolo e da Giappone e Corea del Sud nel secolo scorso. Ma questo stesso strumento non è riuscito ad arginare il declino della Gran Bretagna, e questa inefficacia si sta ripercuotendo sugli Stati Uniti oggi. Trump sostiene un protezionismo inappropriato perché, invece di incoraggiare l’industria nascente, cerca di salvare una struttura obsoleta. Semplicemente non è consapevole che gli Stati Uniti non sono più quelli di una volta.

    Il sogno del ritorno dell’industria

    Il terzo obiettivo di Trump è produttivo. Incoraggia il ritorno delle aziende nelle loro terre d’origine e vede in questa delocalizzazione l’unico modo per riaffermare efficacemente l’egemonia statunitense. Per questo motivo ha collegato l’inizio della sua offensiva (Giorno della Liberazione, 2 aprile) alla reindustrializzazione del Paese.

    Trump è il primo leader a riconoscere apertamente le sfide causate dall’outsourcing delle fabbriche. Sta ricorrendo a misure drastiche per invertire questa tendenza, consapevole che la globalizzazione ha finito per indebolire il potere che ha promosso questa internazionalizzazione. Osserva che il primato degli Stati Uniti nei servizi, nella finanza o nel mondo digitale non compensa il declino del settore manifatturiero e la conseguente erosione del pilastro di qualsiasi economia.

    Ma il suo piano di rimpatrio industriale è più irrealizzabile del suo piano monetario o tariffario. Nessuna alchimia monetaria o tariffaria offre un’attrattiva sufficiente a invogliare le aziende che hanno realizzato profitti elevati all’estero a tornare. Per quanto convincenti possano essere gli incentivi di Trump, produrre negli Stati Uniti ha un costo più elevato. Il rilancio industriale richiederebbe un investimento ingente che le aziende non sono disposte a sostenere, data l’attuale bassa redditività del mercato interno.

    La svolta protezionistica mira a colmare questo divario, ma si scontra con la sfida di chiudere l’economia in un contesto di catene di approvvigionamento globalizzate. Il prodotto finale di molti beni incorpora input provenienti da fabbriche situate in molti paesi.

    È difficile immaginare come gli Stati Uniti possano recuperare la propria competitività ricreando vecchi modelli di produzione nazionale. Di quanto dovrebbero aumentare i dazi per rendere più economico riavviare la produzione nel Paese di origine?

    Basti pensare al caso di Nike, che ha 155 stabilimenti in Vietnam e impiega un numero considerevole di persone per rifornire un terzo delle importazioni di scarpe statunitensi. La differenza nei costi di produzione è così enorme che un ritorno negli Stati Uniti sembra impensabile (Tooze, 2025). Disaccoppiare il processo produttivo in Cina avrebbe un impatto simile su aziende come Apple.

    Gli economisti di Trump sostengono inoltre che il suo piano sarà realizzabile se verrà ripristinato il primato del dollaro e ridotto il deficit commerciale. Ritengono che questo processo correggerà gli squilibri globali nei consumi, nei risparmi e negli investimenti che affliggono la principale potenza mondiale. Al contrario, i critici neoclassici e keynesiani sottolineano che Trump non è riuscito ad avviare questa trasformazione durante il suo primo mandato.

    Il dibattito tra le due posizioni si concentra sull’impatto positivo o negativo del protezionismo su spesa, reddito, risparmi e consumi. Ma trascura il fatto che il declino degli Stati Uniti non riguarda questi ambiti. Esso deriva dalla debole produttività della principale economia occidentale rispetto al suo concorrente orientale in rapida ascesa (la Cina). Gli indicatori di questo divario sono tanto numerosi quanto le prove del suo continuo ampliamento.

    Basta osservare la diffusa tendenza delle aziende americane a dare priorità agli investimenti finanziari o a fungere da bancomat per Wall Street per constatare il declino della loro competitività. Tendono a spendere di più in riacquisti di azioni proprie e distribuzione di dividendi che in investimenti a lungo termine.

    Molte di queste aziende hanno globalizzato i loro processi produttivi per compensare gli elevati costi di produzione interni. Ma questo cambiamento le ha rese fortemente dipendenti dalle importazioni di beni di consumo a basso costo dall’Asia per mantenere bassi i salari locali.

    Il grado di dipendenza dalle forniture cinesi è stato confermato dalla decisione di Trump di esentare tutti i chip e i componenti elettronici dai dazi imposti al suo rivale asiatico. Lo stesso problema si estende ai beni strumentali e ai beni intermedi, che rappresentano circa il 43% delle importazioni totali della Cina (Mercatante, 2025).

    Il declino americano non è dovuto a errori commerciali, e la sua inversione di tendenza non richiede un ultimatum protezionistico. È certamente in atto un cambiamento di paradigma che sta erodendo la divisione globale del lavoro forgiata in decenni di produzione internazionalizzata. Ma questo declino non inaugura il processo inverso di nazionalizzazione industriale immaginato da Trump, perché la capacità degli Stati Uniti di guidare questo cambiamento è stata significativamente ridotta.

    La ritirata di fronte alla Cina

    È chiaro che la Cina è l’epicentro della guerra economica scatenata da Trump. È stata il bersaglio principale dei dazi che hanno innescato la vertiginosa escalation tra i due Paesi. Il dazio iniziale del 34% imposto da Washington è stato seguito da Pechino con la stessa percentuale, e lo scontro è rapidamente salito all’84%-104%, e poi al 145%-125%. A questi livelli, gli scambi commerciali tra i due Paesi tendono a essere annientati.

    Il ruolo centrale della Cina nell’offensiva di Trump è stato confermato dalla sua decisione di mantenere le sanzioni contro il Paese, dopo averle sospese per il resto del mondo [per 90 giorni]. Le tariffe doganali molto elevate imposte a Vietnam, Cambogia e Laos si inseriscono nello stesso contesto, poiché la Cina controlla le catene di approvvigionamento di questi Paesi confinanti e da lì riesporta le sue merci [questa situazione spiega il recente viaggio di Xi Jinping in questi Paesi, tra cui la Malesia – ndr].

    Pechino ha risposto con fermezza imponendo immediatamente dazi reciproci e chiarendo che non avrebbe accettato il ricatto degli Stati Uniti. Sta preparando questa risposta da tempo e intende condurre la battaglia basandosi sulla produttività, cercando di svalutare lo yuan solo marginalmente. Sta già cercando di trovare clienti compensativi e sta sviluppando argomenti specifici per Europa e Asia.

    L’ establishment occidentale teme in gran parte l’esito finale di questa resa dei conti. Molte stime prevedono il successo finale della Cina se Trump continuerà a darsi la zappa sui piedi.

    Ogni giorno, nuovi dati confermano la superiorità asiatica in innumerevoli campi. Il gigante orientale produce già il 65% dei laureati in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica in tutto il mondo. Mantiene un tasso di crescita doppio rispetto alla sua controparte. Rappresenta il 35% della produzione manifatturiera globale e si prevede che raggiungerà il 45% entro il 2030. Fino al 2001, l’80% dei paesi commerciava di più con gli Stati Uniti che con la Cina, e oggi due terzi di questo totale hanno invertito questa relazione (Ríos, 2025).

    Nel primo mese della presidenza Trump, la Cina ha lanciato 30 nuovi progetti di energia “pulita” in Africa, ha avviato la costruzione della diga più grande del mondo in Tibet e ha presentato una nuova generazione di treni ad alta velocità. Il suo reattore nucleare ha raggiunto una produzione record di plasma a una velocità che lo avvicina alla produzione di energia “pulita” illimitata. I suoi cantieri navali hanno varato la più grande nave d’assalto anfibia del mondo e i test delle reti di telefonia mobile 6G suggeriscono la sua vittoria in questa corsa (MIU, 2025).

    L’intera politica di Trump è un disperato tentativo di frenare l’avanzata della Cina. Questa espansione era appena iniziata all’inizio del millennio, quando la potenza leader ha smesso di ricevere trasferimenti di reddito a suo favore dal partner asiatico. Ciò ha dato inizio a una situazione di scambio sfavorevole che ha ora raggiunto un picco difficile da invertire.

    Trump intende modificare questo scenario sfavorevole con misure drastiche. Ma il divario tra le due potenze non è dovuto solo a differenze nelle politiche monetarie, commerciali o produttive. Risiede nella struttura sociale e nella gestione dello Stato. In Cina, ampie classi capitaliste speculano sulle proprie fortune e sfruttano i lavoratori. Ma questi gruppi non controllano il potere statale, il che spiega la capacità e l’autonomia della leadership politica di guidare l’economia secondo modelli efficaci.

    Trump non ha una formula per affrontare questo svantaggio, che va oltre ogni sua intenzione e piano. A peggiorare la situazione, sta implementando misure che esacerbano i due grandi mali del capitalismo contemporaneo: la disuguaglianza sociale e il cambiamento climatico. Ha intrapreso una battaglia a distanza per mantenere la leadership americana in un sistema in crisi, ma sta aggravando il declino americano con le misure che adotta, modifica e ripristina.

    Il lessico imperiale nostalgico

    Trump sta tentando di ristabilire la centralità imperiale degli Stati Uniti. Questo è l’unico modo per glorificare i capitalisti del suo Paese a spese del resto del mondo. La serie di sanzioni, dazi e ricatti che ha implementato richiede la rivitalizzazione dell’impero.

    Trump sta cercando di ristabilire questo primato attraverso atteggiamenti belligeranti. Si vanta di essere riuscito a convincere 75 paesi a negoziare tariffe doganali, dopo lo spavento causato dal suo programma tariffario. Ma maschera la realtà con vanterie che oscurano l’effettivo progresso dei negoziati.

    Con l’Unione Europea, sta inasprendo un conflitto iniziato con l’introduzione e la successiva sospensione dei dazi del 25%. Trump aspira a imporre un vassallaggio europeo che gli consentirebbe di reindustrializzare il suo Paese deindustrializzando il suo partner transatlantico.

    La prima fase di questa operazione prevede il riarmo del Vecchio Continente, con investimenti in energia, tecnologia digitale e attrezzature forniti dagli Stati Uniti. Il potentato ha seminato il panico tra le élite europee, che, in un impeto di russofobia, si sono lanciate in un cieco bellicismo. Stanno tagliando la spesa sociale e stanno già sostituendo la tanto decantata transizione verde con una transizione grigia puramente militare.

    Ma questa inversione di tendenza non è priva di conflitti, e il rapido accordo che Trump sperava di raggiungere con Putin (per impossessarsi delle ricchezze dell’Ucraina) non è solo impantanato con la Russia. Ha anche innescato un conflitto senza precedenti tra Washington e Londra su chi si intascherà il bottino delle terre rare (Marco del Pont, 2025b).

    Ancora più decisivi sono i negoziati con i partner subordinati in Asia. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Filippine hanno sempre risposto con incrollabile disciplina al loro sponsor americano. Ma la principale novità degli ultimi anni è stato il rafforzamento delle relazioni economiche di questi paesi con Pechino. La portata di questo commercio ha sollevato seri dubbi all’interno del blocco anti-cinese promosso dalla Casa Bianca.

    Trump utilizza espliciti messaggi imperialisti per affermare le sue richieste. Usa un linguaggio così diretto che l’inizio del suo secondo mandato ha suscitato numerose osservazioni giornalistiche sull’argomento. La tradizionale riluttanza dei media mainstream a usare l’irritante termine “imperialismo” è stata dissipata dalla franchezza del magnate (vedi The New York Times , 21 gennaio 2025; The Washington Post, 24 gennaio 2025).

    La stessa ostentazione di potenza imperiale ha accompagnato l’annuncio della lista dei dazi doganali. Trump ha pomposamente incluso tutti i paesi del mondo in questa lista per sottolineare che nessuno sfuggirà al giogo di Washington. Non ha esitato a includere nazioni che non commerciano con gli Stati Uniti o ad aggiungere isole abitate solo da pinguini. Ma le proclamazioni imperialiste del ricco newyorkese contengono più ingredienti nostalgici che efficaci. Trump si rammarica delle azioni di leader lontani che hanno combinato protezionismo ed espansione imperialista durante l’apogeo del capitalismo americano.

    Elogia in particolare il presidente McKinley (1897-1901), che si autodefinì un “Napoleone del protezionismo”. Introdusse un drastico aumento delle tariffe doganali dal 38 al 50% (1890), mentre guidava l’espansione nel Pacifico (Hawaii, Filippine, Guam) e la conquista dei Caraibi (Porto Rico e l’aspirazione a Cuba). Trump idolatra sia la sua virulenta difesa dell’industria sia la sua espansione del raggio territoriale americano con la forza delle armi (Borón, 2025).

    Ma questa evocazione si scontra con la realtà del XXI secolo. Trump non può attuare l’aggressivo protezionismo del suo idolo e ha scelto di combinare la pressione tariffaria con la cautela militare. Lungi dal riprendere gli interventi del Pentagono in tutto il mondo, sta moderando lo slancio espansionistico per contenere il deterioramento della competitività economica statunitense.

    In un impeto di realismo, Trump ha preso atto del fallimento militare di Bush e della battuta d’arresto economica di Biden. Per questo motivo sta tentando una terza via: moderazione militare e una riforma monetaria e commerciale. È consapevole che la capacità offensiva degli Stati Uniti è stata notevolmente limitata da un’economia che rappresenta il 25% del PIL globale (in calo rispetto al 50% del 1945), rispetto alla Cina, che ne rappresenta il 18%.

    Trump sta intensificando la sua retorica interventista contro i suoi avversari esterni. Come i suoi predecessori contemporanei, deve contrastare il declino economico dando grande sfoggio del potere geopolitico e militare che preserva il suo Paese. Ma sa che la compensazione militare per le debolezze economiche esacerba le tensioni tra i settori militaristi e produttivisti dell’establishment . I guerrafondai tendono a favorire campagne distruttive a tutti i costi che incidono sul bilancio statale e deteriorano la competitività delle imprese.

    Trump si muove tra questi due settori, sostenendo la ripresa economica con misure protezionistiche. Incoraggia la spesa militare, ma limita le guerre e cerca di limitare l’impatto negativo del gigantismo militare sulla produttività. Il sovraccarico militare imposto dal Pentagono è una malattia incurabile che affligge da tempo l’economia americana e che Trump non riesce a frenare.

    Tensioni locali

    Le contraddizioni interne che incidono sul progetto protezionistico hanno la stessa portata delle tensioni esterne. Tra queste, la minaccia più immediata è l’effetto inflazionistico. I dazi doganali renderanno le merci più costose semplicemente introducendo un costo aggiuntivo sui prodotti importati.

    Questo effetto sarà significativo sia per i prodotti alimentari di base che per i prodotti manifatturieri. Il Messico, ad esempio, fornisce oltre il 60% dei prodotti alimentari freschi e si stima che un dazio del 25% sulle auto prodotte lì (o in Canada) aumenterebbe il prezzo finale di ciascuna unità di 3.000 dollari. Di recente, Trump ha elogiato la decisione della Honda di trasferire la sua nuova Civic in Indiana invece che a Guanajuato, in Messico. Tuttavia, questa mossa aumenterebbe il costo medio di ciascuna auto di 3.000 dollari, portandola a 10.000 dollari (Cason; Brooks, 2025).

    È vero che l’inflazione potrebbe anche contribuire a ridurre il valore reale del debito, ma il suo impatto negativo sull’economia nel suo complesso sarebbe molto maggiore di questa riduzione delle passività.

    Tutti gli analisti concordano sull’effetto recessivo della svolta protezionistica, che potrebbe portare a una contrazione del PIL compresa tra 1,5 e 2 punti percentuali. Il rallentamento dell’attività, non previsto nelle previsioni economiche, è ora una concreta possibilità nel prossimo futuro.

    Questa prospettiva mette a dura prova i rapporti di Trump con la Federal Reserve (FED), che si oppone all’abbassamento dei tassi di interesse. Trump sta incoraggiando questo taglio per contrastare il probabile calo della produzione, dei consumi e dell’occupazione. Il crollo del mercato innescato dall’annuncio del suo programma protezionistico ha esacerbato questo scenario desolante e le conseguenti controversie tra il presidente e i vertici della FED (Jerome Powell).

    Trump continua anche la sua battaglia contro i settori globalisti, che difendono gli interessi delle aziende e delle banche più internazionalizzate. L’élite di Davos è screditata dai suoi fallimenti, ma attende l’occasione per riprendere l’offensiva. Se i risultati della svolta protezionistica saranno negativi, questa battuta d’arresto colpirà duramente e metterà i Democratici in pole position nella corsa per le elezioni di medio termine del 2026.

    Il capo della Casa Bianca si è circondato di imprenditori emergenti, in lotta con le loro controparti dello spettro tradizionale. L’establishment ha dato il via libera al suo piano, ma si aspettava dazi moderati e un comportamento più vicino alla cautela del primo mandato di Trump [gennaio 2017-gennaio 2021]. Gli attuali sconvolgimenti li stanno spingendo a chiedere un freno alla corsa alla presidenza. I multimiliardari sono esasperati dalla forte riduzione della loro ricchezza causata dal crollo del mercato.

    Le tensioni si estendono alla cerchia ristretta del presidente, che deve arbitrare tra protezionisti estremisti (Peter Navarro, consigliere commerciale del presidente, tra gli altri) e funzionari con investimenti esteri (Elon Musk). Il piano di controllo tariffario porta anche all’introduzione di un groviglio di normative, che contrasta con la riduzione della burocrazia promessa dalla nuova amministrazione (Malacalza, 2025). Gli innumerevoli conflitti che Trump deve affrontare superano di gran lunga quelli che può risolvere.

    Bonapartismo imperiale

    I conflitti esterni, la mancanza di risultati immediati, la forte opposizione dei globalisti e la fragile coesione interna stanno spingendo Trump a rafforzare l’autoritarismo della sua amministrazione. Per questo motivo, tenterà ancora una volta la strada bonapartista esplorata senza successo durante il suo primo mandato. Deve anche rafforzare il potere della Casa Bianca per contrastare il calo degli investimenti dei capitalisti statunitensi.

    Trump proviene dal mondo spietato degli affari ed è abituato a negoziare battendo i pugni sul tavolo per ottenere concessioni dai suoi avversari. Questo comportamento lo distingue dai suoi omologhi del sistema politico, forgiati da trattative, conciliazioni e ipocrisia verbale.

    Per consolidare il suo ruolo centrale, ha adottato un atteggiamento iperattivo, contraddistinto dalla firma di innumerevoli decreti ogni giorno. Cerca di centralizzare il potere per destabilizzare i suoi oppositori e privilegia la lealtà su tutte le altre qualità dei suoi collaboratori.

    Egli vive il suo lato bonapartista nella tradizione americana del leader carismatico. Tenta di assumere un ruolo messianico di interprete della nazione, stigmatizzando i migranti e denigrando il progressismo. Con questo personalismo estremo, cerca di rafforzare l’immagine di un uomo predestinato a realizzare il sogno americano. Ma questo orientamento aumenta le tensioni con l’establishment globalista, che controlla i media più influenti (Wisniewski, 2025).

    Trump sta colmando il vuoto lasciato dal discredito dei politici tradizionali. Sta approfittando del clima creato dal rifiuto di dubbie manovre parlamentari e sta usando gli attributi del presidenzialismo per rafforzare la propria immagine (Riley, 2018).

    Adotta un discorso vicino alla tendenza conservatrice, che esacerba l’opposizione culturale tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. In opposizione alla tradizione assimilazionista, rifiuta l’immigrazione latinoamericana ed esalta la lingua inglese. Glorifica gli ideali anglo-protestanti di individualismo ed etica del lavoro, disprezzando la tradizione ispanica, che associa a pigrizia e mancanza di ambizione.

    Il discorso trumpiano riprende l’eredità protezionistica (Alexander Hamilton, “padre del dollaro”) e patriottica (Thomas Jefferson, presidente dal 1801 al 1809) che privilegia la prosperità interna (Andres Jackson, presidente dal 1829 al 1837). Sfida il liberalismo cosmopolita (Thomas Wilson, presidente dal 1913 al 1921) che associa questo benessere all’apertura al mondo esterno (Anzelini, 2025).

    Con questa visione, Trump sta rigenerando i postulati dei sovranisti, che tradizionalmente hanno favorito il razzismo e l’anticomunismo nella definizione delle alleanze esterne. La simpatia di questa tendenza americanista per il nazismo ha incluso, in passato, un’affinità con il Ku Klux Klan e l’apartheid sudafricano. Questa eredità è attualmente raccolta da Elon Musk e, in questa direzione, il trumpismo sta raddoppiando le sue campagne contro il profilo multietnico, multirazziale e multiculturale del Partito Democratico.

    La corrente guidata dal magnate esprime una variante etnocentrica dell’imperialismo yankee, lontana tanto dal neoconservatorismo repubblicano quanto dal cosmopolitismo democratico. Enfatizza gli aspetti identitari dell’ideologia americana ed esalta il patriottismo reazionario come elemento essenziale del suo credo. Ma con questa adesione ideologica, partecipa allo stesso conglomerato imperialista delle altre due correnti.

    Bush, Biden e Trump rappresentano tre modalità dello stesso imperialismo che sostiene il capitalismo americano. Le diverse modalità di questo dominio costituiscono modalità interne dello stesso blocco. L’imperialismo è una necessità sistemica del capitalismo che funziona confiscando risorse dalla periferia, estromettendo i concorrenti e soffocando le ribellioni popolari. Trump governa secondo questi parametri e la sua brutalità rivela chiaramente questa affiliazione.

    Traiettorie, ambizioni e resistenze

    È giusto definire Trump un sottocapitalista, nel senso in cui Marx si riferiva agli speculatori finanziari dell’alta borghesia coinvolti in molteplici frodi. La carriera del magnate combina tutti gli ingredienti di questo modello, con il numero di truffe, evasioni fiscali, fallimenti fraudolenti, rapporti mafiosi e riciclaggio di denaro che hanno segnato la sua storia imprenditoriale. Si è circondato di personaggi dello stesso stampo, con lunghi precedenti penali nel mondo delle caverne finanziarie (Farber, 2018).

    Ma questo percorso personale non ha caratterizzato il suo primo mandato, né definisce quello attuale. Trump agisce come rappresentante di settori capitalistici molto importanti e guida un’amministrazione basata su una coalizione di gruppi imprenditoriali statunitensi, tra cui aziende digitali che si sono allontanate dal globalismo. Fa affidamento sul settore siderurgico, sul complesso militare-industriale, sulla frazione conservatrice del potere finanziario e su aziende focalizzate sul mercato interno, penalizzate dalla concorrenza cinese (Merino; Morgenfeld; Aparicio, 2023: 21-78).

    Trump si è assicurato il suo attuale mandato grazie al sostegno di una plutocrazia digitale che ha accantonato le sue preferenze democratiche. I Big Five costituiscono attualmente il settore dominante del capitalismo americano, che ha bisogno della belligeranza trumpista per combattere i suoi rivali asiatici.

    Più controversa è l’importanza del nuovo potere politico che i miliardari digitali stanno acquisendo grazie a Trump. Hanno già incatenato il pubblico alle loro reti e tengono i loro clienti vincolati a un groviglio di algoritmi. Questa dipendenza consente loro di espandere la loro redditizia intermediazione nella pubblicità e nelle vendite. Ora stanno cercando di proiettare questo potere su un’altra scala, assumendo il controllo diretto di diverse aree del governo.

    Questi gruppi formano potenti oligopoli che alcuni equiparano a predazione e accaparramento di rendite. Per questo motivo usano il termine “tecnofeudale” per concettualizzare la loro attività (Cédric Durand, 2025).

    Altri approcci contestano questa designazione, che diluisce il significato capitalistico delle aziende chiaramente integrate nei circuiti di accumulazione. La loro leadership tecnologica consente loro di trarre profitto dallo straordinario plusvalore che assorbono dal resto del sistema. Non operano nel dominio delle rendite naturali e non traggono profitto dalla coercizione extraeconomica (Morozov, 2023).

    Ma entrambe le visioni concordano nel sottolineare la gestione senza precedenti della vita sociale che ha permesso a un settore di lanciarsi nella conquista di quote significative di potere politico. Sotto la protezione di Trump, cercano soprattutto di neutralizzare qualsiasi tentativo di regolamentazione statale delle reti.

    La plutocrazia digitale ha intrapreso la gestione diretta delle leve statali per orientare l’attività politica al suo servizio. Alcuni autori utilizzano la nozione di “capitalismo politico” per distinguere questa appropriazione. Osservano l’emergere di un regime di accumulazione basato sulla nuova dipendenza delle imprese da un potere politico che definisce i beneficiari con maggiore margine di manovra fiscale rispetto al passato. Il trumpismo potrebbe essere l’artefice di queste trasformazioni che si verificano all’apice del capitalismo (Riley; Brenner, 2023).

    Ma la sua deriva autoritaria ha già scatenato la resistenza nelle strade. Sotto uno slogan unificante e mobilitante [“Giù le mani!” il 5 aprile, seguito da un seguito il 20 aprile], 150 organizzazioni hanno organizzato una grande manifestazione di successo in mille città. Hanno iniziato a ricreare la risposta popolare che Trump aveva affrontato durante il suo primo mandato ed era riuscito a moderare al suo ritorno. Le grandi manifestazioni che sono seguite hanno dimostrato il rifiuto del potentato e degli oligarchi che lo circondano [si veda il successo dei raduni di Bernis Sanders con lo slogan “Combatti l’oligarchia” – ndr].

    Le marce esprimono il malcontento per il ridimensionamento dei diritti democratici da parte dell’occupante della Casa Bianca. Se l’erosione della legittimità interna di Trump si combina con la resistenza che suscita in tutto il mondo, si aprirà la strada a una grande battaglia contro il suo governo. Da questa convergenza potrebbe emergere un’alternativa che inizierebbe a sostituire l’oppressione imperialista con la fratellanza dei popoli. (Buenos Aires, 15 aprile 2025; traduzione di A l’Encontre )

    Claudio Katz , membro degli Economisti della Sinistra (EDI), ricercatore presso il CONICET, professore presso l’Università di Buenos Aires.

    Articolo pubblicato sul sito: https://alencontre.org/

    Leonardo De Angelis

    30 Luglio 2025
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  • Contro la corruzione, la società ucraina scende in piazza!

    Contro la corruzione, la società ucraina scende in piazza!

    Di MPS

    Il 22, 23, 24 e 25 luglio, nonostante la legge marziale che vietava le manifestazioni, migliaia di persone si sono riunite in diverse città del Paese, nella capitale Kiev ma anche in città come Sumy o Kharkiv, che continuano a subire bombardamenti e lanci di missili ogni giorno, sia di notte che di giorno.

    Per la prima volta dall’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Russia nel febbraio 2022, l’Ucraina ha visto una parte della sua popolazione scendere in piazza ed esprimere la propria rabbia nei confronti della classe politica e in particolare del presidente Volodymyr Zelensky, che fino ad allora era rimasto piuttosto popolare. Il 22, 23, 24 e 25 luglio, nonostante la legge marziale che vietava le manifestazioni, migliaia di persone si sono riunite in diverse città del Paese, nella capitale Kiev, ma anche in città come Sumy o Kharkiv, che continuano a subire bombardamenti e lanci di missili ogni giorno, sia di notte che di giorno.

    Una legge che riduce l’indipendenza della lotta alla corruzione

    Il motivo di queste manifestazioni spontanee? La legge n. 12414 approvata il 22 luglio, che, grazie ad emendamenti introdotti all’ultimo minuto, danneggerebbe gravemente dieci anni di lotta alla corruzione. Questi emendamenti mirano a ridurre l’indipendenza dell’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e della Procura speciale anticorruzione (SAPO), ponendoli sotto il controllo del Procuratore generale, nominato direttamente dall’ufficio del Presidente. Queste due istituzioni erano state create nel 2014 a seguito della rivoluzione di Maidan per rispondere alle aspirazioni democratiche della popolazione.
    La nuova legge ha confermato le forti preoccupazioni delle ultime settimane, che hanno visto diversi funzionari di queste due istituzioni oggetto di procedimenti giudiziari, tra cui Vitaliy Shabunin, il famoso cofondatore della NABU, accusato di essersi sottratto ai suoi obblighi militari. Arruolatosi volontario nell’esercito nel febbraio 2022, era stato distaccato per missioni presso la NABU. L’attivista denuncia accuse infondate e motivazioni politiche dietro questo procedimento.
    Il 22 luglio, giorno della votazione della legge, l’indignazione è stata immediata nella società civile e nella classe politica, compreso il campo presidenziale. Poche ore dopo la votazione della legge, si sono svolte manifestazioni spontanee, sotto forma di raduni, per chiedere a Zelensky di porre il veto.

    Mobilitazioni caotiche ma incoraggianti

    Questi raduni non hanno alcun orientamento politico particolare, anche se alcune organizzazioni come il movimento politico Sotsialnyi Rukh (Movimento Sociale) o il sindacato studentesco Priama Diia (Azione Diretta) non nascondono la loro partecipazione, e alcuni manifestanti sfoggiano sui loro vestiti o sui cartelli il simbolo A dell’anarchia. Mercoledì 24 luglio a Kiev, davanti al teatro Ivan Franko, dove si è tenuto il raduno, a pochi passi dagli uffici presidenziali, sotto lo sguardo della “polizia del dialogo” [1], un manifestante ha scalato una statua per issare la bandiera nera.

    La bandiera nera sventola

    Nonostante la presenza di studenti con megafoni, non ci sono interventi né discorsi e nessuno guida il raduno. Tra slogan che denunciano la corruzione e applausi, i manifestanti intonano regolarmente l’inno ucraino.
    «Queste mobilitazioni sono caotiche per natura», spiega Vitaliy Dudin, membro di Sotsialnyi Rukh, «la gente non ha più esperienza di manifestazioni di massa da oltre tre anni. I partiti politici non hanno alcuna influenza su questo movimento. Almeno non ancora». Denys Pilash, politologo e membro di Sotsialnyi Rukh, ci spiega che queste manifestazioni sono spontanee, che «non si sa chi siano gli organizzatori, ma è tacitamente accettato che nessuno mostri la propria appartenenza organizzativa e politica».
    Per quanto riguarda il seguito di questa mobilitazione, Vitaliy è ottimista: «Si possono fare nuove amicizie. In queste manifestazioni si vede quanto sia profonda la richiesta di giustizia sociale».
    Vitaliy è avvocato specializzato in diritto del lavoro e difende numerose organizzazioni sindacali e lavoratori: «Mi chiamano sempre più spesso per aiutare le persone a ottenere ciò che spetta loro. La gente sta cominciando a capire che ha dei diritti e che può rivendicarli e difenderli».
    Sebbene sia lieto di questa presa di coscienza, sa che questa mobilitazione non porterà a un cambiamento profondo: «La coscienza politica di queste manifestazioni è ancora giovane. Le persone sono influenzate dagli ideali democratici del liberalismo. Vogliono vivere in una società democratica e libera dalla corruzione, ma hanno difficoltà a capire che tutto questo è legato al sistema stesso». All’indomani di queste mobilitazioni, di fronte a un piccolo pubblico di lavoratrici delle ferrovie, della sanità e dei servizi pubblici, nella sede di Sotsialnyi Rukh, afferma: «Vediamo le radici delle disuguaglianze nel sistema capitalista e negli affari, che si traducono sempre nella concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. È questo che favorisce la corruzione e varie forme di ingiustizia. »

    La guerra sullo sfondo

    Nonostante queste mobilitazioni popolari e inaspettate e nonostante le proteste dei suoi partner europei, tra cui la Francia, che denunciano un arretramento democratico, Zelensky ha firmato la legge n. 12414 nella serata del 22 luglio, con il pretesto di combattere l’influenza russa all’interno degli organismi di lotta alla corruzione. Una spiegazione rifiutata da molti che vedono in essa uno strumento per strumentalizzare l’aggressione russa.

    Una foresta di cartelli

    Questo importante evento politico ha la particolarità di collegare direttamente la vita politica interna del Paese alla resistenza militare contro l’invasione russa.
    Dall’inizio della guerra, diversi scandali di corruzione hanno macchiato la classe politica. Mentre il tenore di vita è drasticamente diminuito e migliaia di ucraini perdono la vita in prima linea, è particolarmente intollerabile per la popolazione vedere alcuni leader e capi d’azienda arricchirsi grazie a commissioni e sovrafatturazioni incassate sulle spese militari.
    Vitaliy Shabunin lo ha ricordato pochi giorni fa in un’intervista esclusiva concessa al Kyiv Independent [2]: «La corruzione uccide più in tempo di guerra che in tempo di pace», spiegando che acquistare cibo o attrezzature «per l’esercito a prezzi gonfiati significa che l’esercito ne ottiene meno. Il che riduce le nostre possibilità di vittoria».
    Tra i manifestanti, molti hanno perso persone a loro care in questa guerra. Denunciano il tradimento degli impegni presi nei confronti dei loro morti e di coloro che continuano a lottare per difendere un’Ucraina libera e democratica. Ai raduni sono presenti anche dei militari. Giovedì 24 luglio, al termine della manifestazione, dei militari in uniforme hanno fatto irruzione nel raduno lanciando fumogeni rossi mentre in tutta Kiev risuonava la sirena che avvertiva di un potenziale attacco.
    I manifestanti hanno lasciato il raduno e si sono dispersi prima dell’entrata in vigore del coprifuoco. Per le strade si sentiva gridare “gloria all’Ucraina, gloria agli eroi!”, come per rendere omaggio alla determinazione della popolazione e a quella parte di essa che ha preso le armi per difendere il Paese dall’invasione russa.
    Il desiderio di vittoria contro la Russia e la volontà di porre fine a questa guerra sono sentimenti condivisi da tutta la popolazione. Di fronte all’aggressione di un regime autoritario e dittatoriale, il governo ucraino si è sempre presentato come difensore della democrazia per assicurarsi il sostegno delle democrazie occidentali. L’incomprensione è quindi enorme per tutti coloro che scandiscono in coro “l’Ucraina non è la Russia!” durante queste manifestazioni.
    Mentre gli attacchi mortali e distruttivi si sono intensificati nelle ultime settimane, i manifestanti vedono in questa manovra politica un tradimento. Un tradimento non solo del Paese, perché questo arretramento democratico allontana le possibilità di entrare nell’Unione Europea e indebolisce il sostegno dei Paesi occidentali alla vigilia di una nuova offensiva russa temuta per quest’estate. Ma anche un tradimento degli ideali democratici di Maidan: «Siamo tornati al 2013?», si legge sui cartelli. Per Denys Pilash, questi riferimenti a Maidan non sono solo il frutto di chi vi ha partecipato 11 anni fa, ma anche di questa nuova generazione per la quale gli eventi dell’inverno 2013-2014 sono diventati una sorta di «tradizione leggendaria».

    Zelensky fa marcia indietro, ma non i manifestanti

    Di fronte alle critiche dei suoi alleati e alla mobilitazione determinata della popolazione, Zelensky ha fatto marcia indietro e ha annunciato alla stampa il 24 luglio che una nuova legge era stata presentata in Parlamento. Dovrebbe essere esaminata in una sessione straordinaria il 31 luglio. Zelensky ha affermato alla stampa che «ci sarebbe dovuto essere un dialogo» con la società civile.

    I miei figli meritano un futuro migliore

    Tuttavia, Denys Pilash ci spiega che non c’è mai dialogo, nemmeno in Parlamento. Questo tipo di votazioni dell’ultimo minuto sono piuttosto frequenti. «È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La gente sa che la NABU e la SAPO non sono sufficientemente efficaci, ma è meglio di niente».
    Il centro di azione anticorruzione (an-TAC) creato dall’attivista Vitaliy Shabunin plaude alla mobilitazione popolare e accoglie con favore l’annuncio del presidente, che in un comunicato pubblicato sui suoi social network afferma che il disegno di legge ripristinerà tutto ciò che è stato distrutto dalla legge n. 12414 del 22 luglio. Tuttavia, l’organizzazione rimane diffidente, temendo che durante questa settimana di proroga le disposizioni previste dalla legge n. 12414 consentano di insabbiare diversi casi: «anche una settimana di ritardo può essere sufficiente per distruggere una moltitudine di procedimenti della NABU e della SAPO contro alti funzionari corrotti. Ricordiamo che in questo parlamento più di 50 deputati sono già sospettati o accusati di atti criminali. E la maggior parte di loro, proprio per casi di corruzione trattati dalla NABU e dalla SAPO».
    Gli appelli alla mobilitazione continuano quindi e questa sera, venerdì 25 luglio, si sono svolte nuove manifestazioni. «Il presidente ha fatto la sua dichiarazione, ma non ci sono garanzie. L’unica garanzia che la gente ha è la pressione nelle strade attraverso la mobilitazione», ci dice Denys Pilash.
    L’an-TAC chiede quindi l’immediata abrogazione della legge n. 12414 senza aspettare una settimana, ricordando che Zelensky ha già richiamato in passato i parlamentari in vacanza.
    Il presidente ha dichiarato che «era molto importante per [lui] che fossimo all’ascolto e che rispondessimo in modo adeguato. La gente ha chiesto un cambiamento. Noi abbiamo risposto. »
    La mancanza di reazione dei suoi partner europei negli ultimi mesi di fronte alle derive del potere ha senza dubbio permesso a Zelensky di spingersi ancora oltre con questa legge n. 12414, ma è stata proprio la mobilitazione dal basso della società ucraina a richiamarlo all’ordine e a frenare il suo slancio.
    Nessuno ne dubitava, è una delle lezioni apprese dal Maidan e dagli ultimi dieci anni: la società ucraina sa che può contare solo su se stessa e non si aspetta nulla dalle classi dirigenti ucraine o europee.

    Articolo pubblicato sul sito: https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    28 Luglio 2025
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  • Stati Uniti. Le speranze suscitate dalla candidatura di Zohran Mamdani e le domande che ne derivano

    Stati Uniti. Le speranze suscitate dalla candidatura di Zohran Mamdani e le domande che ne derivano

    Di Lance Selfa*

    La vittoria di Zohran Mamdani, il 24 giugno, alle primarie del Partito Democratico per designare il candidato del partito alle elezioni per il sindaco di New York a novembre, ha seminato il panico tra l’establishment politico e l’élite economica.
    Il socialista democratico Zohran Mamdani ha sconfitto l’ex governatore Andrew Cuomo, eletto tre volte (dal gennaio 2011 al 23 agosto 2021). I 25 milioni di dollari di fondi per la campagna elettorale di Cuomo – provenienti dall’ex sindaco miliardario Michael Bloomberg (da gennaio 2002 a dicembre 2013), da interessi immobiliari e da giganti di Wall Street – non sono stati sufficienti per sconfiggere qualcuno che fino a pochi mesi fa era praticamente uno sconosciuto.
    Quando la città ha pubblicato il risultato del voto nell’ambito del sistema di voto preferenziale di New York, il risultato non è stato nemmeno serrato. Zohran Mamdani ha ottenuto il 56% dei voti.
    Andrew Cuomo e l’attuale sindaco Eric Adams, che non si è candidato alle primarie perché si presenta come indipendente, hanno attaccato Mamdani definendolo un sognatore, un neofita e, ancora più vergognosamente, un antisemita. Per non essere da meno, il presidente Trump ha definito Mamdami, membro dei Socialisti Democratici d’America (DSA), un «comunista fanatico» e, cosa ancora più scandalosa, ha minacciato di espellere questo cittadino americano naturalizzato.
    La buona notizia è che, nonostante tutto ciò che l’establishment democratico e Wall Street hanno lanciato contro Zohran Mamdani, gli elettori non hanno abboccato all’esca. In un’epoca in cui l’establishment bipartitico criminalizza le critiche al sionismo e allo Stato di Israele, Mamdani non ha rinunciato al suo sostegno ai palestinesi e alla condanna della guerra di Israele a Gaza. Come minimo, la vittoria di Mamdani ha dimostrato che gli Stati Uniti non stanno inesorabilmente scivolando verso destra, nemmeno a New York, dove Trump ha ottenuto importanti risultati nonostante la scarsa affluenza dei democratici alle elezioni presidenziali del 2024.
    Mamdani ha incentrato la sua campagna su una serie di promesse semplici legate alla questione del  costo della vita, sempre più insostenibile per i lavoratori e le lavoratrici che vivono a New York. Tra queste, spiccano in particolare il congelamento degli affitti, l’introduzione di un trasporto autobus gratuito e l’apertura di negozi alimentari comunali.
    Il messaggio di Mamdani ha trovato ampio riscontro, in particolare tra i giovani elettori e gli elettori immigrati di New York. Mamdani ha ottenuto quasi 470’000 voti su oltre un milione di voti espressi. Al contrario, nelle primarie del 2021 vinte da Eric Adams, quest’ultimo aveva ottenuto 289’000 voti su circa 801’000 voti espressi. Mamdani è riuscito ad aumentare l’elettorato attirando un numero di giovani elettori molto più ampio di quanto molti ritenevano possibile. Rispetto a Cuomo, Mamdani ha ottenuto una vittoria schiacciante nei quartieri più multietnici della città.
    Dopo la vittoria, Mamdani ha ottenuto il sostegno dei sindacati che avevano appoggiato Cuomo. E gli elettori neri, che costituiscono una parte importante della base del Partito Democratico e tr ai quali Mamdani ha ottenuto risultati mediocri, ora cominciano a rivolgersi verso di lui. Essendo il candidato del Partito Democratico in una città a forte maggioranza democratica, è il favorito per vincere le elezioni di novembre.
    Ma i suoi avversari non hanno intenzione di arrendersi. Cuomo si è unito ad Adams per lanciare una candidatura indipendente, e anche il candidato repubblicano di lunga data, l’ex leader dei Guardian Angels (milizia non armata che pattuglia la metropolitana di New York dal 1979) Curtis Sliwa, è in corsa. Le forze anti-Mamdani disporranno di milioni di dollari provenienti da Wall Street, dai proprietari immobiliari e dai filoisraeliani. Ma non hanno alcun programma positivo. E hanno un problema di coordinamento. Ognuno di loro pensa di essere il più temibile avversario di Mamdani e rimarrà in corsa per dimostrarlo. Di conseguenza, divideranno il voto anti-Mamdani e probabilmente finiranno tutti per perdere. Avanti così!
    Se Mamdani vincesse, cosa potremmo aspettarci dalla sua amministrazione? Jamie Dimon, amministratore delegato della grande banca JP Morgan Chase, ha definito Mamdani un «marxista» che «propugna la stessa ideologia vuota che non ha alcun senso nel mondo reale». Nonostante tutta questa retorica ridicola che lo dipinge come un radicale pericoloso, le proposte di Mamdani sono moderate. Mamdani e i suoi sostenitori all’interno del DSA abbracciano apertamente il modello del «socialismo delle fogne» dei primi anni del Novecento1. Questo termine era stato dato ai funzionari municipali che hanno rinunciato alla politica radicale a favore di una banale gestione dei servizi municipali.
    Ma i riformatori che lo hanno attuato, in particolare a Milwaukee, nel Wisconsin, roccaforte di alcuni dei socialisti più conservatori, hanno scelto di adottare il «socialismo delle fogne». Per loro, «socialismo» significava governare governi «puliti» (non corrotti) che fornivano servizi pubblici. Questo tipo di amministrazione comunale è chiaramente preferibile al clientelismo corrotto, ma è ben lungi al rappresentare una transizione verso il socialismo.
    Il Wall Street Journal ha persino trovato alcuni milionari e imprenditori disposti a sostenere pubblicamente Mamdani. Essi riconoscono che le disparità di reddito e il costo della vita hanno compromesso la loro capacità di assumere personale qualificato per lavorare in città. Affermano che pagare tasse leggermente più elevate può migliorare la qualità della vita in città e migliorare i servizi che anche molti dei loro detrattori apprezzano.
    Inoltre, Mamdani ha approvato misure come l’allentamento delle norme sulle piccole imprese e sull’uso del suolo, che rientrano nel programma detto “dell’abbondanza” che sta spopolando tra i democratici neoliberisti “centristi” 2. Lo scorso settembre, prima di annunciare la sua candidatura a sindaco, ha incontrato Kathy Wylde, una leader dell’élite economica della città. Kathy Wylde ha dichiarato al Wall Street Journal che “[Mamdani] ha detto: ‘Sentite, non sono favorevole a che il governo prenda il controllo delle vostre aziende’. […] Ha chiarito che non è anticapitalista in questo senso».
    Due delle sue proposte – nominare i membri del Comitato per la stabilizzazione degli affitti della città che si impegnano a rispettare la sua promessa di congelare gli affitti e rendere gratuiti gli autobus – sono alla sua portata come sindaco. In realtà, il precedente sindaco democratico liberale, Bill de Blasio, ha attuato politiche simili di stabilizzazione degli affitti. Il suo progetto di negozi alimentari comunali è un progetto pilota che mira ad aprire un negozio in ogni distretto per «concretizzare il concetto». In una città con oltre otto milioni di abitanti, ciò non rappresenta certo una minaccia per il settore della distribuzione alimentare.
    Le sue proposte più ambiziose, come l’istruzione prescolare universale, dovranno essere approvate dallo Stato di New York affinché possano essere aumentate le tasse necessarie per finanziarle. Ma come sottolinea J.W. Mason, in un’analisi simpatica (Dissent, 4 luglio 2025) e ben informata sulle proposte di Mamdani: «Va tuttavia notato che gli obiettivi fondamentali delle proposte di Mamdani sono, almeno in teoria, condivisi dalla corrente dominante del Partito Democratico. Il bilancio comunale recentemente approvato prevede fondi per un programma pilota universale di assistenza all’infanzia, e il governatore Kathy Hochul [governatore dall’agosto 2021 in seguito alle dimissioni di Cuomo, eletto nel novembre 2022] ha creato un proprio gruppo di lavoro sulla questione. Tutti concordano sul fatto che l’alloggio è un problema importante e che per renderlo più accessibile sarà necessario combinare riforme urbanistiche e fondi pubblici”.
    Ciò che distingue una posizione socialista in questo contesto non concerne gli obiettivi. È la volontà di prendere sul serio la questione di come raggiungerli, ovvero come mobilitare il sostegno di massa, ma anche come finanziarlo, aumentando le tasse se necessario.
    Ma è qui che il programma di Mamdani si scontrerà con altre forze all’interno del Partito Democratico, determinate a cooptarlo o a distruggerlo. Ha ottenuto il sostegno di democratici moderati come il deputato democratico alla Camera dei Rappresentanti [dal 2017] Adriano Espaillat, che in precedenza aveva sostenuto Cuomo. Ma altri democratici di spicco, come il rappresentante newyorkese Hakeem Jeffries [leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti], che sarebbe in lizza per diventare presidente della Camera dei Rappresentanti se i democratici vincessero le elezioni di medio termine del 2026, non hanno dato il loro sostegno a Mamdani. La governatrice di New York Kathy Hochul non ha mostrato alcuna volontà di sostenere i piani di Mamdani per aumentare le tasse.
    Durante le sue campagne elettorali, Mamdani si è sempre presentato come democratico. Come sottolinea questo resoconto interno del DSA sui primi passi verso la vittoria di Mamdani (dropsitenews.com, 12 luglio), candidarsi alle primarie democratiche chiuse è un aspetto cruciale della strategia del DSA. Questo può fornire ai candidati sostenuti dal DSA un elettorato più disposto a votare per loro, ma li rende anche prigionieri di un partito filocapitalista. Non volendo essere osteggiati da persone che hanno influenza sul loro programma o sulla loro carriera, i candidati sono portati a fare concessioni alla corrente dominante e questo mina la loro indipendenza, se non addirittura la loro capacità di mantenere le promesse fatte ai loro sostenitori. Questo processo contribuisce a trasformare coloro che si dichiarano socialisti in «vecchi comuni democratici» (New York Intelligencer, articolo di Freddie deBoer, 25 luglio 2023).
    Abbiamo già visto questo processo prendere forma con Mamdani. Il socialdemocratico Eric Blanc potrebbe considerare il rifiuto di Mamdani di «tagliare i fondi alla polizia» (un obiettivo che Blanc ha definito «ultra-sinistra performativa») come una mossa vincente per evitare di dover rispondere alle numerose «trappole» tese dai giornalisti e dai troll pro-polizia. Ma questo non lo aiuterà ad affrontare la polizia di New York, un esercito che divora risorse e che gli dichiarerà guerra non appena tenterà di prendere provvedimenti per porre fine alle sue violenze. Durante un incontro con i leader della Partnership for New York, la camera di commercio de facto della città, si è detto aperto all’idea di mantenere l’attuale commissario di polizia, Jessica Tisch (figlia del miliardario amministratore delegato della Leows Corporation, James Tisch – nel febbraio 2024, la famiglia Tisch era considerata la 43a più ricca degli Stati Uniti).
    Durante lo stesso incontro, si è anche impegnato a dissuadere gli attivisti dall’utilizzare lo slogan «globalizzare l’Intifada» [slogan utilizzato per sostenere la resistenza palestinese e contro l’occupazione israeliana], un’espressione che è servita da pretesto per molteplici attacchi contro di lui, anche se ha ripetuto più volte di non averla mai utilizzata.
    Cosa spingerà Mamdani a mantenere le promesse fatte ai suoi sostenitori della classe lavoratrice, soprattutto quando dovrà affrontare l’opposizione di Wall Street, della polizia o delle forze politiche consolidate? I suoi sostenitori contano sui 50’000 attivisti che la sua campagna ha dichiarato di aver mobilitato. Come ha detto Liza Featherstone, «il movimento di massa che lo ha eletto deve essere pronto ad aiutarlo ad avere successo, perché la classe dirigente (in particolare il settore immobiliare), l’amministrazione Trump e la polizia faranno tutto il possibile per far fallire il suo mandato di sindaco» (Jacobin, 25 giugno 2025).
    Se questo è teoricamente possibile, non è quasi mai successo. Ci sono troppe differenze tra i meccanismi di una campagna elettorale e quelli di un movimento sociale necessario per ottenere riforme. I marxisti sostengono da tempo che le elezioni sono la «forma più primitiva» della politica, perché non richiedono il tipo di impegno politico o di mobilitazione che implica un vero movimento sociale.
    C’è anche la posizione di compromesso che dovrà affrontare qualcuno come Mamdani, in qualità di direttore generale di una città e capo di centinaia di migliaia di lavoratori municipali. In primo luogo, dovrà formare un’amministrazione, il che lo porterà senza dubbio ad assumere molti attivisti di base all’interno del governo. Ciò significa che molti di coloro che potrebbero fare pressione sul governo dall’«esterno» si ritroveranno «all’interno», difendendo piuttosto il programma del sindaco.
    Il capo nominale della polizia di New York userà il suo ufficio per mobilitare manifestazioni quando la polizia picchierà o ucciderà qualcuno sotto la sua supervisione? Il CEO e datore di lavoro degli insegnanti e degli altri dipendenti comunali li sosterrà se sciopereranno contro l’austerità? Porre queste domande significa vedere chiaramente gli sviluppi che potrebbero screditare ulteriormente la «via elettorale al socialismo» [anche solo nel senso di socialismo municipale] piuttosto che promuoverla.

    *articolo apparso il 17 luglio 2025 sul sito alencontre.

    1.  Il termine “socialismo delle fogne” non è da intendersi come concetto denigratorio, ma è la risultante della garanzia dei servizi di base ai cittadini che, all’inizio del ‘900, erano garantiti solo ai ricchi. Nel socialismo d’oltre oceano dei primi del ‘900 quelle per il servizio idrico e il servizio fognario furono battaglie campali, con ovvie ripercussione sulla sanità pubblica e sulla qualità della vita dei ceti meno abbienti. Da qui la locuzione “socialismo delle fogne”, inizialmente utilizzato si in senso minimizzante da parte della élite “bostoniana”, ma di cui il movimento socialista si fregiò senza vergogna e con molto orgoglio. (Mario Michele Pascale – NdT in italiano) ↩︎
    2. Riferimento al libro di Ezra Klein del New York Times e Derek Thompson di The Atlantic, una visione degli Stati Uniti in cui i decisori politici passano meno tempo a litigare sulla distribuzione delle risorse scarse e più tempo ad assicurarsi che non ci sia carenza fin dall’inizio. (Red alencontre.) ↩︎

    Leonardo De Angelis

    23 Luglio 2025
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