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  • Perché Deir al-Balah è diventata il nuovo fulcro dell’offensiva di Israele nella Striscia Gaza

    Perché Deir al-Balah è diventata il nuovo fulcro dell’offensiva di Israele nella Striscia Gaza

    Di Riccardo Piccolo

    L’esercito israeliano ha lanciato lunedì 21 luglio la prima operazione di terra a Deir al-Balah, città situata nel centro della Striscia di Gaza che finora era stata colpita solo con bombardamenti aerei. La città, che ospita circa 100mila abitanti tra residenti originari e sfollati interni, rappresentava una delle poche zone relativamente risparmiate dalle operazioni militari terrestri israeliane. La decisione di entrare con i carri armati segna una svolta tattica, dato che l’intelligence israeliana riteneva che Hamas detenesse ostaggi nella zona. Domenica 20 luglio Israele ha ordinato l’evacuazione immediata della città.Nella stessa giornata almeno 94 palestinesi sono rimasti uccisi e oltre 200 feriti in operazioni condotte dalle forze israeliane durante la distribuzione di aiuti umanitari in diverse località del territorio.

    Perch Deir alBalah è diventata il nuovo fulcro dell'offensiva di Israele nella Striscia Gaza

    L’operazione a Deir al-Balah e la crisi degli aiuti umanitari

    Stando ai corrispondenti di Al Jazeera presenti sul posto, l’offensiva israeliana su Deir al-Balah è cominciata con l’ingresso dei carri armati nei quartieri residenziali di Abu al-Ajin e Hikr al-Jami, mentre i bombardamenti proseguivano da ore. L’operazione ha provocato l’esodo di circa 100 mila persone, molte delle quali già sfollate in precedenza da Rafah — devastata dalle offensive israeliane — e da Khan Younis, il principale centro urbano del sud della Striscia. Secondo il Times of Israel, l’obiettivo strategico dell’operazione sarebbe quello di aprire un terzo corridoio militare nel cuore di Gaza, completando così il controllo israeliano dopo i corridoi di Netzarim nel nord e di Morag nel sud.

    Le persone costrette a lasciare Deir al-Balah vengono indirizzate verso al-Mawasi, la zona costiera nel sud della Striscia che Israele aveva indicato come “area umanitaria sicura”, ma che da mesi versa in condizioni di sovraffollamento estremo. Situata lungo la costa mediterranea, vicino a Rafah, al-Mawasi soffre di gravi carenze igieniche e di una cronica mancanza di acqua potabile e cibo. Per migliaia di famiglie, questa evacuazione rappresenta l’ennesimo trauma: molte sono già state costrette a spostarsi più volte dall’inizio della guerra, dieci mesi fa. A denunciarlo è Oxfam, che documenta il peggioramento continuo delle condizioni di vita degli sfollati.

    Articolo pubblicato da wired.it

    Leonardo De Angelis

    22 Luglio 2025
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  • VERTICE BRICS Rio de Janeiro – Un nuovo blocco imperialista avanza!

    VERTICE BRICS Rio de Janeiro – Un nuovo blocco imperialista avanza!

    Di Nando Simeone

    Domenica 6 luglio scorso si è aperto, a Rio de Janeiro, il vertice dei BRICS, alla presenza dei capi di Stato e di governo e dei Ministri degli Esteri dei Paesi membri (Brasile, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia, India, Iran e Russia) e di quelli associati (Bielorussia, Bolivia, Kazakistan, Cuba, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam).

    Nel complesso, si è registrata una difesa del multilateralismo dai toni accomodanti. Le critiche alla guerra dei dazi lanciata da Donald Trump sono risultate attenuate, forse su impulso cinese. In questo senso, si è fatta sentire l’assenza del presidente cinese Xi Jinping che, probabilmente per non compromettere il dialogo in corso con Washington, ha preferito non associare il proprio nome a un testo che, seppur con prudenza, contiene critiche alle politiche statunitensi. Oltre all’assenza dello stesso Putin,

    La dichiarazione, in ogni caso, si è limitata a esprimere “serie preoccupazioni per l’aumento di misure tariffarie e non tariffarie unilaterali che distorcono il commercio e sono incompatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del Commercio”.1

    La cautela ha prevalso anche sulla questione iraniana. Alla fine, i Brics hanno “condannato gli attacchi militari contro la Repubblica Islamica dell’Iran dal 13 giugno 2025” ed espresso “profonda preoccupazione per l’escalation successiva della situazione di sicurezza in Medio Oriente”, senza però citare esplicitamente né gli Stati Uniti né Israele. Sul fronte europeo, la dichiarazione ha certificato invece la decisione dei Brics di voltare le spalle all’Ucraina, condannando “nei termini più forti” soltanto gli attacchi contro ponti e infrastrutture ferroviarie nelle regioni russe di Bryansk, Kursk e Voronezh “che hanno deliberatamente preso di mira civili, causando numerose vittime tra cui bambini”, senza menzionare l’invasione russa.

    L’unico passaggio più deciso ha riguardato Gaza, dove i Brics, ribadendo “profonda preoccupazione per la situazione nel Territorio palestinese occupato, di fronte alla ripresa di attacchi continui di Israele contro Gaza e all’ostruzione dell’ingresso di aiuti umanitari nel territorio”, hanno fatto appello al rispetto del diritto internazionale, “condannando tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario, incluso l’uso della fame come metodo di guerra” e “i tentativi di politicizzare o militarizzare l’assistenza umanitaria”. È stato poi riaffermato con forza il sostegno alla soluzione a due Stati nel rispetto dei confini del 1967, considerata “l’unico mezzo” per garantire pace e stabilità.

    Riconoscendo la leadership delle superpotenze del gruppo, Brasilia e Nuova Delhi hanno rilanciato il proprio protagonismo nella riforma dell’Onu con il malcelato obiettivo di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. “Sottolineiamo la registrazione del sostegno di Cina e Russia” per un maggiore protagonismo di Brasile e India in questo organo dell’Onu, andando incontro alle “legittime aspirazioni dei paesi emergenti e in via di sviluppo dell’Africa, Asia e America Latina, inclusi i paesi del Brics”.

    In ambito economico, la dichiarazione ha richiamato la necessità di una riforma delle istituzioni di Bretton Woods (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale), chiedendo “un aumento delle quote dei paesi emergenti e in via di sviluppo”. Come contrappeso, i BRICShanno rilanciato la loro Nuova Banca di Sviluppo (Ndb) evidenziando il suo “ruolo crescente di agente robusto e strategico di sviluppo e modernizzazione nel Sud del mondo”, grazie alla capacità di “mobilitare risorse”, “espandere il finanziamento in valuta locale” e sostenere progetti che “riducano le disuguaglianze”.

    Il “nuovo ordine” o disordine in costruzione, che comporta già maggiori conflitti inter-imperialistici e una ripresa della corsa al nucleare, sta rendendo il mondo più conflittuale e più pericoloso. Il “caos geopolitico” si sta aggravando, dando luogo a una crisi del sistema imperialista, cioè un indebolimento della potenza egemonica. A questo si aggiunge l’emergere di nuovi imperialismi, come la Russia e la Cina. Si tratta di una riconfigurazione continua in un contesto globale di fortissima instabilità, in cui non vi è nulla di consolidato. In ogni caso, l’imperialismo del blocco sotto la guida americana dopo il crollo dell’URSS non esiste più.

    Tuttavia, i fatti dimostrano che, nonostante il rafforzamento del gigante asiatico in ambito economico, tecnologico e militare, nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un conflitto inter-imperialista basato sulla rivalità tra il blocco nordamericano, da una parte (con gli imperialismi europei, il Canada, il Giappone, la Corea del Sud e l’Australia) e dall’altra parte un blocco costruito intorno alla Cina. Quest’ultimo blocco, in espansione e all’offensiva, comprende la Russia (nonostante i suoi interessi particolari e le contraddizioni con Pechino), la Corea del Nord, molte repubbliche dell’Asia centrale; esso sta consolidando nuovi amici, tra cui i califfati mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Iran) e sta cercando di trasformare i BRICS in un’alleanza contro l’imperialismo occidentale. L’India, tuttavia, rimane un alleato degli Stati Uniti, anche contro la Cina.

    Questa situazione conflittuale progredisce nella geo economia e nella geopolitica dell’Africa, dove la Russia è in competizione con la Francia e gli Stati Uniti sul piano economico e militare, in particolare nelle ex colonie francofone dell’Africa occidentale. La Cina, dal canto suo, sta cercando di aumentare la propria influenza economica in tutte le parti del continente africano, così come in America Latina e nei Caraibi.

    È importante analizzare il contenuto della dichiarazione finale dei BRICS adottata a Kazan il 23 ottobre 2024 per verificare se questo blocco propone un’alternativa al modello e alle politiche imposte dalle potenze imperialiste tradizionali (raggruppate nel G7: Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Canada, Giappone, Italia e Unione Europea).

    Se, inoltre, ci prendiamo la briga di analizzare la politica concreta dei BRICS, non possiamo che concludere che promuovere un’alternativa favorevole all’emancipazione dei popoli, rafforzare la lotta contro le diverse forme di oppressione e affrontare la crisi ecologica, non dobbiamo contare sull’aiuto e sull’azione dei BRICS.

    Nessuna messa in discussione del FMI e della Banca Mondiale: Al punto 11, i BRICS ribadiscono il ruolo centrale che deve svolgere il Fondo monetario internazionale (FMI):

    11. “Riaffermiamo il nostro impegno a mantenere una rete di sicurezza finanziaria globale forte ed efficace, con al centro un FMI”.

    I BRICS accolgono favorevolmente le discussioni in corso presso il FMI sull’evoluzione dei diritti di voto al suo interno:

    “Accogliamo con favore il lavoro in corso del comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale per sviluppare, entro giugno 2025, possibili approcci per guidare il continuo riallineamento delle quote”. “Si tratta anche di congratularci con il Fondo monetario internazionale per la sua intenzione di consentire ai paesi dell’Africa sub-sahariana, scandalosamente sottorappresentati nella gestione del Fondo monetario internazionale, di ottenere un seggio aggiuntivo al suo interno.»

    I BRICS non chiedono alcun cambiamento alla Banca Mondiale e si limitano a dire al riguardo: “Non vediamo l’ora di rivedere la partecipazione della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) nell’orizzonte del 2025”.

    Nella dichiarazione non vi è alcuna richiesta o impegno per la cancellazione dei debiti.

    Mentre le COP non producono risultati convincenti e le ultime sono state caricature, i BRICS si ritrovano molto vicini alle grandi potenze industriali imperialiste tradizionali rifiutando di riconoscere che finora le politiche adottate non consentono di fornire risposte che soddisfino le sfide. Nonostante i disaccordi e le tensioni che segnano i loro rapporti, i due blocchi concordano in pratica durante le COP di non adottare misure restrittive abbastanza forti per far fronte alla crisi ecologica. Ciascun blocco difende gli interessi delle industrie inquinanti. Colpisce notare che i BRICS non denunciano le politiche irresponsabili delle ex potenze imperialiste e delle grandi aziende che vivono di combustibili fossili.

    Inoltre, al punto 85, i BRICS dichiarano il loro sostegno al mercato dei permessi di emissione di carbonio

    “Riconosciamo l’importante ruolo che i mercati del carbonio svolgono come uno dei motori dell’azione per il clima e incoraggiamo il rafforzamento della cooperazione e lo scambio di esperienze in questo settore».

    Il punto 30 affronta la situazione in Israele-Palestina senza usare nemmeno una volta la parola genocidio per riferirsi all’azione criminale del governo israeliano.

    Ribadiamo la nostra profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione e la crisi umanitaria nei Territori palestinesi occupati, in particolare per l’escalation senza precedenti di violenza nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a seguito dell’offensiva militare israeliana, che ha provocato massacri e ferimenti di civili, sfollamenti forzati e la distruzione diffusa delle infrastrutture civili. Sottolineiamo l’urgente necessità di un cessate il fuoco immediato, globale e permanente nella Striscia di Gaza, del rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi e detenuti di entrambe le parti che sono illegalmente tenuti prigionieri, della fornitura di aiuti umanitari su larga scala, sostenibili e senza ostacoli, alle popolazioni Striscia di Gaza e la cessazione di tutte le azioni aggressive. Denunciamo gli attacchi israeliani alle operazioni umanitarie, alle strutture, al personale e ai punti di distribuzione. (…) accogliamo con favore i continui sforzi della Repubblica araba d’Egitto, dello Stato del Qatar e di altri sforzi regionali e internazionali per raggiungere un cessate il fuoco immediato, accelerare la consegna di aiuti umanitari e il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza.

    I BRICS continuano a fornire a Israele petrolio, gas e carbone, che sono essenziali affinché questo paese possa continuare il suo sforzo bellico. Ciò vale anche per il governo del Sudafrica che, nonostante abbia giustamente presentato una denuncia contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia, continua a fornirgli carbone.

    I BRICS non rappresentano un’alternativa per i popoli alle tradizionali potenze imperialiste. Le posizioni dei BRICS si inseriscono perfettamente nel sistema capitalista neoliberista globale, fanno poco o nulla per staccarsene e sottoscrivere le false soluzioni del capitalismo verde. Nonostante la denuncia dei crimini commessi da Israele contro il popolo palestinese e libanese, non si degnano di recidere i loro legami commerciali con il potere sionista.2

    Un vertice BRICS in Russia che non offre alternative di Éric Toussaint 29 ottobre 2024

    Sostanzialmente siamo di fronte alla creazione di un nuovo blocco imperialista alternativo e concorrenziale a quello degli Stati Uniti NATO e suoi alleati. Ed anche all’ultimo vertice BRICS a Rio de Janeiro tutto ciò viene drammaticamente confermato.

    1. Vertice Brics senza Cina (né coraggio). Condannati attacchi a Gaza e Iran, ma i Paesi emergenti girano le spalle a Kiev di Luigi Spera Il Fatto quotidiano 7 luglio 2025 ↩︎
    2. ISRAELE PALESTINA NO AL GENOCIDIO SI ALLA SOLUZIONE BINAZIONALE NANDO SIMEONE. Pag. 259,260,261 e 262 ↩︎

    Leonardo De Angelis

    10 Luglio 2025
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  • STOP ALLA DISINFORMAZIONE CLIMATICA. Per un’informazione responsabile, un futuro vivibile

    STOP ALLA DISINFORMAZIONE CLIMATICA. Per un’informazione responsabile, un futuro vivibile

    Di Giacomo Pellini  attivista climatico, autore del libro “Contro i mercanti del clima” (Left Edizioni) e Maria Santarossa – attivista climatica

    Decisori: AGCOM – Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni +4

    Il problema

    L’emergenza climatica sta accelerando e i suoi effetti sono sempre più visibili in tutto il mondo. Il 2025 si profila come uno degli anni più caldi mai registrati: gennaio è stato il mese più torrido di sempre a livello globale, e ora, con l’estate, l’Europa è soffocata da ondate di calore estreme, incendi, siccità e disagi crescenti, soprattutto nelle città.

    Si continuano a infrangere record di temperatura: 46 gradi in Spagna, 43 nel sud del Portogallo, 40 in Francia e in Italia.

    Nel nostro Paese il caldo eccezionale sta mettendo in difficoltà infrastrutture e servizi, mentre a Parigi la Torre Eiffel è stata temporaneamente chiusa per motivi di sicurezza: le alte temperature hanno provocato dilatazioni anomale del metallo e deformazioni dell’asfalto.

    Anche i mari risentono della crisi. Nel Mediterraneo è in corso un’ondata di calore marina senza precedenti, con temperature superficiali che in alcune zone hanno superato di +5 °C la media stagionale, secondo i dati di Copernicus. Un’anomalia che minaccia gli ecosistemi marini e amplifica gli effetti del caldo anche sulla terraferma.

    La crisi climatica non è un’opinione. È un’emergenza globale che richiede conoscenza, consapevolezza e azione.

    Eppure, in Italia, la qualità dell’informazione climatica è spesso carente, marginalizzata o addirittura fuorviante. Sui media generalisti – in particolare nei telegiornali – si continua a trattare la questione come un evento occasionale, anziché come la più grave emergenza del nostro tempo.

    La disinformazione e il negazionismo climatico, più o meno espliciti, compromettono la capacità della popolazione di comprendere la portata della crisi e agire di conseguenza. È urgente che il servizio pubblico e il sistema dell’informazione assumano una responsabilità concreta nel raccontare la verità sul cambiamento climatico.

    Per questo, come cittadine e cittadini preoccupati per il nostro futuro e quello delle prossime generazioni, chiediamo con forza tre misure concrete:

    1. Linee guida nazionali per l’informazione climatica

    Chiediamo al Governo, all’Ordine dei Giornalisti e agli organismi di autoregolamentazione della stampa di elaborare e adottare linee guida vincolanti sull’informazione climatica, sul modello di quanto già avviene per altri temi di interesse pubblico (salute, violenza di genere, ecc.).

    – promuovere l’uso di fonti scientifiche autorevoli (IPCC, ISPRA, CMCC, Copernicus, ecc.);
    – contrastare la falsa equivalenza tra esperti e negazionisti;
    – evitare linguaggi fuorvianti e minimizzanti;
    – garantire un linguaggio chiaro e accessibile.

    2. Istituzione di un Osservatorio nazionale sulla disinformazione climatica

    Proponiamo la creazione di un Osservatorio nazionale indipendente, con la partecipazione di enti scientifici, università, giornalisti, esperti di comunicazione e rappresentanti della società civile.

    – monitorare l’informazione climatica nei media italiani;
    – segnalare i casi di disinformazione o distorsione;
    – pubblicare report periodici e fornire raccomandazioni;
    – sensibilizzare le redazioni e i professionisti dell’informazione;

    3. Spazio settimanale dedicato alla crisi climatica nei telegiornali RAI

    Chiediamo che la RAI, in quanto servizio pubblico, garantisca almeno uno spazio settimanale fisso nei telegiornali principali (TG1, TG2, TG3) dedicato alla crisi climatica e ambientale, in fascia oraria accessibile.

    – offrire aggiornamenti sui dati scientifici e sugli impatti reali in Italia e nel mondo;
    – raccontare le soluzioni in atto, le buone pratiche e le politiche climatiche;
    – contribuire a un’informazione costante, affidabile e capace di coinvolgere i cittadini.

    Perché firmare

    Senza un’informazione corretta, non esiste una vera democrazia. Senza consapevolezza, non ci può essere partecipazione. Il cambiamento climatico ci riguarda tutte e tutti. Ma per affrontarlo, dobbiamo prima conoscerlo.
    Firma questa petizione per chiedere alle istituzioni italiane e ai media di fare la loro parte.

    Facciamoci sentire. Per il clima. Per la verità. Per il futuro.

    Per firmare: https://www.change.org/p/stop-alla-disinformazione-climatica-per-un-informazione-responsabile-un-futuro-vivibile

    Leonardo De Angelis

    2 Luglio 2025
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  • Trump sulla Palestina: una visione coloniale del mondo che persiste

    Trump sulla Palestina: una visione coloniale del mondo che persiste

    Mahmoud Khalil, arrestato nel marzo 2025.

    Di Aviva Chomsky

    Nella visione del mondo coloniale (e, a modo suo, anche quella di Donald Trump non potrebbe essere più coloniale) i colonizzatori bianchi europei erano fari di civiltà, razionalità e progresso in difficoltà, confrontati con pericolose orde barbariche al di là (e talvolta persino all’interno) dei loro confini. La violenza coloniale era allora una forma indispensabile di autodifesa per domare gli scoppi irrazionali di brutalità tra i colonizzati. Per comprendere la devozione bipartisan degli Stati Uniti [Democratici e Repubblicani] verso Israele, inclusa la glorificazione della violenza israeliana e la demonizzazione dei palestinesi, nonché i recenti attacchi dell’amministrazione Trump contro i neri sudafricani, gli studenti attivisti e gli immigrati, è essenziale comprendere questa visione del mondo.

    Sull’isola caraibica di Barbados, il British Act del 1688, intitolato “Per il governo dei negri”, proclamò che “i negri […] sono di natura barbara, selvaggia e feroce e pertanto del tutto inadatti a essere governati dalle leggi, dai costumi e dalle pratiche della nostra nazione”. Diventa quindi assolutamente necessario che vengano redatte e promulgate altre costituzioni, leggi e ordinanze per regolamentarle o ordinarle adeguatamente, al fine di limitare i disordini, le rapine e le disumanità a cui sono naturalmente inclini.”

    Leggendo questo articolo di recente, mi è sembrato di sentire il presidente Trump parlare di immigrati, palestinesi e neri sudafricani. Il testo di questa legge esemplificava quella che sarebbe diventata un’ideologia coloniale sempre più diffusa: i colonizzati sono imprevedibilmente “barbari, selvaggi e feroci” e devono quindi essere governati dalla potenza colonizzatrice con una serie di leggi distinte (e severe). E – anche se non è detto – deve essere loro concesso uno status giuridico che li distingua da quello di titolari di diritti che i colonizzatori si sono attribuiti. Data la loro “natura barbara, selvaggia e feroce”, la violenza sarebbe inevitabilmente necessaria per tenerli sotto controllo.

    La colonizzazione significò portare gli europei bianchi ad affrontare questi popoli considerati pericolosi nelle loro terre natie, spesso lontane. Significava anche, come alle Barbados, portare persone considerate pericolose in nuovi posti e usare violenza e leggi brutali per controllarle. Negli Stati Uniti, ciò significava cercare di sostituire o eliminare quelli che la Dichiarazione d’Indipendenza chiamava “selvaggi indiani spietati” e giustificare la violenza dei bianchi con codici schiavisti basati su quelli utilizzati dagli inglesi a Barbados per fronteggiare la minaccia presumibilmente onnipresente della schiavitù nera.

    Questa sinistra legge del 1688 rivelò anche come il colonialismo avesse offuscato i confini tra l’Europa e le sue colonie. Con la sua crescente espansione, l’Europa dei coloni riunì negli stessi spazi fisici gli europei titolari di diritti e coloro che erano stati esclusi, oppressi o dominati attraverso la colonizzazione, la schiavitù, i trasferimenti di popolazione e la guerra. Gli schiavi africani si trovavano all’interno del territorio, ma al di fuori del sistema legale. L’espansione richiedeva violenza, nonché elaborate strutture legali e ideologie per far rispettare e giustificare chi apparteneva al sistema e chi non vi avrebbe mai aderito, e – sì! – ancora più violenza per mantenere il sistema in vigore.

    Idee sempre presenti

    Le eredità del colonialismo e l’insieme di idee alla base di questa legge del 1688 sono ancora presenti e continuano a colpire i popoli precedentemente colonizzati (e tuttora colonizzati).

    Data la natura sempre più instabile del nostro mondo, a causa della guerra, della politica e delle crescenti pressioni del cambiamento climatico, sempre più persone hanno tentato di abbandonare i loro paesi in difficoltà ed emigrare in Europa e negli Stati Uniti. Lì si imbattono in un’ondata crescente di razzismo anti-immigrati che riproduce una versione moderna del vecchio razzismo coloniale. L’Europa e gli Stati Uniti, naturalmente, si riservano il diritto di rifiutare l’ingresso o di concedere uno status parziale, temporaneo, revocabile e limitato a molti di coloro che cercano rifugio nei loro paesi. Questi diversi status fanno sì che, una volta sul posto, siano soggetti a sistemi giuridici diversi. Nell’America di Donald Trump, ad esempio, gli Stati Uniti si riservano il diritto di detenere ed espellere a loro piacimento anche i titolari di green card, semplicemente sostenendo che la loro presenza costituisce una minaccia, come nel caso del laureato della Columbia University e attivista palestinese Mahmoud Khalil, arrestato a New York l’8 marzo ma rapidamente trattenuto in Louisiana1 .

    Il razzismo coloniale spiega in parte l’accettazione da parte dell’amministrazione Trump della violenza israeliana contro i palestinesi. In stile coloniale, Israele si affida a leggi che garantiscono pieni diritti ad alcuni, giustificando al contempo la repressione (per non parlare del genocidio) di altri. La violenza israeliana, come il codice degli schiavi delle Barbados, pretende ancora di “frenare i disordini, le rapine e le disumanità a cui [i palestinesi] sono naturalmente inclini”.

    Naturalmente, il Sudafrica deve ancora fare i conti con la sua eredità coloniale e postcoloniale, compresi decenni di apartheid, che hanno creato strutture politiche e legali che favoriscono in modo schiacciante la popolazione bianca. E sebbene l’apartheid sia ormai un retaggio del passato, i tentativi in corso di ripararne i danni, come il disegno di legge sulla riforma agraria del gennaio 2025, non hanno fatto altro che alimentare la rabbia del presidente Trump, rispecchiando la sua risposta anche ai più modesti tentativi di promuovere “diversità, equità e inclusione”, o la temuta abbreviazione dell’era Trump, DEI (diversità, equità, inclusione), nelle istituzioni americane, dall’esercito alle università.

    Ciononostante, agli occhi di Trump Israele resta un esempio di virtù e gloria. Le sue molteplici strutture giuridiche mantengono i palestinesi legalmente esclusi in una diaspora dalla quale non è loro permesso andarsene, sotto una devastante occupazione militare, con la costante minaccia di espulsione dalla Cisgiordania e da Gaza occupate, e nella Gerusalemme Est occupata, dove sono residenti israeliani ma non cittadini a pieno titolo e soggetti a molteplici esclusioni legali in quanto non ebrei. (Donald Trump, ovviamente, aveva una fantasia simile quando immaginava di ricostruire Gaza come la “Riviera” del Medio Oriente, espellendo al contempo i palestinesi dalla regione). Persino a coloro che sono cittadini di Israele viene esplicitamente negata un’identità nazionale e sono soggetti a numerose leggi discriminatorie in un paese che afferma di essere la “patria nazionale del popolo ebraico” e in cui i palestinesi sfollati non hanno il diritto di tornare, anche se “l’insediamento ebraico è un valore nazionale”.

    Buona discriminazione, cattiva discriminazione

    Di recente, naturalmente, i politici e gli opinionisti di destra di questo Paese hanno denunciato qualsiasi politica che richieda protezioni speciali per gruppi a lungo emarginati, o persino il loro riconoscimento accademico o legale. Un tempo chiamavano tutto questo con disprezzo “teoria critica della razza” e ora denunciano i programmi DEI come divisivi e – sì! – discriminatorie, insistendo affinché vengano smantellate o abolite.

    Nel frattempo, ci sono due gruppi che questi stessi attori di destra hanno assiduamente cercato di proteggere: i sudafricani bianchi e gli ebrei. Nel suo ordine esecutivo di febbraio che ha tagliato gli aiuti al Sudafrica e concesso lo status di rifugiato ai sudafricani afrikaner bianchi (e solo a loro), Trump ha accusato il governo del Paese di aver implementato “innumerevoli […] politiche volte a smantellare le pari opportunità nell’occupazione, nell’istruzione e nell’attività economica”. Non importa che una simile visione del Sudafrica sia pura fantasia. Ciò che intendeva dire, ovviamente, era che avevano smantellato le politiche ereditate dall’apartheid che privilegiavano i bianchi.

    Nel frattempo, la sua amministrazione ha smantellato le politiche di pari opportunità in vigore qui, definendole “programmi di discriminazione illegali e immorali” sotto il nome di “diversità, equità e inclusione (DEI)”. La differenza? Il presidente Trump si vanta di aver abolito le politiche che creano opportunità per le persone di colore, proprio come si è scagliato contro la legge sudafricana sulla riforma agraria, che ha eroso lo storico privilegio dei proprietari terrieri bianchi di quel Paese. Il suo attacco alla DEI riflette il suo desiderio di smantellare l’idea stessa di creare di fatto un accesso paritario per i cittadini (in particolare le persone di colore) a cui per lungo tempo è stato negato tale accesso.

    Trump e i suoi alleati sono anche ossessionati da quella che il loro ordine esecutivo del 30 gennaio ha definito una “esplosione di antisemitismo”. A differenza dei neri, dei nativi americani, degli ispanici, della comunità LGBTQIA+ o di altri gruppi storicamente emarginati negli Stati Uniti, gli ebrei americani, come gli afrikaner, sono considerati un gruppo che merita una protezione speciale.

    Qual è l’origine di questa presunta “esplosione” di antisemitismo? La risposta: “estremisti di sinistra ed estremisti pro-Hamas” che, secondo Trump, stanno conducendo “una campagna di intimidazione, vandalismo e violenza nei campus e nelle strade d’America”. In altre parole, l’onnipresente minaccia barbarica è ora incarnata dagli “estremisti” e dagli “estremisti di sinistra” che sfidano la violenza coloniale israeliana e un ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti.

    E, cosa importante, non tutti gli ebrei meritano una protezione così speciale: solo coloro che si identificano con la violenza coloniale di Israele e la sostengono. L’attuale ossessione della destra americana per l’antisemitismo ha poco a che fare con i diritti degli ebrei in generale e molto a che fare con il suo impegno nei confronti di Israele.

    Anche la più piccola deviazione dal sostegno incondizionato alla violenza israeliana è valsa al leader della minoranza al Senato Chuck Schumer lo scherno di Trump, che lo ha definito un “orgoglioso membro di Hamas” e ha aggiunto: “È diventato un palestinese”. Era ebreo. Non è più ebreo. Lui è palestinese.” A quanto pare, per Trump la parola “palestinese” è un insulto.

    La violenza israeliana è “sbalorditiva”, mentre quella palestinese è “barbara”

    I media statunitensi e i funzionari di entrambi gli schieramenti hanno generalmente celebrato la violenza israeliana. Nel settembre 2024, il New York Times fece riferimento ai “due giorni di attacchi sensazionali che fecero esplodere cercapersone e radio portatili in tutto il Libano”, uccidendo decine di persone e mutilandone migliaia. Un titolo del Washington Post definì l’attacco del cercapersone israeliano “un trionfo dell’intelligence”. Il presidente Joe Biden ha poi salutato l’assassinio di Hassan Nasrallah di Hezbollah da parte di Israele a settembre come “una misura di giustizia” e ha definito l’assassinio di Yahya Sinwar di Hamas, avvenuto un mese dopo, “un buon giorno per Israele, per gli Stati Uniti e per il mondo”. Riguardo all’uccisione da parte di Israele del capo negoziatore di Hamas, Ismail Haniyeh, ad agosto, nel mezzo dei colloqui di cessate il fuoco sponsorizzati dagli Stati Uniti, Biden non ha potuto fare altro che lamentarsi del fatto che “non è stato utile”.

    Si confronti questo con l’indignazione suscitata da Joseph Massad, professore di studi mediorientali alla Columbia University, in un articolo sulle reazioni del mondo arabo all’attacco di Hamas del 7 ottobre: “La vista dei combattenti della resistenza palestinese che assaltavano i posti di blocco israeliani che separano Gaza da Israele era sbalorditiva”. Per questa semplice riflessione sulle reazioni arabe, l’allora presidente della Colombia, Minouche Shafik, lo denunciò davanti al Congresso, dichiarando di essere “inorridita” e che Joseph Massad era sotto inchiesta perché il suo linguaggio era “inaccettabile”. Lei ha insistito dicendo che lui non avrebbe mai ottenuto il lavoro se avesse saputo delle sue opinioni. A quanto pare, solo la violenza israeliana può essere “sbalorditiva” o un “trionfo”.

    Nel frattempo, il 9 ottobre ad Harvard, gruppi studenteschi solidali con la Palestina hanno citato funzionari israeliani che hanno promesso di “aprire le porte dell’inferno” su Gaza. “Riteniamo il regime israeliano pienamente responsabile di tutta la violenza che si sta verificando lì”, hanno scritto. Nonostante numerose fonti israeliane abbiano fatto commenti simili, la rappresentante repubblicana Elise Stefanik ha scritto [su X]: “È abominevole e odioso che gli studenti di Harvard diano la colpa a Israele per i barbari attacchi di Hamas”. Si noti l’uso del termine “barbaro” tratto dal codice degli schiavi, ripetutamente invocato da giornalisti, intellettuali e politici quando si riferiscono ad Hamas o ai palestinesi, ma non agli israeliani.

    Nel novembre 2024, quando gli Stati Uniti posero il veto (per la quarta volta) a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco immediato a Gaza, il mondo rimase sconvolto. Le Nazioni Unite hanno avvertito che, dopo un anno di intensi bombardamenti israeliani e 40 giorni di blocco totale degli aiuti umanitari, due milioni di palestinesi “si trovano ad affrontare condizioni di sopravvivenza sempre più difficili”. Il direttore ONU di Human Rights Watch ha accusato gli Stati Uniti di agire “per garantire l’impunità di Israele mentre le sue forze continuano a commettere crimini contro i palestinesi a Gaza”. L’ambasciatore statunitense, tuttavia, ha difeso il veto, sostenendo che, sebbene la risoluzione chiedesse il rilascio degli ostaggi israeliani a Gaza, non forniva sufficienti “collegamenti” [“tra il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi”, BBC, 21 novembre]. E naturalmente, le armi americane, tra cui bombe da 900 kg di incredibile potenza distruttiva, hanno continuato ad arrivare in Israele in quantità impressionanti, mentre il genocidio continua.

    I legami tra immigrati, palestinesi e Sudafrica

    Più vicino a casa, il virulento attacco di Trump contro gli immigrati ha fatto rivivere il peggio del linguaggio coloniale. Ad esempio, il Marshall Project ha tracciato alcune delle sue affermazioni chiave e la frequenza con cui le ha ripetute: “Gli immigrati clandestini sono criminali [detto più di 575 volte], serpenti che mordono [più di 35 volte], mangiano animali domestici, provengono da prigioni e istituti psichiatrici [più di 560 volte], creano criminalità nelle città santuario [più di 185 volte] e un piccolo numero di casi isolati e tragici dimostra che stanno uccidendo americani in massa [più di 235 volte]” (“Fact-checking Over 12,000 of Donald Trump’s Quotes About Immigrants”, 21/10/2024). È chiaro che per controllare questi mostri servono leggi draconiane!

    Trump ha anche promesso di deportare milioni di immigrati e ha emesso una serie di ordini esecutivi volti ad aumentare drasticamente la detenzione e la deportazione di persone che vivono negli Stati Uniti senza autorizzazione legale, ovvero immigrati “senza documenti”. Un’altra serie di ordini esecutivi mira a privare del loro status milioni di immigrati attualmente presenti nel Paese con autorizzazione legale , revocando lo status di protezione temporanea (TPS) per coloro che non possono tornare in sicurezza nei loro Paesi d’origine, i permessi di lavoro, i visti per studenti e perfino le green card. Uno dei motivi di questa mossa è quello di aumentare il numero di persone che possono essere deportate, perché, nonostante tutte le chiacchiere e lo spettacolo, l’amministrazione ha finora faticato anche solo ad avvicinarsi al raggiungimento dei tassi promessi [Trump aveva promesso di deportare milioni di immigrati illegali, Reuters, 22 marzo 2025].

    Questa campagna anti-immigrazione si sposa perfettamente con l’affetto di Trump per gli ebrei di Israele e per il Sudafrica bianco. I sudafricani bianchi vengono accolti a braccia aperte (anche se sono pochi quelli che arrivano), mentre gli altri immigrati vengono presi di mira. Studenti non cittadini e altre persone sono stati particolarmente presi di mira per aver presumibilmente “celebrato gli stupri, i rapimenti e gli omicidi di massa di Hamas”. I casi di Mahmoud Khalil, Rasha Alawieh, Momodou Taal, Badar Khan Suri, Yunseo Chung e Rumeysa Ozturk (e forse altri al momento della pubblicazione di questo articolo) risaltano a questo riguardo. L’amministrazione Trump ha ripetutamente denigrato i movimenti per i diritti dei palestinesi e degli immigrati, definendoli minacce violente che devono essere contenute.

    Esistono anche legami più radicati. Gli immigrati provenienti da quelli che Trump una volta ha definito “paesi di merda” sono, a suo dire, non solo inclini alla violenza e alla criminalità, ma anche ad avere opinioni antiamericane e anti-israeliane, che metterebbero in pericolo il Paese. Il suo ordine esecutivo sul Sudafrica includeva l’accusa che il suo governo “ha assunto posizioni aggressive nei confronti degli Stati Uniti e dei suoi alleati, tra cui l’accusa di genocidio a Israele […] davanti alla Corte internazionale di giustizia (CPI)” e “indebolisce la politica estera degli Stati Uniti, rappresentando una minaccia per la sicurezza nazionale della nostra nazione” – un linguaggio quasi identico a quello utilizzato per giustificare la revoca dei visti di Khalil e di altri. In altre parole, le minacce sono ovunque.

    Trump e i suoi soci stanno usando l’antisemitismo per attaccare gli studenti manifestanti, le organizzazioni ebraiche progressiste, la libertà di parola, gli immigrati, l’istruzione superiore e altre minacce alla sua visione coloniale del mondo.

    In realtà, però, gli Stati Uniti, Israele e il Sudafrica bianco esistono come anacronismi coloniali in quello che il presidente Joe Biden, riecheggiando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha descritto (riguardo a Israele) come un “quartiere incredibilmente pericoloso” 2. E Trump non ha fatto altro che rafforzare questa opinione.

    Per quanto strano possa sembrare, i coloni di Barbados sarebbero senza dubbio orgogliosi di vedere i loro discendenti ideologici continuare a imporre un controllo violento sul nostro mondo, invocando al contempo le idee razziste da loro proposte nel 1600. (Articolo pubblicato sul sito web di Tom Dispatch, 10 aprile 2025; traduzione a cura della redazione di A l’Encontre )

    Aviva Chomsky è professoressa di storia alla Salem State University nel Massachusetts.

    1. Il Washington Post dell’11 aprile scrive: “Venerdì 11 aprile, un giudice dell’immigrazione della Louisiana ha stabilito che lo studente della Columbia University Mahmoud Khalil poteva essere deportato dopo che l’amministrazione Trump ha accusato il residente permanente legale di essere una minaccia per la politica estera degli Stati Uniti a causa del suo coinvolgimento nell’attivismo pro-palestinese.
      Il giudice Jamee Comans ha emesso la sua decisione dopo un’udienza di quasi due ore presso il tribunale per l’immigrazione di LaSalle, Louisiana, dove Khalil, 30 anni, è detenuto dopo il suo arresto nel suo appartamento di New York il mese scorso e la perdita del suo status di residente permanente.
      Ha fissato al 23 aprile la scadenza entro cui il team legale di Khalil avrebbe dovuto richiedere una deroga per ritardare o impedire all’amministrazione di deportarlo, hanno affermato i suoi avvocati. In caso contrario, ha affermato il giudice, potrebbe essere deportato in Siria, dove è nato, o in Algeria, di cui è cittadino. In altre parole, le critiche radicali alle politiche del governo Netanyahu e il sostegno alle richieste del popolo palestinese possono essere considerati un attacco alla politica estera degli Stati Uniti e portare all’espulsione, anche per una persona in possesso di una green card. Questa è una nuova dimensione delle politiche fondamentalmente autoritarie dell’amministrazione Trump. (Ed. 
      A l’Encontre ) ↩︎
    2. “Continueremo a garantire che Israele abbia la capacità di difendersi, da solo, per se stesso, in un quartiere incredibilmente pericoloso”.  
      Maggioranza democratica per Israele (Ed. 
      A l’Encontre ) ↩︎

    Leonardo De Angelis

    27 Maggio 2025
    Uncategorized
  • Israele ha trasformato Gaza in una fossa comune per i palestinesi e i soccorritori

    Israele ha trasformato Gaza in una fossa comune per i palestinesi e i soccorritori

    Di Redazione Valigia Blu

    La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ) sta esaminando l’obbligo di Israele  di facilitare gli aiuti umanitari alla popolazione palestinese a Gaza e nella Cisgiordania occupata. L’udienza durerà cinque giorni e verte su una richiesta presentata lo scorso anno dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha chiesto alla Corte di chiarire gli obblighi giuridici di Israele nei confronti dell’ONU e delle sue agenzie, delle organizzazioni internazionali o degli Stati terzi per “garantire e facilitare la fornitura senza ostacoli di beni di prima necessità indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile palestinese”. 


    Il caso è stato sollevato dopo i disegni di legge israeliani dell’ottobre 2024 che vietano all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) di operare. Il divieto di Israele ha fatto seguito a mesi di attacchi all’agenzia da parte di Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati di estrema destra, che hanno affermato che l’UNRWA è infiltrata da Hamas, senza però fornire prove a sostegno. L’UNRWA è il principale distributore di aiuti a Gaza e ha fornito istruzione, assistenza sanitaria e altri servizi di base a milioni di rifugiati palestinesi in tutta la regione.


    Secondo l’ONU il divieto di Israele di qualsiasi cooperazione con l’UNRWA costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite perché lo Stato israeliano è obbligato, in base al diritto internazionale, a garantire forniture sufficienti ai palestinesi che vivono a Gaza. Israele sostiene, invece, di rispettare il diritto internazionale e che il blocco mira a fare pressione su Hamas affinché rilasci gli ostaggi ancora in suo possesso. Le organizzazioni per i diritti umani hanno definito il blocco una “tattica per ridurre alla fame” la popolazione di Gaza e un potenziale crimine di guerra.


    Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha definito le udienze parte di una “persecuzione sistematica e delegittimazione” di Israele. Saar ha affermato che la Corte sta “diventando completamente politicizzata”, definendo il procedimento “vergognoso”.


    Dall’inizio di marzo, Israele ha interrotto tutte le forniture di cibo, carburante, medicine e altri beni alla popolazione della Striscia di Gaza, composta da oltre 2 milioni di palestinesi. Si tratta del blocco più lungo nei 17 mesi di guerra a Gaza, senza alcun segnale di cessazione. 


    Gli operatori umanitari hanno razionato le forniture, ma avvertono che si profila un aumento catastrofico della carestia e della malnutrizione. L’ONU ha dichiarato di aver identificato 3’700 bambini affetti da malnutrizione acuta a marzo, con un aumento dell’80% rispetto a febbraio. C’è anche una crescente carenza di forniture mediche. “Tutto, dai guanti sterili ai sacchi per cadaveri, deve essere rifornito”, ha affermato il Comitato Internazionale della Croce Rossa. “Si tratta di una sfida continua e particolarmente grave: continuiamo a vedere un numero incredibilmente alto di malati, compresi pazienti gravemente feriti, che aumenta la pressione sul sistema”.


    E l’impennata dei prezzi dei generi alimentari di base, la diminuzione delle scorte di forniture mediche e i drastici tagli alla distribuzione degli aiuti minacciano infatti nuove condizioni catastrofiche in tutta Gaza, avvertono i palestinesi e i funzionari degli aiuti internazionali: “Non c’è più nulla da dare, una volta esaurite le ultime scorte, le mense dovranno chiudere”, ha detto un alto funzionario delle Nazioni Unite. “Al momento la situazione è ancora sopportabile, ma sappiamo da altre crisi che quando le cose peggiorano, peggiorano molto rapidamente, e non siamo lontani da quel punto”.


    Il World Food Programme ha dichiarato la scorsa settimana di aver esaurito tutte le scorte alimentari a Gaza, ponendo fine a una delle principali fonti di sostentamento per centinaia di migliaia di palestinesi presenti nel territorio devastato.


    “Le leggi approvate dal parlamento israeliano contro l’UNRWA compromettono la capacità dell’agenzia di adempiere al proprio mandato. La politica di non contatto prevista dalle leggi della Knesset vieta ai funzionari israeliani di coordinarsi o comunicare con i funzionari dell’UNRWA, ostacolando la fornitura di servizi di soccorso e aiuti essenziali”, ha commentato il commissario generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini. “L’UNRWA e altre agenzie sono presenti nei territori palestinesi occupati per rispondere a bisogni urgenti. I servizi dell’agenzia devono continuare senza ostacoli fino a quando non sarà trovata una soluzione giusta e duratura alla difficile situazione dei rifugiati palestinesi”.


    Lazzarini ha aggiunto che alcune strutture dell’UNRWA, comprese le scuole nella Gerusalemme Est occupata, sono minacciate di chiusura da parte delle autorità israeliane: “Circa 800 bambini rischiano di non poter terminare l’anno scolastico se le loro scuole saranno costrette a chiudere. In qualità di potenza occupante, lo Stato di Israele deve fornire servizi alla popolazione che occupa, o agevolarne la fornitura, anche attraverso l’UNRWA. Questa è una chiara indicazione della comunità internazionale, attraverso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il continuo assalto di Israele a Gaza ha privato i bambini palestinesi dell’accesso all’istruzione formale dall’ottobre 2023”.
    Si stima che oltre il 95% dei 564 edifici scolastici di Gaza abbia subito danni, sotto gli incessanti attacchi israeliani alle scuole che hanno ucciso molti civili in cerca di riparo dai bombardamenti. Secondo il ministero dell’Istruzione, al 31 dicembre 2024 erano stati uccisi 12.035 studenti e 492 membri del personale scolastico. Tutte le università e i college di Gaza sarebbero stati distrutti. Nei campi profughi sono state allestite scuole tendopoli, ma non vi è alcuna garanzia di sicurezza in nessuna parte della Striscia e l’istruzione dei bambini rimane gravemente compromessa e di fatto sospesa.


    “Israele sta trasformando la Palestina, in particolare Gaza, in una “fossa comune” per i palestinesi e i soccorritori”, ha dichiarato nel suo intervento Ammar Hijazi, ambasciatore palestinese nei Paesi Bassi.


    Hijazi ha aggiunto che, secondo quanto riferito dal World Food Programme, il numero dei palestinesi che necessitano di aiuti alimentari nella Cisgiordania occupata è aumentato di quasi il 100%. Israele sta distruggendo i “fondamenti della vita in Palestina” mentre impedisce all’ONU e ad altre organizzazioni umanitarie di fornire “aiuti salvavita” alla popolazione, ha affermato Hijazi: “Impedire la presenza e le attività delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali deve essere considerato nel contesto dello sradicamento e dello sfollamento forzato”, ha concluso l’ambasciatore palestinese nei Paesi Bassi, spiegando che Israele ha demolito i campi profughi di Jenin e Tulkarm, sfollando con la forza più di 40’000 palestinesi.

    *articolo apparso sul sito valigia blu

    Leonardo De Angelis

    1 Maggio 2025
    Uncategorized
  • LA POLITICA DI GUERRA VA AVANTI!

    LA POLITICA DI GUERRA VA AVANTI!

    Di Redazione Karl&Rosa

    Il Partito Democratico approva le politiche di guerra dell’Unione Europea. Solo due deputati votano contro: Cecilia Strada e Marco Tarquinio. Alleanza Verdi Sinistra (Avs), Movimento 5 Stelle (M5S) e la Lega esprimono voto contrario.

    Ci chiediamo: con 800.000 miliardi destinati alle spese militari, pesanti tagli allo stato sociale – a partire dalla sanità pubblica, dalla scuola, dall’università e dalla ricerca, fino ai servizi pubblici locali – come possono che M5S e Avs costruire un’alternativa al governo Meloni, se il PD continua a sostenere le politiche di austerità e di guerra imposte dalla U.E. e da Draghi, che la stessa Meloni sta di fatto portando avanti in ambito economico e sociale?

    Se l’unica prospettiva è l’alternanza di governo tra destra e centrosinistra, allora, NO GRAZIE!

    I salari restano fermi, tra i più bassi d’Europa mentre la CGIL di Landini si piega firmando contratti che condannano le lavoratrici e i lavoratori alla precarietà. Oggi un lavoratore su quattro vive in condizione di povertà! La sanità pubblica è al collasso e sempre più famiglie non possono più permettersi le cure mediche!

    UN’ALTERNATIVA NON SOLO E’ POSSIBILE, MA E’ NECESSARIA!

    Leonardo De Angelis

    3 Aprile 2025
    Uncategorized
  • Presentazione del libro “Israele Palestina”

    Presentazione del libro “Israele Palestina”

    Di Redazione Karl&Rosa

    Ieri, venerdì 28 Marzo, si è svolta presso la libreria Tomo in Via degli Etruschi, 4 a San Lorenzo (Roma), la prima presentazione del libro “Israele Palestina, NO al genocidio, SI alla soluzione binazionale” scritto da Nando Simeone.

    L’incontro è stato introdotto da Germano Monti (attivista per i diritti umani) ed ha visto la partecipazione, oltre dell’autore Nando Simeone, del giornalista italo-siriano Fouad Rouehia e della giornalista italo-palestinese Alba Nabulsi.

    Interessante il dibattito che si è sviluppato grazie agli interventi dalla sala, con una visione quasi unanime sulla necessità della “soluzione binazionale” quale unica possibilità di uscita per la drammatica situazione in cui sta vivendo il popolo Palestinese.

    Leonardo De Angelis

    29 Marzo 2025
    Libri nuovi, Palestina, Uncategorized
  • Gli algoritmi non hanno vita propria

    Gli algoritmi non hanno vita propria

    Di Raul Zibechi

    Le telecamere di sorveglianza con riconoscimento facciale insieme ai telefoni cellulari costruiscono un sistema di controllo dei minimi atteggiamenti di tutte le persone ovunque arrivi Internet. Il primo problema sottovalutato dell’intelligenza artificiale, al momento, non è il fatto che si trova sempre meno nelle mani degli umani, ma che si tratta di un gigantesco sistema di sorveglianza che nessun regime totalitario ha mai avuto. Inoltre, quando utilizziamo l’IA non dovremmo mai dimenticare che gli algoritmi non hanno vita propria, ma sono stati creati dal sistema per migliorare i suoi profitti, approfondendo il controllo delle nostre menti, in fondo la storia del capitalismo, pensiamo al Taylorismo e al Fordismo, è proprio questa. Una cosa è certa, dice Raúl Zibechi, “emergeranno forme di controllo nuove e più sofisticate, perché chi sta in basso trova sempre il modo di resistere e superare in astuzia chi sta in alto…”

    La diffusione dell’intelligenza artificiale (AI) e la naturalizzazione dei suoi risultati non vanno di pari passo con la comprensione dei suoi meccanismi, di chi la promuove, con quali interessi e obiettivi. Se non facciamo questo esercizio, saremo vittime passive in modi che non conosciamo.

    In una recente intervista, lo storico e filosofo Yuval Harari sostiene che l’intelligenza artificiale consente “una sorveglianza totale che pone fine a ogni libertà”. Egli avverte che la capacità di sorveglianza supera di gran lunga quella di qualsiasi dittatura o regime totalitario, poiché attraverso telecamere di sorveglianza con capacità di riconoscimento facciale e telefoni cellulari, si ha la capacità di controllare i minimi atteggiamenti di tutte le persone ovunque arrivi Internet.

    Personalmente ho verificato che mi inviano pubblicità di prodotti o marchi di cui sto parlando con la mia famiglia e i miei amici, quasi immediatamente. Sappiamo che l’intelligenza artificiale ci consente di ascoltare qualsiasi conversazione, non importa quanto intima, e ogni movimento e comunicazione che facciamo tramite i telefoni cellulari.

    Harari dice che “l’intelligenza artificiale è diversa da qualsiasi tecnologia inventata in precedenza”, perché a differenza delle tecnologie precedenti, non è nelle mani degli esseri umani né è uno strumento che deve essere attivato dalle persone, ma piuttosto “un agente indipendente” che ha la capacità di prendere le proprie decisioni “da solo”. Sostiene che nei media, che “costituiscono la base di una democrazia su larga scala”, non sono più gli editori a prendere le decisioni editoriali, ma piuttosto “sono gli algoritmi a decidere quale dovrebbe essere la storia consigliata”.

    Pubblicato la La Jornada, traduzione di Comune-info.net

    Leonardo De Angelis

    7 Marzo 2025
    Uncategorized
  • E ora, chi è il prossimo?

    E ora, chi è il prossimo?

    Di Daniel Tanuro

    Tutti possono vedere il video dell’incredibile scena alla Casa Bianca , durante la quale Trump e Vance attaccano Zelensky, lo minacciano, lo umiliano, lo accusano di ingratitudine, guerrafondaio (“stai giocando con la Terza Guerra Mondiale”!), mancanza di rispetto e… pretendono che restituisca agli USA 500 miliardi di dollari (una cifra folle!), sotto forma di terre rare.

    Non provo alcuna simpatia per il presidente ucraino, che è un politico neoliberista. Ma qui dobbiamo riconoscere in lui un certo coraggio e perfino un certo orgoglio. All’inizio della guerra aveva già rifiutato il taxi che Biden gli aveva offerto per andarsene. Questa volta è stato Trump a cui ha osato opporsi. Dopo uno scambio di battute al limite della lite, se ne andò addirittura sbattendo la porta… e senza firmare il famoso accordo sul saccheggio neocoloniale delle terre rare!

    In questa vicenda delle terre rare, Zelensky può dare la colpa a se stesso. Fu lui a proporre di offrire le ricchezze minerarie ucraine agli Stati Uniti. Sperava di sedurre Trump e di ottenere un’estensione degli aiuti militari. Invece, probabilmente ha inconsapevolmente dato a Trump l’idea per un accordo diabolico: tagliare gli aiuti, aumentando così la minaccia russa… e costringere l’Ucraina a vendere la sua ricchezza… per poi condividerla con Putin. Per ora, sembra che Trump abbia mancato il bersaglio. Ma tornerà sicuramente.

    Nel frattempo, coloro che da anni si sbagliano dicendo che l’Ucraina sta conducendo una guerra per procura contro la Russia, per conto degli USA e della NATO, hanno difficoltà a nascondere il fatto di non capire nulla della questione e di fare il gioco dell’imperialismo di Putin. Perché chi è il rappresentante di Washington oggi? La risposta è ovvia: il rappresentante è Putin! È su di lui che Trump conta per strangolare gli ucraini e costringerli a rinunciare alle loro ricchezze… con l’aiuto di Kim Jung-Un!

    È certamente ovvio che gli Stati Uniti abbiano cercato di approfittare della resistenza ucraina per indebolire la Russia. Perché avrebbero dovuto lasciarsi sfuggire questa opportunità? Nella rivalità interimperialista tutti i mezzi sono buoni. Ma questa rivalità è allo stesso tempo una complicità tra banditi. L’intera catena di eventi successivi alla proposta di esfiltrazione di Biden dimostra che gli americani non vogliono far cadere Putin. L’Occidente, in realtà, vuole che il despota resti al potere per garantire stabilità e condividere con lui (e i suoi simili) la ricchezza mondiale sulle spalle del popolo.

    Con Trump cadono le maschere. Cadono anche a sinistra. Per i teorici della cosiddetta “guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia”, è giunto il momento della verità. L’internazionalismo non è schierarsi dalla parte di un bandito contro un altro, in nome del “male minore”: è sempre schierarsi dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, degli sfruttati contro gli sfruttatori, degli attaccati contro gli aggressori. Come dice lo slogan: “Dall’Ucraina alla Palestina, l’occupazione è un crimine”. “Perseverare nell’accampamento significa scegliere il sentiero che conduce alla palude rosso-marrone della memoria sinistra. Solidarietà con il popolo ucraino!

    Post pubblicato sulla pagina 
    Facebook di Daniel Tanuro venerdì 28 febbraio

    Leonardo De Angelis

    6 Marzo 2025
    Uncategorized
  • Solidarietà al professor Joseph Daher, pretestuosamente licenziato dall’Università di Losanna

    Solidarietà al professor Joseph Daher, pretestuosamente licenziato dall’Università di Losanna

    Di Segretariato MPS

    Pubblichiamo il testo con il quale i compagni di SolidaritéS rendono conto del licenziamento di Hoseph Daher da parte dell’Università di Losanna. Un licenziamento chiaramente politico, legato evidentamente all’impegno di Daher nella lotta di sostegno al popolo palestinese ed ai movimenti di emancipazione in Medio Oriente. Invitiamo tutte e tutti a firmare la petizione di sostegno. (Red)

    A seguito delle mobilitazioni studentesche a sostegno della Palestina all’Università di Losanna (Unil), la direzione pubblicava a metà gennaio un rapporto in cui concludeva che l’istituto deve sospendere gli accordi con le istituzioni universitarie israeliane colpevoli di violazione dei diritti umani. Appena due settimane dopo questo importante successo, la direzione procede a un licenziamento, quello del professor Joseph Daher.

    Il 30 gennaio, la direzione dell’Unil ha annunciato il “mancato rinnovo” del contratto del professore invitato di storia contemporanea Joseph Daher, con effetto dal giorno successivo. Alcuni mesi prima, nell’ottobre 2024, era stata aperta un’indagine amministrativa contro di lui per aver prestato la sua campus card (la tessera di accesso dei membri dell’università) a una studentessa esterna durante l’occupazione studentesca dell’edificio Géopolis nel maggio 2024.

    Un’indagine che alla fine non ha portato a sanzioni, ma che è stata a breve seguita dall’annuncio della sospensione del suo contratto; con l’effetto dell’annullamento all’ultimo minuto di un corso di storia contemporanea delle relazioni internazionali nel semestre primaverile 2025 e l’interruzione improvvisa della supervisione delle tesi di master di cui era responsabile.

    Non appena il caso è stato reso pubblico, è arrivata una ondata di sostegno da parte di ex insegnanti e ricercatori dell’Unil e di altre università svizzere o internazionali, sindacati, ex studenti e anche da parte dei compagni di SolidaritéS, di cui Joseph Daher è stato militante per molti anni. Nell’ambiente accademico circolano petizioni per chiedere il suo reintegro. Il Consiglio della Facoltà di Scienze Sociali e Politiche dell’Unil è unanime sul caso.

    La conferenza stampa organizzata dal sindacato SSP-Hautes Écoles lo scorso 20 febbraio ha attirato una folla molto numerosa. I sostenitori del professor Daher denunciano il carattere arbitrario della decisione, che sembra motivata dal suo sostegno al movimento studentesco per la Palestina, in particolare durante l’occupazione.

    Pertanto, l’unica accusa avanzata nel corso dell’indagine avviata nell’ottobre 2024 lascia perplessi: se il prestito della campus card è effettivamente contrario al regolamento, diverse fonti rilevano che si tratta di una pratica comune. Questa decisione è stata presa anche in un contesto specifico: dall’autunno 2023 e dalle sue dichiarazioni che denunciano il genocidio a Gaza, Joseph Daher è stato oggetto di vergognosi attacchi mediatici diffamatori, ma classici in questo tipo di casi, accusandolo di antisemitismo, attivismo, propaganda o di essere un sobillatore.

    Un’altra accusa rivolta a Joseph Daher nei media è quella di imporre il proprio punto di vista nell’ambito dei suoi insegnamenti e di mancare alla “neutralità accademica”. Un’accusa a geometria variabile che, ad esempio, non sembra applicarsi alle scuole di economia che da decenni sostengono gli effetti positivi del neoliberismo sull’economia, ma soprattutto alle prese di posizione riguardanti il crimine genocida a Gaza, denunciato in particolare dai rapporti della Corte internazionale di giustizia.

    Articolo pubblicato dal sito https://mps-ti.ch/

    Leonardo De Angelis

    5 Marzo 2025
    Internazionale, Palestina, Uncategorized
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