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  • Cresce il movimento di solidarietà contro il genocidio del popolo palestinese

    Cresce il movimento di solidarietà contro il genocidio del popolo palestinese

    Di Nando Simeone

    Il movimento è nato dai portuali di Genova, che hanno dato forza e credibilità alla parola d’ordine «Blocchiamo tutto», bloccando prima il trasporto delle armi e poi sostenendo la Flottilla.

    Molti iscritti e attivisti hanno denunciato l’errore della Cgil: aver convocato lo sciopero di 4 ore con presidi il 19 settembre invece di unire le forze nello sciopero del 22 settembre, lanciato dall’USB e da gran parte del sindacalismo di base, che ha rivelato un sostegno di massa ben superiore al peso organizzativo dei promotori. A Roma oltre 100.000 persone circondano la Stazione Termini, 50 mila a Milano e alla stazione di Milano provoca una reazione esagerata da parte delle forze dell’ordine evidenziando il comportamento del governo in relazione alle tante mobilitazioni sulla Palestina “repressione e propaganda bellicista”. Cariche con idranti a Venezia, dove il porto è stato bloccato per 5 ore, così come è stato fermato a Genova e Livorno, a Bologna invece è stata bloccata l’Autostrada, a Pisa la Firenze – Pisa – Livorno, con il cosiddetto Ddl sicurezza buttato nel cesso. Grande corteo anche a Firenze e poi Napoli, Torino, Trieste, Palermo, Ancona, Bari e in tantissime città di provincia.

    Il 22 settembre moltissime lavoratrici e lavoratori della Cgil sono scesi in piazza e hanno scioperato. Questa partecipazione ha contribuito a spingere positivamente verso una correzione della linea sindacale, portando allo sciopero generale del 3 ottobre, indetto congiuntamente da Cgil, USB e dalla larga maggioranza del sindacalismo di base, in assenza dei confederali – in particolare della UIL e, come accade sempre più spesso, della CISL – e culminato nella grandiosa manifestazione nazionale del 4 ottobre. Ma soprattutto è maturata, nel gruppo dirigente della Cgil, la consapevolezza di essere parte integrante di un grande movimento di massa a sostegno del popolo palestinese.

    Il cambio di passo lo registriamo positivamente alla conferenza stampa alla Camera dei Deputati di presentazione dello sciopero generale del 3 ottobre erano presenti Landini per la CGIL, Lutrario per l’USB e Miliucci dei Cobas.1 Due milioni in circa 100 piazze in tutta Italia con la città di Roma che risponde in modo travolgente con 300 mila manifestanti. Una protesta politica di dimensioni molto ampia contro il governo Meloni che aumenta le spese militari e non prende posizione contro la politica del governo israeliano di Netanyahu e con slogan come “Fermiamo Israele, abbassiamo le armi, alziamo i salari e i diritti”.

    La CGIL ha raggiunto Piazza dei Cinquecento in corteo, andando a chiudere la manifestazione che era già partita dalla Stazione Termini. Con loro altri 6 cortei mattutini, che hanno raggiunto il punto di partenza da tutte le parti di Roma, iniziando a bloccare le strade già dalle prime ore. La presenza della CGIL è molto visibile con un altro grande corteo alla coda di quello principale che marcia verso la Stazione Tiburtina e poi all’imbocco dell’autostrada per l’Aquila.

    “Quello che ha fatto la Flottiglia è stato risvegliare le coscienze di molti e per questo dobbiamo sostenerla”. E’ il pensiero di tantissimi partecipanti alle mobilitazioni che si sono avute in tutta Italia.

    Con il decreto sicurezza, il governo ha cercato in diverse città di trasformare la grandissima mobilitazione in un problema di ordine pubblico. Eppure, nella larghissima mobilitazione del 3 ottobre non si sono registrati incidenti significativi, al contrario di quanto accaduto in alcune mobilitazioni precedenti, dove le tensioni erano state più diffuse. A questo si è aggiunta la vergognosa campagna di disinformazione condotta dalla televisione e dai principali giornali di regime.

    A Bologna hanno sfilato pacificamente 100 mila persone. Bloccata la tangenziale. Molto simile a Milano con il corteo di 100 mila composto da tantissimi giovani, lieve tafferugli con la polizia che ha risposto con lacrimogeni ed idranti. A Napoli hanno sfilato al porto tutte le aziende del settore metalmeccanico e chimico, da Napoli a Pomigliano, Stellantis in testa. Bloccate le stazioni anche a Genova e a Firenze, mentre un corteo ha sfilato sull’autostrada Firenze – Pisa – Livorno. E a Torino blocco massiccio in tutta la città: la manifestazione principale è partita nella mattinata da piazza del Municipio, con più di 100 mila manifestanti. Il corteo si è poi diviso in tre per bloccare la città in più punti. Lo spezzone in corso Francia si è fermato davanti alla sede di Leonardo, cercando di sfondare i cancelli dell’azienda. Gli agenti hanno tentato di disperdere la folla ma il corteo è poi proseguito ricongiungendosi agli altri spezzoni.

    Altri cortei a Salerno, Padova, Venezia; molto diffusa la mobilitazione in Puglia ed in Sicilia e Sardegna, una sostanziale mobilitazione capillare che ha coinvolto anche tante piccole cittadine di provincia.

    Il WEEKEND si chiude con una manifestazione oceanica a Roma di un milione di partecipanti che segna e amplifica a livello di massa il grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Un fiume di manifestazioni, blocchi e scioperi iniziati un mese fa alla partenza della flottiglia ed esploso con lo sciopero generale del 22 settembre e 3 ottobre, con sabato 4 ottobre è diventata marea. Un corteo cosi grande a Roma non si vedeva da 20 anni, dalla mobilitazione della CGIL contro la cancellazione dell’articolo 18 nel febbraio del 2002 o quello contro la guerra in Iraq un anno dopo o anche le grandi manifestazioni No Global che avevano investito tutto il mondo così come sta succedendo oggi con la Palestina. La marea umana è eterogenea e variegata, ci sono gli studenti e lavoratori e gli anziani ma la larga maggioranza dei partecipanti sono le giovani generazioni. Sono stati protagonisti con Greta Thunberg “in cella con le cimici, con poco cibo e acqua, costretta a baciare la bandiera israeliana”, di grandi mobilitazioni internazionali sul cambiamento climatico, trasformatosi poi nel sostegno alla resistenza Palestinese.

    La Piazza è strapiena e tanti sono felici di manifestare perché quello che sta succedendo è il risveglio dal torpore per dire no all’economia di guerra che toglie servizi, welfare, scuole e ospedali. La resistenza dei Palestinesi ha aiutato anche noi.

    La portavoce della Global Sumud Flotilla Maria Elena Delia afferma: “oggi è una giornata storica, che segue un’altra giornata storica. Siamo commossi, perché se il nostro piccolo progetto di quaranta barche ha dato vita a tutto questo significa che ne valeva la pena”.

    A migliaia, a ogni altezza del corteo, cantano: “L’Italia lo sa da che parte stare, Palestina libera dal fiume fino al mare”. Lo slogan accusato a torto di antisemitismo e perfino vietato in alcuni paesi europei rimbalza di bocca in bocca, dagli adulti ai bambini.2

    Contemporaneamente in Palestina Hamas dice di sì all’ignobile piano di Trump per porre fine al genocidio dei palestinesi.

    Esaminiamo la proposta. Si tratta di un chiaro ritorno da una parte al colonialismo in quanto si nomina, un britannico che ha tradito i valori del laburismo inglese, ha mentito al suo popolo e ha le mani sporche di sangue dei 500 mila iracheni trucidati, il noto Tony Blair, quale coordinatore e garante del piano di ricostruzione di Gaza. Un ritorno al protettorato britannico sotto altre forme. Ai Palestinesi si concede di vivere, di non essere deportati ma non di essere un popolo con rappresentanza politica. Hamas viene considerata il male assoluto e non un’organizzazione per la liberazione con la lotta armata di un popolo sotto dominazione straniera.

    Anche l’Anp, che si è vista negare illegalmente il visto per poter partecipare alla riunione dell’Onu, non è ammessa alla gestione di Gaza se non dopo una fantomatica riforma che suona come epurazione e rieducazione. Nel XXI secolo postmoderno si impone la legge del cinico individualismo e degli interessi economici sul mito della questione nazionale di un popolo torturato, perseguitato e annientato da decenni. In effetti nel XX secolo queste parole si riferivano agli ebrei e invece, farsa tragica della storia, ora i carnefici sono gli israeliani, proprio loro che del mito di uno Stato per un popolo perseguitato dovrebbero pur sapere qualcosa.

    L’indecente proposta trumpiana ignora la causa palestinese. A Gaza, protettorato anglo-arabo, Israele giocherebbe un ruolo minore. Si garantirebbe la non annessione della Cisgiordania, dove i palestinesi continuerebbero a vivere sotto apartheid, Netanyahu, criminale di guerra, sarebbe graziato. La destra messianica proseguirebbe la trasformazione politico antropologica dell’” unica democrazia del medio oriente”. Gli ostaggi da ambo le parti sarebbero liberati.

    Hamas ha dato una risposta politica importante per la pace e la sopravvivenza del popolo palestinese. Non si può parlare di una organizzazione anche essa postmoderna, che cerca di salvare la propria pelle. Hamas ha sconvolto le carte. Israele contava sul rifiuto dei resistenti di Hamas per poter legittimare la sua azione genocidaria a Gaza. Ora dovrà rispondere all’offerta di negoziati per liberare gli ostaggi dopo il cessate il fuoco permanente. Una proposta di pace realistica avrebbe rimesso in agenda la causa palestinese e accettato la soggettività palestinese, negoziando con l’Anp e Hamas che, come per l’Olp, da organizzazione terroristica potrebbe divenire interlocutore. La guerra in Algeria nel 1962 ha per caso demonizzato il Fronte di Liberazione Nazionale malgrado le atrocità compiute? Atrocità comprensibili in un movimento di liberazione di un popolo, ma non nello Stato oppressore: i francesi allora, gli israeliani oggi. Il disegno di dominio imperialistico non prevede la risoluzione della questione palestinese oggi. La demonizzazione di Hamas e dell’Iran serve al dominio imperialista Usa nella regione. Merz insegna: Netanyahu sta solo facendo il lavoro sporco.3

    Dopo questa importante aggiornamento analitico del progetto di Trump segnalo anche il mio articolo su https://www.edizionikarlandrosa.it/…/lo-chiamano-piano…/

    Riprendendo il ragionamento sull’ampio movimento di solidarietà sulla Palestina diventa molto importante cosi come è successo tanti anni fa con il movimento Globale contro la guerra la centralità della forma dell’autoorganizzazione o della partecipazione popolare attraverso la costruzione di organismi come comitati o collettivi territoriali ma anche sui posti di lavoro, nelle scuole e nelle università, con coordinamenti cittadini costruendo luoghi di convergenza tra le diverse organizzazioni presenti che sappiano raccogliere quella grande spinta unitaria e dal basso che abbiamo visto in questi mesi, soprattutto il 22 settembre ed il 3 ed il 4 ottobre.

    1. La mobilitazione permanente e una nuova composizione – Un movimento eclettico e spiazzante di Giuliano Santoro il manifesto sabato 4 ottobre ↩︎
    2. C’E UNA STRADA- La marea di Roma per la Palestina: “Siamo un milione” di Michele Gambirasi-Giansandro Merli il manifesto domenica 5 ottobre ↩︎
    3. HAMAS SPIAZZA TEL AVIV SUL PESSIMO PIANO TRUMP di Elena Basile Il Fatto Quotidiano domenica 5 ottobre ↩︎

    Leonardo De Angelis

    6 Ottobre 2025
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  • LO CHIAMANO PIANO DI PACE MA RAPPRESENTA LA NUOVA VERSIONE DEL COLONIALISMO PER IL POPOLO PALESTINESE

    LO CHIAMANO PIANO DI PACE MA RAPPRESENTA LA NUOVA VERSIONE DEL COLONIALISMO PER IL POPOLO PALESTINESE

    Di Nando Simeone

    Il presidente Trump ha redatto in collaborazione con l’ex primo ministro britannico Tony Blair il “Piano per la Striscia di Gaza”. Ha presentato il piano a Benjamin Netanyahu che lo ha accettato, facendo dichiarare a Trump che è “potenzialmente uno dei grandi giorni della civiltà“. Trump ha inoltre affermato che il Piano potrebbe risolvere “problemi che accadono da centinaia e migliaia di anni“. Stabilendo che: “Con il progredire della riqualificazione di Gaza e la fedele attuazione del programma di riforme dell’Autorità Nazionale Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese” (punto 19), il piano riconosce implicitamente che, nella sua forma attuale, non si basa sul diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Al contrario, tratta questo diritto come una mera possibilità (“potrebbe”). Inoltre, Netanyahu non ha perso tempo a confermare, in un’intervista rilasciata dopo l’annuncio, di non riconoscere tale diritto e che Israele “vi si opporrà con la forza“.

    Questa proposta riecheggia i mandati coloniali istituiti dopo la Prima Guerra Mondiale e si ispira all’amministrazione internazionale istituita in Kosovo nel 1999. È proprio questo precedente che spiega il coinvolgimento dell’ex Primo Ministro britannico Tony Blair nella proposta amministrazione di Gaza sotto Trump. Blair ha svolto un ruolo centrale nella guerra del Kosovo e nelle successive decisioni relative alla sua governance.

    Mentre il piano prevede un ritiro graduale dell’esercito israeliano da Gaza, sostituito da una “forza internazionale di stabilizzazione” (nome preso in prestito dalla missione in Bosnia-Erzegovina), esso specifica che l’esercito israeliano “consegnerà gradualmente il territorio di Gaza che occupa alle ISF, secondo un accordo che concluderanno con l’autorità di transizione, fino al suo completo ritiro da Gaza, ad eccezione di una presenza nel perimetro di sicurezza che rimarrà finché Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica risorgente” (punto 16).

    In altre parole, anche se il piano fosse attuato esattamente come previsto, l’esercito israeliano manterrebbe il controllo di un “perimetro di sicurezza” profondo circa un chilometro a Gaza, lungo il confine con lo Stato sionista, per una lunghezza di circa 60 chilometri. La costruzione di questo perimetro è iniziata all’inizio dell’invasione israeliana, chiaramente in previsione di mantenerne il controllo dopo un eventuale ritiro più ampio dal resto di Gaza.

    Il piano porterebbe a un fatto compiuto permanente, in cui il controllo israeliano su ampie zone della Striscia di Gaza verrebbe rafforzato. Israele invocherebbe probabilmente la rinnovata “minaccia terroristica” – persino le forme più elementari di resistenza, che sicuramente persisteranno – come pretesto per mantenere l’occupazione di gran parte di Gaza, rispecchiando la sua occupazione di lunga data della Cisgiordania. Questa occupazione è stata ufficialmente considerata “temporanea” dal diritto internazionale per 58 anni1.

    La transizione politica sfugge in gran parte ai palestinesi. Donald Trump ha pensato di affidare la governance del territorio a «esperti altamente qualificati» palestinesi, tecnocrati di cui per ora non è trapelato alcun nome. Essi saranno posti sotto la tutela di un «consiglio di pace», presieduto dallo stesso Trump e di cui farebbe parte l’ex primo ministro britannico Tony Blair.

    Il movimento islamista sembra con le spalle al muro: se rifiuta, Israele cercherà di attribuirgli la responsabilità del proseguimento del genocidio. Se accetta, firma la sua scomparsa, ma anche la messa sotto tutela del destino dei palestinesi. Inoltre, il piano sembra concepito per riabilitare Israele, in un momento in cui i suoi alleati europei sembrano divisi nel loro sostegno quasi incondizionato mentre il genocidio continua a Gaza.

    Il piano Trump ha comunque creato contrasti e discussioni sia nell’Anp che in Hamas. Il segretario generale della Jihad islamica e portavoce del movimento, ha ricordato che “il documento proposto non riguarda solo Hamas, ma l’intero popolo palestinese, e tutte le fazioni sono sono tenute a partecipare alla formulazione di una risposta nazionale”. Il Jihad islamica essendo un’organizzazione in prevalenza militare, quasi priva di una rete sociale diffusa e strutturata, guarda con particolare attenzione al punto del documento americano che chiede il disarmo dei combattenti palestinesi. La liberazione di detenuti politici di rilievo specie se tra di essi figurasse Marwan Barghuthi, il “Mandela palestinese”, potrebbe attenuare il malcontento che serpeggia nei ranghi di Hamas riguardo al possibile disarmo imposto dal piano americano. Disarmo che, per ora, il comandante del braccio armato , non appare disposto a concedere. La decisione finale spetta in larga misura all’ala militare. Secondo le previsioni, Hamas non respingerà il piano Trump, ma chiederà a Qatar, Egitto Turchia, Usa ed altri mediatori di garantire che il rilascio degli ostaggi, previsto entro 72 ore dall’annuncio dell’approvazione, non porti a una situazione in cui Israele occuperà la Striscia senza alcun obbligo di ritiro. Quanto al disarmo, Hamas chiede di distinguere tra armi offensive e difensive, poiché “quelle difensive sono garantite dal diritto internazionale”.2

    Benyamin Netanyahu ha rapidamente imposto le sue condizioni. In un video pubblicato sul suo canale Telegram, il primo ministro israeliano ha fatto sapere che il suo esercito «rimarrà sulla maggior parte del territorio» della Striscia di Gaza. Israele «non ha assolutamente» dato il suo consenso a uno Stato palestinese, ha aggiunto, mentre la transizione prevista dal piano Trump dovrebbe portare, a termine, al controllo dell’enclave palestinese da parte dell’Autorità palestinese, «una volta completato il suo programma di riforme». Benyamin Netanyahu continua sulla sua linea «né Hamas né Fatah» per governare Gaza.3

    Per completare il quadro del genocidio guardiamo con grande indignazione a ciò che il sionismo del governo fascista di Israele ha compito contro la Global Sumud Flottiglia che pur trovandosi in acque internazionali, dove il diritto internazionale non consente ad Israele né a nessun altro paese di intercettarle; vige la libertà di navigazione secondo la Convenzione dell’Onu sul diritto del mare (Cdm), che ha codificato una consuetudine preesistente e vigente anche per gli Stati che non sono parti del Cdm, come Israele. Il diritto considera il mare internazionale come utilizzabile esclusivamente a scopi pacifici e che non può essere sottoposto alla sovranità di alcuno Stato. Obiettivo della Global Sumud Flottiglia è di raggiungere le acque antistanti Gaza, che non possono in alcun modo essere considerate acque territoriali israeliane. Israele non ha titolo di sovranità su di esse. Come non ne ha sul territorio di Gaza e sullo spazio aereo e mantiene su tali spazi un’occupazione che la Corte internazionale di giustizia ha definito illegali a tutti gli effetti. Solo la Palestina ha diritti sovrani al largo della Striscia.

    Il diritto umanitario stabilisce inoltre che, che se la popolazione civile del territorio sottoposto al blocco non può avere accesso al cibo e altri beni di prima necessità, la parte che impone il blocco deve consentire il libero passaggio degli aiuti umanitari.

    E’ chiaro dunque che in base al diritto internazionale le imbarcazioni della Global Sumud Flottiglia non stanno violando alcuna regola di diritto internazionale, ma agiscono nel pieno rispetto del diritto del mare e del diritto internazionale umanitario, facendosi carico dell’attuazione di obblighi che gli Stati, Israele in primo luogo e gli altri a seguire, non stanno rispettando.

    Uno scenario di grave illegalità si configura nel momento in cui le imbarcazioni del Global Sumud Flottiglia sono state intercettate e attaccate, illegalità non certo attribuibile a chi porta aventi le ragioni del diritto(e dell’umanità) su quelle barche.4

    Risulta molto chiaro e comprensibile a livello popolare e di massa che bisogna reagire con la mobilitazione e lo sciopero generale denunciando le gravi complicità tra il governo Meloni ed il governo sionista d’Israele così come denunciato dalla CGIL e USB e dalla larga maggioranza dei sindacati di base.

    La mattina di venerdì 3 Ottobre appuntamento a Piazza Vittorio alle ore 8.30 epr raggiungere in corteo Piazza dei Cinquecento per le ore 10.

    Sabato 4 ottobre manifestazione nazionale a sostegno del popolo Palestinese, appuntamento alle ore 14.30 a Porta San Paolo, Roma

    1. Gilbert Achcar, Professore presso la SOAS, Università di Londra. Traduzione dell’autore della sua rubrica settimanale sul quotidiano londinese in lingua araba Al-Quds al-Arabi . Articolo pubblicato il 30 settembre 2025. ↩︎
    2. IL MOVIMENTO ISLAMICO VUOLE GARANZIE DA MEDIATORI E USA SUL RITIRO ISRAELIANO DALLA STRISCIA Il braccio armato di Hamas frena sul disarmo imposto da tramp di MICHELE GIORGIO Gerusalemme il manifesto giovedì 2 ottobre ↩︎
    3. Il piano di Trump per Gaza priva i palestinesi del loro destino di Clothilde Mraffko Sito Mps 1 ottobre ↩︎
    4. Mare libero Le violazioni di Tel Aviv coperte dagli Stati di Michele Frulli- il manifesto giovedì 2 ottobre ↩︎

    Leonardo De Angelis

    2 Ottobre 2025
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  • Blocchiamo tutto!

    Blocchiamo tutto!

    Di Redazione Karl&Rosa

    FERMIAMO IL GENOCIDIO


    FERMIAMO L’OCCUPAZIONE


    Venerdì 3 ottobre

    Sciopero Generale

    Appuntamento davanti alla Stazione Termini alle ore 10:00

    Sabato 4 ottobre
    Manifestazione Nazionale a sostegno del popolo Palestinese

    Appuntamento alle ore 14.30 a Porta San Paolo, Roma

    Leonardo De Angelis

    2 Ottobre 2025
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  • Se attaccano la Flottila #blocchiamotutto

    Se attaccano la Flottila #blocchiamotutto

    Di Redazione Karl&Rosa

    Pronti ad una mobilitazione generale!!!

    Leonardo De Angelis

    1 Ottobre 2025
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  • Presidente Mattarella, non possiamo accettare!

    Presidente Mattarella, non possiamo accettare!

    Di Redazione Karl&Rosa

    È giunta la risposta della Global Sumud Flotilla al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un Presidente che, con parole di rara umanità e in netto contrasto con i toni duri e freddi di Giorgia Meloni, aveva invitato la flottiglia ad accogliere la proposta di far sbarcare gli aiuti al Patriarcato Latino di Gerusalemme.

    La replica della Flotilla – affidata alla voce ferma e limpida della portavoce italiana Maria Elena Delia – è un atto di coraggio, di dignità e di inflessibile coerenza, che dovrebbe far arrossire tre quarti della nostra classe politica.

    In quelle parole vibra lo spirito più autentico e alto della missione: una forza morale che gran parte della politica italiana non ha saputo cogliere e che il governo, addirittura, ha provato a ostacolare.

    “Abbiamo ricevuto la proposta da parte del Presidente Mattarella di accettare, per il bene nostro e la tutela in generale della vita umana, che noi condividiamo al 100%, di deviare la nostra rotta.

    Di accettare di portare gli aiuti a Cipro e poi, tramite l’intermediazione di Nazioni Unite, del Patriarcato di Gerusalemme e del governo italiano, di farli arrivare a Gaza.

    Noi non possiamo accettare. Questa proposta arriva per evitare che le nostre barche navighino in acqua internazionali con il rischio di essere attaccate.

    Quindi è come dire: se vi volete salvare, noi non possiamo chiedere a chi vi attaccherà di non attaccarvi, malgrado sia un reato, ma chiediamo a voi di scansarvi.

    Ecco, questo nodo legale non è solo una questione di principio, è una questione sostanziale. Noi non stiamo facendo nulla di male: perché non dobbiamo navigare in acque internazionali?

    Cosa succederebbe se, invece delle nostre barche, ci fossero le barche per esempio di alcuni turisti che, in acque internazionali, fossero aggredite da dei droni in maniera violenta?

    La questione degli aiuti è importantissima, noi siamo pronti a valutare delle mediazioni ma non cambiando rotta, perché cambiare rotta significa ammettere che si lascia operare un governo in modo illegale senza poter fare nulla”.

    Questo è lo spirito della Global Sumud Flotilla.

    Grazie per avercelo ricordato e dimostrato ancora una volta.

    Resistere! Resistere! Resistere!

    Leonardo De Angelis

    27 Settembre 2025
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  • Blocchiamo tutto: 300mila nella Capitale per Gaza

    Blocchiamo tutto: 300mila nella Capitale per Gaza

    Di Luciana Cimino, Michele Gambirasi

    Quando il corteo arriva sulla Tangenziale di Roma, il traffico capitolino è bloccato da ore. Eppure le persone intrappolate nelle macchine, nella corsia opposta alla gigantesca manifestazione, applaudono, suonano il clacson al ritmo degli slogan, sventolano fazzoletti bianchi. Un sostegno inaspettato che dà il senso della pervasività dell’opposizione al genocidio di Gaza. Lo sciopero generale era stato convocato da Usb, Cub, e altri sindacati di base con l’adesione del vasto mondo delle organizzazioni contrarie al riarmo (collettivi studenteschi, Anpi, Emergency, Amnesty, Arci). Ma i numeri e la composizione della piazza romana, almeno 300 mila persone che hanno marciato per 7 ore, sono il segno di una mobilitazione molto più larga delle singole sigle.

    IL CORTEO PARTE lentamente dalla stazione Termini, dopo oltre due ore di presidio. Il primo cordone è formato dai vigili del fuoco in sciopero. «Siamo ambasciatori Unicef e il soccorso lo esigiamo per tutti i bambini: le immagini da Gaza sono strazianti» dice Paolo Cergnar, vigile del fuoco e sindacalista Usb. «Noi soccorritori non saremo mai complici di un genocidio e protestiamo davanti a un governo che ci ingabbia nel riarmo» prosegue. «L’indicazione era arrivata dai portuali di Genova, ed eccoci: abbiamo bloccato tutto!», gridano dal camion in testa, seguiti dagli striscioni degli istituti romani con dietro l’intera comunità scolastica: docenti, personale Ata, genitori e alunni. «Le maestre lo sanno da che parte stare», recita il cartello di Daniela e Francesca.

    «Il nostro plesso ha aderito per intero», spiegano circondate da bambini. Maria Luisa ha 14 anni ed è dietro lo spezzone dei collettivi degli studenti. C’è anche la madre, una partita Iva della comunicazione che ha impostato una mail automatica per spiegare ai suoi clienti privati che è in sciopero, ma piazza dei Cinquecento è strapiena e non riescono a incontrarsi.

    Sara e Alessandra arrivano da Monterotondo con una enorme bandiera palestinese quando già anche le strade intorno al piazzale sono piene e non sono stupite dall’afflusso costante di persone: «Ce l’aspettavamo, la questione palestinese sta a cuore a tutti indipendentemente dalle posizioni politiche, sono il governo e i partiti che non hanno più il polso del paese: c’è una discordanza totale tra quello che pensano gli italiani del genocidio e le loro dichiarazioni». Marika lavora in uno noto ristorante di Roma Est, con lei c’è il resto dello staff. E del resto diversi locali e negozi della Capitale sono chiusi, «in sostegno alla Global Sumud Flottilla», c’è scritto sulle saracinesche. Tra gli spezzoni c’è anche quello di Non una di meno: «C’è una mobilitazione di massa e diffusa, lo sciopero è uno strumento potente che va risignificato. Oggi è la dimostrazione lampante che funziona» spiega Claudia del nodo romano del movimento. Arrivati a Porta Maggiore, snodo nevralgico della viabilità cittadina, una troupe Mediaset è in collegamento. Operatori e giornalisti hanno le bandiere palestinesi disegnate sulle braccia, «non siamo qui solo per lavoro», spiega una delle autrici. Mentre da uno dei camion in testa, un lavoratore Rai urla: «Non siamo quelli che obbediscono agli ordini, boicotteremo ogni forma di propaganda a favore di Israele».

    LA QUESTURA si aspettava 8 mila persone, all’inizio del concentramento rettifica in 20mila, quando nel primo pomeriggio aggiusta ulteriormente il tiro, parlando di 50 mila presenze, è chiaro a tutti che la manifestazione è un successo oltre le aspettative. «Siamo un milione in tutta Italia, 300 mila solo a Roma», scandiscono dai megafoni. E i numeri consentono un ribaltamento dei rapporti di forza: la Digos autorizza il corteo a passare per la tangenziale. «Altro che decreto sicurezza – nota un anziano militante dei sindacati di base – se siamo 300 mila la tangenziale la prendiamo, ci denunciassero!». Esce dalla contrattazione con le forze dell’ordine soddisfatto per l’accordo: «Gli abbiamo spiegato: non semo cattivi, non volemo fare danni ma se c’è un genocidio in corso me devi fa passare». Il clima è tranquillo, la polizia non è in tenuta antisommossa. Eccetto che davanti al nuovo studentato di lusso di San Lorenzo, The social hub, circondato dagli scudi. Il corteo passa accanto fischiando, «uno spreco di soldi pubblici a difesa di questa cosa?», si chiede un ragazzo dei collettivi.

    CI SONO ANCHE i lavoratori dello spettacolo, della cultura, case editrici, del cinema: «Oggi molti set si sono fermati. Il settore è in crisi, ma sono venuti anche quelli che hanno perso il lavoro». «Ho scioperato venerdì o sciopero anche oggi – dice una dirigente della Cgil – è una adesione personale e non sono la sola, in tanti siamo qui perché era qui che dovevamo essere e i nostri stessi iscritti ce lo chiedevano». Poco più in là un altro funzionario del sindacato di Corso Italia ammette: «Riceviamo tanti messaggi di compagni disorientati dalla scelta della Cgil di scioperare prima e siamo qui a titolo personale».

    DOPO ORE DI MARCIA, in cui il corteo non si è mai sgonfiato, la testa entra dentro l’università La Sapienza, da dove già in mattinata si era mosso uno dei tanti preconcentramenti convocati. «C’è un’intera società, lavoratori, studenti, collettivi, che al di là delle sigle ha deciso di alzarsi. E ora non ci sediamo più, ci siamo sollevati per cambiare le cose» scandisce Guido Lutrario, sindacalista Usb. Al termine della manifestazione i collettivi universitari entrano nella facoltà di lettere per occupare, e viene fissato già per oggi un presidio permanente. Altre piazze sono state già convocate: il 4 ottobre a Roma la manifestazione nazionale dei movimenti palestinesi e il 14 a Udine prima della partita della nazionale contro Israele. Di mezzo c’è la Glabal Sumud Flotilla, che in ogni momento potrebbe essere fermata dall’esercito israeliano: la promessa è rimasta quella «blocchiamo tutto».

    Pubblicato su https://ilmanifesto.it/

    Leonardo De Angelis

    23 Settembre 2025
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  • Dichiarazione del primo congresso ebraico antisionista di Vienna

    Dichiarazione del primo congresso ebraico antisionista di Vienna

    Di Inprecor

    Oltre 1.000 ebrei e non ebrei antisionisti si sono riuniti a Vienna per tre giorni di presentazioni e workshop nell’ambito del Congresso Ebraico Antisionista. Sebbene si sia trattato del primo evento del suo genere in Europa, sono già in fase di pianificazione un secondo congresso nel 2026.

    Noi , relatori e organizzatori del congresso, pubblichiamo il seguente appello pubblico, che riflette le posizioni collettive adottate durante i nostri tre giorni di deliberazioni.

    Come ebrei antisionisti e alleati, ci schieriamo al fianco di tutti i palestinesi, in Palestina e in esilio, contro il sionismo e i suoi crimini, tra cui il genocidio, l’apartheid, la pulizia etnica e l’occupazione. Affermiamo il diritto di ogni popolo sotto occupazione a resistere con tutti i mezzi possibili, come riconosciuto in diverse disposizioni delle Nazioni Unite. È essenziale che gli ebrei di coscienza di tutto il mondo si uniscano contro il sionismo, in collaborazione e solidarietà con il movimento globale per la liberazione della Palestina. Ci impegniamo a espandere il nostro movimento oltre le sue radici europee per includere le voci antisioniste di tutto il mondo, anche nel Sud del mondo.

    Condanniamo senza riserve tutti i crimini di guerra commessi da Israele dal 7 ottobre 2023, tra cui la pulizia etnica, l’apartheid militarizzato, l’urbicidio, lo scolasticacidio, il medicidio  , la carestia di massa come mezzo per l’espulsione forzata di oltre due milioni di abitanti di Gaza e il genocidio in corso di centinaia di migliaia di persone. Queste azioni rappresentano alcuni dei peggiori crimini di guerra del nostro tempo e sono già state riconosciute come tali dalla CPI e dalla Corte Internazionale di Giustizia, nonostante lo Stato di Israele abbia respinto categoricamente le richieste di entrambi i tribunali. Ha inoltre respinto numerosi appelli sia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che del suo Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, circa due milioni di civili sono ora detenuti in una piccola area della Striscia di Gaza, senza accesso a cibo, acqua, medicine, riparo o assistenza medica. Questi nuovi crimini sono solo gli ultimi ad aggiungersi a una lunga lista di reati simili commessi dal 1948. Nonostante le ripetute violazioni delle risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nonché dei rapporti dettagliati dei relatori speciali delle Nazioni Unite, non sono mai state imposte sanzioni a Israele.

    Responsabilità internazionali

    Nessuno di questi crimini di guerra e crimini contro l’umanità avrebbe potuto essere commesso o sostenuto senza il sostegno attivo ed entusiasta delle potenze occidentali, sotto forma di aiuti militari, sostegno finanziario e copertura politica e diplomatica. Questo sostegno è guidato, in particolare, da Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Abilitando e armando uno Stato criminale che commette genocidio, questi governi condividono la responsabilità legale e morale ai sensi della Convenzione sul Genocidio del 1948.

    Invitiamo tutti gli Stati e le società a rispettare i propri obblighi ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio e ad adottare tutte le misure necessarie per porre fine al genocidio in corso a Gaza.

    Tali misure devono includere, come sanzione, la sospensione di Israele dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come avvenuto nel 1974 con il Sudafrica per la sua pratica dell’apartheid. È chiaro che i crimini di Israele sono ancora più atroci. Sebbene l’ONU abbia schierato per decenni forze internazionali per separare i combattenti da Israele ed Egitto, e da Israele e Libano, non ha mai istituito una forza di protezione per proteggere le vite dei palestinesi dall’oppressione sistematica e dal terrore esercitati dallo Stato israeliano. Crediamo che sia giunto il momento di adottare una simile misura umanitaria. Senza di essa, Israele continuerà a massacrare il popolo palestinese.

    Chiediamo inoltre che l’Unione europea rispetti le proprie regole e si conformi all’articolo 2 dell’accordo di associazione UE-Israele, che la obbliga, nella situazione attuale, a cessare le relazioni commerciali con Israele e a porre fine al suo status di membro associato nei programmi finanziati dall’UE.

    Sanzionare Israele

    Invitiamo tutte le società, le associazioni e le organizzazioni internazionali a escludere Israele dalle proprie fila finché non rispetterà tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite e dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non porrà fine al genocidio in corso a Gaza e non ritirerà le sue forze militari da tutti i territori acquisiti con la forza nel 1948 e nel 1967, nonché da tutti i territori siriani e libanesi occupati dal 1967. Israele deve ritirare immediatamente e completamente le sue forze dalla Striscia di Gaza, revocare il blocco in vigore dal 2006 e consentire a tutte le agenzie umanitarie di accedere senza ostacoli all’area per svolgere i propri interventi senza restrizioni.

    Invitiamo tutti gli Stati, le istituzioni della società civile e le organizzazioni a implementare e rispettare le richieste del Comitato Nazionale Palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). Ciò include la rottura di tutti i legami finanziari, accademici, militari, culturali e diplomatici con lo Stato genocida finché non soddisferà le condizioni sopra descritte e non rispetterà il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle loro case e a recuperare i loro beni, come stabilito dalla Risoluzione ONU 194.

    Chiediamo inoltre alle Nazioni Unite di imporre sanzioni immediate e globali allo Stato israeliano in risposta agli attacchi illegali e immotivati ​​di Israele contro Teheran e altre città iraniane, nonché al massacro di civili. Tali sanzioni devono estendersi anche ai governi occidentali che, attraverso il loro sostegno militare e politico, favoriscono e favoriscono i crimini internazionali di Israele. Le armi nucleari illegali di Israele devono essere smantellate attraverso un processo trasparente, supervisionato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

    Israele non rappresenta la comunità ebraica

    Respingiamo categoricamente l’affermazione secondo cui Israele agisca per conto della comunità ebraica o che le sue attività criminali siano sostenute da tutti gli individui di fede ebraica. Invitiamo gli ebrei di tutto il mondo a sollevarsi contro lo Stato sionista, a negargli qualsiasi legittimità e a chiedere la fine immediata delle sue azioni criminali e barbariche, anche sostenendo la campagna BDS e la rottura dei legami culturali, politici e istituzionali con Israele finché non si conformerà alle condizioni sopra indicate. Israele e i sionisti agiscono in modo illegale e immorale, sostenendo di farlo per conto degli ebrei, mettendoli così in pericolo ovunque. Questa insistenza nell’affermare che la comunità ebraica sostiene intrinsecamente il sionismo e il detestabile Stato sionista costituisce un vero e proprio antisemitismo.

    Sosteniamo tutti gli israeliani che si oppongono al sionismo. Invitiamo inoltre gli ebrei israeliani a riconsiderare la loro fedeltà a un regime che ha negato i diritti dei palestinesi per oltre ottant’anni, e incoraggiamo altri a fare lo stesso. In linea con il patrimonio storico ebraico e i principi dell’ebraismo stesso, esortiamo gli ebrei di coscienza ovunque a schierarsi al fianco dei palestinesi nel rifiutare l’ideologia razzista del sionismo e la sua intrinseca supremazia. Agiremo inoltre in collaborazione, ovunque ci troviamo, con il movimento globale per la decolonizzazione e la liberazione della Palestina. Uniamoci e facciamo tutto il possibile per contribuire a costruire un futuro di uguaglianza, giustizia e dignità per tutti coloro che vivono in Palestina. Per ricostruire una terra in cui la vita comunitaria e il rispetto reciproco possano fiorire di nuovo.

    Decolonizzare e de-sionizzare. Libertà per la Palestina e il suo popolo. 

    14 giugno 2025

    Questa dichiarazione è stata pubblicata sul sito web Juedisch Antizionistisch . Titoli a cura della redazione. Tradotto da Lalla F. Colvin.

    • 1Il termine “urbicidio” fu utilizzato per la prima volta nel 1963 dallo scrittore Michael Moorcock nel racconto fantasy eroico “Dead God’s Homecoming” (pubblicato sulla rivista Science Fantasy ), in inglese. Fu successivamente ripreso da architetti e filosofi per designare, secondo Bénédicte Tratnjek, (“La nozione di urbicidio”, in Geografia della città in guerra , 2008) “non come obiettivo strategico, ma come obiettivo identitario […] come se la città fosse il nemico perché permetteva la convivenza di popolazioni diverse e valorizzava il cosmopolitismo” , in particolare dopo essere stato utilizzato dall’architetto ed ex sindaco di Belgrado Bogdan Bogdanović a proposito delle città di Sarajevo, Vukovar e Mostar.Il termine scolasticidio, o educidio, si riferisce, secondo Scholars Against War, a “l’uccisione di educatori e la distruzione di istituzioni educative, nonché l’inflizione di danni fisici e/o mentali a studenti, insegnanti e membri del personale affiliato; il divieto di scambi accademici, in particolare il rifiuto di visti e permessi di soggiorno agli studiosi che cercano opportunità all’estero; varie forme di intimidazione volte a inibire l’accesso all’istruzione; la limitazione delle risorse vitali, tra cui Internet e l’elettricità; l’interruzione dei finanziamenti per scopi educativi e il rifiuto dell’istruzione ai prigionieri politici o ai detenuti ” .Il termine “medicide” sembra riferirsi alla distruzione sistematica e deliberata della salute dei palestinesi da parte di Israele.

    Articolo Pubblicato sul sito: https://inprecor.fr/

    Leonardo De Angelis

    20 Settembre 2025
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  • Il riarmo Nato devasta il clima: più 1.132 tonnellate di Co2 nei prossimi 10 anni

    Il riarmo Nato devasta il clima: più 1.132 tonnellate di Co2 nei prossimi 10 anni

    Di Lorenzo Tecleme

    La guerra inquina, il riarmo pure. Lo certifica uno studio di Scientists for Global Responsibility (Sgr), importante realtà britannica guidata dal fisico Stuart Parkinson. Tecnicamente si tratta di una revisione, ovvero un lavoro che mette assieme i risultati di altri paper sullo stesso tema – 11 in questo caso – cercando di rappresentare lo stato dell’arte della ricerca. Secondo il team di Parkinson, l’aumento della spesa militare previsto dai paesi Nato porterà a emettere 1.132 milioni di tonnellate di Co2 equivalente in atmosfera nei prossimi dieci anni. Per dare un’idea dell’entità, parliamo delle stesse emissioni del Brasile, la quinta nazione al mondo per produzione di gas climalteranti.

    Lo studio mette le mani avanti: su queste stime c’è molta incertezza, anche perché i dati relativi all’impatto del comparto militare sono segreti e gli Stati non hanno l’obbligo di riportare le emissioni del settore in sede di Nazioni Unite. L’ultimo calcolo disponibile, pubblicato nel 2019, parlava di un 5,5% delle emissioni globali imputabili a eserciti e industria delle armi. Più dell’aviazione e del commercio navale sommati, e questo prima dell’invasione russa dell’Ucraina e della corsa al riarmo. Sempre secondo Sgr, già l’aumento della spesa militare dei soli paesi Nato tra il 2019 e il 2024 ha portato a 64 milioni di tonnellate di Co2 equivalente in più in atmosfera: quanto quelle di un paese come il Bahrain. Queste stime, precisa lo studio, non includono i combattimenti, ma solo le attività standard in tempo di pace.

    Sul rapporto tra crisi eco-climatica e settore militare-industriale si indaga da tempo. A giugno uno studio del Social Science Research Network stimava che il genocidio a Gaza produrrà – tra distruzione e ricostruzione della Striscia – almeno 31 milioni di tonnellate di Co2eq. In febbraio un’altra ricerca, questa volta portata avanti da alcune realtà della società civile, suggeriva la cifra monstre di 200 milioni di tonnellate di CO2eq per via della guerra tra Russia e Ucraina – un dato enorme, anche se al suo interno si includono eventi solo parzialmente legati al conflitto come gli incendi boschivi.

    La comunità scientifica non ha comunque dubbi sul fatto che il settore bellico sia uno di quelli ad altissima intensità carbonica. Ancora nella revisione del team di Parkinson si legge come per ogni 100 miliardi di dollari in spesa militare si emettono, approssimativamente, 31 milioni di tonnellate di gas climalteranti. Il tutto senza calcolare gli altri effetti ambientali negativi del settore: dall’inquinamento di suolo e acqua legato alle esercitazioni fino all’uso della distruzione degli ecosistemi naturali come arma di guerra, il cosiddetto ecocidio. Sugli effetti negativi delle emissioni climalteranti, poi, la letteratura è davvero sterminata.

    L’ultimo tassello al puzzle dello studio della crisi climatica lo ha reso noto il quotidiano britannico Guardian ieri. Stando ad un’indagine dell’Università di Mannheim e della Banca Centrale Europea (non sottoposto a revisione), le ondate di calore estremo che hanno colpito parte del nostro Continente quest’estate hanno portato a danni economici nel breve termine per 43 miliardi di euro. Una stima che gli economisti stessi definiscono conservativa, perché non tiene conto degli incendi di agosto e dell’effetto cumulato di più eventi meteorologici estremi che colpiscono un territorio contemporaneamente.

    Tutti questi numeri, comunque, non sembrano togliere il sonno ai governi europei o della Nato. Al contrario, al recente vertice dell’Aia i Paesi dell’alleanza atlantica si sono impegnati a impiegare il 5% del proprio Pil in difesa entro il 2035. Una cifra enorme, se si pensa che nazioni come Italia e Spagna stavano ben sotto il 2% fino all’anno scorso. Si tratta di un impegno difficilmente compatibile con l’obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2050 al quale l’Unione Europea, almeno in teoria, ancora assicura di voler puntare.

    Articolo pubblicato dal sito: https://ilmanifesto.it/

    Leonardo De Angelis

    18 Settembre 2025
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  • L’autocritica zapatista

    L’autocritica zapatista

    Di Raul Zibechi


    Abbiamo osservato in diverse occasioni che l’autocritica sta scomparendo dalla sinistra mondiale, persino da coloro che si definiscono rivoluzionari o radicali. L’assenza di una pratica politica centrale tra coloro che vogliono cambiare il mondo è parte del collasso della sinistra e dei movimenti antisistemici.

    Durante la prima settimana di agosto, abbiamo assistito a uno sviluppo completamente nuovo tra i movimenti che lottano per cambiare il mondo. È accaduto al Semenzaio di Morelia, durante l’incontro “Algunas partes del todo“. Per diversi giorni, hanno messo in scena spettacoli che spaziavano da un’assemblea di morti (coloro che sono caduti nella lotta), insegnando agli zapatisti a non ripetere i vecchi errori, a un dialogo tra persone ancora da nascere (interpretato da cento spermatozoi e ovuli), a cui hanno trasmesso le loro riflessioni. Migliaia di persone hanno potuto vedere e ascoltare gli spettacoli, dai partecipanti nazionali e internazionali alle basi di supporto e ai membri delle milizie. L’aspetto più impressionante è stato il modo in cui sono stati messi in scena gli errori commessi dalle Giunte di Buon Governo e dai comuni autonomi, le varie forme di corruzione, come il furto di fondi collettivi, e gli abusi e le negligenze da parte delle autorità.

    Un primo punto degno di nota è che centinaia di zapatisti hanno messo in scena gli spettacoli, tutti molto giovani, con un numero uguale di ragazzi e ragazze. Il modo nel quale hanno spiegato e si sono comportati sull’enorme palcoscenico al centro dell’asilo nido (delle dimensioni di un campo da calcio) rivela mesi di prove tra basi di diverse comunità e caracoles, dimostrando un enorme coordinamento tra regioni, scrittura di sceneggiature e prove per un lungo periodo di tempo. Ciò che non si vede mi sembra importante quanto ciò che sentiamo.

    Ma la domanda che mi sembra quasi incredibile, perché non era mai successo prima e non avevo mai potuto assistervi in ​​oltre 55 anni di attivismo, è come, dove e per chi. L’autocritica è stata resa pubblica, davanti alle basi di sostegno e ai partecipanti messicani e internazionali, così come a coloro che hanno partecipato tramite i social media. È stata condotta da gente comune, giovani zapatisti che hanno messo in discussione i metodi delle proprie autorità. L’hanno drammatizzata con una buona dose di umorismo, il che non significa che non fossero critiche rigorose e profonde, rivelando uno stato d’animo sereno e riflessivo.

    Nella cultura politica in cui ci siamo formati durante la rivoluzione mondiale del 1968 (come la chiamava Wallerstein), l’autocritica era importante, ma col tempo è diventata quasi inesistente e tutti i mali hanno iniziato a essere attribuiti al nemico. Forse è per questo che il Subcomandante Moisés, che ha parlato più volte durante l’incontro, ha sottolineato che “non tutti i problemi derivano dal capitalismo” (cito a memoria). In genere, se c’è autocritica, questa proviene dalla leadership, mai (ma mai) dalla base. Erano i leader a decidere cosa fosse giusto o sbagliato, e il resto dell’organizzazione seguiva la loro guida. “Ogni base di sostegno dovrebbe essere in grado di criticare il proprio governo”, si diceva in una delle performance.

    Nello zapatismo, si assiste a una clamorosa inversione di questa pratica gerarchica. L’autocritica non è solo pubblica e aperta, ma anche condotta dal basso. Sarebbe stato molto diverso se fosse stata riassunta in un comunicato. Il fatto che siano stati gli zapatisti di base a farlo dimostra due aspetti chiave: la loro fermezza e coerenza etica, implacabili e ostinate; e la decisione politica che le comunità organizzate debbano stabilire la direzione del movimento. Ciò non significa che il Capitano Marcos, il Subcomandante Moisés o il CCRI (Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno) non abbiano alcun ruolo, ma piuttosto che abbiano preso la decisione etico-politica di comandare obbedendo, non come slogan ma come pratica concreta e reale, come guida per le loro azioni.

    Da lì al rovesciamento della piramide c’è stato solo un passo, compiuto anch’esso collettivamente, dal basso verso l’alto. In precedenza hanno ricordato gli aspetti positivi delle Giunte di Buon governo e dei comuni autonomi, perché non sono stati tutti dei problemi, ma sono stati anche una scuola di autonomia.

    A questo punto, come i partecipanti con cui ho avuto modo di condividere, credo che dobbiamo inchinarci all’EZLN e alle sue basi di appoggio, per la loro coerenza, per essere ciò che sono e per averci mostrato percorsi mai seguiti prima da nessun movimento, in nessuna parte del mondo, nel corso della storia. Il movimento zapatista è una vera rivoluzione, che non gioca con le parole, ma dimostra pratiche di profondo cambiamento, non capitaliste, non patriarcali.

    Mi sono formato durante gli anni della Rivoluzione Culturale Cinese, a cui ho aderito con entusiasmo perché credevo che fosse la continuazione delle lotte dopo la conquista del potere, a differenza di quanto era accaduto in Unione Sovietica, dove ogni critica dal basso veniva schiacciata. In seguito abbiamo appreso che la mobilitazione di massa era guidata dai leader del partito per risolvere le controversie tra élite, usando le masse, come sempre. Questo è orribile perché il sangue è stato versato dal basso per rafforzare la piramide.

    In questi tempi di oscurità globale, di genocidio e massacri dall’alto, lo zapatismo è l’unica speranza. Intatto, immacolato, con errori ma senza orrori. È l’eccezione nel piccolo mondo globale antisistemico, e dobbiamo riconoscerlo come tale. Ci sono riusciti senza arrendersi, senza svendersi, senza cedere… e senza deporre le armi.

    articolo pubblicato su comune-info.net

    Leonardo De Angelis

    6 Settembre 2025
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  • La CINA mostra la sua potenza e quella dei BRICS

    La CINA mostra la sua potenza  e quella dei BRICS

    Di Nando Simeone

    Dopo che a Rio de Janeiro, il 6 luglio scorso, si è tenuto il vertice dei BRICS, alla presenza dei capi di Stato e di governo e dei Ministri degli Esteri dei Paesi membri (Brasile, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia, India, Iran e Russia) e di quelli associati (Bielorussia, Bolivia, Kazakistan, Cuba, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam), il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha convocato per lunedì 8 settembre un vertice virtuale dei leader dei Brics per discutere la politica commerciale americana e sondare una risposta coordinata.

    Lula vuole non soltanto reagire alle tariffe di Washington, ma rilanciare il tema del multilateralismo,in un momento in cui l’America Latina e l’Asia si sentono direttamente colpite.

    Il “nuovo ordine” o disordine in costruzione, che comporta già maggiori conflitti inter-imperialistici e una ripresa della corsa al nucleare, sta rendendo il mondo più conflittuale e più pericoloso. Il “caos geopolitico” si sta aggravando, dando luogo a una crisi del sistema imperialista, cioè un indebolimento della potenza egemonica. A questo si aggiunge l’emergere di nuovi imperialismi, come la Russia e la Cina. Si tratta di una riconfigurazione continua in un contesto globale di fortissima instabilità, in cui non vi è nulla di consolidato. In ogni caso, l’imperialismo del blocco sotto la guida americana dopo il crollo dell’URSS non esiste più.

    Tuttavia, i fatti dimostrano che, nonostante il rafforzamento del gigante asiatico in ambito economico, tecnologico e militare, nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un conflitto inter-imperialista basato sulla rivalità tra il blocco nordamericano, da una parte (con gli imperialismi europei, il Canada, il Giappone, la Corea del Sud e l’Australia) e dall’altra parte un blocco costruito intorno alla Cina. Quest’ultimo blocco, in espansione e all’offensiva, comprende la Russia (nonostante i suoi interessi particolari e le contraddizioni con Pechino), la Corea del Nord, molte repubbliche dell’Asia centrale; esso sta consolidando nuovi amici, tra cui i califfati mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Iran) e sta cercando di trasformare i BRICS in un’alleanza contro l’imperialismo occidentale. Il leader cinese, Xi Jinping, e il primo ministro indiano, Narendra Modi, si sono incontrati all’apertura del vertice dell’organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco) a Tianjin.Si tratta del primo viaggio di Modi in Cina dopo sette anni e avviene in un momento cruciale, mentre entrambi i Paesi cercano di risolvere le loro dispute e di trovare un terreno comune in mezzo alle crescenti tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti.

    All’inizio di agosto, il capo della diplomazia cinese Wang Yi si era recato a Nuova Delhi, dove Pechino e New Delhi avevano annunciato il loro riavvicinamento. La visita di Wang è stata contestuale alla decisione del Donald Trump di imporre dazi del 50% all’India, una punizione per l’acquisto di petrolio russo, sebbene il processo di ricostruzione dei legami con Pechino da parte di Nuova Delhi fosse già in corso da mesi. Di certo il modo in cui Trump si è posto nei confronti dell’India ha spinto Modi verso Xi Jinping, dopo anni in cui gli Stati Uniti si erano invece avvicinati all’India proprio in funzione anti-cinese.

    A piazza Tienanmen per gli 80 anni della vittoria mondiale sfilano solo truppe e sistemi d’arma cinesi. La presenza dei leader di Russia, Corea del Nord e Iran al fianco del presidente cinese Xi Jinping contribuisce a dare un tono alternativo a quello occidentale all’evento.

    Le immagini trasmesse dalla televisione di stato cinese hanno mostrato Xi Jinping mentre stringe, a turno, la mano a Putin, poi a Kim Jong Un e agli altri ospiti al momento del loro arrivo. Dopo uno scambio di convenevoli, i leader si sono incamminati lungo il tappeto rosso. Putin alla destra del presidente cinese e Kim Jong Un alla sua sinistra, i tre hanno guidato il gruppo verso piazza Tienanmen per la parata.

    È stata una scena dal notevole valore simbolico: tre uomini riuniti per celebrare la vittoria sulle ambizioni egemoniche del Giappone e della Germania nazista in un momento in cui sono a loro volta impegnati in uno scontro strategico con l’Occidente.

    Nessun leader occidentale di spicco era presente, a parte il primo ministro slovacco Robert Fico, alleato di Putin all’interno dell’Unione Europea. Durante la parata, iniziata con colpi di cannone a salve, migliaia di partecipanti hanno cantato inni patriottici.

    La vasta piazza era adornata da bandiere rosse e sorvolata da aerei ed elicotteri. Xi Jinping, in piedi dalla sua auto decappottabile, ha passato in rassegna le truppe e in un discorso ha detto che «l’umanità si trova ancora una volta di fronte alla scelta tra la pace e la guerra, tra il dialogo e lo scontro» e ha chiesto di impedire il ripetersi di «tragedie storiche» come quella che ha visto milioni di cinesi morire per mano delle truppe giapponesi più di 80 anni fa. Si è però astenuto da qualsiasi riferimento esplicito nei confronti degli Stati Uniti o a questioni controverse come Taiwan o i dazi doganali.

    Xi Jinping scende sulla piazza per passare in rassegna le truppe. Nella parata sono coinvolti oltre 10 mila soldati e centinaia di mezzi di produzione autoctona. Un esercito di livello mondiale, davanti a cui sfilano le nuove armi entrate in servizio operativo. Tra queste diversi missili balistici intercontinentali e a medio raggio, tra cui il così detto “Guam Killer”, chiamato così perché funzionale a colpire le basi americane nel Pacifico. Poi lanciarazzi multipli al sistema satellitare cinese BeiDou, i nuovi missili antinave a volo combinato e carri armati utilizzabili in terreni ad alta quota. Ma anche i droni stealth da combattimento e “cani” robot d’assalto. Non ci sono truppe straniere nemmeno russe. 1

    Un passo in avanti verso la creazione di un nuovo blocco imperialista alternativo e concorrenziale a quello degli Stati Uniti NATO e suoi alleati a sotto la guida della Cina.


    1. Pace o guerra, scegliete La Cina di Xi mostra i muscoli del Timoniere di Lorenzo Lamperti Il manifesto giovedì 4 settembre ↩︎

    Leonardo De Angelis

    4 Settembre 2025
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