Di Nando Simeone
Il presidente Trump ha redatto in collaborazione con l’ex primo ministro britannico Tony Blair il “Piano per la Striscia di Gaza”. Ha presentato il piano a Benjamin Netanyahu che lo ha accettato, facendo dichiarare a Trump che è “potenzialmente uno dei grandi giorni della civiltà“. Trump ha inoltre affermato che il Piano potrebbe risolvere “problemi che accadono da centinaia e migliaia di anni“. Stabilendo che: “Con il progredire della riqualificazione di Gaza e la fedele attuazione del programma di riforme dell’Autorità Nazionale Palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese” (punto 19), il piano riconosce implicitamente che, nella sua forma attuale, non si basa sul diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Al contrario, tratta questo diritto come una mera possibilità (“potrebbe”). Inoltre, Netanyahu non ha perso tempo a confermare, in un’intervista rilasciata dopo l’annuncio, di non riconoscere tale diritto e che Israele “vi si opporrà con la forza“.
Questa proposta riecheggia i mandati coloniali istituiti dopo la Prima Guerra Mondiale e si ispira all’amministrazione internazionale istituita in Kosovo nel 1999. È proprio questo precedente che spiega il coinvolgimento dell’ex Primo Ministro britannico Tony Blair nella proposta amministrazione di Gaza sotto Trump. Blair ha svolto un ruolo centrale nella guerra del Kosovo e nelle successive decisioni relative alla sua governance.
Mentre il piano prevede un ritiro graduale dell’esercito israeliano da Gaza, sostituito da una “forza internazionale di stabilizzazione” (nome preso in prestito dalla missione in Bosnia-Erzegovina), esso specifica che l’esercito israeliano “consegnerà gradualmente il territorio di Gaza che occupa alle ISF, secondo un accordo che concluderanno con l’autorità di transizione, fino al suo completo ritiro da Gaza, ad eccezione di una presenza nel perimetro di sicurezza che rimarrà finché Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica risorgente” (punto 16).
In altre parole, anche se il piano fosse attuato esattamente come previsto, l’esercito israeliano manterrebbe il controllo di un “perimetro di sicurezza” profondo circa un chilometro a Gaza, lungo il confine con lo Stato sionista, per una lunghezza di circa 60 chilometri. La costruzione di questo perimetro è iniziata all’inizio dell’invasione israeliana, chiaramente in previsione di mantenerne il controllo dopo un eventuale ritiro più ampio dal resto di Gaza.
Il piano porterebbe a un fatto compiuto permanente, in cui il controllo israeliano su ampie zone della Striscia di Gaza verrebbe rafforzato. Israele invocherebbe probabilmente la rinnovata “minaccia terroristica” – persino le forme più elementari di resistenza, che sicuramente persisteranno – come pretesto per mantenere l’occupazione di gran parte di Gaza, rispecchiando la sua occupazione di lunga data della Cisgiordania. Questa occupazione è stata ufficialmente considerata “temporanea” dal diritto internazionale per 58 anni1.
La transizione politica sfugge in gran parte ai palestinesi. Donald Trump ha pensato di affidare la governance del territorio a «esperti altamente qualificati» palestinesi, tecnocrati di cui per ora non è trapelato alcun nome. Essi saranno posti sotto la tutela di un «consiglio di pace», presieduto dallo stesso Trump e di cui farebbe parte l’ex primo ministro britannico Tony Blair.
Il movimento islamista sembra con le spalle al muro: se rifiuta, Israele cercherà di attribuirgli la responsabilità del proseguimento del genocidio. Se accetta, firma la sua scomparsa, ma anche la messa sotto tutela del destino dei palestinesi. Inoltre, il piano sembra concepito per riabilitare Israele, in un momento in cui i suoi alleati europei sembrano divisi nel loro sostegno quasi incondizionato mentre il genocidio continua a Gaza.
Il piano Trump ha comunque creato contrasti e discussioni sia nell’Anp che in Hamas. Il segretario generale della Jihad islamica e portavoce del movimento, ha ricordato che “il documento proposto non riguarda solo Hamas, ma l’intero popolo palestinese, e tutte le fazioni sono sono tenute a partecipare alla formulazione di una risposta nazionale”. Il Jihad islamica essendo un’organizzazione in prevalenza militare, quasi priva di una rete sociale diffusa e strutturata, guarda con particolare attenzione al punto del documento americano che chiede il disarmo dei combattenti palestinesi. La liberazione di detenuti politici di rilievo specie se tra di essi figurasse Marwan Barghuthi, il “Mandela palestinese”, potrebbe attenuare il malcontento che serpeggia nei ranghi di Hamas riguardo al possibile disarmo imposto dal piano americano. Disarmo che, per ora, il comandante del braccio armato , non appare disposto a concedere. La decisione finale spetta in larga misura all’ala militare. Secondo le previsioni, Hamas non respingerà il piano Trump, ma chiederà a Qatar, Egitto Turchia, Usa ed altri mediatori di garantire che il rilascio degli ostaggi, previsto entro 72 ore dall’annuncio dell’approvazione, non porti a una situazione in cui Israele occuperà la Striscia senza alcun obbligo di ritiro. Quanto al disarmo, Hamas chiede di distinguere tra armi offensive e difensive, poiché “quelle difensive sono garantite dal diritto internazionale”.2
Benyamin Netanyahu ha rapidamente imposto le sue condizioni. In un video pubblicato sul suo canale Telegram, il primo ministro israeliano ha fatto sapere che il suo esercito «rimarrà sulla maggior parte del territorio» della Striscia di Gaza. Israele «non ha assolutamente» dato il suo consenso a uno Stato palestinese, ha aggiunto, mentre la transizione prevista dal piano Trump dovrebbe portare, a termine, al controllo dell’enclave palestinese da parte dell’Autorità palestinese, «una volta completato il suo programma di riforme». Benyamin Netanyahu continua sulla sua linea «né Hamas né Fatah» per governare Gaza.3
Per completare il quadro del genocidio guardiamo con grande indignazione a ciò che il sionismo del governo fascista di Israele ha compito contro la Global Sumud Flottiglia che pur trovandosi in acque internazionali, dove il diritto internazionale non consente ad Israele né a nessun altro paese di intercettarle; vige la libertà di navigazione secondo la Convenzione dell’Onu sul diritto del mare (Cdm), che ha codificato una consuetudine preesistente e vigente anche per gli Stati che non sono parti del Cdm, come Israele. Il diritto considera il mare internazionale come utilizzabile esclusivamente a scopi pacifici e che non può essere sottoposto alla sovranità di alcuno Stato. Obiettivo della Global Sumud Flottiglia è di raggiungere le acque antistanti Gaza, che non possono in alcun modo essere considerate acque territoriali israeliane. Israele non ha titolo di sovranità su di esse. Come non ne ha sul territorio di Gaza e sullo spazio aereo e mantiene su tali spazi un’occupazione che la Corte internazionale di giustizia ha definito illegali a tutti gli effetti. Solo la Palestina ha diritti sovrani al largo della Striscia.
Il diritto umanitario stabilisce inoltre che, che se la popolazione civile del territorio sottoposto al blocco non può avere accesso al cibo e altri beni di prima necessità, la parte che impone il blocco deve consentire il libero passaggio degli aiuti umanitari.
E’ chiaro dunque che in base al diritto internazionale le imbarcazioni della Global Sumud Flottiglia non stanno violando alcuna regola di diritto internazionale, ma agiscono nel pieno rispetto del diritto del mare e del diritto internazionale umanitario, facendosi carico dell’attuazione di obblighi che gli Stati, Israele in primo luogo e gli altri a seguire, non stanno rispettando.
Uno scenario di grave illegalità si configura nel momento in cui le imbarcazioni del Global Sumud Flottiglia sono state intercettate e attaccate, illegalità non certo attribuibile a chi porta aventi le ragioni del diritto(e dell’umanità) su quelle barche.4
Risulta molto chiaro e comprensibile a livello popolare e di massa che bisogna reagire con la mobilitazione e lo sciopero generale denunciando le gravi complicità tra il governo Meloni ed il governo sionista d’Israele così come denunciato dalla CGIL e USB e dalla larga maggioranza dei sindacati di base.
La mattina di venerdì 3 Ottobre appuntamento a Piazza Vittorio alle ore 8.30 epr raggiungere in corteo Piazza dei Cinquecento per le ore 10.
Sabato 4 ottobre manifestazione nazionale a sostegno del popolo Palestinese, appuntamento alle ore 14.30 a Porta San Paolo, Roma
- Gilbert Achcar, Professore presso la SOAS, Università di Londra. Traduzione dell’autore della sua rubrica settimanale sul quotidiano londinese in lingua araba Al-Quds al-Arabi . Articolo pubblicato il 30 settembre 2025. ↩︎
- IL MOVIMENTO ISLAMICO VUOLE GARANZIE DA MEDIATORI E USA SUL RITIRO ISRAELIANO DALLA STRISCIA Il braccio armato di Hamas frena sul disarmo imposto da tramp di MICHELE GIORGIO Gerusalemme il manifesto giovedì 2 ottobre ↩︎
- Il piano di Trump per Gaza priva i palestinesi del loro destino di Clothilde Mraffko Sito Mps 1 ottobre ↩︎
- Mare libero Le violazioni di Tel Aviv coperte dagli Stati di Michele Frulli- il manifesto giovedì 2 ottobre ↩︎


