Organizza: Sinistra per l’Ucraina
Incontro pubblico
in presenza e online, Via San Faustino,4 – Presso Coop Ortica
Milano SABATO 22 e DOMENICA 23 Marzo

Organizza: Sinistra per l’Ucraina
Incontro pubblico
in presenza e online, Via San Faustino,4 – Presso Coop Ortica
Milano SABATO 22 e DOMENICA 23 Marzo

A colloquio con Anna Perekoda
In occasione del terzo anniversario dell’aggressione della Russia all’Ucraina pubblichiamo questa intervista, condotta da Francesca Barca, ad Hanna Perekhoda, storica e ricercatrice dell’Università di Losanna (Istituto di studi politici e Centro di storia internazionale e studi politici sulla globalizzazione), specializzata sul nazionalismo nel contesto della storia dell’Impero russo e dell’Unione sovietica. La sua ricerca esamina le strategie politiche dei bolscevichi in Ucraina tra il 1917 e gli anni venti. Perekhoda si occupa anche dello sviluppo, dal punto di vista storico, dell’immaginario politico russo, con particolare attenzione al ruolo dell’Ucraina nell’ideologia di stato russa. Fa anche parte di Sotsialnyi Rukh (“Movimento sociale”), un gruppo politico di sinistra fondato da militanti e sindacalisti sulla scia di Euromaidan, la rivolta del 2013-14 che ha portato alla destituzione del presidente filorusso Viktor Janukovyč.
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Sono passati tre anni da quando la Russia ha lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Cosa pensa della situazione odierna?
Con il ritorno di Donald Trump, dovrebbe essere ormai chiaro che l’impunità della Russia sta alimentando l’ascesa delle forze fasciste nei nostri paesi e viceversa. Queste forze stanno lavorando attivamente per smantellare ogni struttura internazionale che limiti le loro ambizioni. La lotta per la libertà in Ucraina è quindi intimamente legata alla lotta globale contro queste tendenze distruttive. Ma bisogna dirlo con chiarezza: le probabilità di una liberazione diminuiscono di minuto in minuto.
L’ascesa di forze che uniscono autoritarismo e libertarismo negli Stati Uniti e in Europa va presa molto sul serio. La razionalità capitalista, con il suo culto della crescita illimitata e del profitto, pone quest’ultimo al di sopra di tutto: dalla vita privata alla sicurezza collettiva. In questo mondo, se non si rompe questa dinamica, l’Ucraina non avrà futuro. Ma che sia chiaro: non ci sarà futuro per nessuno.
Parte del dibattito in Occidente, soprattutto a sinistra ma non solo, si è concentrata da un lato sul pacifismo e dall’altro sul pericolo rappresentato dalle forze di estrema destra – se non neonaziste – in Ucraina. Ci può dare il suo punto di vista?
Immaginate di affacciarvi alla finestra e di vedere una persona aggredita, picchiata e violentata. Questa persona si accorge di voi e vi implora di aiutarla. Avete gli strumenti necessari per permetterle di difendersi, ma scegliete di non fare nulla, lasciandola morire. Quando si tratta di una persona, è ovvio che non intervenire equivale a incoraggiare il crimine o ad aggravarne le conseguenze. Se qualcuno giustificasse la propria inazione dicendo di essere pacifista e contro ogni forma di violenza, questa argomentazione sarebbe considerata inappropriata, per non dire assurda.
Pur non ricadendo nel penale, un simile atteggiamento di solito viene considerato profondamente immorale. Allora mi chiedo: perché questo stesso atteggiamento tutto a un tratto diventa accettabile quando la situazione passa dal livello di un individuo aggredito a quello di una società sotto attacco? Come per miracolo, il rifiuto di prestare soccorso diventa pacifismo e trova una legittimazione morale.
La realtà è che quando manca il sostegno alle vittime, gli aggressori si sentono incoraggiati. È chiaro nelle relazioni personali, all’interno delle famiglie, dei gruppi di lavoro o di qualsiasi istituzione sociale. Ma vale anche nella politica internazionale. Abbandonare al loro destino le vittime di aggressioni militari è come dire a tutti gli psicopatici in posizione di potere che ora sono liberi di ricorrere alle guerre per risolvere i loro problemi di legittimità.
L’impunità concessa a chi sostiene la legge del più forte sulla scena internazionale alimenta inevitabilmente l’ascesa di forze che difendono gli stessi principi in patria. Forze come Alternative für Deutschland (Afd) in Germania, il Rassemblement National in Francia, Donald Trump negli Stati Uniti e Vladimir Putin in Russia condividono lo stesso culto della forza bruta: in altre parole, del fascismo. In definitiva, qualsiasi aggressione, per quanto lontana, se normalizzata, ha implicazioni che prima o poi si ripercuotono su tutti noi.
L’argomentazione secondo cui la presenza dell’estrema destra in Ucraina giustificherebbe il rifiuto di inviare armi si basa su un errore di logica piuttosto lampante. Rifiutarsi di aiutare un popolo con questo pretesto significa punire un’intera società per una realtà che esiste ovunque. Sì, in Ucraina ci sono gruppi di estrema destra, come in molti altri paesi. Nelle elezioni precedenti a quelle del 2022, questi gruppi hanno ottenuto percentuali marginali e non sono riusciti a entrare in parlamento. In Francia e in Germania ci sono movimenti di estrema destra infinitamente più influenti che in Ucraina, eppure nessuno metterebbe in dubbio il loro diritto all’autodifesa in caso di aggressione. Questo atteggiamento non è piuttosto frutto del pregiudiziooccidentale di un “Est” reazionario e retrogrado, che persiste anche quando le società occidentali stesse sono alle prese con una fascistizzazione contro cui la sinistra di questi paesi sembra del tutto impotente?
Questo argomento è tanto più ipocrita se si considera che molte di queste stesse voci non esitano a sostenere movimenti di resistenza che includono attori più che problematici. Perché pretendere dall’Ucraina sotto attacco una purezza che nessun’altra società è tenuta a mostrare quando si tratta di difendersi?
È innegabile che la guerra, che dura da più di dieci anni, abbia già contribuito a rafforzare e banalizzare simboli e discorsi nazionalisti che prima non erano così rilevanti. Le guerre non rendono migliore nessuna società.
“Questo atteggiamento non è piuttosto frutto del pregiudizio occidentale di un ‘Est’ reazionario e retrogrado, che persiste anche quando le società occidentali stesse sono alle prese con una fascistizzazione contro cui la sinistra di questi paesi sembra del tutto impotente?”
Tuttavia, il rapporto tra l’invio di armi e il rafforzamento dell’estrema destra in Ucraina è inversamente proporzionale. Le armi servono innanzitutto a difendere la società nel suo complesso da un esercito invasore. La vittoria dell’Ucraina garantisce l’esistenza stessa di uno stato in cui i cittadini possono scegliere il proprio futuro in modo democratico. Al contrario, nulla rafforza i movimenti di estrema destra o le organizzazioni terroristiche più dell’occupazione militare e dell’oppressione sistematica che ne consegue.
Infatti, se l’Ucraina ottiene la pace alle condizioni russe – la pace delle tombe – è più che probabile che i gruppi radicali, che capitalizzeranno la frustrazione e il senso di ingiustizia, si rafforzeranno rapidamente a scapito degli attori moderati.
Il ruolo delle lingue (ucraino e russo) è molto importante per comprendere i dibattiti (spesso artificiali) e le polemiche. Può aiutarci a meglio definire la questione?
È effettivamente utile collocare la questione nel suo contesto storico. Fin dal XIX secolo, lo stato russo ha cercato di emarginare la lingua ucraina presentandola come una forma inferiore di russo. Le élite russe ritenevano che il riconoscimento di una lingua ucraina a sé stante minacciasse l’unità del loro stato nazionale in costruzione. Sotto l’Unione sovietica, il russo era stato imposto come l’unica lingua legittima della modernità e del progresso. Dopo l’indipendenza ucraina [nel 1991], questa gerarchia linguistica è rimasta.
Fino al 2014, parlare ucraino nelle grandi città era malvisto, mentre il russo continuava a essere ammantato di un prestigio superiore. Per gli ucraini, quindi, la promozione dell’ucraino nello spazio pubblico non è un attacco ai russofoni, ma un tentativo di correggere secoli di emarginazione. Considerare tutto ciò come prova di un nazionalismo aggressivo significa ignorare il contesto (post-)imperiale che sottende queste dinamiche, un contesto spesso invisibile a chi appartiene a nazioni storicamente imperialiste e non a gruppi culturalmente oppressi.
Quindi la questione della lingua è strumentalizzata?
Sì, ciò che è importante considerare è il modo in cui la Russia ha usato la questione linguistica per legittimare la sua aggressione contro l’Ucraina. Nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea e dell’inizio della guerra nel Donbass, il Cremlino ha giustificato le sue azioni sostenendo di voler proteggere la popolazione russofona, presunta vittima di un “genocidio linguistico”. Se prima, nel quotidiano, l’ucraino e il russo coesistevano in modo abbastanza pacifico, l’uso delle questioni linguistiche come arma di manipolazione politica ha esacerbato le divisioni.

È fondamentale ricordare che parlare russo in Ucraina non significa essere filo-russi o appoggiare il Cremlino. Dovremmo evitare di ripetere pedissequamente la narrativa della propaganda russa, che fa di tutto per legittimare l’attacco alla sovranità degli stati democratici vicini.
Solo con l’aggressione russa del 2014 lo stato ucraino ha rotto lo status quo di relativo non intervento nelle questioni linguistiche. Nel 2018, il Parlamento ha approvato una legge che impone l’uso dell’ucraino nella maggior parte degli aspetti della vita pubblica, obbligando i funzionari pubblici e le persone che lavorano nella sfera pubblica a conoscerlo e a usarlo nelle loro comunicazioni.
L’ucraino è diventato obbligatorio nelle scuole. Questo non ha necessariamente portato a cambiamenti radicali: molte persone utilizzavano sia l’ucraino che il russo nella loro vita quotidiana, per non parlare di chi parlava un misto dei due. La realtà dell’Ucraina è quella della porosità linguistica.
La guerra e le atrocità commesse dai russi hanno portato molti ucraini a parlare solamente ucraino e a guardare con sospetto chi continua a parlare “la lingua dell’occupante”. Non è raro che i sopravvissuti russofoni ai bombardamenti siano accusati di mancanza di patriottismo dai residenti di lingua ucraina delle città lontane dai combattimenti. Il rifiuto radicale della lingua russa, inesistente nel 2014 ma brandito da Putin per legittimare l’aggressione militare, a distanza di dieci anni è diventato una profezia che si è autoavverata.
“Quello non sempre chiaro in Europa occidentale, è che in Europa orientale l‘Ue rappresenta un‘alternativa a un modello autoritario e oppressivo, un modello che la Russia impone con la forza ai suoi vicini”
Per i russofoni d’Ucraina, il problema è che lo stato che dice di voler proteggere la loro lingua la usa per diffondere narrazioni che negano il diritto all’esistenza dell’Ucraina. Al momento, i russofoni non hanno dei portavoce in grado di articolare la loro esperienza senza sfruttarla a fini politici. Se la Russia non sfruttasse la lingua e la cultura come strumenti di espansione, e se la presenza di una popolazione russofona non fosse stata usata per giustificare una dominazione politica e poi l’invasione militare, la coesistenza delle due lingue probabilmente porrebbe pochi problemi.
Allo stesso tempo, aggiungo, l’autoproclamata élite intellettuale ucraina si sta dimostrando particolarmente arretrata e francamente ridicola, perché costruisce l’identità nazionale secondo le ricette del XIX secolo. In realtà, è impossibile richiudere la popolazione ucraina contemporanea in uno dei due sistemi oscurantisti che le vengono proposti: il nazionalismo etnolinguistico ucraino da un lato, e il nazionalismo imperiale russo dall’altro.
Prima del 2022, esisteva ancora la possibilità di costruire in Ucraina una cultura russofona alternativa, non infettata dall’immaginario imperiale russo e indipendente dalle priorità politiche dello stato russo. L’invasione ha reso questo progetto completamente impossibile.
Putin ne sarà probabilmente contento, perché il suo timore principale non è che l’Ucraina tagli tutti i legami con i russi, bensì che l’Ucraina condivida la loro lingua, ma che sviluppi un solido sistema politico democratico, “infettando” i russi con il virus della libertà.
L’Unione europea è spesso percepita come “superata” nel migliore dei casi, se non “neoliberale” e “antidemocratica” dalla sinistra e dagli attivisti dell’Europa occidentale; in Europa orientale, invece, che si tratti di Moldova, Romania, Ucraina o Georgia, i cittadini si mobilitano dietro questa idea… Come si spiega questa differenza? Cosa rappresenta l’Ue nell’est del continente? E in particolare in Ucraina?
Dall’interno l’Ue può essere vista come un progetto in cui le logiche di mercato hanno la precedenza sulla giustizia sociale, in cui le decisioni sono spesso prese a porte chiuse e in cui gli interessi di grandi potenze economiche come la Germania impongono le loro priorità. In questo contesto, non sorprende che alcuni vedano l’Ue come un ostacolo di cui liberarsi.
Ma per i paesi europei non appartenenti all’Ue, e in particolare per l’Ucraina, incarna qualcosa di diverso. “L’Europa” è soprattutto un’aspirazione, un’idea di futuro in cui prevalgono lo stato di diritto, le libertà individuali e un certo livello di prosperità. Quello non sempre chiaro in Europa occidentale, è che qui l’Ue rappresenta un’alternativa a un modello autoritario e oppressivo, un modello che la Russia impone con la forza ai suoi vicini.
Per i cittadini dell’Ue, l’Unione è innanzitutto un progetto economico. Per chi non ne fa parte, invece, è in primo luogo un progetto culturale e di civiltà. Che la ammirino o la odino, i suoi sostenitori e i suoi detrattori al di fuori dell’Unione la considerano una forza innanzitutto politica. La Russia, del resto, è esplicita da questo punto di vista: almeno dal 2013 tratta l’Ue non come un concorrente economico, ma come un rivale geopolitico e ideologico.

Questa dimensione è diventata ancora più evidente nel 2014, con l’Euromaidan, quando gli ucraini hanno letteralmente dato la vita per difendere il futuro “europeo” del proprio paese. È stato un atto che molti europei non hanno compreso, o hanno addirittura guardato con condiscendenza o pena. Eppure, per questi manifestanti, “l’Europa” non era un’area economica, ma un simbolo di dignità e libertà.
Gli europei faticano a riconoscere che dietro l’idea di un’Europa politicamente unita c’è davvero della sostanza, perché appare screditata dalle sue politiche neoliberiste. Tuttavia, come ogni progetto nato dalla modernità, l’Unione europea porta dentro di sé tendenze contraddittorie. Per usare le parole del filosofo ed economista Cornelius Castoriadis, essaporta in sé sia l’espansione illimitata del controllo razionale del mondo, che si manifesta nel neoliberismo, sia il potenziale di autonomia e apertura politica che assume la forma della democrazia.
Quale tendenza prevarrà? Dipende dalle forze politiche che investiranno in questo progetto. Certo è, però, che se, pur combattendo legittimamente le politiche neoliberiste dell’Ue, abbandoniamo anche l’idea di un’Europa politicamente unita, buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Mentre l’Europa si cullava nel sogno di una pace post-nazionale, di una prosperità basata sugli idrocarburi russi e le merci cinesi, le élite di questi paesi accumulavano eserciti, risorse e, soprattutto, risentimento.
E questo risentimento è rivolto proprio all’immaginario democratico dell’Europa, non al suo liberalismo economico.
Può sembrare paradossale…
Questo paradosso è tristemente logico: il potenziale democratico del progetto europeo sembra più evidente da fuori. È un po’ come i vaccini: più sono efficaci, più vengono denigrati. In un paese dove i vaccini sono appena arrivati, dove è ancora alto il tasso di bambini che muoiono di poliomielite, un movimento anti-vaccinazione risulterebbe assurdo. Allo stesso modo, gli europei che abbandonano così facilmente l’idea dell’unità europea appaiono ingenui agli occhi di quanti stanno combattendo un esercito deciso a distruggerli.
Detto questo, gli attivisti ucraini di sinistra non si lasciano ingannare dalle realtà economiche dell’Europa. Hanno osservato attentamente ciò che è accaduto in Grecia, per esempio. Ma bisogna capire che l’Ucraina è già un paese fortemente neoliberista, con élite predatorie e un diritto del lavoro precario.
In alcuni settori, la legislazione europea potrebbe effettivamente smantellare ciò che resta delle protezioni sociali. In altri, invece, potrebbe introdurre standard e regole inesistenti in questo capitalismo selvaggio. Non ci sono quindi risposte facili.
In ogni caso, per la stragrande maggioranza degli ucraini, i dettagli contano poco. “L’Europa” rappresenta una promessa di giustizia, democrazia ed emancipazione. Di fronte all’abisso dell’occupazione russa, gli ucraini – come i georgiani – si aggrappano all’unica alternativa di unità politica che offre il continente.
*articolo apparso su voxeurop il 12 febbraio 2025

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Venite a conoscere questa bella mostra e il lavoro della sua autrice, Yasmine al Jarba di Gaza. Speriamo di incontrarci in tantə il 21 per l’inaugurazione con la presenza dell’artista. Ecco il suo
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Vi invito alla mia mostra personale, “Resti di Gaza”, che si terrà a Roma il 21 febbraio 2025 presso la galleria MORONI1, in Vicolo Moroni 1 (Trastevere).
Attraverso le mie opere, desidero condividere le storie di sofferenza e speranza del popolo palestinese a Gaza.
Sarei molto contenta di incontrarci lì per condividere insieme questo momento speciale.

Intervista a cura di Simone Gavazzi
Dallo scorso 8 dicembre, giorno della caduta del governo di Assad in Siria per mano di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e del suo leader Al-Jawlani, ora noto come Al-Shanaa, si potrebbe pensare che il Paese sia finalmente avviato verso un periodo di pace. Tuttavia, è ancora troppo presto per dirlo. Ciò che invece è già evidente è l’intensificarsi degli attacchi nella regione del nord-est della Siria (Rojava) da parte di milizie affiliate alla Turchia. Queste forze hanno inizialmente conquistato la città di Manbij e i villaggi circostanti e, da allora, supportati dall’artiglieria e dall’aeronautica turca, continuano a colpire altre aree strategiche, in particolare in distretto di Kobane e la zona della diga di Tishreen.
Il Rojava è difeso dalle SDF (Syrian Democratic Forces) composte principalmente dall’Unità di Protezione del Popolo (YPG) e dall’Unità di Protezione delle Donne (YPJ). Le Forze Democratiche Siriane sono il braccio armato dell’Autonomia Democratica della Siria del Nord e dell’Est (AANES), entità politica fortemente influenzata dall’Unione Democratica (PYD), il principale partito curdo della regione, ideologicamente vicino al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). La Turchia considera le YPG e le YPJ come estensioni dirette di quest’ultimo e quindi come gruppi terroristici – gli Usa, l’Ue e gran parte della comunità internazionale no, al punto da elogiare il loro ruolo cruciale nella lotta contro l’ISIS in Siria.
In uno scenario in costante evoluzione e in cui sembrano cambiare i confini del dialogo con le autorità ad Ankara, abbiamo intervistato Nesrin Abdallah, comandante e portavoce delle YPJ, che ogni giorno combatte in prima linea per difendere il sogno del Confederalismo Democratico. Si evidenzia come centrale nell’analisi del movimento sia il concetto di Jineoloji (dal curdo Jin = donna e lojî = scienza) che nasce come una risposta alla mancanza di una scienza sociale che metta al centro le donne, la loro storia e il loro ruolo nella società. Secondo la Jineoloji, la liberazione della donna è essenziale per la decostruzione della narrativa patriarcale e per la liberazione dell’intera società.
Innanzitutto, rivolgo un saluto a tutte le donne che hanno sacrificato la propria vita per la libertà e a tutte coloro che continuano a lottare per l’emancipazione femminile e per la libertà dell’umanità. Oggi, la rivoluzione Jin, Jiyan, Azadî – “Donna, Vita, Libertà” – ha trovato eco nel confederalismo femminile e si è diffusa in tutto il mondo. Portando la rivoluzione delle donne sempre più vicina al successo.
Nel sistema del confederalismo democratico il ruolo delle donne è fondamentale e noi, come Unità di Protezione delle Donne (YPJ), siamo una forza decisiva, centrale, in questo modello. E crediamo che le donne debbano rafforzare ulteriormente la loro unità e la loro azione comune.
Oggi, la lotta guidata dalle donne non si limita alla loro emancipazione, ma punta alla costruzione di una nuova società, di una nuova era fondata sulla democrazia e sulla piena libertà. Un cambiamento che dovrebbe dare forma a un nuovo ordine globale, caratterizzato dalla forza e dalla presenza delle donne.
Il mondo oggi è in fiamme, travolto da guerre, distruzione e sofferenza. Come sempre, a pagarne il prezzo più alto sono i civili: siamo di fronte a un vero e proprio sterminio dei popoli. Se osserviamo attentamente, tutto questo avviene in modo sistematico ed è il risultato di un sistema basato sul dominio maschile. Per questo, il momento storico che stiamo vivendo ci impone di agire con urgenza e di rispondere alle necessità di questa epoca. La libertà non è qualcosa che ti viene data, ma per ottenerla devi impegnarti e lottare. Quindi, è necessario che le donne creino una rete di lotta comune.
Sono stati ottenuti molti risultati per le donne, tra cui la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” che è diventata lo slogan principale nel mondo, in cui tutti si sono riconosciuti. Non solo le donne, ma anche molti uomini sono entrati a far parte della rivoluzione. Perché capire la filosofia di “Donna, Vita, Libertà” libera anche gli uomini.
Accanto a questi risultati e progressi, devono essere visti anche i pericoli: le donne vengono uccise, si tenta di distruggere i risultati e frammentare le organizzazioni, cercando di porre tutti i risultati sotto il potere patriarcale e deviare la rivoluzione delle donne. Le donne devono essere consapevoli e affrontare questi piani pericolosi, per questo la donna ha bisogno di un sistema di autoprotezione. La donna ora ha raggiunto un livello in cui è avanzata praticamente e ideologicamente per vedere queste verità e deve educarsi e organizzarsi sulla base di esse.
L’obiettivo del confederalismo femminile si allinea con tutti gli obiettivi delle donne in tutti i campi, le ha dato un compito principale. Alla fine, la pace mondiale sarà costruita solo per mano delle donne, e il confederalismo democratico femminile globale si opporrà al sistema capitalistico che ha messo le mani su tutto. In modo così sottile che non ce ne si accorge, rifiutando tutto di sé stessi, al punto che la stessa esistenza non è importante.
Il sistema capitalistico è così: ti uccide, compie genocidi, ti rende persino senza identità, ma non te ne rendi conto. Quindi, le donne devono essere consapevoli e sapere che non c’è nessuno su cui può fare affidamento per garantire la tua libertà. Al contrario, la libertà delle donne si ottiene solo attraverso la lotta delle donne.
Oggi le donne hanno raggiunto un livello in cui possono assumersi questa responsabilità, gestirsi autonomamente in ogni ambito, e ne abbiamo molti esempi, tra cui le YPJ, che da anni portano avanti una lotta per l’autodifesa. Le YPJ sono diventate una forza capace di costruire una rete comune al proprio interno, rafforzando la sororità femminile e dando alle donne la fiducia nella propria forza, nelle proprie capacità e nel proprio pensiero. All’interno delle YPJ, le donne combattono affermando la loro identità, lingua e cultura. Oggi, donne arabe, circasse, siriane, curde e appartenenti a tutte le componenti della Siria lottano fianco a fianco nelle YPJ. Questa esperienza può diventare un modello a livello globale e, nel quadro del confederalismo democratico femminile, contribuire a creare una forza ampia e unita.
Ogni organizzazione militare e di difesa si fonda su un’ideologia, e le due cose non possono essere separate. Se guardiamo all’ultimo secolo, ogni Paese ha costruito le proprie forze armate all’interno di un determinato sistema ideologico. Gli eserciti statali sono stati istituiti nel quadro del sistema di potere e il loro obiettivo non è la difesa dei popoli, ma la protezione di quel sistema stesso. Poiché l’ideologia dello Stato non coincide con l’ideologia dei popoli, il fine ultimo di questi eserciti è la sottomissione della popolazione, proprio come un lavoratore è subordinato al padrone nella propria azienda.
Se osserviamo la storia, ogni volta che i popoli si sono sollevati contro quel sistema o si sono ribellati, gli eserciti sono stati immediatamente impiegati per reprimerli, arrivando persino a ucciderli. Abbiamo visto esempi di questo in diversi Paesi, la Siria non fa eccezione. Il regime Ba’ath, ad esempio, chiamava il proprio esercito “Esercito Nazionale Siriano”. Sebbene composto dai figli di quel popolo, è stato trasformato in una macchina da guerra contro le loro stesse madri, sorelle, fratelli, padri e famiglie. Questo è il modello degli eserciti statali in tutto il mondo, uno strumento contro il popolo per difendere il sistema di potere.
Era una realtà di cui eravamo consapevoli ed è proprio questa consapevolezza che ci ha spinto a creare una forza opposta all’ideologia degli Stati di potere. Per questo, abbiamo fondato le nostre forze militari sulla base di un’ideologia di difesa dei popoli, che rappresenta pienamente tutte le componenti della società. Nel nostro primo congresso, tenutosi il 4 aprile 2013, abbiamo adottato come principio fondamentale l’ideologia della libertà e dell’emancipazione delle donne. In quell’occasione, dichiarammo che se tutte le forze del mondo si unissero, noi non attaccheremmo nessuno. Ma se tutte le forze del mondo si unissero per attaccarci, lotteremmo per difenderci.
Un altro punto fondamentale emerso dal primo congresso è stata la creazione di decine di accademie dedicate alla formazione. Ogni membro delle YPJ deve seguire questi corsi. Non solo in fase iniziale, ma in modo costante, ripetendo cicli di formazione che riguardano il pensiero, la filosofia e l’addestramento militare. L’educazione è diventata il nostro pilastro centrale. Il risultato è che oggi migliaia di donne combattono all’interno delle YPJ per la giustizia sociale e la libertà femminile.
Se prendiamo in esame qualsiasi sistema, sia in Medio Oriente che nei Paesi occidentali, a mio parere non c’è una reale differenza. Alcuni sistemi si considerano progressisti, mentre altri si basano sulla religione, ma in entrambi si manifestano ostilità, negazione e rifiuto delle donne. Il sistema degli Stati occidentali strumentalizza le donne, sfruttandone l’energia a proprio vantaggio. Lo Stato vuole la loro mente, il loro corpo, il loro intelletto, tutte le loro capacità. Al punto da frammentarle e attribuire un prezzo a ogni singola parte. Alla fine, l’intera esistenza della donna viene utilizzata per servire il sistema, che poi la sottomette completamente.
Basta guardare i Paesi considerati “sviluppati”: ancora oggi esistono disuguaglianze di genere. Un esempio è la discriminazione salariale tra uomini e donne, con queste ultime che continuano a percepire stipendi inferiori a parità di lavoro. Spesso si vedono donne ricoprire ruoli di leadership o presidenziali, ma le loro capacità e intelligenza vengono comunque messe al servizio degli uomini. Alla fine, il sistema afferma: “Guardate, abbiamo dato diritti alle donne”, presentando questo come un atto di libertà. Le donne devono essere consapevoli di questa dinamica.
Se guardiamo al sistema del Medio Oriente, la schiavitù femminile assume un’altra forma. Qui, più una donna aderisce alla religione e alle regole imposte, più viene considerata una “buona donna”. Sotto il nome della morale e della religione, le donne vengono sfruttate e rese schiave.
Siamo nel XXI secolo, eppure vediamo ancora donne coperte da veli neri, dietro ai quali si cela un’ideologia che le priva di tutti i loro diritti, nega la loro intelligenza e persino la loro esistenza. Nel sistema mediorientale, il ruolo della donna si riduce esclusivamente alla maternità. Vengono trasformate in fabbriche di figli, private di qualsiasi altra funzione sociale. Sono costrette a servire l’uomo in ogni aspetto, in un sistema che le annienta. Entrambi i sistemi, occidentale e mediorientale, uccidono le donne, anche se in modi diversi.
Uno degli obiettivi fondamentali della nostra lotta, che portiamo avanti da anni, è il recupero dell’identità femminile, affinché le donne possano riappropriarsi dei propri diritti, delle proprie decisioni e della propria volontà. Il regime Ba’ath in Siria è stato uno di questi sistemi oppressivi e, ancora oggi, nella Costituzione siriana non esiste un vero riconoscimento dei diritti delle donne. Il sistema continua a trattarle attraverso le leggi della Sharia e della religione.
L’attuale governo siriano, guidato da Al-Jawlani, rappresenta un grave pericolo per le donne. Il timore è che possa trasformare la Siria in un nuovo Afghanistan, privandole di ogni diritto e libertà. Non vediamo alcun segnale di cambiamento, ed è fondamentale che le persone comprendano la gravità di questa situazione.
Negli ultimi 13 anni, grazie a lotte incessanti e a grandi sacrifici, sono stati ottenuti importanti risultati. Ma con il crollo del regime cinquantennale del partito Ba’ath in Siria, è necessario un esame attento della situazione, in cui si intravedono sia grandi opportunità che gravi rischi. Tra queste opportunità, il popolo siriano ha la possibilità di realizzare gli obiettivi della propria rivoluzione. Ovvero la costruzione di un sistema democratico ed ecologico, che garantisca piena libertà alle donne e includa i diritti di tutte le componenti della società siriana.
In particolare dopo il 2014, con l’istituzione dell’Amministrazione Autonoma, si è dimostrato che il popolo siriano è in grado di vivere al di fuori del tradizionale sistema statale. Le diverse comunità della regione convivono sotto l’ombrello dell’autogoverno, gestendosi autonomamente sul piano economico, politico, militare e culturale, in un sistema in cui ogni individuo può vivere nella propria lingua, religione e identità nazionale.
Questa esperienza ha permesso di sviluppare un modello confederale, che in futuro potrebbe estendersi a tutta la Siria. Dopo questo percorso, l’idea di un sistema basato su una sola bandiera, una sola lingua e una sola nazione non è più accettabile, perché la rivoluzione stessa è nata in opposizione a quel modello.Ma accanto a questi successi, permangono anche gravi rischi.
Ciò che il regime attuale sta facendo a Damasco va contro tutti gli ideali per cui il popolo si è sollevato. Il progetto portato avanti dal Fronte Al-Nusra o Tahrir al-Sham, sotto la guida di Al-Jawlani, mira all’istituzione di un sistema religioso, che non è accettabile. La società siriana non può essere governata da un’unica religione. Nemmeno durante l’era del Ba’ath la Siria era un paese monoreligioso. All’epoca, le persone di diverse fedi si riunivano, partecipavano alle festività e condividevano momenti di celebrazione.
Il problema della Siria non è la religione e non può essere risolto attraverso la religione. Tutte le fedi sono religioni di Dio. Perché rifiutare qualsiasi religione che non sia l’Islam? Perché definire la libertà, persino l’abbigliamento, solo all’interno dei dettami dell’Islam? Questo non è più accettabile.
Questi sviluppi rappresentano un ritorno al passato, e vediamo chiaramente che le donne sono diventate il principale bersaglio di questa regressione. Si impone loro di coprirsi interamente, di non essere viste né ascoltate, di rimanere confinate in casa. Ma questo non è l’obiettivo per cui le donne hanno lottato e sacrificato le loro vite. Abbiamo dato molti martiri per questa causa e non permetteremo che tutto venga cancellato.
Per questo, come YPJ, ci opponiamo fermamente a questo sistema e a questa mentalità e continueremo la nostra lotta. La nostra ideologia e la nostra linea sono chiare: la libertà delle donne, e non faremo nemmeno un passo indietro. Non accettiamo che nessuno decida il nostro destino. Come YPJ, combattiamo per una Siria democratica e libera. Il nostro obiettivo è che le donne siano protagoniste e partecipino attivamente in ogni ambito decisionale, incluso quello militare. Le YPJ restano ferme su questi principi e continueranno a difenderli.
A livello globale, e in particolare in Europa, da anni portiamo avanti una lotta diplomatica, instaurando buone relazioni sia con i popoli europei che con organizzazioni e governi. Tra questi, il popolo italiano si è rivelato un alleato importante. La nostra lotta non riguarda solo le donne di questa regione, ma tutte le donne e i popoli del mondo.
Sul tema, c’è un aspetto che merita attenzione. Esistono numerose organizzazioni internazionali che operano sotto il nome di diritti umani, ma in realtà non sono diventate un sostegno concreto ed efficace per le donne e per i popoli del nord e dell’est della Siria. Per questo, non possiamo fare totale affidamento su di loro. Non mi riferisco ai singoli governi, perché alla fine ogni sistema lavora per i propri interessi. Non considero nessuno un nemico permanente, così come nessuno può essere un alleato costante. Quindi, non esprimo una valutazione definitiva su questo.
Negli anni passati, abbiamo combattuto una grande battaglia contro il terrorismo. Sul piano interno, sono stati fatti diversi tentativi di dialogo e incontri diplomatici con Damasco, ma abbiamo constatato che il governo siriano non ha alcuna iniziativa né reali intenzioni democratiche.
Quello che voglio sottolineare è che il sostegno esterno è fondamentale. Abbiamo bisogno di un supporto attivo e concreto, perché questa lotta non è solo nostra, ma riguarda tutte le donne e tutti i popoli. Esiste una risoluzione internazionale di sicurezza, la 1325, che garantisce la protezione dei diritti delle donne e che dovrebbe essere applicata con coerenza, in particolare a favore delle donne curde, che sono già prese di mira e uccise dallo Stato turco. Per questo motivo, è necessaria una presa di posizione chiara contro la Turchia.
Gli attacchi turchi al nord della Siria mirano a distrarre le donne dalla lotta per la loro protezione e impedire loro di avere un ruolo nella costruzione della nuova Siria. Allo stesso tempo, colpiscono tutti i popoli della regione, con l’obiettivo di cancellare il popolo curdo. Per questo, chiedo che i Paesi e le istituzioni europee offrano un sostegno maggiore e più concreto alla rivoluzione delle donne e all’Amministrazione Autonoma del nord e dell’est della Siria. L’obiettivo principale della Turchia è occupare questi territori, presentando il conflitto come una semplice ostilità turco-curda, quando in realtà si tratta di un attacco a un modello di convivenza e di democrazia. In questo contesto il sostegno internazionale è essenziale. Non solo per contrastare l’aggressione turca, ma per costruire una Siria democratica, in cui i popoli possano vivere insieme in pace.
Dal sito lospiegone.com

Di Franco Berardi Bifo
La senatrice Liliana Segre dice di temere che la memoria della Shoah possa scomparire o essere ridotta a poche righe sui libri di scuola del futuro. Io direi che non c’è questo pericolo, perché l’orrore dell’internamento, della pulizia etnica, della deportazione e dello sterminio è più che mai all’ordine del giorno.
Lo sterminio è pianificato da LavenderAI, ed eseguito in modo sistematico nella striscia di Gaza, nei territori occupati della Cisgiordania, nei villaggi del sud del Libano. Deportazione è la parola chiave del trionfante presidente statunitense. Campi di concentramento per migranti fioriscono tutt’intorno al mar Mediterraneo. I torturatori di passaggio in Italia, dopo avere assistito alla partita sono riaccompagnati a casa loro con voli di stato.
Nazisti senza Hitler
Alice Weidel, leader dell’AfD, il partito che persegue in Germania una politica razzista di deportazione, ha rivelato che Hitler era un comunista. Gli storici potrebbero ricordarle che Hitler uccise trecentomila comunisti, e che il Nazismo fu sconfitto grazie ai comunisti, ma gli storici non contano niente, di fronte alla potenza di X, il network globale di proprietà di un razzista sudafricano. Hitler è un cane morto per gli hitleriani di oggi non perché era un comunista, ma per un paio di ragioni facili da comprendere: la prima ragione è che Hitler è stato sconfitto, e i nazisti di oggi tollerano solo i vincenti per auto-definizione trumpiana, insomma non gli piace essere identificati con lo sconfitto Hitler o lo sconfitto Mussolini. La seconda ragione la spiega colui che possiamo considerare come il teorico dell’ultra destra globale: Anders Breivik, un norvegese che l’11 marzo del 2011 assassinò settantasette giovani socialisti sull’isola di Utoja, dopo avere fatto esplodere una bomba nel centro di Oslo. Breivik aveva pubblicato in Internet un Manifesto dell’indipendenza europea che oggi potrebbe essere adottato da molti partiti di governo in Europa e Nord-America. Quel manifesto parlava di sostituzione etnica, di superiorità della razza bianca, e accusava le donne di essere alleate degli invasori islamici…. Insomma tutto quello che ora è divenuto senso comune della politica occidentale. Ma Hitler, spiegava Breivik, ha sbagliato perché ha pensato che gli ebrei fossero nemici della razza bianca. Al contrario, dice Breivik, gli ebrei sono alleati nella difesa della civiltà superiore, i cui nemici sono tutti gli altri, cominciando con i musulmani, per seguire con i migranti di ogni provenienza.
Tecniche coloniali
Nel suo Discours sur le colonialisme del 1951, Aimée Cesaire spiegava da un altro punto di vista perché Hitler è stato abbandonato dai colonialisti:
«Quel che gli europei non perdonano a Hitler non è il crimine in sé, il crimine contro l’umanità, l’umiliazione dell’umano in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, l’umiliazione dell’uomo bianco. Quel che non si perdona a Hitler è il fatto di avere applicato in Europa le tecniche coloniali accettate con gli arabi in Algeria, i coolies dell’India e i neri dell’Africa».
E gli indigeni dell’America del nord e del sud, aggiungo io.
Articolo pubblicato il 27 gennaio 2025 su comune-info.net

Di Redazione Fuoriluogo.it
Sabato, 14 dicembre è stata organizzata a Roma, con partenza da Piazza del Verano alle 14, la manifestazione A pieno regime contro il ddl Sicurezza in discussione al Senato a cui hanno aderito anche Forum Droghe e Fuoriluogo.
Oltre duecento realtà, da ogni regione del Paese, hanno finora aderito al percorso di costruzione della manifestazione nazionale contro il DDL Sicurezza. E il numero è destinato a crescere nei prossimi giorni, visto il proliferare di appelli da parte di realtà ambientaliste, studentesche, sindacali, sportive e di altri settori sociali. Era da molto tempo che in Italia non si assisteva ad una convergenza di simile portata. Questo perché il Ddl Sicurezza rappresenta un attacco senza precedenti ai diritti fondamentali e alla democrazia, criminalizza il dissenso, reprime il conflitto sociale e colpisce lavoratori, studenti, migranti e chi lotta per giustizia sociale e ambientale.
La manifestazione del 14 dicembre sarà una risposta collettiva e costruttiva, per affermare il valore del conflitto e della partecipazione come pilastri della democrazia. Il 14 dicembre sarà il primo passo di una mobilitazione che continuerà al momento del voto in Senato.
L’obiettivo è moltiplicare la forza sociale per bloccarlo.
Adesioni (in aggiornamento):
Casetta Rossa (Spazio Pubblico per l’Autogoverno Roma) – CS Brancaleone – Centri Sociali del Nord Est – Municipi Sociali Bologna – Laboratorio Aq16 / Città migrante / Casa Bettola (Spazi Sociali di Reggio Emilia) – Amnesty International Italia – Antigone – ANPI Nazionale – ARCI Aps – A Buon Diritto – ActionAid – Associazione Nazionale Giuristi Democratici – Mediterranea Saving Humans – FILLEA CGIL Nazionale – FIOM Nazionale – FLAI CGIL Nazionale – FLC CGIL Nazionale – Collettivo di Fabbrica GKN – Greenpeace Italia – BAOBAB Experience – CSA Lambretta – Assemblea no ddl sicurezza Salerno – LSOA Buridda Genova – CSA Intifada / Comunità in Resistenza Empoli – CSA Pacì Paciana – Acli – AVS – CNCA Nazionale – Legambiente Italia – Forum Disuguaglianze Diversità – Forum Droghe Forum per cambiare l’ordine delle cose – Fridays For Future Italia – Nonna Roma – Movimento Italiani senza Cittadinanza – Movimento per la Decrescita Felice – Centro per la Riforma dello Stato (CRS) – Disability Pride Italia – Rete No Bavaglio – Il Manifesto – Left – Jacobin Italia – Osservatorio Repressione – Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea – Possibile – Sbilanciamoci! – Associazione Nazionale Canapa Sativa Italia – ADL Cobas – Articolo21 – COSPE – ANPI Roma e Provincia – ANPI Sezione Albano Laziale – ANPI Sezione di Empoli – Ultima generazione – Un ponte per – Unione Inquilini – Sea Watch – Europa a Sinistra – Lavoro Società per una CGIL unità e plurale – Le Radici del Sindacato – Area alternativa in CGIL – Associazione Inclusiv3 – In difesa di, per i diritti umani e chi li difende – XR Bologna – XR Puglia – Asinitas – Rete dei Numeri Pari – Famiglie Arcobaleno APS – Medicina Democratica – Lunaria APS – Lucha Y Siesta – ÀP Antimafia Pop Academy – Terra! – Federconsumatori Abruzzo APS – UDS – UDU – UGS – Unione Giovani di Sinistra – Rete degli Studenti Medi – Rete della conoscenza – Link – Collettivo Universitario Lisc – Collettivo Universitario Spina – Coordinamento studentesco Rabù Reggio Emilia – Coordinamenti Studenteschi Nord-Est – Studenti Indipendenti – LUnA Laboratorio Universitario d’Autogestione – GEV Lazio – Giovani Comunisti/e – Sinistra Anticapitalista – Sinistra Civica Ecologista Roma – Sinistra Progetto Comune (gruppo consiliare) – Memoria Antifascista – Laboratorio Insurgencia – Laboratorio Sociale Alessandria – Laboratorio Sociale Millepiani – Latina Bene Comune – LatoB Milano – Mezzocannone Occupato – Milano in Movimento – Lab Puzzle – Palestra Popolare Valerio Verbano – CSA Astra – Action Diritti in Movimento – Spintime Labs – Social Forum Abitare – ACAD – Restiamo Umani Vittorio Veneto – Centro Sociale ArtLab Parma – Centro Sociale Rivolta Marghera – Casa Madiba Network / Casa Don Gallo – Circolo ARCI Sparwasser – CSOA La Strada – CSOA La Torre – CSOA Spartaco – Esc Atelier Autogestito – Communia – LegalAID Diritti in movimento – Libera Bologna – Libera Campania – Mutuo Soccorso Milano – Casa delle Donne Alessandria – Comitato Stop Solvay – Comitato NO Grandi Navi Venezia – Comunitaria Associazione – Controconfine – Controvento Rieti – Coordinamento ravennate per il clima fuori dal fossile – Dedalus Cooperativa Sociale Napoli – N’Sea Yet – Network emergenzaclimatica.it – No Hub del Gas Abruzzo – NO TAP / SNAM Brindisi – Rete Stop CPR Roma – Rete Tutela Roma Sud – Rete Welcoming Asti – Rinascita Pomigliano – Romattiva – Sardinia Cannabis – Sbarre di Zucchero APS – Comitato Tavoli del Porto – Comitato Vele Scampia – Associazione Cara Velletri – Associazione Culturale La Maggiolina – Boschi che resistono Vicenza – Caracol Olol Jackson Vicenza – Associazione FIRENZE CITTÀ APERTA – Antifa Lodi – Solid Roma – Spazio Stria Padova – Stop Biocidio – Comitato di quartiere Villa Certosa – ASD Quadraro Meticcio Padova – VAG61 (Spazio Autogestito) – Villetta Social Lab – Rete Ecosocialista Roma – Comitato per Villa Giaquinto – Oltre Bergamo – Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università – Periferia Attiva – Polisportiva San Precario (Padova) – Cinecittà Bene Comune – Associazione Salute e Vita Salerno – Associazione Walter Rossi – Avana APS – Gruppo Melitea – Kaos – Associazione Rosso Un Fiore – Genazzano in Comune – Lea.Climax – Movimento Studenti Palestinesi in Italia – Maremmattiva – Movimento Europeo – Laboratorio Zer081 – Million Marijuana March (Italia) – Cidi Nazionale – Le Tre Ghinee APS – Polo Civico dell’Esquilino – Rete Kurdistan Italia – Libertà è Partecipazione Bergamo – Uni+ Bergamo – Collettiva Riot – Mesa Popular Bergamo – Collettivo Marielle Franco Bergamo – Veglie contro le Morti in Mare Bergamo – Comitato Tagliamento Libero – Collettivo Universitario DEMAND Napoli – UCIC Una città in comune Pisa – Gay Net – Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” – Associazione culturale Controchiave Teachers For Future Italia – Associazione di solidarietà con Cuba La Villetta Bologna – Camera del NON Lavoro Milano – Collettivo Critical Psychology – Lista Civica L’Altra Albano – Associazione Culturale Cara Garbatella – Associazione Albano Bene Comune – Associazione CannabiService – Transform! Italia – Comitato unitario veronese contro il Ddl sicurezza – Comitato Mamme in piazza per la Libertà di Dissenso di Torino – la Società della Ragione – Fuoriluogo.
Per adesioni scrivici a: retenoddlsicurezza@gmail.com

Di Jean-Claude Vessillier
L’industria automobilistica europea sta passando da una crisi all’altra. Tuttavia, è ancora il settore con il maggior numero di dipendenti dell’intera industria manifatturiera. Nel 2023, nei paesi dell’Unione Europea, un milione di lavoratori era impiegato negli stabilimenti automobilistici e 1,2 milioni nei produttori e fornitori di attrezzature. Se si sommano tutte le attività direttamente collegate alla produzione di automobili, l’Associazione europea dei costruttori di automobili arriva a un totale di 3,4 milioni di dipendenti.
La fine dell’industria automobilistica in Europa è quindi lontana, anche se la produzione di automobili e veicoli commerciali è scesa da quasi 17 milioni di veicoli nel 2000 a 10 milioni nel 2023, con un calo del 40%. In Germania la produzione è scesa del 20%, in Francia e in Italia di due terzi nello stesso periodo. La pandemia e la conseguente crisi nella fornitura di componenti hanno rappresentato un ulteriore passo in questa tendenza strutturale al ribasso.
Anche le vendite di automobili, che sono disaccoppiate dalla produzione a causa del commercio internazionale e delle delocalizzazioni, sono in declino, passando da 17 milioni di veicoli nel 2000 a meno di 12 milioni nel 2023, con un calo del 30%. Il motivo principale è che la diffusione dell’automobile in Europa occidentale ha raggiunto un livello di saturazione, tanto più che l’uso dell’auto è sempre più limitato nella maggior parte delle grandi città europee.
Queste tendenze non si osservano nel resto del mondo. Il centro di gravità dell’industria automobilistica mondiale si è spostato negli ultimi due decenni. Dal 2009 la Cina è il più grande mercato automobilistico del mondo, dove si vende un terzo delle autovetture mondiali. L’Europa è un anello debole dell’industria automobilistica globalizzata, motivo per cui le aziende automobilistiche europee sono alla ricerca di aree commerciali e fonti di profitto in altri continenti.
Gli ultimi anni dopo la pandemia sono stati un Eldorado per le case automobilistiche. Secondo la società di revisione Ernst Young, la redditività media delle case automobilistiche nel 2023 ha raggiunto l’8,6%, il livello più alto dalla Grande Recessione del 2008-2009. Il denaro è andato principalmente agli azionisti, meno agli investimenti e ancora meno ai salari e alle condizioni di lavoro di coloro che producono prosperità con il loro lavoro. Oggi lo shock è ancora più brutale. Le difficoltà accumulate in Europa, unite alla globalizzazione, stanno dando alla crisi attuale tutta la sua forza.
La difficile transizione all’auto elettrica
Le aziende automobilistiche, ad eccezione di PSA (che nel frattempo si è fusa con Fiat e ha creato Stellantis), hanno difeso la transizione verso l’auto elettrica decisa dall’Unione Europea per il 2035, con possibili aggiustamenti. Volkswagen, la più grande casa automobilistica europea, si era appena ripresa un po’ dal Dieselgate. Il passaggio alle auto elettriche non è una necessità ecologica, in quanto il risparmio di emissioni inquinanti ottenuto durante la guida si annulla se si considera l’intera catena di produzione, dall’estrazione dei materiali necessari alla fabbricazione delle batterie alla questione ancora irrisolta dello smaltimento. Inoltre, l’elettricità è generata principalmente da fonti dannose per l’ambiente o con l’aiuto di centrali nucleari.
Nuovi mercati per un’industria in declino
Le ragioni della decisione di passare alle auto elettriche risiedono quindi in altri aspetti, ovvero nella necessità di trovare, se non forzare, nuovi mercati di vendita per un’industria in declino e nella consapevolezza che il petrolio è una risorsa con una vita utile limitata.
Il passaggio alle auto elettriche è stato finora “incentivato” da premi pubblici all’acquisto per gli acquirenti facoltosi di tali veicoli, con un prezzo medio di oltre 40.000 euro. Tuttavia, questi sussidi per i più ricchi vengono ora cancellati a causa delle politiche di austerità. Questo è iniziato in Germania, dove le vendite di auto elettriche sono crollate del 69% nell’agosto 2024; in Europa, il calo è stato del 44%. Al di là di queste misure economiche, le auto elettriche sono ancora troppo costose perché possano diffondersi come le “auto” degli anni Settanta.
In tutta Europa c’è già una sovraccapacità produttiva. In Italia, lo stabilimento Mirafiori di Torino, dove veniva prodotta la FIAT 500 E, è stato “temporaneamente” chiuso. Gli stabilimenti Renault di Douai Maubeuge, che dovrebbero produrre 400.000 auto l’anno prossimo, produrranno solo 150.000 auto elettriche entro il 2024. Molti dei piani delle aziende europee sono stati rivisti al ribasso.
Ciò che sta accadendo ai produttori di automobili sta accadendo sempre più spesso ai produttori di batterie. Sono un elemento chiave nella produzione di un’auto elettrica, poiché il prezzo delle batterie rappresenta fino alla metà del prezzo totale di un’auto elettrica. Le loro “gigafabbriche” – gigafabbriche per il numero di byte di componenti, non per il numero di dipendenti – sono state incentivate a costruire capacità produttiva dai sussidi offerti dai governi del Nord America e dell’Europa. Ciò ha portato a una vera e propria corsa a questa nuova fonte di profitto. E così – in modo abbastanza classico e in combinazione con gli attuali ritardi di crescita dei veicoli elettrici – la sovrapproduzione è già qui.
Lo stesso oligopolio per 50 anni
La produzione di auto elettriche richiede catene di produzione diverse da quelle delle auto convenzionali con motore a combustione, compresi i produttori di batterie e gli sviluppatori di software necessari per controllare il comportamento di guida dell’auto. Ciò sta scuotendo l’oligopolio che domina l’industria automobilistica attorno alle stesse aziende nordamericane, europee e giapponesi.
La ripresa del mercato automobilistico cinese a partire dagli anni 2000 aveva favorito le aziende automobilistiche precedentemente dominanti. Dopo la grande recessione del 2008-2009, i gruppi automobilistici occidentali sono stati in grado di costruire capacità produttive in Cina, vendere milioni di auto e trasferire i profitti generati in Cina alle loro sedi centrali. Questo vale in particolare per i gruppi automobilistici tedeschi Volkswagen, BMW e Mercedes. Nel 2023, il business cinese di Volkswagen contribuirà per 2,62 miliardi di euro al profitto operativo totale dell’azienda, in calo rispetto ai 5 miliardi di euro del 2015. A livello globale, 4 auto Volkswagen su 10 sono vendute in Cina.
Ma oggi la situazione sta cambiando. All’inizio del 2024, la società cinese BYD è diventata la prima azienda automobilistica a vendere in Cina più auto di Volkswagen. La maggior parte degli osservatori ritiene che questo risultato sia irreversibile, in quanto dovuto ai vantaggi competitivi che le aziende cinesi sono state in grado di costruire intorno alle loro nuove auto elettriche.
Altre aziende automobilistiche non cinesi stanno affrontando le stesse difficoltà. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, e ora anche con l’Unione Europea, aggraverà gli attuali sviluppi.
Allo stesso tempo, Tesla vuole costruire altri stabilimenti in Europa dopo quello di Berlino [vicino a Grünheide]. Tesla è un’azienda californiana con una capitalizzazione di mercato di 850 miliardi di dollari e un milione di auto prodotte, appena un decimo delle auto vendute da Volkswagen o Toyota.
Volkswagen e Stellantis, ad esempio, vogliono chiudere le fabbriche. I concorrenti vogliono costruirne di nuove. Questa è l’essenza dell’anarchia capitalista, che è alimentata dalla concorrenza, genera sovrapproduzione ed è contraria alla distribuzione del lavoro disponibile tra tutti, alla riduzione dell’orario di lavoro e alla soddisfazione dei bisogni della popolazione.
I fornitori, le industrie della componentistica e in generale l’indotto sono i più colpiti dai cambiamenti in corso. Le aziende più potenti, come Bosch in Germania o Valeo in Francia, si stanno adattando ai cambiamenti riorganizzandosi con la chiusura di stabilimenti e la delocalizzazione di attività. Gli altri produttori e fornitori di apparecchiature, che spesso offrono solo una singola tecnologia, vengono lasciati al loro destino dai loro clienti, le case automobilistiche. In Germania, è il fornitore ZF a tagliare 14.000 dei 54.000 posti di lavoro. Ed è la stessa ZF che sta causando la chiusura di uno dei suoi fornitori a Strasburgo (Francia).
Questi attacchi sono un’anticipazione di ciò che sta accadendo con le case automobilistiche, che si stanno preparando a ridurre la loro capacità produttiva chiudendo le fabbriche e licenziando i lavoratori. È questa l’intenzione di Volkswagen, che minaccia di chiudere uno stabilimento in Germania oltre a quello Audi in Belgio. Questa è una possibilità anche per Stellantis in relazione allo stabilimento Mirafiori di Torino, attualmente chiuso “temporaneamente”.
Con la produzione di auto in declino e l’auto sempre più associata all’inquinamento e ai danni climatici, potrebbe esserci la tentazione di non contrastare la chiusura di questi stabilimenti. Franco Turigliatto, leader di Sinistra anticapitalista (Italia), ha commentato: “Contrariamente a quanto sostengono alcuni osservatori disattenti, anche di sinistra, la possibile scomparsa di Mirafiori non riguarda solo il futuro di decine di migliaia di lavoratori direttamente interessati, ma avrà un impatto anche sul futuro della città e della sua struttura sociale. In passato, i salari e i redditi, anche modesti, garantiti dalla forte presenza del settore industriale hanno reso possibile un’organizzazione collettiva di sostegno reciproco e di solidarietà nella classe operaia, aprendo prospettive per un’alternativa sociale”.
Per questo motivo la lotta contro la chiusura degli impianti riguarda l’intero movimento sociale al di là del settore automobilistico. La resistenza di oggi contro l’attuazione dei piani padronali prepara le offensive necessarie di domani.
La resistenza è all’ordine del giorno
Mentre gli attacchi aziendali si diffondono in tutta Europa, i lavoratori del settore automobilistico stanno preparando delle contromisure: il 17 ottobre si è manifestato in Francia fuori dal Salone dell’Auto di Parigi, in Italia il 18 ottobre è stata una storica giornata di mobilitazione contro i piani del capo di Stellantis Tavares, oggi “licenziato” dall’azienda, e in Germania con azioni contro i piani di chiusura degli stabilimenti Volkswagen. Agire “contemporaneamente” è già un segnale positivo. Tuttavia, data la realtà dell’attuale movimento sindacale frammentato, c’è ancora molta strada da fare per mobilitarsi contro un’industria automobilistica sempre più concentrata.
Nel corso delle attività di resistenza possono accadere cose inaspettate. Ne è una prova il successo dello sciopero dei lavoratori dell’auto negli Stati Uniti di un anno fa. Hanno vinto contro le “Big Three” General Motors, Ford e Stellantis con il loro sindacato UAW (United Auto Workers), la cui leadership era stata rinnovata solo pochi mesi prima. Sono stati ottenuti aumenti salariali significativi, la fine delle differenze salariali in base agli anni di anzianità e gli impegni di investimento da parte delle aziende. Il futuro dell’attuale crisi dell’industria automobilistica dipende dall’equilibrio sociale di potere che il movimento sindacale può o non può raggiungere.
Articolo pubblicato da MPS (Movimento Per il Socialismo) il 5 dicembre 2024

L’intervista è stata effettuata da Renato Caputo per “La città futura“.
VIdeointervista a Maurizia Munno docente e autrice del libro che qui presentiamo: “In guerra con tale. Una storia di colonialismo, guerra, prigionia – dalla dittatura fascista alla liberazione” Edizioni Karl&Rosa,

Di Patrick Cockburn
La decisione del presidente Joe Biden di inviare in Israele un avanzato sistema di difesa antimissile, gestito da circa 100 soldati americani, costituisce un passo importante verso il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in una guerra regionale in Medio Oriente.
Questa è la prima volta che gli Stati Uniti inviano le loro truppe in Israele dall’inizio della guerra di Gaza il 7 ottobre 2023, anche se la Casa Bianca aveva affermato in ottobre che non c’erano “nessun piano o intenzione” in tal senso.
Inoltre, questi soldati saranno potenzialmente impegnati in ostilità armate contro l’Iran nel caso di un previsto attacco di ritorsione israeliano contro il paese, provocando un ulteriore contrattacco da parte dei missili balistici iraniani.
I critici sostengono che, offrendo al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu una polizza assicurativa sotto forma di sostegno militare statunitense, la mossa incoraggerà Israele a continuare a intensificare la guerra. Netanyahu può considerare con certezza che qualunque cosa faccia a Gaza, in Libano e contro l’Iran, non rischia molto poiché è effettivamente sotto la protezione militare degli Stati Uniti.
Joe Biden domenica ha ordinato il dispiegamento in Israele del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), con il suo personale operativo. La sua determinazione a continuare a fornire sostegno incondizionato a Israele, nonostante la sua posizione sempre più aggressiva, solleverebbe preoccupazioni nel Pentagono.1
Alti funzionari affermano che l’armata navale e gli aerei da guerra statunitensi (compresi gli aerei cisterna) stanno incoraggiando Israele ad espandere la sua campagna in Libano e a rischiare la guerra con l’Iran. Il generale Charles Q Brown, presidente dei capi di stato maggiore congiunti, ha sollevato la questione durante un incontro al Pentagono e alla Casa Bianca, hanno detto funzionari al New York Times il 4 ottobre 2024.
[Il titolo del citato articolo di Helene Cooper ed Eric Schmitt recita: “I funzionari militari si chiedono se l’invio di forze aggiuntive in Medio Oriente aiuti a prevenire una guerra molto più ampia o se incoraggi Israele”. Concludono: “Il generale Brown, il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III e altri funzionari hanno cercato di trovare un equilibrio tra il contenimento del conflitto e l’incoraggiamento di Israele, ha affermato un alto funzionario dell’esercito degli Stati Uniti. Un altro funzionario ha detto che è più facile per Israele passare all’offensiva quando sa che il “Grande Fratello” non è lontano”. Redattore]
L’invio di un sistema di difesa antimissile gestito direttamente dalle forze statunitensi è l’ultimo sviluppo di una guerra in cui il sostegno degli Stati Uniti a Israele è sempre più evidente, nonostante i ripetuti appelli di Joe Biden a Netanyahu a “mostrare moderazione” e chiedere un cessate il fuoco. Sebbene Israele abbia sempre fatto l’esatto contrario di ciò che Joe Biden chiede pubblicamente, il presidente ha sempre approvato col senno di poi ciò che Israele ha fatto.
Questo atteggiamento contraddittorio ha portato i commentatori a mettere alla berlina la politica americana, definendola inefficace o ipocrita. “Se gli Stati Uniti vogliono davvero disinnescare la violenza e prevenire la guerra regionale, la loro politica è stata un umiliante fallimento”, mi ha detto un analista. “Ma se la vera politica degli Stati Uniti è cercare di sconfiggere Hamas, Hezbollah e l’Iran di fronte a Israele, allora sta andando abbastanza bene”.
L’invio del sistema THAAD da parte degli Stati Uniti è probabilmente motivato dal timore che l’attacco di 180 missili balistici iraniani il 1° ottobre abbia avuto più successo di quanto si ammettesse all’epoca. Sembra che molti missili puntati contro le basi aeree israeliane abbiano mancato il bersaglio, anche se le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno minimizzato i danni causati.
La reazione dell’Iran al crescente coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra sarà decisiva. Da un lato, l’Iran finora ha cercato di non reagire direttamente contro gli Stati Uniti; Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York alla fine di settembre che l’Iran “non cadrà nella trappola della guerra” innescando una guerra su vasta scala tra Stati Uniti e Iran . D’altro canto, i leader iraniani potrebbero concludere che solo colpendo gli Stati Uniti potranno sperare di costringere Washington a tenere a freno Israele. 2
Il sostegno di Joe Biden a Israele ha danneggiato Kamala Harris presso gli arabo-americani e i giovani elettori. Ma se i soldati americani, come quelli responsabili delle batterie antimissili, dovessero essere uccisi o feriti nelle tre settimane precedenti le elezioni presidenziali del 5 novembre, l’entrata in guerra delle truppe americane costituirebbe allora una questione politica di primaria importanza. (Articolo pubblicato da INews , 14 ottobre 2024; traduzione a cura della redazione A l’Encontre )