Di Fabrizio Burattini
Scriviamo a fronte di risultati quasi definitivi e registriamo, finalmente, una buona notizia sul fronte politico. Nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, svoltosi tra ieri ed oggi, 22 e 23 marzo, il No alla riforma Nordio ha trionfato sul Sì con circa 2 milioni di voti di distacco (in percentuale, 53,8 contro 46,2). A salvare in extremis la loro riforma (e dunque quel tassello importante della loro controriforma costituzionale) non è bastata neanche la preoccupata discesa in campo della premier.
Non torniamo sul merito della riforma che questi risultati affossano. Ne abbiamo detto in precedenza.
Vogliamo qui tentare di analizzare questo risultato e cercare di interpretarne le implicazioni.
Naturalmente la maggioranza di destra guidata da Fratelli d’Italia perde e paga il prezzo della crisi in cui cerca di vivacchiare. Paga il prezzo di un’economia che, nonostante il doping del PNRR e del “superbonus”, non è decollata, di prezzi sempre più alti e di salari e pensioni sempre più inconsistenti, di una precarietà non solo lavorativa ma persino abitativa sempre più devastante, di servizi sociali (in particolare la sanità) al collasso, di una insicurezza geopolitica crescente, del senso di crisi incombente, della guerra esplicitamente praticata proprio dagli “amici” politici americani e israeliani di Giorgia Meloni.
Ma, come abbiamo più volte affermato, la forza residua della destra italiana affonda le sue radici nella estrema debolezza della sinistra, nella frantumazione e nella concorrenzialità autoreferenziale dell’opposizione parlamentare, nell’atteggiamento conciliante che, seppure in ordine sparso, è stato praticato da tutti i sindacati confederali. La Cgil critica la Cisl per il suo collateralismo con il governo Meloni, ma non dimentichiamo che Landini sembra aver scoperto solo negli ultimi tempi la pericolosità della politica della destra, e, due anni fa, ha offerto alla presidente del consiglio e alla sua demagogia il palco del 19° congresso della confederazione di Corso d’Italia.
Quanto all’opposizione, stendiamo un velo pietoso su quella parte di “campo largo” (non solo Italia Viva e Azione, ma anche parte della destra del PD) che ha deciso “sul merito della riforma” di votare Sì, rivelando in tal modo la loro totale inconsistenza qualitativa e politica.
Ma rispetto al “centrosinistra” o come lo si voglia chiamare, cioè alla somma di PD, M5S e AVS, salta agli occhi che gli oltre 14 milioni di elettrici ed elettori che si sono espressi per il No nel referendum superano di gran lunga (anche senza considerare le defezioni di Renzi, di Calenda, e dei “dem per il Sì”) gli 11 milioni e 700.000 che in ordine sparso li hanno sostenuti con il loro voto nelle elezioni politiche del settembre 2022.
Questo semplice raffronto, che stasera viene sbandierato dagli esponenti del PD e dei 5 Stelle, in realtà è l’espressione plastica della inadeguatezza politica di questa opposizione nella sua incapacità di raccogliere la spinta popolare democratica e di farla valere nella costruzione di un efficace contrasto nei confronti della politica dell’estrema destra e dei suoi progetti antisociali e autoritari.
Lo si era visto già nell’autunno scorso, quando milioni di persone erano scese in piazza, anche in Italia, per condannare la sanguinaria politica genocida di Netanyahu, di Trump e dei loro complici europei a Gaza e in Medio Oriente e per solidarizzare con la Global Sumud Flotilla, sulla base di una convocazione improvvisata e convergente dei sindacati di base, della Cgil e di varie altre associazioni, nella totale inerzia di iniziativa delle forze politiche. Una grandiosa mobilitazione che nessuno riuscì a organizzare, a canalizzare e a rendere permanente, perché nessuno era percepito come politicamente abilitato a darle rappresentanza.
Oggi siamo alla vigilia di un nuovo appuntamento di piazza, la manifestazione nazionale di Roma Together No Kings, “contro i re e le loro guerre”, con la parola d’ordine dello stop alle politiche belliciste in Italia e in Europa, contro la svolta autoritaria del governo Meloni (vedi il recente ed ennesimo “decreto sicurezza”), contro le destre globali, per costruire una società più giusta, un’economia di pace, di tutela dei diritti, dell’ambiente e dei beni comuni.
La guerra esterna, che i “nuovi re” (le grandi élite finanziarie e capitalistiche e i loro rappresentanti politici) praticano, si coniuga con una “guerra interna”, con la repressione delle proteste e del dissenso e con la torsione in senso autoritario degli stati e delle istituzioni pubbliche. Per loro si tratta di riaffermare il dominio del più forte sul più debole, la predominanza degli interessi finanziari sulla vita delle persone, sulla natura e sui beni comuni.
Oggi, quella manifestazione, già indetta da settimane, dopo il successo del No nel referendum, assume un’altra e ancor più importante valenza. Il risultato del No non va regalato ad un’opposizione istituzionale che non lo merita. Quel risultato è in diretta sequenza con le mobilitazioni sociali importanti di questi ultimi tempi, quelle contro il “decreto sicurezza”, contro il riarmo e la guerra, e quelle oceaniche dell’autunno scorso contro il genocidio a Gaza, senza dimenticare la miriade di lotte territoriali, di vertenze locali, spesso senza voce a livello nazionale.
La manifestazione sarà nazionale, ma anche internazionale, perché contemporaneamente scenderanno in piazza tutte le grandi città degli Stati Uniti, Londra, Parigi e diverse altre capitali europee.
Era comunque una manifestazione importante per tutte e tutti, ma il risultato del voto la rende ancora più cruciale, per impedire di disperdere la grande spinta democratica che il referendum ha rivelato e confermato.
Articolo pubblicato sul sito: Refrattario e controcorrente


