Di Nando Simeone
La partecipazione al voto è stata di massa, vicina al 59%, e la vittoria travolgente mette in chiaro che non si è vinto solo per la difesa della Costituzione, ma è stato espresso anche un giudizio politico contro il governo Meloni.
Si è parlato di rottura generazionale: tra i 18 e i 34 anni il 61% ha votato per il NO, mentre il SÌ ha vinto di misura tra gli over 55.
L’incomprensione, se non la sottovalutazione, del protagonismo giovanile si è espressa negli ultimi anni a partire da un movimento globale, con mobilitazioni mondiali e di massa. Un’intera generazione è scesa in piazza nei cortei del Global Climate Strike in tutto il mondo e, in Italia, ha visto la partecipazione di massa di tantissimi studenti e studentesse, in particolare dei giovanissimi delle scuole superiori.
Gli studenti e le studentesse hanno assunto posizioni molto radicali:
“Per noi la giustizia climatica significa che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica debba essere chi, fino ad oggi, ha speculato sull’inquinamento della Terra e sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i migranti e con tutti i popoli indigeni.
Siamo giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della Terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico, che non sta facendo nulla in proposito.
La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale: la transizione ecologica deve quindi essere accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze. Vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema, non il clima, non è per noi uno slogan.
Il cambiamento del sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico. Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come una questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione, e metterle in relazione tra loro.”
Le giovani generazioni, con il protagonismo degli studenti, hanno inoltre lanciato a livello globale un movimento di solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo palestinese.
Ancora una volta, come già accaduto con il movimento del ’68, sono stati gli studenti degli Stati Uniti a dare impulso alle mobilitazioni, con le occupazioni di numerose università, a partire dalla Columbia University di New York e dall’Università della California (UCLA). Il movimento si è poi diffuso in tutto il mondo, assumendo una portata senza precedenti.
In questa ampia e straordinaria mobilitazione internazionale degli studenti, ciò che è mancato è stata la sincronizzazione con il movimento operaio e sindacale, oltre alla drammatica crisi — se non totale assenza — della sinistra radicale, che ha fortemente ridimensionato la prospettiva di un’alternativa alla società capitalista. L’assenza di una generalizzazione delle lotte rischia di spingere verso una marginalizzazione della causa palestinese, pur mantenendo un larghissimo consenso popolare.
La pratica del boicottaggio affonda le sue radici nei movimenti dei popoli indigeni di tutto il mondo, con l’obiettivo di decolonizzare le università degli Stati colonizzatori. Dal 2004, la Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) invita la comunità internazionale al boicottaggio di queste istituzioni, dato il loro ruolo nel sistema di oppressione, colonialismo e apartheid contro la popolazione palestinese. In queste mobilitazioni, protagonisti sono stati anche gli studenti universitari italiani, con battaglie significative nelle università di Palermo, Roma La Sapienza e Torino.
Il governo Meloni ha portato avanti disegni involutivi e reazionari sul piano democratico e sociale, approvando una legge di bilancio antipopolare, penalizzante per le classi lavoratrici, le donne, i pensionati e le giovani generazioni. La sanità viene sempre più privatizzata, rendendo difficile l’accesso alle cure per la maggioranza dei cittadini, mentre si propone una scuola orientata anche alla preparazione militare, con l’ipotesi di reintrodurre la leva obbligatoria.
Di fronte alle lotte per la difesa dei diritti e del lavoro, vengono introdotte misure repressive contro le mobilitazioni sociali e sindacali e contro i settori più deboli, nel tentativo di dividere lavoratrici e lavoratori. Senza dimenticare la dura repressione subita da studenti giovanissimi che manifestavano per la Palestina, picchiati — secondo diverse testimonianze — anche mentre avevano le mani alzate.
L’esplosione delle contraddizioni interimperialistiche ha portato a un’intensificazione dei conflitti economici e militari: dalla guerra tra Russia e Ucraina al Medio Oriente, con il coinvolgimento di USA e Israele in operazioni contro Iran e Libano. Questo scenario ha comportato un aumento delle spese militari, a scapito dello stato sociale, e un incremento del costo della vita, soprattutto per energia e beni essenziali.
Nel voto al referendum è stato molto presente anche il rifiuto della guerra: i giovani e gli studenti lo hanno espresso sia nelle mobilitazioni sia con il voto al NO, mostrando un evidente protagonismo politico.
La manifestazione nazionale del 28 marzo può rappresentare un’importante occasione per convogliare l’opposizione al governo Meloni contro le guerre e contro le sue scelte di politica internazionale.
Le grandi mobilitazioni dei movimenti studenteschi e giovanili hanno contribuito a sedimentare una coscienza politica che troppo spesso i partiti del centrosinistra non hanno saputo cogliere, tra incomprensione e timore. Si tende a sostituire il conflitto sociale con dinamiche interne alla politica istituzionale, senza rispondere ai bisogni delle classi sociali e senza rompere con le politiche di austerità.
Si cerca così di incanalare il protagonismo sociale dei giovani e delle grandi città verso una dimensione esclusivamente elettorale.
Rimane evidente l’assenza di un soggetto politico alternativo capace di organizzare questo tessuto sociale e di trasformarlo in forza politica, mettendo al centro nuove conquiste sociali.
Le alternative, tuttavia, esistono.
La vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento significativo.
In Irlanda, la vittoria di Catherine Connolly, candidata indipendente di sinistra, segna un altro esempio importante.
In Francia, infine, la crescita di La France Insoumise conferma una tendenza al rafforzamento della sinistra alternativa.


