Di Nando Simeone
A Sant’Apollinare, una piccola cittadina della Valle del Liri nei pressi di Cassino (FR), sabato 21 giugno si è svolta un’importante iniziativa per ricordare Fabrizio, noto compagno e socio della casa editrice Karl&Rosa con l’evento intitolato.
LA PALESTINA NEL CUORE
All’iniziativa sono intervenuti Luigi Rossi, il sottoscritto, Alba Nabulsi e il Sindaco Monica del Greco. Ha partecipato l’Assessore alla cultura Michele Mignacca.
Nel ricordare l’amico e compagno del cuore, alla presenza dei suoi familiari, di numerosi amici e amiche, e dei cittadini di Sant’Apollinare, ho raccontato la storia della nostra indimenticabile amicizia.
Ci siamo conosciuti molti anni fa al liceo scientifico di Cassino. Lui viveva a Cassino con la sua famiglia, mentre io abitavo a Sant’Apollinare. Eravamo in classi diverse: io nella sezione A, frequentata in gran parte da studenti e studentesse dei paesi limitrofi, e lui nella sezione C. La divisione fu determinata dal fatto che alle scuole medie io avevo studiato francese, mentre lui aveva studiato inglese.
La nostra amicizia si è rafforzata nel tempo, grazie soprattutto alla stima reciproca e a una profonda sintonia politica. L’intesa tra noi è stata straordinaria: entrambi militanti della sinistra radicale, attivi nei movimenti e nelle lotte sociali. All’epoca tutto partiva dagli studenti. Io, provenendo da un piccolo paese, inizialmente facevo fatica ad orientarmi nel liceo scientifico di Cassino, anche perché la leadership studentesca era spesso nelle mani di chi risiedeva in città.
Fu però il forte legame con Fabrizio a offrirmi l’opportunità di muovere i primi passi nell’attivismo studentesco, un’esperienza che si rivelò decisiva e formativa per il mio successivo impegno politico. Fu proprio lui, durante il quarto anno di liceo, a invitarmi alla mia prima riunione politica, organizzata da Democrazia Proletaria.
Fu un’esperienza emozionante: ebbi l’occasione di conoscere altri compagni straordinari, con molti dei quali sono ancora oggi in contatto.
In seguito, insieme a Fabrizio, organizzammo grandi manifestazioni studentesche, in cui il liceo scientifico svolse un ruolo da protagonista nelle mobilitazioni contro la guerra.
Dopo la maturità liceale, ci siamo trasferiti entrambi a Roma per frequentare l’università alla Sapienza, sebbene in facoltà diverse: lui si iscrisse a Scienze Politiche, mentre io a Psicologia — che allora era un corso di laurea della Facoltà di Magistero, oggi parte del Dipartimento di Medicina.
Anche durante il periodo universitario siamo stati attivi sia nel movimento studentesco sia nell’organizzazione politica dell’epoca, la Lega Comunista Rivoluzionaria, insieme alla sua sezione giovanile, l’Organizzazione Giovanile Rivoluzione.
Partecipammo anche ai campeggi internazionali dei giovani legati alla Quarta Internazionale, che si tenevano in diverse località europee.
La straordinaria capacità di Fabrizio, sia sul piano politico che umano, l’ho vissuta intensamente sin dai tempi del liceo a Cassino, ma si è manifestata in modo ancora più evidente durante gli anni universitari alla Sapienza.
A Scienze Politiche, dove studiava, si trovava la roccaforte dell’Autonomia Operaia, che ancora nel 1990 manteneva un forte radicamento nella città di Roma, in particolare proprio all’interno di quella facoltà. Fabrizio, per nulla intimorito, riuscì a ricoprire un ruolo di primo piano anche in quel contesto complesso e competitivo.
Io, nel frattempo, ero attivo a Psicologia, dove ebbi un ruolo di rilievo: dopo Palermo, fummo i primi in Italia a occupare la facoltà, dando così l’impulso alle successive occupazioni di tutte le altre facoltà della Sapienza. Anni dopo, ho anche scritto due libri sul movimento della Pantera.
Fabrizio, invece, intraprese in seguito un nuovo percorso legato alla sua scelta professionale, fondando una cooperativa sociale, della quale fu presidente per molti anni.
Questa tragedia umana, che ha colpito me, i familiari e i tanti amici di Fabrizio, non può che essere collegata a un’altra tragedia: il genocidio che il popolo palestinese sta vivendo. Lo Stato d’Israele, sionista e fascista, non solo sta compiendo una carneficina sulla pelle dei Palestinesi, ma, in accordo e con il sostegno dell’imperialismo USA e dell’Unione Europea, sta assumendo il ruolo di gendarme in tutto il Medio Oriente, culminato nell’ultimo attacco all’Iran con la piena complicità degli Stati Uniti, che intervengono direttamente.
In regioni e paesi come Gaza, la Cisgiordania, la Siria, il Libano e ora l’Iran, questa dimostrazione di forza viene messa in atto senza ostacoli. Se gli attacchi contro Hezbollah in Libano non hanno suscitato un timore diffuso a livello regionale, l’attacco contro la Repubblica Islamica dell’Iran — in particolare tramite l’uso di robot e intelligenza artificiale — genera un terrore molto più grande, soprattutto per la sua posizione strategica in questo specifico contesto geografico.
Il bombardamento condotto dagli Stati Uniti in Iran, avvenuto nelle prime ore di domenica, ha colpito tre strutture chiave per il programma nucleare della Repubblica Islamica: l’impianto di arricchimento dell’uranio di Fordow (o Fordo), l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Isfahan. La maggior parte dei bombardamenti si è concentrata su Fordow, dove le forze statunitensi hanno sganciato una dozzina di ordigni.
Mentre l’attenzione mondiale è focalizzata sulla guerra tra Israele e Iran, Israele contemporaneamente interrompe Internet e i servizi di telecomunicazione, imponendo un blackout mediatico e informativo a milioni di palestinesi. Nel frattempo, gli attacchi israeliani contro gli abitanti affamati di Gaza, in attesa di aiuti umanitari, si intensificano senza sosta.
Con l’aggravarsi della carestia, la gente non aspetta più che i camion passino indisturbati davanti alle truppe israeliane. Al contrario, si precipita verso di loro non appena compaiono, pronta a tutto pur di accaparrarsi ciò che può prima che le scorte si esauriscano. Decine di migliaia di persone si radunano ai punti di distribuzione, talvolta con giorni di anticipo, ma molti tornano a casa a mani vuote.
I civili affamati si radunano in massa, in attesa del permesso di avvicinarsi ai punti di distribuzione. In molti casi, le truppe israeliane hanno aperto il fuoco sulla folla, anche durante la distribuzione, uccidendo decine di persone che cercavano di recuperare qualche chilo di farina o conserve da portare a casa, in quella che i palestinesi hanno definito “gli Hunger Games”.
Dal 27 maggio, secondo il portavoce della protezione civile di Gaza, Mahmoud Basel, più di 400 palestinesi sono stati uccisi e oltre 3.000 feriti mentre aspettavano i soccorsi. L’attacco più sanguinoso contro persone in cerca di aiuto è avvenuto il 17 giugno, quando le forze israeliane hanno sparato colpi di carro armato, mitragliatrici e droni contro una folla di palestinesi a Khan Younès, uccidendo 70 persone e ferendone centinaia.
Nelle conclusioni, consapevoli che una nuova guerra mondiale potrebbe devastare, se non distruggere, l’intero pianeta, abbiamo posto l’attenzione sulla prospettiva binazionale, che esige molto più di semplici cambiamenti istituzionali nell’ambito politico. Essa richiede una vera e propria rivoluzione culturale, capace di trasformare il rapporto con l’altro attraverso un approfondito lavoro pedagogico.
È necessaria una nuova lettura storica dei rapporti giudaico-arabi in Palestina e un chiarimento delle responsabilità storiche del movimento sionista nella tragedia palestinese. Le ricerche dei nuovi storici sono, in questo senso, di primaria importanza. Consentono infatti un indispensabile lavoro di ricostruzione della memoria, fondamentale per valutare le cause del conflitto che da oltre un secolo divide le comunità della Palestina, ma anche per riappropriarsi della stessa storia di Israele e dei drammi vissuti dagli immigrati ebrei provenienti dall’Europa e dal mondo arabo.
La conoscenza e la comprensione, da parte dei palestinesi, del fenomeno antisemita — e in particolare del genocidio perpetrato dai nazisti — faciliterebbero una migliore comprensione delle motivazioni e delle angosce che animano una parte significativa della comunità ebraica di Israele.
La comprensione reciproca tra le due storie nazionali rappresenta senza dubbio un passaggio obbligato verso la formulazione di una storia binazionale della Palestina, antica e moderna.
Non meno indispensabili, accanto al riconoscimento della storia di Israele e del sionismo, sono il lavoro di riscrittura della storia ebraica e la rivalutazione della diaspora. Nella storiografia ebraica insegnata nelle scuole, l’unica “normalità” riconosciuta è quella della sovranità nazionale: dalla conquista di Canaan da parte di Giosuè, alla distruzione del Secondo Tempio ad opera di Tito, fino alla Dichiarazione Balfour, alla colonizzazione della Palestina e alla nascita dello Stato di Israele.
Tutto il resto — circa duemila anni di storia — viene trattato come un’immensa parentesi, svuotata di qualsiasi forma di creatività, definita invece vergognosa e miserevole, fatta di persecuzioni e umiliazioni.
Terminate le relazioni, si è aperto il dibattito: alcuni dei presenti sono intervenuti nella ricca e proficua discussione, seguita poi dall’apericena.
La proiezione del documentario premio Oscar 2025 NO OTHER LAND, realizzato da un collettivo palestinese-israeliano formato da quattro giovani attivisti, è avvenuta durante i momenti più bui e spaventosi della regione, rappresentando un autentico atto di resistenza creativa. Il film è stato premiato alla Berlinale e agli Oscar come miglior documentario.
UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE!