L’elezione del nuovo sindaco di New York e il risveglio del movimento socialista americano

L’elezione del nuovo sindaco di New York e il risveglio del movimento socialista americano

Di Nando Simeone

Quando parliamo degli Stati Uniti, tendiamo spesso ad associare questo Paese al ruolo che la grande potenza americana svolge nell’attuale sistema capitalistico, oggi attraversato da una profonda crisi globale. Tale crisi accentua la natura violenta e predatoria del dominio imperialista, aumentando le tensioni tra le potenze mondiali. Nonostante il suo declino, gli USA restano la nazione dominante, alla guida del blocco nordamericano — formato dagli imperialismi europei, dal Canada, dal Giappone, dalla Corea del Sud e dall’Australia — contrapposto a un secondo blocco, costruito attorno alla Cina. Quest’ultimo, in costante espansione, comprende la Russia, la Corea del Nord, numerose repubbliche dell’Asia centrale e sta consolidando nuove alleanze, tentando di trasformare i BRICS in un fronte alternativo all’imperialismo occidentale.

Dopo la vittoria del reazionario, se non apertamente fascista, Donald Trump, negli Stati Uniti la quasi totalità dei media ha scelto di tacere — o di minimizzare — le grandi mobilitazioni popolari “No Kings” contro il governo sempre più autoritario e disumano del presidente.

Gli organizzatori hanno stimato che almeno sette milioni di persone abbiano marciato e si siano radunate in tutto il Paese, rendendo quella del 18 ottobre la più grande giornata di protesta nella storia americana. Le manifestazioni “No Kings” hanno coinvolto 2.700 città, superando persino i numeri della Women’s March del 2017. La partecipazione è stata più giovane e multietnica rispetto alla prima edizione del No Kings Day, pur restando ancora lontana da una piena rappresentatività delle popolazioni nere e latine.

Secondo cartelli, slogan e testimonianze, la rabbia popolare nasce dalle crudeli incursioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), dall’invio della Guardia Nazionale in diverse città, dal licenziamento di centinaia di migliaia di dipendenti federali, dagli attacchi ai programmi sanitari, educativi e abitativi, dalla soppressione delle libertà di parola e accademica, e dal razzismo di politiche come la riforma del programma di reinsediamento dei rifugiati voluta da Trump per favorire i bianchi.

Una mobilitazione di massa

Il movimento No Kings è organizzato da una coalizione di oltre 200 gruppi: tra i principali, le correnti progressiste del Partito Democratico come Indivisible e MoveOn, ONG come Public Citizen e l’American Civil Liberties Union, e la rete di attivisti 50501, che ha lanciato 50 manifestazioni in 50 Stati in un solo giorno.

Trump, il vicepresidente J.D. Vance e altri repubblicani hanno reagito accusando — in modo grottesco — George Soros di aver finanziato le proteste e definendo gli organizzatori “terroristi antifa”, nonostante nessuna di queste affermazioni abbia alcun fondamento.

Un movimento popolare e festoso

I manifestanti sventolavano striscioni con scritte come “No kings, no tyrants” (“Né re né tiranni”) e “No hate, no fear, immigrants are welcome here” (“Niente odio, niente paura: gli immigrati sono i benvenuti”). Le proteste, pur animate da rabbia e indignazione, si sono svolte in modo pacifico, con un tono spesso festoso, celebrando l’unione nella resistenza e nella lotta per valori progressisti.

Molti partecipanti hanno scelto di travestirsi da animali giganti, ironizzando sull’assurdità di chi li accusava di violenza.

Rivendicare i simboli della democrazia

Per decenni la sinistra americana ha rifiutato la bandiera a stelle e strisce, simbolo del razzismo interno e delle guerre imperialiste in Vietnam, Iraq e Afghanistan. Oggi però molti manifestanti la sventolano di nuovo, rivendicandola come emblema della democrazia e della giustizia sociale.

Un manifestante portava un cartello con la scritta “Make America America Again”, accompagnato da un elenco di valori: libertà di parola, scienza, libertà di stampa, stato di diritto, democrazia, libertà di scelta (incluso il diritto all’aborto), giusto processo e diversità.

Il nuovo sindaco di New York: Zohran Mamdani

In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento storico. Dopo aver vinto le primarie democratiche, Mamdani ha conquistato anche le elezioni generali, diventando il primo sindaco apertamente socialista democratico della metropoli.

Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha affermato:

“Sono giovane, musulmano, socialista democratico. E, soprattutto, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo.
Il 1° gennaio presterò giuramento come sindaco di New York City, e questo grazie a voi. Abbiamo scelto la speranza sopra la tirannia, sopra il denaro e sopra la disperazione. Ora la politica non è più qualcosa che viene fatto a noi, ma qualcosa che facciamo noi.”

Il suo programma prevede un congelamento degli affitti per oltre due milioni di inquilini, autobus gratuiti e rapidi, e assistenza all’infanzia universale — un’agenda ambiziosa ispirata ai tempi di Fiorello La Guardia.

Il ruolo dei Democratic Socialists of America

La DSA conta oggi circa 80.000 iscritti, in forte crescita dopo il secondo mandato di Trump. L’organizzazione si prepara a un nuovo ciclo di mobilitazioni, puntando a una grande azione per il 1° maggio 2028 e a una campagna presidenziale socialista in vista delle elezioni di quell’anno.
Un obiettivo strategico che potrebbe costituire un punto di riferimento per la sinistra socialista e marxista di tutto il mondo, come accadde nel 1968 o nella solidarietà al popolo palestinese.

Una nuova ondata di movimenti

Come in passato, i movimenti studenteschi emergono nei momenti di crisi profonda, quando le classi fondamentali restano bloccate. Negli anni ’60 il mondo assistette a una trasformazione rapida dei costumi: dall’Inghilterra arrivavano la minigonna e i Beatles; dagli Stati Uniti le proteste dei beatnik e degli studenti contro il razzismo e la guerra in Vietnam.

La società dei consumi appariva allora una “camicia troppo stretta”, e il bisogno di ideali forti si univa al rifiuto dei modelli dominanti.

Oggi assistiamo a qualcosa di simile. Le nuove generazioni americane — e in particolare gli studenti — sono nuovamente protagoniste di un movimento globale, come dimostra l’ondata di occupazioni universitarie in solidarietà con il popolo palestinese, partita dalla Columbia University di New York e diffusasi in tutto il mondo.

Conclusione

Il Movimento Socialista d’America, dinamico, democratico e pluralista, appare oggi più necessario che mai per inaugurare una nuova fase della storia della classe lavoratrice statunitense — e per offrire un punto di riferimento internazionale, soprattutto nei Paesi europei governati da forze post-fasciste e reazionarie.