Quando fanno più notizia i server delle persone

Quando fanno più notizia i server delle persone

Di Leonardo De Angelis

In questi giorni il nome di Sistemi Informativi è finito improvvisamente al centro dell’attenzione mediatica nazionale per il presunto attacco hacker che avrebbe colpito l’azienda.

Televisioni, radio, siti web, quotidiani: tutti mobilitati.
Analisti, esperti di cybersecurity, commentatori.
Ore e ore di discussione sul rischio digitale, sulla vulnerabilità dei sistemi, sulla sicurezza delle infrastrutture.

Eppure, appena poche settimane prima, la stessa azienda aveva aperto una procedura di mobilità per trentacinque lavoratrici e lavoratori.

Trentacinque persone messe di fronte alla prospettiva concreta di perdere il proprio posto di lavoro.

Di quella vicenda, invece, quasi nessuno ha parlato.

Ed è difficile non vedere, in questa enorme sproporzione mediatica, il riflesso di un problema molto più profondo: in questo Paese il lavoro interessa sempre meno, mentre tutto ciò che è emergenza, tecnologia o spettacolarizzazione dell’allarme conquista immediatamente spazio, attenzione e visibilità.

Un attacco informatico diventa un caso nazionale.
Trentacinque licenziamenti restano un fatto interno.

È il segno di una trasformazione culturale precisa.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a raccontare le aziende come fossero soltanto numeri, piattaforme, processi, infrastrutture digitali.
I lavoratori sono scomparsi dal linguaggio pubblico.
Esistono i “mercati”, gli “asset”, i “servizi”, la “resilienza cyber”, ma raramente esistono più le persone.

Eppure dietro quelle trentacinque posizioni ci sono competenze costruite in anni di lavoro, sacrifici personali, professionalità spesso utilizzate fino all’ultimo giorno utile e poi improvvisamente considerate un costo da ridurre.

La verità è che nel dibattito pubblico italiano il lavoro torna centrale solo quando diventa statistica, conflitto eclatante o tragedia.
Altrimenti resta invisibile.

È invisibile quando si aprono procedure di mobilità.
È invisibile quando interi settori vengono precarizzati.
È invisibile quando aziende che per anni hanno beneficiato dell’impegno dei dipendenti scaricano i costi delle riorganizzazioni sui lavoratori.

Da ex dipendente, questa vicenda lascia un’amarezza profonda.
Non soltanto per ciò che sta accadendo ai colleghi coinvolti, ma per il silenzio totale che ha accompagnato la notizia.

Perché quando un sistema informatico si blocca, il Paese si interroga immediatamente sulla sicurezza nazionale.
Quando invece trentacinque persone rischiano di perdere il lavoro, sembra che la questione riguardi soltanto loro.

Ma il lavoro non è un tema privato.
Non è un problema individuale da gestire nel silenzio.
È una questione sociale, politica e democratica.

Per questo oggi sento il dovere di esprimere tutta la mia solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori coinvolti nella procedura di mobilità.

A chi in queste settimane sta vivendo paura, rabbia, delusione e incertezza.
A chi continua comunque a difendere con dignità il proprio lavoro e la propria professionalità.

E proprio perché il silenzio è spesso il primo alleato della rassegnazione, credo sia importante non abbassare la testa.

Resistere significa restare uniti!
Significa pretendere attenzione, rispetto e trasparenza.
Significa ricordare che dietro ogni numero ci sono persone, storie e vite che meritano di essere difese.

Ai colleghi coinvolti va il mio abbraccio sincero e il mio augurio di non sentirsi soli.
Perché il lavoro non è soltanto un costo da tagliare: è dignità, identità e futuro.