LE DIVISIONI DEI SINDACATI CONFEDERALI E LA FINE DELL’UNITA’ D’AZIONE CON USB E IL SINDACALISMO DI BASE

LE DIVISIONI DEI SINDACATI CONFEDERALI E LA FINE DELL’UNITA’ D’AZIONE CON USB E IL SINDACALISMO DI BASE

Di Nando Simeone

La frammentazione degli scioperi e la divisione di CGIL CISL e UIL favoriscono solo il governo reazionario della Meloni

Chi gioisce è sicuramente il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che oggi si trova davanti i sindacati confederali – Cgil Cisl e Uil – divisi e se non addirittura contrapposti. Diversamente da quanto avvenuto con lo sciopero generale del 3 ottobre e la grande manifestazione del 4 sulla Palestina, non si è ricostruita alcuna unità d’azione con il sindacalismo di base: Usb, Cub, Cobas e altre sigle scioperano infatti il 28 novembre, con appuntamento a Roma alle 11.00 in Piazza Montecitorio, mentre il 29 promuovono la manifestazione nazionale per la Palestina con partenza da Porta San Paolo alle ore 14. Lo stesso sindacalismo di base, a partire dalla Cub, organizza a Milano un concentramento il 28 novembre in Piazza Cinque Giornate e il 29 una manifestazione per la Palestina da Piazza XXV Maggio. Lo sciopero e le mobilitazioni del 28 e 29 novembre sono quindi intrecciate tra loro, così come lo sono le diverse piazze che si mobiliteranno in quelle giornate.

La Cgil ha inoltre proclamato lo sciopero generale per il 12 dicembre. La Cisl conferma invece un’impostazione sindacale differente, se non opposta: la segretaria nazionale ha dichiarato che nella manovra finanziaria sono presenti misure positive e che gli “scioperi compulsivi non danno risultati”, annunciando per il 13 dicembre una manifestazione nazionale in piazza Santi Apostoli.1)” Nella Manovra misure positive- Gli scioperi compulsivi non danno risultati” Fumarola (Csl): l’Unità sindacale è un mezzo, non un fine – Primo piano Corriere della sera domenica 16 Novembre 2025 La Uil, dal canto suo, terrà il 29 novembre la propria manifestazione nazionale a Roma, con l’obiettivo dichiarato di ottenere modifiche alla manovra economica. Appuntamento alle 10 in piazza del Popolo.

Negli ultimi anni Cgil e Uil avevano condiviso diverse mobilitazioni, spesso senza la partecipazione della Cisl. Tuttavia, il 3 e 4 ottobre è avvenuto un fatto politico rilevante: per la prima volta la Uil ha preso le distanze dalla Cgil, non partecipando ne’ agli scioperi ne’ alla manifestazione nazionale del 25 ottobre, intitolata “AUMENTA TUTTO”, che aveva registrato una grande partecipazione.

Riproporre ai sindacati di base — a partire dall’Usb — un nuovo sciopero generale unitario avrebbe comportato la necessità di una conferenza stampa congiunta e un percorso unificato, come era avvenuto per il 3 e 4 ottobre con Landini (Cgil), Lutrario (Usb) e Miliucci (Cobas).

Il gruppo dirigente della Cgil teme probabilmente che lo sviluppo di un ampio movimento di massa, sostenuto da Cgil e sindacati di base, assuma una valenza politica capace di andare oltre le rivendicazioni sindacali — pur già radicali — presenti nella piattaforma. Ciò potrebbe aprire la strada all’esigenza di uno sbocco politico alternativo alle politiche di austerità europee, alle quali Meloni si è ampiamente adeguata seguendo le scelte dell’UE guidata da popolari, socialdemocratici (incluso il PD) e forze centriste.

La piattaforma Cgil per lo sciopero del 12 dicembre

IO SCIOPERO CONTRO UNA LEGGE DI BILANCIO INGIUSTO

  • Per aumentare salari e pensioni
  • Per fermare l’innalzamento dell’età pensionabile
  • Per dire no al riarmo e investire su sanita e istruzione
  • Per contrastare la precarietà
  • Per vere politiche industriali e del terziario
  • Per una riforma fiscale equa e progressiva

Il governo Meloni aumenta, quasi esclusivamente la spesa militare con 23 miliardi in più solo nei prossimi tre anni; azzera gli investimenti pubblici; non mette in campo alcuna politica industriale in grado di invertire il declino produttivo e affrontare la sfida della conversione tecnologica, energetica ed ecologica del nostro sistema produttivo.

Movimenti sociali, lotte frammentate e mancanza di una forza politica alternativa.

A partire dalle grandi mobilitazioni femministe del 22 e 25 novembre, passando per le numerose iniziative sindacali e sociali, assistiamo a un proliferare di proteste e manifestazioni. Ma tutto ciò significa davvero un nuovo protagonismo di massa, capace di produrre conquiste sociali? Salari più alti, fine della precarietà, scomparsa della povertà lavorativa, pensioni dignitose?

Purtroppo no. L’Italia rimane il paese con i salari tra i più bassi d’Europa, la povertà si allarga, e molte persone non riescono nemmeno a curarsi.

Sul piano politico, la situazione è altrettanto drammatica. Né la crisi dei sistemi politici in Francia, Irlanda o negli Stati Uniti — dove il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, rappresenta una rottura significativa — sembra stimolare un reale processo di rinnovamento in Italia.2) Unire le lotte per cambiare tutto di Nando Simeone edizioni Karl&Rosa.

La frammentazione delle mobilitazioni, spesso scoordinate o addirittura alternative tra loro, riflette la crisi politica e sindacale in cui siamo immersi da anni. Manca una forza politica di sinistra realmente alternativa, con radicamento sindacale di massa, capace di ricomporre un tessuto sociale oggi lacerato.

Il rischio è quello di rimanere minoritari, ignorando la crescita dell’astensionismo che in alcune regioni sfiora il 50%. Non si fa i conti con le responsabilità non solo della destra berlusconiana, ma anche delle politiche di austerità del centrosinistra. Non va dimenticato che i cinque referendum proposti dalla Cgil furono resi inutili proprio dai governi a guida PD, che abrogarono le leggi contestate, alimentando ulteriore sfiducia tra i ceti popolari progressisti.

Intanto, il blocco sociale che sostiene Meloni — una burocrazia statale e para-statale composta da decine di migliaia di persone, rafforzata dalle nuove collocazioni nelle istituzioni — consolida un apparato stabile e privilegiato, contribuendo all’egemonia del governo post-fascista.

Se le mobilitazioni sindacali — sia confederali che di base — non produrranno conquiste sociali reali, la vittoria contro Meloni rimarrà un’illusione, soprattutto considerando che, secondo gli ultimi sondaggi, Fratelli d’Italia resta il primo partito del paese.

Se il conflitto sociale uscirà dal recinto delle burocrazie sindacali, il passo successivo sarà inevitabile: la costruzione di una nuova forza politica. Ed è ciò che sta già accadendo in Francia, negli Stati Uniti e in Irlanda, dove queste dinamiche stanno scuotendo la socialdemocrazia (PD) e le storiche forze della sinistra.