Unire le lotte per cambiare tutto

Unire le lotte per cambiare tutto

Di Nando Simeone

Il 28 novembre e il 12 dicembre due scioperi generali separati mostrano la necessità di un fronte comune contro le politiche reazionarie del governo Meloni!

Dopo le grandi mobilitazioni in solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo palestinese, sembrava che la direzione della Cgil si stesse orientando verso l’unità d’azione con il sindacalismo di base e verso la partecipazione popolare sostenuta da tantissimi giovani e giovanissimi.

Agli errori iniziali del gruppo dirigente Cgil, tanti iscritti e delegati avevano scelto di unirsi allo sciopero dell’USB del 22 settembre. A Roma ricordiamo che oltre 100.000 mila persone circondarono la Stazione Termini, e tante altre parteciparono nelle principali città: Milano, Genova, Livorno, Napoli e Palermo.

Questa partecipazione ampia ha contribuito a spingere positivamente verso una presunta correzione della linea sindacale, portando allo sciopero generale del 3 ottobre, indetto congiuntamente da Cgil, Usb e dalla larga maggioranza del sindacalismo di base, con l’assenza della Csl e Uil. Lo sciopero è culminato con la grande manifestazione nazionale del 4 ottobre, caratterizzata da un’immensa partecipazione giovanile. Un corteo cosi grande a Roma non si vedeva da 20 anni, dalla mobilitazione della CGIL contro la cancellazione dell’articolo 18 nel febbraio del 2002 o di quella contro la guerra in Iraq un anno dopo, o anche delle grandi manifestazioni No Global che avevano attraversato il mondo intero così come sta accadendo oggi con la Palestina. La consapevolezza di essere parte integrante del movimento di solidarietà con il popolo palestinese, faceva pensare che di fronte alla finanziaria antipopolare del governo Meloni con l’allungamento dell’età pensionabile nel solco della riforma Fornero, i tagli a sanità, scuola e università, l’allargamento del precariato, in sostanza misure che danno ai ricchi per togliere ai lavoratori, pensionati, donne e precari, si mantenesse il fronte pro-Palestina provando ad ampliare ai confederali con il pieno coinvolgimento della Uil.

Ciò non è avvenuto perché?

Il timore del gruppo dirigente CGIL è che, in Italia, lo sviluppo di un movimento di massa, spinto dalla Cgil e dai sindacati di base possa assumere una valenza che, oltre a rivendicazioni radicali, già in parte presenti nella piattaforma della Cgil porti anche alla necessità di uno sbocco politico. Questo significherebbe mettere in agenda la costruzione di una forza veramente alternativa alle politiche di austerità di Maastricht, alle quali la Meloni si è ampiamente adeguata seguendo le scelte della U.E. governata dai Popolari, socialdemocratici (PD compreso) e centristi vari. In sostanza procedere nella direzione di Francia, dove le forze delle sinistre guidate da La France Insoumise di Melenchon, con la coalizione “Nuovo Fronte Popolare” hanno ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni legislative del 2024. Successivamente, secondo le regole elettorali francesi e senza una maggioranza assoluta, si sono susseguiti accordi e compromessi tra post-fascisti di Le Pen e centristi, nel tentativo di mantenere il governo, scontrandosi però ripetutamente con l’ingovernabilità e con le politiche di austerità fortemente contrastate, sia a livello sociale che politico. Da notare che i sindacati francesi – CFDT, CFTC, CGT e FO- hanno la buona pratica, sia tra quelli moderati che tra quelli più radicali, di muoversi sempre nell’ottica dell’unità d’azione con i movimenti sociali, a partire dagli studenti, trovandosi ora dentro una forte crisi di governabilità. Abbiamo poi, anche dal centro dell’imperialismo Mondiale gli Stati Uniti, sia pure in decadenza, segnali di controtendenza come è successo a New York.

Dopo la vittoria del reazionario, se non apertamente fascista, Donald Trump, negli Stati Uniti la quasi totalità dei media ha scelto di tacere — o di minimizzare — le grandi mobilitazioni popolari“No Kings” contro il governo sempre più autoritario e disumano del presidente.

Gli organizzatori hanno stimato che almeno sette milioni di persone abbiano marciato e si siano radunate in tutto il Paese, rendendo quella del 18 ottobre la più grande giornata di protesta nella storia americana. Le manifestazioni “No Kings” hanno coinvolto 2.700 città, superando persino i numeri della Women’s March del 2017. La partecipazione è stata più giovane e multietnica rispetto alla prima edizione del No Kings Day, pur restando ancora lontana da una piena rappresentatività delle popolazioni nere e latine.

In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani — esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) — alle elezioni per il sindaco di New York rappresenta un evento storico. Dopo aver vinto le primarie democratiche, Mamdani ha conquistato anche le elezioni generali, diventando il primo sindaco apertamente socialista democratico della metropoli.

Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha affermato:

“Sono giovane, musulmano, socialista democratico. E, soprattutto, mi rifiuto di scusarmi per tutto questo.
Il 1° gennaio presterò giuramento come sindaco di New York City, e questo grazie a voi. Abbiamo scelto la speranza sopra la tirannia, sopra il denaro e sopra la disperazione. Ora la politica non è più qualcosa che viene fatto a noi, ma qualcosa che facciamo noi.
”

Il suo programma prevede un congelamento degli affitti per oltre due milioni di inquilini, autobus gratuiti e rapidi, e assistenza all’infanzia universale — un’agenda ambiziosa ispirata ai tempi di Fiorello La Guardia.

In Irlanda un nuovo tipo di campagna elettorale

La corsa presidenziale di Connolly come indipendente quest’anno ha riunito un’ampia alleanza – Sinn Féin, Laburisti, Socialdemocratici, Verdi e People Before Profit/Solidarity – attorno a principi condivisi di uguaglianza sociale, neutralità e unità irlandese. È stata forse la prima volta nella politica irlandese moderna che la sinistra ha collaborato strategicamente e con successo su questa scala.

Un’anomalia è stato il numero insolitamente elevato di voti nulli. Ciò rifletteva la frustrazione degli elettori, stanchi della coreografia politica e percepiti come una scelta limitata, ma anche una spinta online di estrema destra che aveva incitato a falsificare deliberatamente le schede elettorali.

I leader della nascente estrema destra irlandese si sono affrettati a rivendicare la paternità di quella rabbia. Il loro rumore non deve essere scambiato per forza, ma è un monito di ciò che accade se la politica progressista non affronta le frustrazioni della classe operaia. Queste elezioni mostrano un riallineamento della politica irlandese lungo linee familiari altrove in Europa: un blocco di centro-destra formato da Fianna Fáil e Fine Gael; un blocco di sinistra guidato dai valori dello Sinn Féin; e una frangia di estrema destra rumorosa ma incoerente e pericolosa.

Se la sinistra irlandese riuscirà a mantenere la calma, la presidenza Connolly potrebbe essere ricordata non come un’eccezione, ma come l’inizio di una nuova Irlanda, fondata su unità, uguaglianza e giustizia sociale.

La dirigenza del più grande sindacato in Europa la Cgil vede e legge anche la dinamica internazionale e sa bene che la sinistra radicale oggi è ridotta ai minimi storici se va bene a livello nazionale supera il 1%. Ma la storia insegna anche che “esistono momenti straordinari”: abbiamo avuto il ciclo del ‘68, tra i più lunghi del mondo, fino agli anni ‘80, con conquiste sociali molto importanti.

Se il conflitto sociale non rimane nel recinto della burocrazia sindacale (vale anche per USB con la stessa esigenza dalla Cgil di“mantenere l’egemonia” tra i sindacati di Base e di accrescerne la crescita, nel recinto politico di Potere al Popolo anch’essi infastiditi da una nuova forza politica), è scontato il passaggio successivo: il lancio della costruzione di una nuova forza politica. Come stiamo vedendo in Francia, negli Stati Uniti e in Irlanda queste dinamiche scuotono fortemente sia la socialdemocrazia sia diversi partiti storici della sinistra.

Le elezioni regionali, in particolare Marche e Calabria, dove la destra di governo mantiene una solida egemonia, dimostrano in modo inequivocabile che le stesse mobilitazioni promosse dalla Cgil se rimangono nel recinto del centrosinistra e non si traducono in conquiste sociali sostanziali, rendono la vittoria contro Meloni tutt’altro che scontata!

Ora e sempre Resistenza