Di Luciano Conte (*)
Daniele Pifano, tu, nativo di Cerzeto (provincia di Cosenza), sei stato uno degli esponenti dell’Autonomia Operaia, protagonista di quell’epoca di contestazione, che ricorda gli anni del terrorismo. Nessuno meglio di te può raccontare senza freni le idealità di quella stagione.
Nella tua domanda c’è già una deformazione storica, nel senso che quelli non sono gli anni del terrorismo. Sono gli anni in cui lo stato ha preferito scegliere il terrorismo con alcune frange della sinistra rivoluzionaria infilate in una situazione estrema. Erano lotte di gran di masse di lavoratori, di studenti e disoccupati che chiedevano di cambiare la società.
Nasce tutto dal sessantotto?
Certamente. Quando sono arrivato a Roma eravamo all’oscuro di tutto e nessuno di noi aveva una formazione culturale e politica. Ero iscritto a Medicina quando ho incominciato a frequentare l’ospedale, prima il Policlinico poi il Fatebenefratelli, dove ho lavorato come volontario in sala operatoria. Notavo una cosa strabiliante: una gestione cosi classista con i malati che scoppiavano dentro i cessi, mentre esistevano le camere a pagamento.
Che ruolo ebbe l’Autonomia?
Anche quello della rivolta contro il Partito Comunista che non rispettava più i bisogni, non incarnava più i desiderata dei lavoratori, ma guardava al compromesso storico. Questo è il dramma che abbiamo vissuto, per cui più che di terrorismo bisogna parlare di protesta e di cambiamento sociale, fatto abortire volutamente dai partiti della sinistra ufficiale.
Nessun legame con le BR?
Quando mi avvicinai alla politica all’interno del Collettivo di medicina ci rendemmo conto che le rivolte giovanili erano gestite in maniera anomala dai gruppi della sinistra extraparlamentare (Avanguardia operaia, Potere operaio, Viva il comunismo e Lotta Continua). Ma i gruppi della sinistra extraparlamentare non rappresentavano le istanze di base degli studenti e dei lavoratori. Noi avevamo come modello il Cub (Comitato unitario di base) dei ferrovieri di Roma Termini che avevano iniziato una vertenza molto radicale sul trattamento nel posto di lavoro e sugli stipendi in contrasto con il Sindacato. Così demmo vita a una federazione di questi Cub. Era una rivolta sociale che non trovava spazio né nei partiti, né nei gruppi organizzati. Da qui nasce l’Autonomia operaia, che includeva, il Collettivo degli studenti e dei lavoratori del Policlinico, il Comitato politico dell’Enel, il gruppo di Fiat Grottarossa, il cub dei ferrovieri. Si chiamava Via dei Volsci solo perché era la via in cui avevamo trovato la sede.
Una cosa diversa, quindi, dal terrorismo brigatista.
Quando intendi brigatismo sei legato all’immagine che viene data dai media. Devi invece tener presente che, quando nacquero, le Brigate Rosse non incarnavano una strategia di annientamento nei confronti del potere, ma di propaganda armata contro il sistema. Il restringimento degli spazi di democrazia e il soffocamento delle lotte di massa hanno portato a radicalizzazioni sempre più ossessive nei confronti delle strutture del potere e del controllo, per cui la lotta armata clandestina era, secondo loro, l’unica risposta possibile alle stragi di Stato. Cosa diversa, invece, Autonomia Operaia: le nostre lotte all’interno del Policlinico erano per avere un sanità di base non elitaria Poi le strade si sono divise: quando lo Stato ha iniziato a reprimere, alcuni componenti di questo movimento hanno pensato che l’unica soluzione fosse la clandestinità: noi, invece, eravamo convinti che l’unica possibilità di cambiamento fosse una rivolta di classe e più di massa possibile. non come esercito armato che sconfiggesse l’esercito statale. Questa era l’Autonomia Operaia.
Perché entri prepotentemente nell’affare Moro?
Quando penso a Moro lo faccio con un certo rispetto umano. Veniva spesso al Policlinico per curarsi nella prima clinica medica del direttore Cassano. Quando facevamo le lotte per gli ambulatori gratuiti lo incontrai molte volte. Un giorno lo intervistai con il megafono durante una manifestazione Lui non parlava, sorrideva e ascoltava, tanto che io dissi: “L’on. è indisposto”. Non scappava né si sottraeva, nonostante i poliziotti cercassero di allontanarlo, perché voleva ascoltare e capire…. Quando viene sequestrato (16 marzo 1978) eravamo a processo per alcuni episodi di lotta al Policlinico e stavamo spesso a Piazzale Clodio. In una di queste udienze incontro il procuratore Claudio Vitalone, che conoscevamo come giudice politicizzato molto vicino a Giulio Andreotti. Si avvicinò dicendomi: “Pifano che possiamo fare per liberare Moro? Voi non siete per l’uccisione?”. “Certo risposi perché per noi nessun prigioniero deve essere ucciso, Moro, per noi, va liberato”. “Allora se siete d’accordo, cosa potete fare?” “Possiamo muoverci se esiste qualche iniziativa da parte dello Stato non per contattare le BR. con le quali non abbiamo nessun rapporto, ma per far pesare queste decisioni nelle assemblee.
Sul rapimento avete dato un giudizio?
Sul rapimento nessun giudizio. Abbiamo detto che per quel che riguardava l’esito della sorte dell’on. Moro la nostra opinione era che andava liberato. Vitalone mi invitò nel suo studio al Palazzo di Giustizia e mi disse che poteva parlare con il Procuratore generale di Roma, Pietro Pascalino, per vedere se fosse stato possibile liberare qualche detenuto, anche se non incluso nella lista dei tredici richiesti dalle BR per lo scambio con Moro. Vitalone si attivò per questo dandomi un numero segreto per i contatti. Negli incontri successivi Vitalone mi riferì che Il Procuratore generale voleva parlare con il Ministro di Grazia e Giustizia, che allora era l’on. Bonifacio, che si dichiarò disponibile a liberare una detenuta nel carcere di Torino, Paola Besuschio, anche se non in elenco, ma come atto di disponibilità.
Qual era la posizione delle forze politiche?
Tranne i Socialisti, tutti erano per non cedere al ricatto. Allora per noi una liberazione “motu proprio” da parte dello Stato poteva essere ri vendicata come richiesta da parte nostra e come messaggio alle BR per liberare Moro, senza aver mai avuto contatti diretti con i brigatisti. Nonostante questi tentativi, tutti falliti. Vitalone mi comunicò che non esisteva, né da parte di Andreotti, né da parte PCI, alcuna volontà i cedere alle richieste delle Br. Cosi decidemmo di fare una nostra autonoma proposta. Poiché in quei giorni avevano deciso di mettere i vetri divisori ai colloqui nel carcere dell’Asinara, dove c’erano parecchi detenuti anche brigatisti, facemmo nostra una richiesta al Ministro Bonifacio di togliere i divisori, un modo per dare un segnale positivo alle BR. Qualche giorno dopo incontrai Vitalone nella hall dell’hotel Hilton, ricordo il primo maggio, per avere una risposta. “Pifano, non c’è niente da fare”. Allora capii che volevano l’on. Maro morto. Non so se esistesse un contatto con gli Americani, ma essendo Moro l’artefice dell’apertura al PCI, non era possibile nessun cedimento. Vitalone, prostrato dopo tanti tentativi, disse “ho trovato un muro”. Successivamente, dopo il 9 maggio, quando fu fatta trovare la Renault rossa in Via Caetani, con il corpo di Moro, incontrai Vitalone e il dr Domenico Sica, nominato procuratore antimafia, in una udienza a Palazzo di Giustizia. Dissi a Sica, con la testimonianza di Vitalone, che la volontà di uccidere Moro non è stata delle BR in assoluto, ma è stata direttamente patrocinata e voluta dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista. E’ vero dr Vitalone? “Si, Pifano ha ragione”.
Il rapporto con la Palestina ti è costato una condanna a cinque anni di reclusione.
Mi sono trovato coinvolto con la Palestina, ma il problema palestinese non nasce in quel periodo o il7 ottobre, perché Israele, che viene considerato dai media e dai giornali l’unico stato democratico, è stato creato come avamposto dell’Occidente nel Medio Oriente per interessi religiosi e del capitalismo. Poiché facevamo raccolta di medicinali al Policlinico avevamo rapporti con la Resistenza palestinese. Ricevemmo da un esponente del Fronte la richiesta di portare ad Ortona un pacco perché avevano rotto il loro mezzo di trasporto. Non conoscevamo il contenuto del pacco
che poi scoprimmo essere due missili Sam 7, che i palestinesi usavano per difendersi dai bombardamenti israeliani sui campi profughi. Da qui l’arresto e il processo.
Ma il 7 ottobre?
E’ un giudizio negativo senza riserva. Ma non giustifica i massacri successivi.
(*) Articolo pubblicato sul “Quotidiano del Sud”


